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MEDIOLANUM f 

VOL. Ili 



L UZZ ATTI 

VILLA-PERNICE - COLOMBO 

S«;OTTI - MANGILI - LUCINI - CANTALUPi 

GALANTI - SANGIOltGIO - TORELLI-VIOLLISR 

CORRENTI 

LirTs 

CASA EDITRICE 

DOTT. FRANCESCO VALLAKDI 

Bologna — MILANO — Napoli 

1881 



FÉ R D. SACCHI K F 

'1?. TkffTAOW -" 






Cj-y^iy, 



MEDIOLANUM 



MEDIOLANUM 



ORDINAMENTO DELL'OPERA 



Volume Primo. 
L. ». 



ScHiAPARELLi. - Topografia e clima. 

BiGNAMi E. - Milano idrografica. 

Zambelli. - Popolazione. 

ZuccHi. - Igiene. 

Bono. - Il Duomo. 

Chirtanì. - Milano monumentale. 

Cazzerò. - Musei. 

GlIIRON. - « 

Cornalia. - Civico Museo di Storia 

Naturale. 
Vitali. - Beneficenza e Previdenza. 
Sebregondi. - Il Municipio in strada. 
Edwart. - La Musica in Milano. 
Filippi. - 11 Teatro della Scala. 
Papa. - Giornali e giornalisti. 



Volume Secondo. 
L. 3. 

Correnti. - Lettera. 
Bontadini. - Una passeggiata storica* 
De Castro. - Dialetto e letter. popoL 
Sacchi - La vita intima. 
BiuNAMi \'. - Club -Società- Ritrovi. 
Fontana. - La vita di strada. 
Barriera. - Milano in campagna. 
Manfredi. - La Milano legale. 
Petrocchi. - La letteratura a Milano., 
Filippi. - Teatro drammatico. 
Salveraglio. - Archivi e biblioteche. 
Ghiron. - Istituti scientifici ed Accada 
Prina. - Istruzione. 
Bavasio. - Scuole popolari. 
MoRANDi. - Tipi di donne illustri* 
Baravalle. - Note funebri. 



Volume Terzo. 
L. :j. 

Luzzatti. - Introduzione. 



Villa-Pernice. - Milano commerc. 
Colombo. - Milano industriale. 
Scotti. - Cassa di risparmio. 
Mangili. - Istituti di credito. 
LuciNi. - Società di assicurazione. 
Cantalupi. - Le vie di comunicaz. 



Galanti. - Milano agricola. 

Sangiorgio. - La Società d'esplora- 
razione commerciale in Africa. 

Torelli. - Movimento librario. 

LuzzATi. - Presagi sulla futura gran- 
dezza economica di Milano. 



Correnti. - Conclusione. 

Volume Quarto. 
L. H. 

(Si vende separatamente) 



STlIll STATISTICI SLL MOVIMENTO EC0X0M1C0-S0C1.4LE 

DEI.I-A 

GITT.A. DI iMIL^A^lSrO 

Raccolti nel Municipio 



Prefazione di Stefano Laeus. 



MEDIOLARUM 



LUZZATI — VILLA-PERNICE 

COLOMBO — SCOTTI — MANGILI — LUCINI — ■ CANTALUPI 

GALANTI — SANGIORGIO — TORELLI 

CORRENTI 



^TOL. III. 




CASA EDITRICE 

DOTTOR FRANCESCO VALLARDI 

Bologna — MILANO — Napoli 

1881 



PROPRIETÀ LETTERARIA 






> NEL NOME 

DEI COMUNI DOLORI 

E DELLE SPERANZE COMUNI 

MILANO 

STRINGEVA UN GIORNO LA DESTRA 

ALLE CITTÀ SORELLE 

OGGI 

ALLA MOSTRA NAZIONALE 

AFFERMA CON ESSE ESULTANDO 

NEL NOME 

DELLA SCIENZA DELL'ARTE E DELL'INDUSTRIA 

LA NUOVA VITA D'ITALIA 

V MAGGIO 
MDCCCLXXXI 



t >!. 



716766 



Caro Vallar DI. 



Voi avete voluto affidarmi l'incarico di scrivere l'in- 
troduzione al terzo volume del Msdiolanum e io di 
buon grado lo accettai sperando che nella quiete del- 
l'autunno avrei potuto dedicarmi con amorosa cura a 
tenere l'invito. Ma voi sapete a quali delicatissimi uf- 
iici ho dovuto sobbarcarmi in questi ultimi mesi del- 
l'Esposizione e come mi tolsero pace, salute e il tempo, 
€h'io sperava di poter consacrare alla vostra pubbli- 
cazione. Debbo quindi fallire senza colpa alla mia pro- 
messa, e ne son dolente perchè il tema che voi mi 
avevate assegnato era fra i più gravi e belli di quanti 
furono svolti nell' illustrazione che state pubblicando. 

Il Colombo, il Villa-Pernice, lo Scotti, il Cantalupi, il 
Galanti ed altri, con quella competenza che ciascuno 
in loro riconosce, hanno esposto le condizioni attuali 
delle industrie, del commercio, degli istituti di previ- 
denza, della viabilità, dell'agricoltura; ma, a rendere 
più completo questo volume, quanto sarebbe riuscito 
utile il volgere uno sguardo eziandio al passato, ricor- 
dando, come voi desideravate, le opere gloriose dei nostri 
padri in tutto ciò che si attiene alla vita economica ! 



\i:i INTRODUZIONE. 

La storia di Milano è troppo ricca di vicende perchè 
anche in questo campo mi potessero mancare fatti ed 
esempì degni di speciale ricordo. 

Avrei potuto rammentare F antica grandezza di 
questa emula di Roma, dove al dir di Ausonio tutto- 
era mir abile j accennare alla potenza e alla esplicazione 
de'suoi traffici nel Medio Evo, quando Milano noverava 
quattordicimila e seicento botteghe^ quando le sue fab- 
briche d'armi avevanoacquistato una rinomanza europea ,^ 
e le sue seterie, i suoi pannilini (che da soli davan lavoro 
a sessantamila operai) varcavano le Alpi e si smer- 
ciavano in Oriente; quando, giovandosi della felice 
sua giacitura ai piedi dei valichi alpini, Milano aveva 
saputo segnare una delle grandi correnti del commercio 
fra l'Asia e l'Europa Occidentale; quando infine l'al- 
leanza dei nostri principi veniva desiderata non solo- 
per ragioni politiche, ma anche per fini di traffico. 
E parimenti sarebbe stato interessante l' esaminare 
l'influenza che le dominazioni straniere esercitarono 
sulle sorti del nostro commercio. Al qual proposito- 
fu giustamente osservato che, se quelle dominazioni fu- 
rono per noi fonte d'immense sciagure, ebbero tuttavia 
r effetto di porre Milano in rapporto coi principali 
centri d' Europa e di crearle una clientela di rela- 
zioni che, all' infuori dei grandi porti marittimi, nes- 
suna città d'Italia può vantare. Né meno interessante- 
sarebbe riuscito un cenno sullo studio col quale i no- 
stri avi cercavano nuovi spacci ai loro prodotti quando^ 
per grandi scoperte o per politici avvenimenti , si videro, 
chiusi i vecchi mercati. Così, a mò d'esempio, scemata 
di potenza la Veneta Repubblica colla quale Milano 
aveva tanti rapporti commerciali, noi li vediamo cer- 



INTRODUZIONE. IX. 

care novelli sbocchi alle loro esportazioni in Francia ^ 
in Inghilterra e specialmente nelle Fiandre, dove, come 
ci narra Lodovico Guicciardini, s' inviavano da MilanO' 
<!i per gran somma di dcìiari ovo ed argento filato, drappi 
di seta e d'oro, fustani, pannine, mercerie di diverse 
sorta "per gran valuta j, armature eccellenti, risi molti 
e buoni ed infine formaggio appellato parmigiano ». 

Delle ricchezze accumulate nel commercio e nelle in- 
dustrie durante l'età di mezzo, quando non bastassero le 
attestazioni degli storici contemporanei, starebbero sem- 
pre come prova solenne quel miracolo d'arte che è la 
nostra cattedrale^ e più ancora quella serie di istitu*- 
zioni di beneficenza , le quali rivelano il carattere 
filantropico dei milanesi e una agiatezza che non di- 
pende da contingenze fortuite. Così curioso e istruttivo 
sarebbe apparso un cenno sulle cause della decadenza del 
nostro commercio e delle nostre industrie durante quel 
disgraziato periodo della dominazione spagnola sì effica- 
cemente dipinto dal Manzoni, esaminando sul vivo e dal 
vero quanta influenza possano esercitare leggi e governi 
sulla prosperità di un popolo e ponendo colla fiaccola 
della storia a rafironto i vantaggi di una saggia libertà, 
commerciale coi sistemi delle barriere e dei privilegi.. 

Che se dalle industrie e dal commercio si volga Io- 
sguardo all'agricoltura quale fonte di legittime compia- 
cenze sono per Milano i ricordi del suo passato! 

Situato nel centro di quella valle del Po, che gli 
scrittori latini dipingono come la rivale della Cam- 
pania felice, non è a dubitarsi che anche durante- 
il periodo romano l'agro milanese fosse fiorente: nà 
può supporsi che gli abitanti di una città lontana dal 
mare, così ricca e popolata qual era Milano, a capo ài 



:X INTRODUZIONE. 

quella Gallia, che Cicerone chiamò insigne per costanza 
e gravità j flore d'Italia e ornamento della dignità del 
j)opolo romano, potessero vivere soltanto di commerci o 
di cacciagione. Le invasioni barbariche non mutarono 
-le nostre campagne nei deserti che circondano Roma, 
e anche nel fervore delle lotte civili e religiose e 
nel succedersi di eserciti stranieri, la coltivazione dei 
oampi non fu abbandonata e ne abbiamo una prova nelle 
leggi e nei contratti dei quali rimangono le memorie. 
Distrutta Milano dal Barbarossa, inostri antenati trovano 
in quattro umili borgate del contado pane e lavoro, e 
nelle fatiche delle opere campestri meditano la reidifica- 
2Ìone della città nativa e la. vendetta dei patiti oltraggi. 
Se i ricordi storici non ce lo provassero, si crederebbe 
appena che , soltanto pochi anni dopo che la loro 
città fu minata, essi pensassero a por mano a quelle 
somme opere idrauliche, le quali costituiscono ancor 
oggi la meraviglia degli stranieri come il naviglio 
•della Martesana, il canale della Muzza e tante altro 
condotte d' acqua destinate a portare il benefìcio di 
una copiosa irrigazione su vastissime plaghe. La riacqui- 
stata libertà era stimolo potente alle grandi opere. Sei- 
•centomila pertiche di terreno sono in breve spazio di 
tempo dissodate segnatamente per impulso delle corpo- 
razioni religiose ; s'introduce la coltivazione del gelso 
•e del riso e l'agricoltura milanese, susssidiata dai 
capitali tesoreggiati nei commerci, sa trarre dalla ec- 
•citata feracità del suolo nuove ed ignote ricchezze (( Non 
rollini agri nostri nos reficiunt, sed et circumstantibus 
cimtatibus usque ad montes allamanicos cibaria sub- 
ministrant ». Così il Fiamma, che scriveva la sua 
cronaca nella prima metà del secolo XIV. Petrarca, 



INTRODUZIONE. XI 

ospite diletto alla corte dei Visconti , ci dipinge i 
dintorni di Milano come luoghi di delizie e nella cronaca 
comense del Muralto leggiamo che sulla fine del se- 
colo XV le nostre campagne avevano l'aspetto d'una 
vasta foresta di gelsi. 

E in tutta questa serie di lavori colossali, quanta 
audacia, quanta virilità di propositi, quanti nomi igno- 
rati che oggi sarebbero cinti di gloria ! 

Ma industrie e commerci non avrebbero potuto pro- 
sperare, né compiersi le grandi opere delle quali si è 
fatto parola senza il potente aiuto del credito e, seb- 
bene sieno scarse le notizie che ci forniscono gli scrit- 
tori contemporanei in argomento di monete, di banchi, 
e di operazioni finanziarie, avrei potuto sempre far 
cenno delle vicende dell'antichissima nostra zecca; 
dei patti reclamati dai Milanesi nelle trattative di pace 
con Federico P perchè fossero rispettate le consuetu- 
dini dei cambiatori o banchieri; delle case istituite da 
quella potente corporazione degli Umiliati, la quale fa- 
ceva prestiti ai sovrani e che aveva ottenuto dall'auto- 
rità pontificia la facoltà di esercitare banchi. E, seguendo 
le traccio di un lavoro del dottissimo sacerdote Ce- 
ruti, avrei potuto ragionare di una moneta cartacea 
emessa dal Comune nel secolo XII, la quale aveva corso 
forzoso nel pagamento delle multe, e non poteva essere 
rifiutata se non quando l'esclusione della medesima nei 
pagamenti fosse stata preventivamente pattuita. Avrei 
potuto ricordare il nostro Monte di Pietà, vera Cassa 
di prestito fondata nel 1483 allo scopo di sottrarre 
i bisognosi all'oppressione dell'usura, e sarebbe stato 
mio desiderio di addentrarmi nell' organismo di quel 
Banco di S. Ambrogio istituito sul finire del se- 



Xli INTRODUZIONE. 

colo XVI il quale, per avere associato le sue sortì 
a quelle del Comune quando tutto volgeva a rovina,, 
dovette sospendere i pagamenti , ridurre gì' interessi 
al 2 ^/q ed esporre i propri creditori a una perdita 
del 60 7o ^ ^^^? mutatosi poi in una wiione di credi- 
tori verso il Comune , ne aveva assorbito la maggior 
parte delle rendite per modo che i tributi ch'esso 
percepiva superavano, al dire del Verri, quelli esatti 
dai sovrani, ammontando i suoi incassi per sole regalie 
ed arbitrii a quasi due milioni di lire all'anno. 

Altro argomento importantissimo sarebbe stato quella 
che si riferisce al mezzi di comunicazione. Non vi 
ha centro di civiltà, d' industria, di commercio, di po- 
tenza, dal quale non si irradino numerose le strade, vere 
arterie nel corpo delle nazioni. Se non si hanno notizie 
sicure di grandi vie confluenti a Milano durante il 
periodo romano o nell'età di mezzo, è però certo che,. 
senza il sussidio di numerosi mezzi di comunicazione 
per quanto imperfetti, i nostri maggiori non avreb- 
bero potuto esplicare i loro commerci in sì vaste pro- 
porzioni. Erano strade mulattiere, ma forse nessun paese 
ne aveva di migliori, e a ogni modo erano tali da 
bastare non solo al trasporto delle merci, ma al pas- 
saggio di quella caterva di eserciti numerosi che tante 
volte portarono la devastazione e la strage su Milana 
e sul suo contado. E avrei potuto far cenno di quella 
grande rete di strade nazionali e comunali costruite in 
questi ultimi due secoli e che sono ancora oggidì ar- 
gomento d' ammirazione e d' invidia. 

E quante cose mi sarebbe occorso di dover accen- 
nare esaminando le leggi dei nostri padri in tutto ciò 
che si attiene alla pubblica economia! Il lavoro tutelata 



INTRODUZIONE. XIII 

nel suo libero esercizio diveniva fondamento non solo 
di prosperità, ma di ordine sociale. Le corporazioni 
il'arti e mestieri non costituivano delle oligarchie create 
e imposte dalla legge; erano anzi vietate in tutto ciò 
che aveva attinenza colle industrie e commerci. « Nul-- 
lum jparathicum, seu universitas alicujus parathici sit in 
civitate nec comitatu » dicono gli statuti di Milano; 
quando trattavasi di lavoro non v'erano esclusioni di 
casta, di famiglia, di nazionalità, ma quilibet civitatis 
et districtus vel aliunde tute et impune et uòique et 
in quolihet loco possit facere, et exercere^ et operare 
quamlibet artem^, ministerium, et lahorerium cujus- 
cumque generis et maneriei sit^ nisi in coìitrarium lege 
municipali reperiatur cautum. Quanta sapienza econo- 
mica balena da queste disposizioni redatte nel più 
rozzo latino! E potrei ricordarne tante altre, le quali 
miravano a evitare i litigi e a semplificare i pro- 
cessi, come per esempio, la giurisdizione consolare non 
solo, pei commercianti, ma su chiunque fosse debitore verso 
i medesimi, e l'obbligo di pagare o di dar cauzione 
prima di appellare, da cui trae origine quella facoltà 
dell'esecuzione provvisoria delle sentenze, che a taluno 
sembrò un trovato della moderna sapienza giuridica. 
Taccio delle agevolezze consentite a quanti introdu- 
cevano dagli altri stati industrie nuove ; della esen- 
zione dai dazii e dai tributi straordinari concessa a 
molte industrie ed agli operai che le esercitavano; delle 
leggi dirette a garantire la sicurezza dei trafficanti; 
delle norme con le quali veniva favorita la costituzione 
di società per industrie e per agricoltura: ma non posso 
passar sotto silenzio due istituti nei quali rifulge tutta 
la luce del moderno progresso, e sono la facoltà nel 



XIV INTRODUZIONE. 

proprietario di un opificio di espropriare le case vicine^ 
quando lo richiedesse il maggiore sviluppo della propria 
industria e il diritto a chiunque di condurre acqua 
traverso V altrui fondo tutte le volte che ciò fosse ne- 
cessario per l'irrigazione del proprio, diritto il qualo 
tanto contribuì a vantaggiare l'agricoltura e che venna 
poi esteso anche a vantaggio di alcune fra le principali 
industrie come, ad esempio, a quella dell'imbiancatura 
dei filati e delle stoffe. E rispetto all' agricoltura 
merita speciale menzione lo statuto che sottrae a se- 
questri gli stromenti del lavoro per qualsiasi titolo,, 
anche se dipendente da diritti fiscali {prò aliquo de- 
bito publico ncc prwatOj, nec gabella etiam ex forma, 
alicujus datti) disposizione che, se oggidì venisse appena, 
messa innanzi, solleverebbe l'indignazione dei ministri 
delle finanze usi a reclamare a prò' del fisco privilegi 
su tutto e contro tutti. 

Ma tanta luce di civiltà doveva ecclissarsi durante 
r infausto periodo della dominazione spagnuola. Le^ 
Nuove Costituzioni modificano le antiche leggi patrie, 
e vita e fortuna dei cittadini sono abbandonate all'arbi- 
trio di governanti dei quali non si saprebbe dire se fosse 
maggiore l' ignoranza o la rapacità. 

Industria, e commerci, sono colpiti da imcomportabili 
gravezze imposte con una cupidità e con una insensa- 
tezza deipari sterminata (Manzoni) ; dazi d'esportazione,, 
strade malsicure, privilegi ridicoli, maestranze coatte, 
vessazioni d'ogni specie inceppano il movimento com- 
merciale e incagliano il braccio della stessa giustizia. 
Che dire poi delle gride, veri monumenti della più 
crassa ignoranza economica, cronaca dolorosa del deca- 
dimento dei nostri commerci e della nostra agricoltura ì- 



INTRODUZIONE. XV 

Si vieta r esportazione delle sete e, preludiando certe 
teorie moderne, si obbligano gl'industriali a dar lavoro- 
ai loro operai; s'impedisce l'esercizio del commercio ai 
Francesi perchè cattivi cristiani; si vieta l'allevamento- 
delle pecore perchè _po5so?20 causar deficienza dei fieni; 
si proibisce la compera del vino se non a quindici mi- 
glia dalla città; si minaccia la galera a chi ricusa di 
vendere il riso o lo vende a prezzo superiore a quella 
stabilito dal governo; si tenta frenare il lusso proscri- 
vendo lo strascico degli abiti femminili, i canditi, gli 
zuccari, la cioccolata. E quasi tutto ciò non bastasse,, 
in pieno accordo fra governatori e Senato (di solito in 
litigio) s'impone il corso obbligatorio alla moneta erosa,. 
si dichiara che i commercianti non possono acquistare 
titoli di nobiltà, e si esclude da questa ogni nobile che 
si dedicasse alla mercatura. 

È bensì vero che questi ordini ripubblicati e rin- 
forzati di governo in governo non servivano ad altro- 
ché ad attestare ampollosamente Vimpotenza dei loro^ 
autori, e che, quantunque mhiacciassero ad ogni passo 
corda e galera, nessuno li osservava e cadevano in 
dimenticanza il giorno dopo della loro emanazione, per 
modo che avevano sempre più volgarizzato il proverbia 
che « i leg de Milan duren d'incoeu finna a doman», cio- 
nondimeno bastano a darci un'idea dell'infelicità dei tempi. 

I governi di Maria Teresa e di Giuseppe II ci 
trasportano in più spirabil aere. Ma rimediare alle- 
conseguenze dei deliri di quasi due secoli di domi- 
nazione spagnuola era impresa ardua e che esigeva 
il concorso di menti elevate, e Milano ebbe la for- 
tuna di vederle sorgere e folgoreggiare da quella 
nobiltà sì acremente sferzata dal Parini. Per mezzo- 



"X VI INTRODUZIONE. 

secolo fu uno studio continuo di riforme: si rivedono 
ìe tariife daziarie, si modificano i tributi, si regola il 
corso delle monete, è infine distrutta quella famigerata 
-compagnia di bergamaschi che sotto il nome di Ferma 
(generale aveva assunto l'appalto dei dazi ritraendone 
un guadagno di cento mila zecchini all' anno. P tutte 
queste riforme, richieste e ottenute offendendo abitudini 
^ privilegi, ci richiamano alla mente i nomi di quei 
sommi cultori delle scienze economiche, che nella se- 
<3onda metà dello scorso secolo illustrarono la città no- 
stra, i Carli, i Verri, i Beccaria. 

Voi vedete quale vasto campo mi sarebbe stato aperto, 
-quanta messe di fatti curiosi avrei potuto riunire, quante 
<)onsiderazioni svolgere! Ma il tempo e la quiete, mi son 
venuti meno, e di ciò che aveva vagheggiato e promesso 
non resta che uno di quei tanti voti che nella vita riman- 
gono incompiuti. Però gl'incarichi ai quali mi sobbarcai 
mi hanno aperto un altro orizzonte. La nostra Mostra fu 
lina rivelazione dell'ingegno, dell'operosità, delle forze 
del nostro paese; da essa possiamo e dobbiam trarre utili 
ammaestramenti per l'avvenire della patria. E, poiché 
Milano ebbe in questa splendida rassegna del lavoro na- 
zionale il primissimo posto, vediamo quali vantaggi 
possa ritrarne. Lasciate ch'io abbandoni il passato per 
guardar l'avvenire, e che ad una memoria sulla gran- 
dezza economica di Milano nei secoli scorsi io sostitui- 
sca un cenno sulla sua grandezza futura. Invece del 
principio vi darò la chiusa di questo volume e cosi 
avrò compiuto almeno in parte l'obbligo mio. 

Vostro affcz. 
Ottobre 1881. 

L. LUZZATTI. 



MILANO COMMERCIALE 



Milano, città di 300 mila abitanti, con un bilancio comunale in 
media di circa 13 milioni all' anno, ripete la importanza sua 
commerciale dalla regione ricca per traffici, per industria, per 
agricoltura che la circonda, e a cui serve di piazza d'approvi- 
gionamento e di consumo; dalla ricchezza dei capitali accumu- 
lativisi, facilmente volgentisi al commercio ed all'industria, dal- 
l'indole svegliata e dallo spirito di ardita iniziativa, accoppiata 
a prudente diligenza e a solida onestà, dei suoi abitanti. 

Il commercio all'ingrosso presta alimento ai negozi coll'estero 
e coll'interno del regno, mediante lo scambio dei prodotti agricoli 
e degli industriali; il commercio al minuto provvede ai bisogni 
della città, della regione lombarda, e di molta parte delle finitime 
regioni. 

L'esatta e diretta estimazione del numero e del valore dei traf- 
fici milanesi dipende da statistiche speciali della produzione e del 
consumo, delle persone commercianti, dei diversi generi di commer- 
cio, le quali finora difettano o non sono con precisione compilate ; 
però non mancano, quando le si desumano con diligente ricerca 
dalle pubbliche e dalle private amministrazioni, notizie sufficienti 
a dare, con approssimazione molto vicina alla verità, una idea 
abbastanza precisa della vita commerciale di Milano. 

Questa breve monografia tende appunto a raccogliere, con l'ordine 
e la chiarezza concessi dalle difficoltà pratiche accennate, tali 
notizie. 

MlLAISO. - Voi. HI. 1 



Z MILANO COMMEKCIALK 

I. Notizie sulle persone (coniniercianti, industriali, società). — 
h'à denunzia delle ditte commerciali, non più obbligatoria se non per 
le società, il grande frazionamento del commercio di dettaglio, la 
(Quantità considerevole di piccoli commercianti di instabile dimora, 
quasi girovaghi e ambulanti, impediscono che si constati il numero 
delle ditte commerciali; però esso può con fondamento valutarsi 
almeno al doppio della cifra risultante dai seguenti prospetti nei 
(luali si riportano le notifiche volontariamente presentate alla 
Camera di commercio, il numero dei contribuenti inscritti nei 
ruoli di ricchezza mobile sotto le Categorie B e C e nei ruoli 
della tassa d'esercizio e di rivendita. 



MOVIMENTO DELLE DITTE 

ìiotificate alla Camera di Commercio. 



Anno 



1862 
1863 
1864 
1865 
1866 
1867 
1868 
1869 
1870 
1871 



Numero 



223 
237 
242 
213 
255 
278 
353 
289 
314 
273 



Anno 



1872 
1873 
1874 

1875 
1876 
1877 
1878 
1879 
1880 



Numero 



391 
374 
355 
396 
318 
390 
315 
382 
402 



IMPOSTA RICCHEZZA MOBILE 

Com.plessivam.enle Circondario interno ed esterno. 



Anni 



Contribuenti 



Redditi industriali e commerciali 
Categoria B. 



1877 
1878 
1879 



7012 
6574 
6361 



Redditi professionali, stipendi ec" 
Categoria G. 



2787 
2473 
2734 



MILANO COMMERCIALE 



TASSA D'ESERCIZIO 

Circonilario interno. Circondario esterno. 



Anni 



Serie 



I Numero 
deali esercizi 



Totale 



jl Numero 
degli esercizi 



1877 
■1878 
1879 



la 


1609 


9 a 


9590 


.,a 


1734 


2a 


9401 


|a 


1790 


9a 


9484 



11199 
11195 
11274 



709 
2000 

794 
2067 

807 
2781 



Totali 



3309 
3461 

3048 



La legge del 18 marzo 1850 sulle Camere di Commercio im- 
poneva a tutti i commercianti di notificare la ragione loro e le 
mutazioni successive all'ufficio camerale, con che si riusciva a 
distinguere il commerciante dal non commerciante, evitandosi così 
pii^i facilmente, in caso di contestazioni, la declinatoria di fòro, 
espediente abituale di difesa dei debitori di mala fede, per acquistar 
tempo. Nei vari congressi delle Camere di Commercio dal 18G7 
in poi fu ripetuto, ma pur troppo inutilmente fin qui, il voto che 
la legge ristabilisse quest' obbligo, il quale avrebbe pure non 
scarsa efficacia di moralità, impedendo gli inconvenienti gravi e le 
frodi non infrequenti dovute alla conservazione di ditte al nome 
di persone da tempo ritiratesi dal commercio, o defunte, e sosti- 
tuite da altre persone di diverso nome. 

Il numero elevato e crescente d'anno in anno delle notificlie 
volontarie alla Camera di Commercio di Milano, che appare dallo 
specchio riportato, dimostra come la disposizione di legge che 
rendesse obbligatorie le notifiche non urterebbe colle consuetu- 
dini della classe commerciale, bensì le sanzionerebbe con utile 
generale. 

Gli inscritti nella categoria B della tassa di ricchezza mo- 
bile sono senza alcun dubbio commercianti e industriali, non così 
gli inscritti nella Categoria C; ma s'è creduto opportuno di ri- 
portare questi pure, perchè comprendono la maggior parte del 
personale stipendiato e salariato in servizio del commercio e 
dell'industria. 

Della tassa d' esercizio si danno i risultati pel circondario 
interno e per T esterno della città, osservandosi la distinzione 



4 MILANO COMMERCIALE 

in due serie, abbraccianti la prima gli esercizi soggetti a licenza 
e a sorveglianza politica, la seconda gli altri esercizi e anche 
i professionisti. 

Classificando per generi di commercio le ditte notificate e cono- 
scinte, si ottiene il seguente quadro per la città interna ed esterna 
diviso pure in due parti come il precedente quanto agli esercizi 
di prima e di seconda serie, e complessivo per l'intero Comune 
interno ed esterno. 

INUMERÒ DEGLI ESERCIZI DIVISI PER GENERI DI COMMERCIO. 



Esercizi inscritti in ruolo della 
tassa d'esercizio 



Numero 



Esercizi inscritti in ruolo della 
tassa d'esercizio 



Numero 



Agrumi 

Alcool e liquori (Fabbriche) 

Antiquari 

Armaiuoli 

Digliardi (Fabbriche) . . 

Bottoni 

bronzisti 

Caloriferi (Fabbriche) . . 

Calzolai 

r>appellai 

Carrozzai e Sellai . . . 

Cartolerie e legatorie . . 

Catrami-bitumi e olì mine- 
rali 

Ceramica 

Cererie, olì e saponi . . 

Cioccolata (Fabbriche) . . 

Colori e Vernici (Fabbriche 

Coloniali (negozianti) . . 

Commissionari, agenzie, rap- 
presentanze 

Cordami 

Doratori e Verniciatori . . 

Ebanisti, stipettai e fabbri- 
catori di mobili . . . 

Falegnami 

Ferrai 



22 
58 
42 
23 



17 

28 

35 
094 
140 
118 

200 

203 
115 

77 

97 

7 

294 

381 
23 

210 



222 

632 
327 



Ferramenta 

Fiori artificiali e piumisti . 
Fonderie metalli .... 
Formaggi (caseifici) . . . 
Formaggi [ negozi all'ingrosso) 

Fotografie 

Fruttivendoli ed erbivendoli 

Gomma elastica e guttaperca 
(Fabbriche) 

Gomma elastica e guttaperca 
(Vendite) 

Granaglie (neg. all'ingrosso) 

Guanti 

Incisori e Intagliatori . . 
Istrumenti di fisica e mate- 
matica 

Lattonieri 

Lavandai 

Legna da fuoco .... 
Legnami d'opera. . . . 

Macellai 

Maglierie 

Marmi , pietre e materiale 

da fabbrica 

Meccanici e bilancieri . . 

Offellai 

Ombrelli e bastoni . . . 



61 
31 

185 
30 

798 





154 

43 

115 

23 

105 

290 

344 

65 

218 
62 

190 
105 

84 

9a 



MILANO COMMERCIALE 



Esercizi inscritti in ruolo della 
tassa d'esercizio 



Oreficerie 

Orologerie 

Orticoltori e botanici 
Ortopedici ed istrumenti cià- 
rurgici 

Panattieri, fornai, pastai . 

Passamanerie 

Pellattieri 

Pelliccerie e Bufl'etterie . 

Pescivendoli 

Pettinaiuoli 

Pianoforti ed istrumenti mu- 
sicali 

Pollivendoli 

Prodotti chimici e farma- 
ceutici 



umero 


Esercizi inscritti in ruolo della 


Numero 




tassa d'esercizio 




20G 


Profumieri e Parrucchieri . 


423 


105 






422 


Ramai ed idraulici . . . 


132 




Ricamatori 


39 


66 








Salumieri 


321 


304 


Sarti 


707 


88 


Semi bachi (negozianti) . 


51 


98 


Solfanelli (Fabbriche) . . 


8 


45 
51 

33 


Studi commerciali . . . 


322 


Tappezzieri e Stuorai . . 


195 




Tessuti e stoffe .... 


508 


41 


Tintorie e stamperie . . 


94 


170 


Tipografi ed Editori. . . 


118 


70 


Cartiere (Fabbriche). . . 


() 



ESERCEiNTI CON LICENZA POLITICA, 



Esercizi 



Alberghi .... 

Osterie 

Trattorie .... 
Bettole e cantine 

Caffè 

Liquoristi .... 

Birrerie 

Affittaletti. . . . 
Bagni 



flS7$ 


181» 


52 


52 


252 


254 


575 


580 


580 


582 


325 


337 


450 


456 


34 


34 


; 560 


565 


l 17 


17 



ISSO 



53 
250 
583 
575 
315 
470 

39 
587 

17 



A dimostrare l'importanza della classe industriale e commer- 
ciale della città presta pure utile indizio il numero degli utenti 
inscritti per la verificazione dei pesi e delle misure presso il 
competente ufficio governativo, 



MILANO COMMERCIALE 

UTENTI PESI E MISURE 



1877 
1878 
1879 
1880 



Comune di Milano 
inscritti e veriflcati 



11844 
12061 

12o09 
12960 



Circondario di 

31lLA>0 

compresa la città 
inscritti verificati 



15665 
15971 
16466 
16957 



CrCONDARIO D! 

Abbiateguasso 



inscritti e verificati 



2512 
2495 
2394 
2405 



Circondario di 
Monza 



inscritti e verificata 



4212 
4341 
4429 

4488 



e il numero degli inscritti nelle liste elettorali per l'elezione dei 
membri della Camera di Commercio, crescente d'anno in anno 
sino a raggiungere nel 1880 il 60 per cento in più del 1862. 
Ma se molti sono gli elettori , pochi però accorrono alle urne , 
<listrattine o dai loro affari, e dev'esser questa la cagione prin- 
<'ipale, o dalla poca fiducia nell' ordinamento, e di conseguenza 
nell'azione delle Camere di Commercio, le quali, investite di attri- 
buzioni per la maggior parte consultive o facoltative, illanguidi- 
scono ogni qualvolta l'iniziativa dei componenti, o l'impulso del 
(roverno, ne opportuni sempre, ne sempre utili, non infondano loro 
i»iù robusta attività. La proporzione fra i votanti e gli inscritti 
è molto bassa, più bassa che in tutte le altre maniere di elezioni, 
amministrative o politiche, aggirandosi tra il due per cento circa 
nel 1868, e il 15 per cento nell'ultime elezioni del 1880, degli 
elettori inscritti. 

ELEZIONI PER LA CAMERA DI COMMERCIO. 
Elezioni dei circondari di 





Mii 


ANO 


Mo> 


ZA 


Gallavate 


Abbiatecrasso 


Totale 


Elezioni 


^— . 


-^— ^ . 


, - 






— -~^ 


. 


'—— — . 


-^ — -^ 


del 


o 

e 


Ci 

o 

>- 
279 


^ 
^ 




e 


O 


o 

e 


ci 


1 


1 


1862 


2558 


549 


306 


21 


473 




3886 


300 


1864 


21585 


147 


438 


— - 


303 


15 


237 


— 


3663 


162 


1866 


3315 


205 


616 


— 


308 


— 


203 


— 


4442 


205 


1868 


3552 


73 


769 


— 


501 


22 


321 


— 


5143 


95 


1870 


3220 


128 


756 


— 


467 


7 


320 


— 


4763 


135 


1872 


3233 


105 


839 


— . 


519 


9 


356 


— 


4947 


114 


1874 


4012 


130 


911 


— 


621 


16 


401 


— 


5945 


146' 


1876 


3496 


304 


99-2 


89 


692 


78 


504 


51 


5684 


522 


1878 


4052 


3!J3 


1098 


HO 


665 


49 


431 


24 


624f) 


546 


1880 


4-180 


592 


1050 


38 


703 


41 


479 


62 


6412 


73a 



MILANO COMMERCIALE / 

11 movimento delle società commerciali si rileva dai registri 
del tribu.iale di Commercio, presso il quale le nuove società e 
i mutamenti successivi nella ragione o nel capitale conferito devono 
essere notificati. Le società in nome collettivo occupano pel 
numero il primo posto; seguono le socieUi in accomandita sem- 
plice e le anonime. 



TRIBUNALE DI COMMERCIO DI MILANO. 

Movimento delle società commerciali. 



Anni 


In nome 
collettivo 


i87o 


93 


4876 


90 


1877 


120 


1878 


69 


1870 


104 


1880 


114 



In accomandita 
semplice 



33 
17 
35 
27 
22 
30 



Anonime 



A 103, secondo il relativo elenco, sommano dal 18(39 in poi 
le società e gli istituti di credito notificati e soggetti, nei limiti 
stabiliti dai regi decreti 30 dicembre 1865 e 5 settembre 1869, alla 
autorizzazione governativa e alla vigilanza dell'ufiìcio d'ispezione, 
residente presso la Camera di Commercio, e composto del Pre- 
fetto della Provincia, Presidente, e di due Delegati nominati dalla 
Camera; però delle 103 società alcune cessarono per scioglimento, 
per decorso del termine, per trasferimento in altre sedi, riducen- 
dosene così il numero a 70. 

Sulla opportunità dell'autorizzazione governativa per le società 
anonime e in accomandita per azioni e della vigilanza sulle so- 
cietà commerciali e gli istituti di credito, in cui il Governo non 
sia direttamente interessato, si manifestano diverse e opposte 
opinioni, secondochè si intenda che il Governo pensi a tutto, 
entri in tutto, provveda a tutto, o che sia data piena libertà ai 
privati e di iniziativa e di vigilanza; in altri termini, secondochè 
il compito di tutela governativa, e conseguentemente la respon- 
sabilità del Governo si allarghi, si restringa, si tolga, sostituen- 
dovi la difesa diretta dei loro interessi per parte delle persone 



8 MILANO COMMERCIALE 

interessate. L'arduo quesito, già in parte avviato a maggior libertà 
pei privati, e a restrizione del compito governativo col decreto 
regio del 1869, attende risoluzione dal progetto di codice di 
commercio, che da tempo non breve si studia dal Governo, da 
Commissioni, dal Parlamento, ritardandosene però sempre la desi- 
derata applicazione, per amore di una perfezione, impossibile 
;i conseguirsi. 

Delle molte società mutue, alcune vanno a poco a poco trasfor- 
mandosi per avvicinarsi alle società di lucro, sicché costituiscono 
(juasi una categoria speciale di società miste, richiedenti speciali 
provvidenze iielF interesse dei soci e dei terzi. Le società con 
vero e proprio carattere di mutualità per assistenza e sussidio 
ai soci nelle diverse critiche circostanze della vita, o per con- 
seguire uno scopo comune, come il coprirsi da danni eventuali, 
o provvedere a servigi, che in diverso modo riuscirebbero più 
onerosi, erogando a tale effetto i mezzi conferiti con tenui quote 
annuali dagli associati, stanno attendendo che finalmente, dopo 
il molto e lungo richiedere, sia loro attribuita la personalità 
giuridica, mediante il riconoscimento legale a tutti i conseguenti 
ofietti, e l'attesa sembra sul punto di essere esaudita, mentre il 
relativo progetto di legge, già approvato dal Senato, non ofìre 
materia di gravi opposizioni e di diuturni dibattimenti alla Camera 
dei deputati. 

Le diverse forme di associazione pel conferimento di grossi 
capitali e di speciali capacità, dirette al commercio e alla indu- 
stria in grande, hanno avuta in Milano una larga applicazione, 
dotando la città di importanti stabilimenti industriali, commer- 
ciali e di credito, e conducendo alla utile trasformazione delle 
antiche abitudini, nelle quali più addietro la mancanza di efficace 
concorrenza permetteva di soffermarsi e di sonnecchiare; e al 
progresso in ogni genere di manifatture, di industrie, di commerci 
e nei veicoli del credito tenne dietro, comef sempre, se prudente 
e ordinato, il risveglio della attività commerciale e industriale, 
('he se nell'ultimo triennio dal 1877 al 1879 la produzione e il 
traffico, specialmente delle sete e dei formaggi, le due merci più 
importanti della zona lombarda, cui serve di mercato centrale' 
Milano, non avessero sofferto per vicende atmosferiche, per scar- 
sezza e mediocre qualità, per il perdurante rinvilio dei prezzi, 



MILANO COMMERCIALE V 

il più alto grado di prosperità conseguente dallo stato normale, 
avrebbe spinti a maggior importanza ed estensione l'industria 
^ il commercio milanesi. Del resto la dura prova patita valse 
a dimostrare come, nella generalità dei casi, la onestà e la serietà 
dei propositi e della azione prevalga nella classe industriale e 
commerciale cittadina allo spirito di intraprese arrischiate e 
pericolose. 

Né il commercio milanese si racchiude negli angusti confini 
ideila regione, cui serve di piazza di deposito e di approvvigio- 
namento, ma tenta vie lontane, annodando relazioni col di fuori, 
e presentando numerosi saggi dell'industrie nostre nelle esposi- 
zioni internazionali, a breve spazio di tempo succedentisi , e 
servienti ora più pei traffici che per mostra comparativa. 



ESPOSITORI DEL DISTRETTO 

della Camera di Commercio di Milano. 



Esposizione di 


Anni 


Espositori 


Londra . . . 


1862 


N.o 120 


Parigi .... 


1867 


. 170 


Vienna . . . 


1873 


. 189 


Parigi. . . . 


1878 


r, 139 


Milano. . . . 


1881 


« 182o 



IL Notizie sulle cose di commercio (produzione, consumo, 
mezzi di trasporto). — La produzione e il consumo, e rispetti- 
vamente la compera e vendita, segnano i due termini per l'avvia- 
mento e lo sviluppo del commercio, sicché da quelli si ripete 
-e si riconosce la importanza di questo tanto nei rapporti locali, 
<luanto negli esterni. 

Per una buona statistica della produzione milanese riescono 
insufiicienti le poche notizie messe insieme dai privati, e non 
vi suppliscono che in parte le statistiche governative, per la 
loro generalità; però la Camera di Commercio attende a compilarla, 
-e in qualche ramo vi é riuscita, come pel raccolto dei bozzoli, 
col sussidio degli ufiSci comunali e di distinti allevatori di bachi 
^ commercianti in seta; la suddivisione del raccolto nelle tre zone. 



10 MILANO COMMERCIALE 

Italia, Lombardia, distretto della Camera di commercio, pori 
jìiateria a confronti lusinghieri per Milano. 



RACCOLTO BOZZOLI. 





ITALIA 


LOMBARDIA 


D. STRETTO 

Camera di Commercio 
DI Milano 


A.>>i 


Quantità 

in 
chilogr. 


Prezzo 
medio 

al 
chilog. 

3,;fo 

S,20 

3,o:; 


Valore 
del rac- 
colto 
in lire 

HM08909 

98ÌÌ0611 

128620933 


Quantità 

in 
chilogr. 


Prezzo 
medio 

al 
chilog. 


Valore 
del rac- 
colto 
in lire 


Quantità 

in 
chilogr. 


Prezzo 
medio 

al 
chilog. 


Valore 
del rac- 
colto 
in lire 


1878 
1879 
1880 


37201703 
189310Ì9 
36i:57'.87 


1Ì100939 

C32;>295 

1:5080686 


3,66 
3,02 
5,33 


31647796 
31732077 
302 57949 


2709333 
1326003 
2783242 


4,04 
3,64 


1094632» 
6908475 
10088139 



Completando i dati con l'aggiunta pur del prodotto, pruden- 
temente presunto, di poche provincie e di alcuni comuni, da 
cui non si ebbero dirette o attendibili informazioni, se ne desume 
che il prodotto bacologico di Milano s'aggira, su per giù, intorno 
a 2 V2 ^ ^ milioni di chilogrammi, in media annuale, del valore 
approssimativo di 10 a 12 milioni di lire, insufficiente a soddi- 
sfare le ricerche e i bisogni del commercio e dei numerosi sta- 
bilimenti serici di ditte residenti a Milano, che di bozzoli ne 
richiedono una quantità molto maggiore per provvedere ai loro 
bisogni, come ne fa prova il valore della seta lavorata, ascen- 
dente a circa 80 milioni all'anno, comprese le sete forestiere. 

La Provincia di Milano, con circa 250 mila ettari di terreno^ 
produce una notevole quantità di frumento, un milione d'ettolitri, 
due di granoturco, uno di riso all'anno; poi 50 mila quintali di 
bu To e più che il doppio tra formaggi e stracchini per un valore 
eccedente, anno per anno, 30 milioni di lire, per le ricche man- 
drie di vacche mantenute col fieno dei numerosi prati stabili e 
a vicenda e coll'erba delle marcite. E non bastando al commercio 
i formaggi del paese, altra e non piccola quantità se ne importa 
dalla Svizzera, dal Parmigiano, e un poco anche dalla Francia^ 

Abbondante alimento e causa di prosperità al commercio mila- 
nese prestano varie e fiorenti industrie, quali quelle del cotone, 
del lino, della lana e della canapa, sparse nella milanese e nelle 



MILANO COMMERCIALE li 

vicine Provincie, e di cui i prodotti si vendono da case e ditte 
della città; e pure ad un commercio, non ristretto al consumo 
locale e della Provincia, ma che s'estende al di fuori, in Italia 
e anche su mercati più lontani, servono le fabbriche di nastri ^ 
di tessuti elastici, di maglierie, di confezioni, di bottoni, di veli 
ricamati, cui attendono da IO mila e più operai; le fabbriche 
di prodotti chimici e specialmente del chinino, il quale sostiene 
la concorrenza sui principali mercati d' Europa e di cui se ne 
produce pel valore di 15 e più milioni di lire all'anno; l'industrie 
meccaniche, assorbenti un materiale metallico di almeno 80 
a 100 mila quintali pei bisogni cresciuti e sempre crescenti della 
maggior città lombarda in macchine ed attrezzi per 1' agricol- 
tura, per le industrie, per le ferrovie e i tramways, cui fabbriche 
locali di carezze per uso pubblico e privato somministrano i 
vagoni pei passeggieri e i carri per le merci. S'aggiunga la pro- 
duzione dell'alcool per 50 mila ettolitri almeno e per un valore di 
più che 8 milioni annui, che accenna a riscattare completamente 
il paese dal corrispondente tributo all'estero; dei mobili d'uso 
e di lusso, della carta, dei fiammiferi, della ceramica, della ve- 
traria, dei guanti, degli ombrelli, degli strumenti di fìsica e chi- 
rurgia, degli oggetti d'arte, delle oreficerie, delle seghe automatiche, 
del taglio e della foggiatura del sughero, dei saponi, delle candele 
di cera e di stearina, del cautchoux, della colla e di molte altre, 
e s'avrà, pur con la semplice enumerazione, una idea all'ingrosso 
dei traffici, che tante industrie poste e sviluppatesi in luogo o 
in paesi vicini, alimentano in Milano, dove affluiscono, come a 
mercato naturale, i relativi prodotti per la vendita. 

L'importanza del consumo nei rapporti locali si desume, per 
le merci quasi strettamente fungibili , dal dazio governativo e 
comunale e dai capi di bestiame abbattuto nel pubblico macello^ 
e nei rapporti dello scambio colle città e provincie italiane e 
coll'estero per tutte le merci dal movimento di dogana e dalla 
statistica ferroviaria. 

La rendita del dazio consumo del comune chiuso, della città 
murata, soggiace a gravi modificazioni in meno o in più, secondo 
che i generi gettanti un reddito considerevole scemino per infor- 
tuni, abbondino per buona stagione o per altre cause. Però 
una causa costante di maggior reddito offre l'aumento progres- 



12 MILANO COMMERCIALE 

sivo delle popolazione, molto lento nella città propriamente detta, 
pel maggior caro della vita, che non nella città esterna, in cui 
la più mite misura della tariffa dei comuni aperti permise che 
in pochi anni vi si raddoppiassero industrie, commerci e popo- 
lazione. 

Il dazio consumo governativo pesa su di alcuni generi insieme 
all'addizionale concessa ai Comuni, e al dazio comunale sono per 
intiero abbandonati altri generi di consumo. I due seguenti pro- 
spetti segnano i prodotti complessivi della tassa, e i prodotti 
parziali per ciascun genere di consumo e per un triennio onde 
prestar occasione di confronti. (Vedi tabella a pagina seguente): 

E distintamente pel Comune chiuso e per l'aperto si enumerano 
i capi di bestiame abbattuti nel pubblico macello, i quali, salve 
poche oscillazioni dipendenti dal prezzo, influente, se alto o 
basso, sul minore o maggior consumo, seguono la ragione ascen- 
dente del numero della popolazione. (Vedi tabella a pagina \A). 

Neir accettare le notizie intorno al dazio consumo s'avverta 
^sempre che rappresentano una verità relativa, non l'assoluta 
verità, per ottener la quale dovrebbesi studiare di quanto si 
scemi il dazio per il contrabbando grosso e di filtrazione. 

Altro e non meno interessante indizio intorno alla ricchezza 
cittadina, dovuta nella maggior parte al commercio e alla industria, 
si trae dal numero delle vetture pubbliche e private e degli 
omnibus, in poco tempo più che raddoppiato, notandosi che il 
quadro riportato presenta soltanto i risultati delle notifiche e 
constatazioni all'ufiìcio municipale. 

MEZZI DI TRASPORTO. 



Omnibus 



Vetturk 



Servizio pubblico 

Servizio alberghi 

Broughams, servizio pubblico . 

Private ^ Circondario interno 
\ Circondario esterno 

di nolo 



Numero 



145 

4.0 

400 
1740 

im 

300 



Totalt 



3190 



MILANO COMMERCIALE 



13 



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MILANO COMMEIICIAI.K 15 

E per ia circolazione all'interno della città andranno ad aprir.si 
nell'anno corrente linee di traniways che la attraverseranno e 
la circonderanno come le maglie di una rete. 

Ma codesti mezzi di trasporto servono specialmente alle persone ; 
alle merci provvedono le ferrovie sino al limite esterno della 
città, e nell'interno le agenzie ferroviarie e private, e uno stuolo 
numeroso di spedizionieri per la consegna ai rispettivi destinatari. 

flettendo fuori conto le merci avviate soltanto per il transito, 
e distinguendo le merci a piccola dalle merci a grande velocità, 
la statistica delle ferrovie dell'alta Italia, stazione di Milano, 
presenta i seguenti risultati, che provano essere stato importante 
anche in addietro il commercio milanese ed estendersi ed accre- 
scersi sempre più d'anno in anno, per quanto sfavorevoli volgano 
le condizioni generali e speciali, come nell'ultimo triennio 1877-1879. 

MOVIMENTO COMPLESSIVO 

delle stazioni Centrale e Porta Genova di Milano. 



Anni 



Spedizioni 
1873 
Arrivi 

Spedizioni 
-1876 
Arrivi 

Spedizioni 
1879 
Arrivi 



Merci 

a 

piccola velocità 



Tonnellate 
161,084 

40i,oi56 

io6,863 

467,313 

104,637 

408,179 



Merci a "rande velocità 



Introito total.' 

dei 

trasporti effettuati 



cpiintali numerario 

174,361 230,235 

I 
166,500 243,763 

I 
210,688 210,807 

I 

210,423 253, 183 

I 
243,170 il 02, 307 

184,680 208,340 



animali 

20,182 

28,260 
35,623 
75,200 
35,061 

73,783 



8,037,047 

0,083,007 

10,701,167 



Le merci che diedero luogo a maggior movimento sono, per 
la piccola velocità, le bevande, i cereali, i minerali metallici e 
le materie prime per la industria e la metallurgica, i combusti- 
bili, le pietre, le terre e i prodotti minerali diversi, il legname 
grezzo e i materiali da costruzione; e per la grande velocità, 



IG MILANO COMMERCIALE 

i vini, il vermouth, il burro, il latte, i latticini, i formaggi, i 
legumi, gli ortaggi, la seta greggia e manifatturata , i filati e- 
tessuti di cotone, lana, canapa, lino, gli indumenti, le mercerie 
e chincaglierie, gli articoli di moda. 

A completare il quadro statistico sul movimento speciale delle^ 
merci da e per Milano, onde formarsi un esatto concetto del 
commercio di importazione, di esportazione e di consumo della 
città, occorrerebbe riportare per le merci le notizie relative 
all'altre ferrovie ordinarie ed economiche di minor importanza, 
ed ai tramways, ciò che riuscirebbe assai difficile, per non dire 
impossibile, a cagione del molto frazionamento, delle diverse clas- 
sificazioni e quindi della poca comparabilità dei dati. Ad ogni 
modo, siccome le ferrovie dello Stato e le private in esercizio 
governativo accumulano la maggior parte dei trasporti di merci,, 
specialmente per lontane destinazioni, così ingrossando le cifre 
es^poste nei quadri surriferiti di quel tanto che corrisponda, a 
lume di prudente criterio, alla importanza proporzionale dell'altre 
Ferrovie e dei Tramways in confronto con la rete ferroviaria 
dell'Alta Italia, si accosterà molto davvicino il vero. 

Per giudicare del raggio di estensione e del valore del com- 
mercio milanese buon criterio e sicuro dovrebbe essere lo stato 
annuale dei prodotti di dogana; ma qui pure riscontrasi una 
causa perturbatrice, il contrabbando, che tanta maggior forza 
acquista e tanto più s'allarga, quanto più elevate siano le tariffe. 
Imperciocché nei diritti doganali vi ha un limite, che non rag- 
giunto fa perdere allo Stato una rendita preziosa, e oltrepassato i] 
quale il dazio rende meno, prestando margine utile e fomento 
quindi al contrabbando. La abilità del finanziere consiste appunto 
nel trovare quel limite , contro cui contrastano i consumatori , 
che vorrebbero si stesse molto al disotto, e gli industriali che 
a seconda delle rispettive loro convenienze lo desiderano raggiunto 
e superato. 

Premesse tali avvertenze, ecco i resultati dei prodotti di dogana 
di Milano, compresala sezione presso lo scalo merci alla stazione, 
centrale delle ferrovie dell'Alta Italia : 



MILANO COMMERCIALE 



17 



PRODOTTO DELLA DOGANA DI MILANO NEL 1879. 
Commercio speciale. 



Mfrci importate 


Merci esportate 


Totale 


Valori 


Diritti 

pagati 


Valori 


Diritti 

pagati 


Valori 


Diritti 


L 116,683,030 


5,724,318 


92,418,398 


220,231 


209,101,428 


5,944,540 



Il desiderio del commercio milanese di avere una dogana unica 
va ad essere prossimamente esaudito, ma si attendono tuttora 
norme più convenienti e semplici, perchè le operazioni doganali 
in genere, e più particolarmente alla sezione di dogana allo 
scalo merci delle ferrovie sieno rese più facili, permettendo anche 
agli interessati di compierle direttamente e di sorvegliarle, se 
affidate ad altri , affinchè s'evitino ritardi , raddoppi ed erronee 
liquidazioni di tasse per inesatta interpretazione e applicazione 
della tariffa, o per altre cause. 

E a proposito delle tariffe doganali è indispensabile per la 
securità delle transazioni, dalla quale molto dipende la prospe- 
rità commerciale, che, come va a togliersi una grave ragion 
d'alea con la abolizione del corso forzoso della carta moneta, così 
si esca qui pure dallo stato di penosa e dannosa incertezza pre- 
sente, sia stipulando trattati di commercio con gli Stati in maggiori 
rapporti d'affari con l'Italia, ciò che sarebbe nell'avviso dei più 
il miglior partito, ponendosi termine alla guerra di tariffe, sia 
rivedendo convenientemente le tariffe nell'interesse generale con- 
binato dei produttori, dei commercianti ed industriali, dei consu- 
matori, sicché rimangano invariate per un periodo di tempo 
sufficiente a prestare affidamento di non subitanei e frequenti 
turbamenti nella ragione dei prezzi, con danno e confusione gene- 
rale, frustrando le più prudenti aspettative e tarpando le ali alle 
iniziative anche le più prudenti. 

III. Istituzioni che il commercio regolano e sussidiano. — 
Delle due istituzioni, la Camera di Commercio e il Tribunal di 
Commercio, le quali particolarmente e per un privilegio, che si 
vorrebbe, e di quando in quando si tenta di abbattere dai fau- 
tori di una forse troppa rigida e pedantesca simmetria ed egua- 

MlLASO. — Voi. III. 2 



18 MILANO COMMERCIALE 

glianza, rappresentano e difendono gli interessi del Connnercio, 
la prima ha in Milano un antico e potente sviluppo, favorito 
sempre più dalla pubblica opinione, plaudente alle iniziative, anche 
se molto ardite, quando tendano ad uno scopo istruttivo , utile, 
morale, come il progetto, tanto contrastato dapprincipio, edora 
universamente applaudito, di una esposizione nazionale in Milano. 
L'importanza delle somme raccolte in città, e degli assegnamenti 
posteriori del Governo, dei Municipi, delle Provincie e di altri 
Corpi morali, trascinati dall'esempio irresistibile dei privati, e 
il numero di quasi 9 mila espositori provano che le rappresen- 
tanze del commercio e deirindustria meritamente acquistano, e 
conservano se l'hanno, la fiducia della classe da cui emanano, 
ogniqualvolta ne sappiano opportunamente interpretare i desideri, 
le convenienze, gli interessi. 

Ma pur nella attitazione degli affari ordinari la Camera di 
^'ommercio presta opera utile e valido sussidio pubblicando spe- 
ciali statistiche del credito, della produzione, del consumo, raf- 
figuranti lo stato relativo del commercio e dell'industria in de- 
terminati periodi di tempo, illuminando così gli interessati intorno 
alla opportunità e al tornaconto di estendere o di ridurre gli 
affari, e intorno ai luoghi, nei quali gli afiari medesimi meglio 
convenga avviare e con maggiore probabilità di successo ; rice- 
vendo e registrando le denunzie volontarie delle ditte e delle 
loro mutazioni; riunendo e ordinando in articoli gli usi di piazza 
delineati da persone autorevoli per lunga esperienza, aftinché 
possano servire di norma ai contraenti, anche per evitare even- 
tuali contestazioni, come fece per le granaglie, i pellami ed af- 
fini, il seme bachi, i bozzoli, le sete e i generi aflini, i coloniali, 
i medicinali, le droghe, i generi di tintoria, l'uva e i vini, i le- 
gnami da costruzione e la legna da fuoco, il latte e i latticini, 
gli stracci e la carta; accogliendo i desideri e i reclami, discu- 
tendoli, e appoggiandoli presso il Governo, quando li stima fondati; 
esprimendo l'avviso suo, anche se non direttamente richiesto, su 
provvedimenti o progetti di legge importanti intorno alle tariffe 
doganali, ai trattati di commercio, ai magazzini generali, all'or- 
dinamento del credito e delle banche, alla importazione ed espor- 
tazione temporanea, ai servigi pubblici attinenti al commercio, 
come le poste e i telegrafi, alle tasse di bollo e di registro, sui 



MILANO COMMERCIALE 19 

fabbricati e sulla ricchezza mobile, alla legislazione commerciale 
per la materia cambiaria, i fallimenti, i contratti di trasporto, 
tantoché il numero degli affari che la Camera tratta per istituto 
di legge e per iniziativa propria va continuamente crescendo, 
di che fa testimonio il protocollo pel ricevimento degli atti, no- 
tandosi che la diminuzione nei numeri di atti dal 1878 in poi 
non dipende da minore quantità di affari, ma dal non registrarsi 
più nel protocollo generale, bensì in protocollo apposito, che nel 
1880 comprese più di 400 numeri, le denunzie per nuove ditte, 
cessazioni e modificazioni delle esistenti, e dal metodo più sin- 
tetico nella registrazione degli atti, sicché uno stesso numero 
abbracci lo intiero svolgimento di un afì^re, anche se passato 
per molte e diverse manifestazioni. Novella prova che l'aggrup- 
pamento dei numeri nella statistica può spesso indurre ad illa- 
zioni contrarie alla verità, quando lo si accetti senza una ac- 
curata verificazione degli elementi che concorsero a formarlo. 



CAMERA DI 


COiMMERCIO 


di Milano. 


Anni 


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jm. dì protocollo 


1875 




2438 


1876 




2195 


1877 




2837 


1878 




3563 


1879 




1644 


1880 




752 



Le entrate della Camera di Commercio di Milano provengono 
dal piccolo suo patrimonio in rendita sullo Stato e dalla tassa 
speciale sui redditi commerciali di ricchezza mobile, categoria 
B, in media di 25 centesimi per ogni cento lire di reddito im- 
ponibile sulle ditte che hanno un reddito superiore alle lire 1000. 
Le spese messe in relazione con la efficienza della Camera non 
possono reputarsi eccessive, e nella maggior parte servono a sus- 
sidi per l'istruzione industriale e commerciale, per la borsa, le 
esposizioni, le statistiche e per il personale d'ufficio. L'entrata 
e la spesa nell' ultimo quinquennio si rileva dal quadro che 
segue. 



20 



MILANO COMMERCIALE 



BILANCI CONSUiNTIVI 
della Camera di Commercio di Milano. 



Anni 


Entrate 


Spese 


1876 
1877 
1878 
1879 
1880 


48593 
51035 
63877 
55832 
62886 


44488 
42390 
62168 
50941 
51368 



Le riunioni dei commercianti per stipulare i contratti, rego- 
lare gli aftari, assumere informazioni, stare al corrente delle 
oscillazioni nelle quantità e nei prezzi, nella ricerca e nelF of- 
ferta, hanno luogo in vari punti della città e particolarmente 
nella Piazza dei Mercanti e sue adiacenze, nel porticato sotto 
l'archivio notarile reso comodo col mezzo di uffici di ricapito, 
nella Borsa per i titoli pubblici, le divise cambiarie, le opera- 
zioni di banca e le negoziazioni di azioni e obbligazioni di so- 
cietà ed istituti commerciali, industriali, e di credito, finalmente 
nei mercati consuetudinari in vari giorni della settimana per 
diversi generi di merci. 

Le periodiche riunioni dei commercianti fuori di borsa si e- 
numerano nel seguente prospetto, al quale un secondo se ne ag- 
giunge per le fiere e i mercati del circondario della Camera di 
Commercio; però i mezzi di trasporto moltiplicati porgendo fa- 
cile modo per le riunioni dirette personali tra produttori e con- 
sumatori, e fra compratori e venditori, le riunioni periodiche 
di merci e di persone vanno scemando di importanza sulle fiere 
e sui mercati, i quali a poco a poco si disertano e cessano come 
ogni cosa che abbia fatto il tempo suo. 



MILANO COMMERCIALE 



21 



MERCATI DI MILANO. 



Giorno della set- 
timana in cui ha 
luogo il mercato 



Merce che vi si 
contratta in 
modo speciale 



Paesi da cui affluiscono 
principalmente 
i frequentatori 



Indicazione 

del concorso 

(rilevante o no) 

dei frequentatori 



Sabato. 



Martedì e ve- 
nerdì 

Lunedì 

Martedì e ven. 
Martedì e ve- 
nerdì 
Martedì e ven. 
Mercol. e sab. 

Mereol. e ven. 

Tutti i giorni 
dal 1 .® novem. 

a primavera 
Tutti i giorni 

all'epoca del 

raccolto 



Idem 



Tutti i giorni 
meno il lu- 
nedi 



Mobilie 



Suini 



Grosso best. 
Vitelli 

Riso 

Granaglie in 
genere 

Burro 

Castagne 



Uva 



Bozzoli 



Ortaggi 



Da Milano i compratori; i 
venditori dai comuni di 
Monza. 

Da Milano i compratori, i 
venditori dalle parti ir- 



Da tutta la prov. i com- 
pratori, specialmente an- 
che dalle prov. vicine. 

Da Milano i compratori, 
dalla zona irrigua del 
circon. i venditori. 

Da Milano i compratori, dai 
paesi produttori i ven- 
ditori. 

Da Milano i compratori, da 
Stradella e S. Colonobano 
i venditori. 



Venditori dai villaggi vi- 
cini ed anche da altre 
piazze , compratori da 
Milano. 

Venditori sono gli ortolani 
dei sobborghi e dei vil- 
laggi vicini, compratori 
gli erbivendoli di Milano. 



Concorso rilev 



Poco concorso. 



Concorso notev. 

Concorso poco ri- 
levante per le u- 
ve da vino, ab- 
bondante per 
quelle mange- 
reccie. 

Poco concorso. 



Concorso notev 



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MILANO COMMERCIALE 



CIRCONDARIO DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI MILANO. 



FIERE 



Comuni 



Giorni in cui hanno Iuom 



Merce che vi si contratta 



<'assano d'Adda 2 e 24 agosto 
Gorgonzola 



Inzago 
Melegnano 



Melzo 



Trezzo 

sull'Adda 

Yaprio d' Adda 

Monza 



Albiate 
Carate Brianza 

Cesano Maderno 



Desio 
Giussano 

Lissone 
Osnago 
Seregno 
Vimercate 

<}allarate 



25, 26, 27 novembre 
26, 27, 28 luglio 
2.® lunedì dì ottobre 
Mercoledì , giovedì , venerdì 

dell' ultima domenica di 

Quaresima. 
Lunedì al mercoledì ultima 

settimana di marzo 
Lunedì al mercoledì ultima 

settimana d'ottobre 
15 ottobre 

29 e 30 giugno 

20 al 28 giugno, dalla 4.^ 
domenica al successivo gio- 
vedì di settembre. 

2.° martedì di agosto 

S.^ lunedì di Quaresima 

4.® lunedì di settembre 

Lunedì dopo la S.*^ domenica 
d'aprile; idem dopo la 4.^ 
domenica di settembre 

3.° lunedì di Quaresima 

1.® lunedì d'ottobre 

6. 7. 8. gennaio, lunedì dopo 
la 1.^ domenica d'ottobre, 
4.^ domenica di ottobre e 
lunedì successivo 

Lunedì dopo la 3.^^ domenica 
d'ottobre. 

2.® lunedì dopo Pasqua e d'ot- 
tobre 

Lunedì dopo l'ultima dome- 
nica di aprile e di agosto. 

Dal 3 al 5 agosto 



Giovedì, venerdì e sabato della 
I ^.^ domenica di settembre 
1 e ottobre 



Giocattoli, dolci, frutta, ver- 
dura, oggetti di vestiario. 

Merci e bestiame in genere. 

Bestiame. 

Grani, foraggi, merci in ge- 
nere, bestiame equino e 
suino. 

Bestiame bovino, equino e 
suino. 

Cereali e merci varie. 



Tessuti, ferramenta, sostanze 

alimentari. 
Bestiame e merci. 



Merci e bestiame. 

Bestie e merci d'ogni genere. 

Mobilie , bestiami e generi 
diversi. 

Buoi e vacche. 

Merci d'ogni genere. 



Bestiame bovino, suino, ca- 
vallino. 

Teleria , ferramenta , calzo- 
leria. 

Bestiame equino e bovino. 

Cereali, bestiame, telerie, co- 
toncrie, lanerie, merci di- 
verse, pollame. 



MILANO COMMERCIALE 



23 



Comuni 


Giorni in cui hanno luogo 


liiisto Arsizio 


Lunedì, martedì , mercoledì 




vicini al 19 marzo e al 29 




agosto; l'ultimo lunedi di 




novembre e successivi mar- 




tedì e mercoledì. 


Nerviano 


9, 10, 11 dicembre. 


Rho 


Ultimo lunedì d'ottobre 


Sesto Calende 


1.^ domenica d'ottobre e 19 




marzo. 


Abbiategrasso 


9 agosto, lunedì a giovedì 




dopo 3.^ dom. di ottobre 


Binasco 


Ultimo lunedì di febbraio e 




3.^ lunedì di ottobre. 


Busto Garolfo 


Lunedì e martedì 3.^ settim. 




di novembre. 


<>astano primo 


Lunedì , martedì mercoledì 



[nveruno 
Magenta 
Rosate 

Sedriano 



dopo 1 ." domenica d'aprile ; 
lunedì, martedì, mercoledì 
dopo la 2.^ domenica luglio ; 
lunedi, martedì, merco- 
ledì dopo la i.^ domenica 
d'ottobre. 
12, 13, 14 novembre. 

3 e 4 febbraio -, ultimo lunedì 
e martedì di novembre. 

Lunedì , martedì , mercoledì 
della 2.'" settimana d'otto- 
bre. 

Lunedì, martedì e mercoledì 
dopo Pasqua -, lunedì, mar- 
tedì e mercoledì dopo il 
dì dei morti. 



Merco che vi si contratta 

Bestie bovine, equine pochis- 
sime; suini, tessuti di lana 
e cotone. 

Di nessuna importanza. 

Granaglie, pellami, tessuti, 
bovini, latticini. 

Bestiame bovino e suino, gra- 
naglie, tessuti, legumi, lat- 
ticini, pellami, cappelli. 

Tela e lino, bestiame. 

Bovi, cavalli , suini. 

Bestiame bovino, oggetti di 
vestiario. 

Bestiame , oggetti di ve- 
stiario. 



Bestiame, tessuti , ferramenta 

mercerie. 
Bestiame specialmente bovino 

e tessuti d'ogni genere. 
Bestiame bovino. 



Merce d'ogni sorta e bestiame. 



Comuni 



m E R C A T 1 



Giorni della setti- 
mana in cui 
hanno luogo 



Merce che vi si contratta 



Cassano d'Adda 

Corsico 
Gorgonzola 

Inzago 



Giovedì 

Lunedì e giovedì 
1.® lunedi d'ogni 

mese 
Lunedi 



Bestiame, granaglie, pellami, com- 
mestibili, frutta, vestiario. 
Formaggio di grana e stracchini. 
Bestiame e pellami. 

Di nessuna importanza. 



24 


MILANO COMMERCIALE 




Giorni della setti- j 




Comuni 


mana in cui 
hanno luogo 


Merce che vi si contratta 


Melegnano 


Giovedì 


Grani, foraggi , bestiame, special- 
mente suino, mercerie. 


Melzo 


Martedì 


Grani, latticini, ortaggi, tessuti, 
suini. 


Trezzo sul! 'Adda 


Lunedì 


Tessuti di cotone, latticini, polli. 


Monza 


Giovedì 


Bestiame e merci. 


Besana Brianza 


Mercoledì 


Tessuti, frutta, latticini, pollame, 
ortaggi, bestiame bovino. 


Cinisello 


Lunedì 


Bestiame, cereali ecc. 


Vimercale 


Venerdì 


Cereali, bestie, tessuti, formaggi, 
mercerie, pollame. 


Gallarate 


Martedì, giovedì, 


Granaglie, merci d'ogni genere, 




sabato 


bestiame e commestibili. 


Busto Arsizio 


Giovedì 


Tessuti e pollami. 


Legnano 


Martedì 


Tessuti, ferramenta, poco bestiame. 


Nei'viano 


1. "martedì d'ogni 
mese 


Di nessuna importanza. 


Parabiago 


Giovedì 


Tessuti, mercerie, cereali, gelsi, 
maiali. 


Rho 


Lunedì 


Grani e pollame. 


Saronno 


; Lunedì, venerdì. 


Grani, bestiame, tessuti, pollami. 




j mercoledì 


commestibili. 


Sesto Calende 


Mercoledì 


Bovini , suini , cereali , pollami, 
vestiario. 


Abbiategrasso 


1 Martedì e venerdì 


Commestibili e principalmente riso. 


Castano Primo 


Giovedì 


Oggetti di vestiario. 


Magenta 


Lunedì 


Besli'r^me specialmente bovino. 


Sedriano 


Giovedì 


Merci d'ogni sorta e bestiame. 



Dei banchieri milanesi il numero ascende a più di 50, com- 
presi gli istituti di credito e le banche sociali, né la specula- 
zione, per quanto alimentata e sospinta dalla qualità e dall'og- 
getto delle contrattazioni, trascese mai così da dar luogo nella 
borsa milanese a frequenti esclusioni e ad esecuzioni contro i 
frequentatori per aver mancato a loro impegni, usandosi prudente 
cautela negli sconti e nelle anticipazioni, e i contratti allo sco- 
perto non combinandosi che con ditte di conosciuta solidità 
ed onoratezza ; di modo che la disponibilità dei capitali essendo 
proporzionata agli affari che si stipulano, il tasso degli sconti 
e il prezzo per le anticipazioni salì, quando ciò avvenne, piut- 
tosto per le condizioni generali del credito, cui soggiacciono ine- 



MILANO COMMERCIALE 25 

TÌtabilmente tutte le banche e tutti gli istituti, massime se 
aventi altre sedi, o succursali, di quello che per cause e con- 
dizioni particolari della piazza milanese. Si riporta l'ammontare 
degli sconti e delle anticipazioni pei principali istituti di credito 
e per le banche più importanti di Milano. (Vedi tabella a pa- 
gina seguente). 

La Borsa è retta dalle disposizioni generali di legge e dalle 
speciali contenute nel regolamento approvato col decreto reale 
29 maggio 1870; rimane aperta dal tocco alle tre ore poni, di 
ogni giorno non festivo, con numerosissimo concorso. Chiunque 
può accedervi, quando non sia caduto nelle poche eccezioni sta- 
bilite dal Codice di Commercio e dal regolamento succitato, di- 
rette ad allontanare i commercianti falliti e non riabilitati e i 
pubblici mediatori interdetti o sospetti o interponenti si, senza 
la richiesta qualità, in contrattazioni, riservate di diritto ai soli 
mediatori pubblici patentati. Un sindacato , eletto dai pubblici 
mediatori nel loro seno e composto di agenti di cambio e di sensali 
di merci, accerta i corsi dei valori pubblici e delle merci in base 
agli affari stipulati, da servire per la giornaliera pubblicazione del 
listino di borsa. La borsa però serve specialmente e quasi esclu- 
sivamente ai contratti di effetti e valori pubblici, di azioni e 
obbligazioni di società e stabilimenti commerciali e industriali 
e di istituti di credito, e pochissimo alla contrattazione delle 
merci in genere, circostanza questa che influisce, forse più che 
non l'obbligo della cauzione, a scemare, e ridurre anzi ad un 
numero insignificante i sensali di merci patentati, e a crescere 
di soverchio, secondo alcuni, il numero degli agenti di cambio. 
Presentemente gli agenti di cambio patentati sono 62, 15 i pub- 
blici mediatori in merci, 11 i sensali in sete e 4 i sensali per 
le granaglie, addetti alla borsa. 

Per la contrattazione delle sete si è dal 1877 istituita per cura 
della Associazione serica milanese una riunione speciale, chia- 
mata borsa delle sete, frequentata da discreto numero di com- 
mercianti e da molti sensali ed incaricati. 

Non vi ha sicura maniera di constatare la quantità degli affari 
•conchiusi in borsa, poiché la maggior parte sfuggono facilmente 
Alle più minute e coattive regole di amministrazione, di finanza^ 



26 



MILANO COMMERCIALE 





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MILANO COMMERCIALE 27 

d'imposta, ed è appunto anche qui il caso di riconoscere che il 
timore delle tasse impedisce di fatto la compilazione di precise 
statistiche sulla reale importanza dei commerci, trascinando i 
contraenti a trattare con la massima segretezza, condizione del 
resto consigliata pure dal carattere geloso delle transazioni di 
borsa, nelle quali talvolta persino i due contraenti ignorano reci- 
procamente il rispettivo nome. 

Dal seguente quadro dei contratti di borsa notificati per gli 
effetti della relativa tassa, ci si può formare un'idea molto appros- 
simativa del totale dei medesimi , quando si calcoli che non ab- 
braccia se non una piccola parte degli affari conchiusi diretta- 
mente tra venditore e compratore, e nessuno di quelli per mezzo- 
di intromettitori non patentati. 



CONTRATTI DI BORSA 
alla Borsa di Milano. 



Anni 


Notifiche 


Contratti 


1876 
1877 
1878 
1879 
1880 


N. 154 
« 1668 
« 1544 
. 1627 
« 1418 


N. 202 
« 3386 
« 3099 
« 3036 
« 2378 


Totale 


iN. 6411 


N. 12101 



E qui s'attaglia l'osservazione che il commercio e le industrie- 
milanesi non si sviluppano quanto potrebbero in conseguenza. 
delle tasse molte e elevate che li gravano direttamente, o indi- 
rettamente e per incidenza fatale: direttamente come le tasse 
d'esercizio e rivendita, di richezza mobile, di verificazione dei 
pesi e delle misure, camerali, di circolazione, sui trasporti, di 
bollo, e registro, doganali, di fabbricazione; per incidenza, come la 
tassa sui terreni, sui fabbricati, specialmente per gli impianti 
industriali, sul dazio consumo che elevano il prezzo della mano 
d' opera, finalmente 1" aggio dipendente dalla moneta cartacea e 



:28 MILANO COMMERCIALE 

clairimperfetto ordinamento della circolazione, i quali servono 
da isolatori restringendo il campo dei mercati accessibili e allon- 
tanando dal paese i capitali esteri. 

Le contestazioni tra commercianti portate dinanzi ai magi- 
strati si giudicano in prima istanza dai pretori e dal Tribunale di 
commercio a norma dell'importanza della somma, sino a 1500 lire 
per le preture; in seconda istanza dal Tribunale di Commercio 
e dalla Corte d'Appello rispettivamente per le cause in prima 
istanza giudicate dai pretori e dal Tribunale. 

Non occorre qui, né tornerebbe di molta utilità, mettere insieme 
e riportare la statistica dei giudicati delle preture e delle corti, 
comecché pei medesimi non si deroghi dal fòro ordinario, e non 
vi s'applichino che alcune differenze e agevolezze di procedura, 
•e basterà occuparsi dei giudicati del tribunale di commercio, che 
<è appunto la seconda delle due istituzioni di favore concesse al 
commercio, più addietro accennate. 

Senza valutare il merito delle ragioni poste innanzi da chi 
vorrebbe abolito questo fòro speciale, è però lecito osservare 
come, così quale esiste, riesca incompleto negli effetti, limitata 
essendo la competenza sua alle cause di prima istanza , di cui 
molta parte pel valore rientra nelle competenze delle preture, 
nelle quali poi, come pure in grado d'appello presso la corte per 
le sentenze rese dal tribunale, manca il giudice o consulente com- 
merciale. La é una questione che si collega cogli studi pel nuovo 
progetto di codice di commercio e su cui anche la Camera mi- 
lanese, come sui fallimenti, sui trasporti ferroviari, sui magaz- 
zini generali, e su altre materie di speciale interesse espresse 
l'avviso suo. 

Dal fatto che per numero di cause e di giudicati il tribunale 
di Commercio di Milano occupa un posto eminente, non se ne 
deve inferire che lo spirito di litigio alligni qui più che altrove 
nella classe commerciale, mentre le liti sono poche in paragone 
con l'immenso numero delle contrattazioni, e la maggior parte 
delle questioni si risolve per transazione fra le parti all'ami- 
chevole, sia pure in parecchi casi per evitare le enormi spese 
di giustizia, in altri però, e in molto maggior numero per spi- 
rito di equa conciliazione e per bontà di rapporti personali. 11 
quale ragionamento calza anche per i fallimenti, che avrebbero 



MILANO COMMERCIALE 29" 

del resto segnata una curva decresente, se non fossero inter- 
venute le circostanze straordinarie ed essenziali del triennio 
1876-1879. 

Lo specchio che segue dà la statistica del movimento delle 
cause al tribunale di Commercio, dalla quale appare come le in- 
scrizioni a ruolo vadano scemando d'anno in anno, quantunque 
lentamente, del movimento dei fallimenti, e dei provvedimenti 
per decreti presidenziali e deliberazioni in Camera di Consiglio. 

CAUSE E SENTEiNZE AL TRIBUNALE DI COMMERCIO DI MILANO. 



Anni 



1875 
187(1 
1877 
1878 
1879 
1880 



Cause inscritte 
a ruolo 


Inscritte nell'anno 

precedente 

e non discusse 


1073 


100 


1073 


220 


12G2 


237 


989 


230 


899 


108 


823 


,92 



Totale 



1173 
1293 
1499 
1219 
1007 
915 



Anni 



1875 

1876 
1877 
1878 
1879 
1880 



Cancellate 








per abbandono, 


Discusse 


Arretrati 


Totale 


transazione ecc. 








171 


782 


220 


1173 


299 


773 


221 


1293 


375 


894 


230 


1499 


260 


851 


108 


1219 


240 


675 


92 


1007 


157 


658 


100 


915 





Sentenze 




Deliberazioni 


Provvedimenti 


Anni 


Arretrati 


della Camera 


e decreti 




pubblicate 




di Consiglio 


presidenziali 


1875 


750 


51 


298 


815 


1876 


772 


44 


322 


850 


1877 


880 


4r6 


301 


1163 


1878 


877 


33 


289 


1158 


1879 


668 


39 


389 


855 


1880 


675 


22 


267 


870 



30 



MILANO COMMERCIALE 



TRIBUNALE DI COMMERCIO DI MILANO. 



Fallimenti 



Anno 


Dichiarati nel 
corso dell'anno 


Pendenti degli 
anni anteriori 


Totale 


Definiti 


Residui 


1875 
1870 
1877 
1878 
1879 
1880 


60 
67 
69 
73 
79 
56 


149 
168 
179 
147 
123 
139 


209 
235 
248 
220 
202 
195 


41 

56 
101 

97 
63 

85 


168 
179 
147 
123 
139 
110 



È desiderio generale che venga introdotta in Milano, come si 
fece pel commercio serico, la istituzione dei prohi-viri o giudizi 
arbitramentali a dirimere più facilmente e con poca spesa le 
controversie commerciali. 

Le poste e i telegrafi prestano grandissimo aiuto al commercio 
servendo alla trasmissione segreta, sicura, pronta, istantanea 
delle notizie, delle corrispondenze, degli ordini di acquisti e di 
vendite, e per sino del servizio di cassa coi vaglia postali e te- 
legrafici, sicché il commercio ricadrebbe nelle antiche abitudini 
di lentezza, di diffidenza, di efficienza limitata, quando gli man- 
cassero questi potenti sussidi. 

Alcuni confronti di tempo e di luogo porranno in chiaro quanto 
i servizi postali e telegrafici abbiano progredito, e di quanto v'abbia 
concorso la città di Milano per il numero degli uffici: 



UFFICI POSTALI E AGENZIE RURALI. 







Jfficì postali 
Prov. Milano 


Città 


Agenzie rurali 




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Regno 


Regno 


Prov. Milano 




1877 
1878 
1879 


3313 
3200 
3272 


100 
101 
104 



10 
12 


' 5325 
5356 
5385 

1 


972 
975 





MILANO COMMERCIALE 31 

pel numero delle lettere, cartoline, stampe e pel valore dei vaglia 
postali, i quali ultimi per la Provincia di Milano furono emessi 
pel valore di L. 45,025,993 nell'anno 1880: 



SERVIZIO DEGLI UFFICI DI POSTA. 





CORRISPONDENZE 


A>RO 


Regno 




Lettere 


Cartoline 
postali 


Stampe 


Corrispond. 
ufficiali 


Totale 


1877 
1878 
1879 


129611138 
134901310 
143587709 


14233139 
17243800 
19889464 


136902936 
143942964 
143729598 


35129604 
38614872 
36605916 


315876817 
334702946 
343812669 





CORRISPONDENZE 


Anxo 


Provincia Milano 




Lettere 


Cartoline 
postali 


Stampe 


Corrispond. 
ufficiali 


Totale 


1877 
1878 
1879 


8844108 
9187173 
9679561 


1335160 
1606700 

1835840 


20740026 
21967926 
25217340 


1574958 
1475472 
1553226 


32494252 
34237271 
38285967 



Anno 



1877 
1878 
1879 



VAGLIA 



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Numero 
dei vaglia 


EGNO 

Valore 
dei vaglia 


Provinci 

Numero 
dei vaglia 


7508183 
7626162 
7992910 


941245480 
908611705 
951636757 


391232 
413583 
419173 



Valore 
dei vaglia 



41915327 
41641633 
44102682 



pel numero e valore dei vaglia telegrafici: 



32 



MILANO COMMERCIALE 

VAGLIA TELEGRAFICI. 



Anno 



1876 
1877 
1878 
1879 
1880 



Regno 


Provincia 


Citta' 


Valore 


Valore 


Valore 


35797890 


3499722 


3267501 


39302900 


3910120 


3612143 


40082396 


3533043 


3255556 


42512760 


3799607 


3454897 


— 


3460508 


3097926 



per il movimento delle casse postali di risparmio governative : 
a proposito delle quali non era certo da presumere che Milano, 
sede di un fiorente e antico istituto, diretto allo stesso scopo, 
la Cassa di Risparmio, e di altri istituti minori, che raccolgono 
il risparmio, potesse dare alimento alla nuova istituzione, la 
quale , con molta maggiore opportunità pratica e correttezza 
nell'applicazione della azione governativa, avrebbe dovuto limi- 
tarsi alle Provincie e ai comuni privi di tali istituzioni, e du- 
rarvi solo sino a quando non vi provvedesse la iniziativa pri- 
vata, che più meno sollecitamente , ma sempre però si produce 
dove sussista un vero bisoorno. 



CASSE POSTALI DI RISPARMIO, 

Credito dei de[josilanti. 



Anno 


Regno 


Provincia di Milano 


Citta' Milano 


al 31 dicembre 
1878 
1879 
1880 


4919221 
14847318 


202721 
524722 
932377 


49761 
165983 
430441 



Il servizio telegrafico percorre una scala ascendente veramente 
meravigliosa, e sebbene abbia sostato un pochino in questi ul- 
timi anni nelle relazioni con l'estero, pure nel 1879 accenna a 
rimettersi in vantaggiose proporzioni, di che fanno prova i se- 
guenti quadri: 



MILANO COMMERCIALE 



33 



TELEGRAMMI PRIVATI SPEDITI ALL'IiNTERNO ED ALL'ESTERO. 



Anno 


Regno 
Popolazione 


Numero 


Lombardia 
Popolazione 


Numero 


Milano 

« Città .. 

Popolazione 


Numero 


1876 
1877 
1878 
1879 


28209620 


4897435 
4946975 
4963621 
5338634 


3693941 


613807 

' 030200 

613745 

652646 


299008 


343868 
346875 
336160 
355304 



MOVIMENTO DEI TELEGRAMMI PRIVATI GOLE' ESTERO. 





Si 

Regno 


'EDITI all' est 

Lombardia 


ERO 

Milano Città 


Ricevuti dall'estero 


Anno 


Regno 


Lombardia 


Milano Città 


1876 
1877 
1878 
1879 


383560 
369290 
371794 
405633 


79572 
85661 
74809 
79385 


65647 
65649 
61803 
64513 


401153 

375857 
377514 
412388 


82515 
83033 
79128 
80379 


68491 
69728 
66202 
65651 



La proporzione dei telegrammi commerciali in confronto col 
totale dei telegrammi è a tutto vantaggio dei primi, toccando 
in media nell'ultimo triennio il 44 per cento pei telegrammi spe- 
diti all'interno e il 64 per cento pei telegrammi spediti all' estero. 



Proporzione percentuale dei telegrammi 
privati e commerciali spediti aWlnterno 
ed all'estero in confronto col totale. 



Anno 


Interno 


Estero 


1876 

1877 
1878 
1879 


48.34 
41.75 
41.09 
42.59 


64.04 
64.94 
63.77 
63.41 



Mi LAND. — Voi. III. 



34 MILANO COMMERCIALE 

E pure nel numero degli uffici telegrafici e del personale aj)- 
piicatovi,e nel lavoro locale degli uffici, Milano tiene un posto 
distinto. 



NUMERO DEGLI UFFICI TELEGRAFICI. 



1876 

1877 
1878 
1879 



Regno 

UFFICI 



Lombardia 



"— *— 


— -^ — ' 




Governativi 


Sociali 


Totali 


1221 


639 


1860 


1324 


685 


2009 


1422 


723 


2145 


1494 


737 


2231 



Governativi 



115 
125 
137 
143 



Sociali 


Totali 


108 


223 


109 


234 


110 


247 


124 


267 



1876 
1877 
1878 
1879 





Provincia di Milano | Milano - Città 


o 

e 

-< 


u 
Governativi 


F F I e i 
Sociali 


Totale 


UFFICI 

Governativi Sociali 


Totali' 



14 
16 
16 
17 



35 


49 


35 


51 


36 


52 


44 


61 



Numero del personale goverìiativo 
telegrafico. 



Anni 


Regno Milano città 


1876 
1877 
1878 
1879 


4439 
4545 
4698 
4862 


174 
180 
181 
183 



MILANO COMMERCIALE 



35 



LAVORO LOCALE DEGLI UFFICI TELEGRAFICI 

esclusi i lelegravitìil di servizio^ di tran silo e i ìipeiuli. 





Regno 


Lombardia 


e 




UFFICI 


UFFICI 




Governativi 


Sociiili 


Totale 


Governativi 


Sociali 


Totale 


1876 
1877 
1878 
1879 


10,289,944 
10,498,165 
10,666,164 
11,514,816 


1,338,566 
1,319,903 
2,254,952 
2,559,699 


11,628,510 
11,818,068 
12,921,116 
14,074,515 


1,190,034 
1,222,888 
1,224,661 
1,314,546 


134,192 
148,875 
132,127 
131,345 


1,324,226 
1,371,763 

1,356,788 
1,445,891 



Provìncia di Milano 



Città di Milano 



UFFICI 



Governativi; Sociali 



Totale 



UFFICI 

Governativi Sociali Totale 



1876 
1877 
1878 
1879 


703,273 
723,992 
719,418 
765,360 


71,714 
70,512 
67,597 
66,249 


774,987 
794,504 
787,015 
831,609 


660,838 
673,091 
665,789 
706,066 


37,090 
38,842 
34,789 
35,812 


697,928 
711,933 

700,578 

741,878 



Ovvie e naturali scendono le favorevoli conclusioni di questo 
piccolo studio, imperciocché le considerazioni sulle persone dei 
commercianti, sulle cose inservienti al commercio, sulle istitu- 
zioni che il commercio regolano e sussidiano, abbiano, se non 
-con rigore assoluto di logica e di cifre, però con notizie atten- 
dibili e sufficienti, dimostrato la grande importanza del Milano 
-commerciale come piazza di approvigionamento e di consumo, e come 



SC) MILANO COMMERCIALE 

centro di produzione, sicché non sembra affatto erronea l'opinione 
dover Milano la ricchezza sua piìi che alla vantata, e ora per 
molte cause, fortunatamente stimate passeggiere, alquanto deca^ 
duta prosperità agricola e territoriale, allo spirito intraprendente 
dei suoi abitanti, ai suoi importanti ed estesi commerci, alle sue 
molte e fiorenti industrie, favorite nel loro sviluppo dai risparmi 
lungamente accumulati, dalla abbondanza dei capitali, dalla ge- 
nerale fiducia che la classe commerciale e industriale seppe con- 
quistarsi e mantenere. 



Angelo Villa-Pernice. 



MILANO INDUSTRIALE 



Situata in mezzo a una pianura ubertosa, là dove si incro- 
<ciano le grandi arterie che conducono dalla valle del Reno e 
dall'Inghilterra per Brindisi all'Egitto ed alle Indie, e dall'Eu- 
ropa occidentale per le ferrovie venete al bacino del Mar Nero, 
a Odessa e Costantinopoli, Milano è una delle città più fiorenti 
e più commerciali d'Italia; e non v'ha dubbio che, una volta 
compiuto il passaggio del Gottardo ed eseguito quello più a oc- 
cidente, sul quale pende tuttora il giudizio delle tre nazioni che 
più vi sono impegnate, essa è chiamata a diventare, malgrado 
le deviazioni di linea suggerite da interessi locali, il centro prin- 
cipale delle ferrovie internazionali attraversanti 1' Italia. Dopo 
Napoli, Milano è la città più popolata d'Italia; qui convergono 
gli interessi di una vasta e popolosa regione; qui si concentra 
il commercio d'uno dei nostri prodotti agricoli più importanti, 
quello della seta; e l'attività del suo consumo e de'suoi scambi 
è tale, che, secondo una statistica recente, il movimento della 
stazione di Milano è superiore a quello di tutte le stazioni del 
Regno, non esclusa quella di Genova. 

Ora, commercio e industria sono così intimamente collegati 
fra loro, che non è da meravigliarsi se l'industria milanese è 
altrettanto fiorente quanto il suo commercio. È nella valle del 
Po che maggiormente si manifesta l'attività industriale del nostro 
paese: Milano e Torino, pel concorso di circostanze in parte di- 
verse, in parte della stessa natura, rappresentano in certa guisa, 
colle regioni di cui sono il centro, l'industria manifatturiera ita- 
liana ; e in queste città stesse, indipendentemente dai territori che 



38 MILANO INDUSTRIALE 

le circondano, V industria ha assunto un carattere proprio , ha 
atteggiamenti e tendenze che le danno una fìsonomia particolare. 

Questo carattere, questi atteggiamenti è egli possibile di defi- 
nirli ? 

Non v'ha dubbio che l'industria, e più propriamente ciò che 
si suol chiamare l'industria manifatturiera, o la manifattura, 
presenta, secondo le circostanze, aspetti diversi; e più si svi- 
luppa, più accenna a formarsi con certi determinati aggruppa- 
menti, prodotti naturalmente dall'ambiente in cui nasce e dalle 
condizioni nelle quali si svolge. Uno spirito acuto riuscirebbe 
non difficilmente a delineare i contorni di taluni di questi ag- 
gruppamenti che appaiouo più spiccati, e classificare l'industria 
come si classificano le razze nell'etnografia, o le specie e i generi 
nella storia naturale. Ma anche ai meno veggenti, l'industria 
manifatturiera si presenta a prima vista sotto due distinti aspetti, 
che è impossibile di confondere. 

V'è da un lato la grande industria, quella che mira a pro- 
durre gli oggetti di più vasto e più comune consumo. È la più 
immediata derivazione delle fabbricazioni primitive, dirette a for- 
nire all'uomo i mezzi per supplire alle prime e più stringenti 
necessità della vita. Dalle antiche fucine, dal fuso e dal telaio 
delle popolazioni primitive, dalla macina e dal torchio a brac- 
cia d'uomo sono emanate le ferriere, le officine, le filature, i mulini, 
tutti gli opifici a grande impianto che danno all'industria mo- 
derna il suo più manifesto carattere. Perchè in un paese l'indu- 
stria manifatturiera si presenti con questo carattere, bisogna 
che ivi predominino certi elementi, che soli lo possono favorire. 
In talune regioni è la ricchezza del sottosuolo, l'abbondanza del 
combustibile o dei metalli, come nel Lancashire, nello Stafibrd- 
shire, nel bacino della Mosa, o in quello della Loira; in altre 
è l'esuberanza di certi prodotti agricoli, che crea le grandi indu- 
strie alimentari, come ha creato i mulini d'Ungheria e di Odessa; 
qualche volta è l'attività di un porto, di un forte centro com- 
merciale, che invita la grande industria colla facilità delle comu- 
nicazioni e degli scambi, come a Liverpool, a Glasgow, a Mar- 
siglia, a Trieste; più spesso è l'abbondanza di forza idraulica, che 
aggruppa le grandi manifatture lungo il corso dei fiumi a torte pen- 
denza, come avviene in Svizzera e su tutto il versante settentrio- 



MILANO INDUSTRIALE 39 

naie delle Alpi, e come, in una certa misura, comincia ad avvenire 
anche sul nostro versante. Queste industrie hanno bisogno di 
masse operaie numerose, poco esigenti, facili ad irreggimentare, 
e si trovano a disagio nei centri molto popolosi, dove la coltura 
aumenta i bisogni e le opportunità di soddisfarli, ed eccita il 
sentimento individuale e la resistenza alla disciplina. 

Senza dubbio, anche nelle città popolose si può verificare un 
agglomeramento di opifici a grande impianto, quando vi concor- 
rano qualcuno o parecchi degli elementi necessari al loro svi- 
luppo. Manchester, Sheffield, Rouen, Mulhouse ne sono un esem- 
pio. Ma in generale, anche la grande industria assume nei grossi 
centri una fisonomia particolare, si sminuzza, per così dire, in 
molte piccole specialità, destinate a soddisfare più direttamente 
le esigenze del consumo. Così a Parigi, per esempio, la fabbri- 
cazione delle macchine in grande scala non si fa che in pochis- 
sime officine, poiché Tambiente e le condizioni generali del luogo 
sono tutt'altro che convenienti pel suo sviluppo; ma vi si trovano 
invece in numero straordinario le piccole officine montate per 
fare certe speciali oggetti, che le grandi fabbriche non potreb- 
bero produrre con bastante convenienza, né abbastanza bene; 
per fabbricare gli utensili, il materiale minuto di quella immensa 
serie di manifatture che costituiscono la vera ricchezza di Parigi, 
per cui questa città non ha e non avrà forse mai rivali. Visi- 
tate i quartieri operai di Parigi ; e voi troverete raccolte in un 
solo casamento, dove non starebbe certo, o vi starebbe a disagio, 
un grande opificio , dieci , venti fabbriche minuscole , che pure 
hanno una clientela sicura ed estesa, che si ramifica al di fuori 
e ben lontano dai confini della Francia. In questo caso la que- 
stione della forza motrice, la stessa carezza relativa della materia 
prima e, della mano d'opera, che renderebbero addirittura impos- 
sibile la manifattura in grande, hanno invece un' influenza quasi 
insensibile; ciò che predomina, invece, ciò che rende impossi- 
bile qualunque concorrenza malgrado tutto, è la specialità, raf- 
finata per una lunga abitudine, per l'abilità di una maestranza 
istrutta e intelligente, per la direzione di un principale educato, 
direttamente interessato, spesse volte operaio egli stesso, ammi- 
nistratore, commesso, viaggiatore di commercio della propria ditta : 
fjpecialità, che è ignorata da tutti fuorché dalla clientela che vi 



40 MILANO INDUSTRIALE 

ricorre, che è custodita, più che dal segreto di fabbrica, dalle 
stesse proporzioni minuscole dell'industria, dall'ambiente limi- 
tato in cui si svolge. Dove la grande industria si suddivide in 
questo modo, dove assume, sminuzzandosi, un così spiccato carat- 
tere di specialità, ivi si può dire che il paese è ricco, pieno di 
risorse e sicuro di progredire. 

Ma v'è ancora un'altra classe d'industrie, che richiedono un 
ambiente e condizioni affatto diverse da quelle che favoriscona 
lo sviluppo della grande manifattura. Sono quelle che mirano 
a soddisfare alle molteplici esigenze che il vivere civile, la cre- 
sciuta agiatezza e il raffinamento prodotto dalla più diffusa col- 
tura hanno creato in tutte le classi sociali. Qui non si allude 
alle sole industrie, che hanno per i scopo la confezione degli oggetti 
di lusso; ma gli stessi oggetti di prima necessità e d'uso comune 
devono, per soddisfare a quelle esigenze, rivestire forme deter- 
minate dal gusto e dalla moda; gli stessi prodotti della grande 
industria non sono in molti casi immediatamente applicabili, se 
non dopo aver subito una trasformazione, che richiede un nuovo 
e non meno importante lavoro. Così, per citare solo un esempio, 
la grande manifattura produce e versa sul mercato una massa 
ingente di filati e di tessuti; ma una parte notevole di questi 
prodotti, invece di essere impiegata direttamente dai consumatori, 
subisce un'ulteriore serie di operazioni in opifici di confezione, d'on- 
de passa al consumo sotto forma di oggetti d'abbigliamento e d'ad- 
dobbo. Nello stesso modo le officine metallurgiche, le cartiere, e 
così via, forniscono la materia prima a numerose industrie minori, 
che confezionano oggetti di più diretto consumo, vasellami, mo- 
bili, coltellerie, cartonaggi, parati, fiori artificiali, ed altri prodotti 
consimili, che sarebbe quasi impossibile di enumerare e definire 
con esattezza. In generale, tutto ciò che si riferisce all'ornamento 
della persona e della casa e una gran parte del materiale della 
vita domestica sono l'oggetto d'una serie infinita di piccole in- 
dustrie: piccole in confronto delle grandi manifatture d'onde 
traggono la materia prima, ma sufficienti per alimentare l'atti- 
vità e far la fortuna di popolazioni numerose. Sono quasi sempre 
fabbricazioni esercitate su piccola scala, senza vasti laboratori, 
spesso nel seno medesimo della famiglia; la forza motrice, che 
creò la grande industria, che ne è l'anima, diventa anche qui 



MILANO INDUSTRIALE 41 

un elemento aftatto secondario. In molti casi, invece, predomina 
l'elemento artistico, più o meno evidente anche negli oggetti 
che non sono di puro lusso. Non è solamente la bontà, la soli- 
•dità , il buon mercato, che si richiede nei prodotti di questa 
-classe di industrie; ma si vuole che soddisfino al senso estetico, 
alle esigenze della moda, che è la manifestazione, sempre muta- 
bile, di questo bisogno del bello, ogni giorno più generale e più 
imperioso; si vuole perfino, quando si tratta di oggetti di lusso, 
che portino quell'impronta individuale dell'artefice, che dominava 
nei prodotti dell'industria prima dell'invenzione della macchina 
a vapore, che domina ancora presso i popoli primitivi, e che è 
scomparsa del tutto nella grande manifattura. Ora a queste con- 
dizioni non può soddisfare che una classe operaia intelligente, 
rafiìnata di generazione in generazione da un ambiente adatto, 
stimolata da quegli stessi bisogni, a soddisfare i quali essa 
lavora. 

Queste sono le industrie proprie delle grandi città; e preci- 
samente in quelle, che, pur trovandosi, per un concorso di cir- 
costanze favorevoli, in prospere condizioni e in uno stato di 
<ioltura fiorente, non hanno in sé gli elementi necessari allo 
sviluppo della grande manifattura. Le industrie parigine e lionesi 
ne sono uno splendido esempio. Ma ci vuole 1' ambiente adatto 
a farle sviluppare. Si può creare una città manifatturiera, come 
si è tentato di fare a Sciaffusa, a Bellegarde, a Friburgo, con- 
centrandovi la forza motrice idraulica a migliaia di cavalli ; ma 
non si può creare di punto in bianco una città industriale del 
genere di Parigi o di Lione. 

Ora questo è, se non ci inganniamo, il carattere che tende ad 
-assumere l'industria di Milano e di Torino. Se non che un tale 
carattere apparisce forse più manifestamente a Milano; mentre 
a Torino, grazie al canale della Ceronda, e quindi alla maggiore 
abbondanza di forza motrice a buon mercato, il tipo dell'indu- 
stria s'avvicina maggiormente a quello della grande manifattura, 
quantunque essa vada chiaramente sminuzzandovisi ogni giorno 
di più, per la forza naturale delle cose. La forza idraulica a 
Torino non è tanto grande da farne addirittura una città essen- 
zialmente manifatturiera; ma è certo un eccellente elemento per 
farne una vera città industriale. A Milano quest'elemento manca, 
si può dire, quasi afi*atto. 



42 MILANO INDUSTRIALE 

Milano ha poche acque, e queste non offrono neppure, è inu- 
tile il dirlo, una pendenza sufficiente a creare dei salti di qualche 
importanza. In questa stessa opera, all'articolo « Milano idre- 
irrafica » son descritti dettagliatamente i corsi d' acqua che 
solcano la città e il Comune di Milano, e quindi sarebbe inutile 
di entrare su questo argomento in maggiori particolari. Quasi 
tutti questi corsi d'acqua furono utilizzati fin che era possibile^, 
approfittando delle cadute, in generale scarse e piccole , che- 
essi potevano offrire. Cadute importanti non ne fornisce che il 
Naviglio di Pavia nel circondario esterno, alla Conchetta e alla 
Conca fallata. Quest'ultima anima la cartiera Binda, una delle 
poche grandi manifatture di Milano, con una forza di più di 200 
cavalli; quella della Conchetta distribuisce la forza a un vero 
alveare industriale. Una ventina di piccoli opifìci si agglomera ivi 
intorno al breve canale derivatore, spartendosi in frazioni minu- 
scole i 120, 130 cavalli disponibili: vi sono mulini da grano- 
e da olio, pilerie di riso, filatoi, concerie, fabbriche di feltro da 
cappelli. Tutte le altre forze idrauliche del circondario esterno 
sono di gran lunga minori. La pileria di riso Nasoni sul Tici- 
nello, gli opifici accunmlati sul salto del Lambro a Grattasoglio, 
le cartiere Ponti sul salto di Ronchetto sono le fabbriche meglio 
favorite ; eppure non utilizzano in cadauna località che qualche 
dozzina di cavalli. Altre piccole forze sono usufruttate sul Cavo 
Melzi, sulla Vettabbia, sul Cavo Paimero, e servono ad animare 
dei mulini, delle segherie, delle macine per legni tintori, qualche 
cartiera a mano, qualche piccola officina meccanica, la ceramica 
Richard, delle cardeile di struse, degli opifìci d'apparecchiatura 
di stoffe e altre industrie minori. 

Nel circondario interno la forza disponibile non giunge in tutto 
a un centinaio di cavalli. Le estrazioni dal Naviglio della 
Martesana forniscono le forze più importanti, come quelle che 
animano le macchine della Zecca e della Manifattura dei Tabacchi.. 
Dal Tombone di ,S. Marco si estrae una dozzina di cavalli che 
alimenta un alveare industriale nella casa Robecchi ; e un altro 
alveare ancora più fitto è alimentato dal salto del Naviglio 
interno al Mulino delle Armi. 

Le rimanenti forze, tratte dai canali Medici, Bolagno, della 
Pace, dell'Abbazia, delle Vergini, e dalla Fossa interna, meritano> 



MILANO INDUSTRIALE 4o 

appena d' esser menzionate. E nondimeno una massa di pic- 
cole fabbriche d'ogni genere, officine per lavori di metalli, 
fabbriche di spilli, di pettini, di prodotti farmaceutici, concerie, 
macine, si disputano questi pochi cavalli di forza, cercano di trarne 
tutto il partito possibile. 

Ma quantunque fra il circondario esterno e l'interno la forza 
idraulica raggiunga all' incirca 000 cavalli, tutte le fabbriche 
che la utilizzano, prese insieme, salvo la Cartiera Binda, che è 
un opificio di primo ordine, sono ben lontane dal rappresentare 
la vera industria milanese. 

All' infuori dei casi accennati, le industrie milanesi che hanno 
bisogno di forza motrice, si valgono del vapore. Sarebbe un lavoro 
statistico ben interessante quello che desse un'idea abbastanza 
esatta della forza totale impiegata dall'industria a Milano ; ma 
non è fatto, e non è neppur facile a farsi. Prendendo per base 
l'accertamento degli apparecchi produttori di vapore, che si fa 
per cura della Commissione incaricata della prova delle caldaie^ 
la forza complessiva dei generatori di vapore installati in Milano, 
calcolata in base alla loro superficie riscaldata, dovrebbe ammon- 
tare a più di 5000 cavalli. Ma nò questa cifra può prendersi 
come un dato certo, avvenendo spesso che un nuovo impianto 
di caldaie non sia che la sostituzione di un impianto antico; nò 
essa rappresenta la forza efiettivamente impiegata nelle industrie 
cittadine. Yi è infatti un gran numero di fabbriche, in cui si 
adopera il vapore per diverse operazioni, non come forza mo- 
trice; almeno non tutto lo si adopera a questo scopo. Tali 
sono le tintorie, le fabbriche di prodotti chimici, di saponi, di 
colla, di confetture, le filande, le cartiere, e altre industrie con- 
simili, che complessivamente figurano per almeno 3000 cavalli- 
vapore; sebbene la più gran parte di questa cifra non rappre- 
senti forza di motori, bensì produzione di vapore in ragione di 
12 a 15 chilogrammi per cavallo. Per queste ragioni, e in base 
a verificazioni più dirette, benché sempre vaghe e malsicure, come 
avviene sempre per simili statistiche, crediamo che non si andrà 
molto lungi dal vero, ritenendo che la forza complessiva a vapore 
impiegata dall' industria milanese si elevi a 2000 cavalli o poco 
più. Questa cifra comprende le macchine a gas, le quali vi 
portano ora, è vero, un contiìigente assai piccolo; ma ò un fattO' 



44 MILANO INDUSTRIALE 

<3lie esse si vanno rapidamente estendendo, e se dovesse, come 
pare probabile, diffondersene l'uso nella stessa misura in cui si 
estende a Torino, in breve esse verrebbero a rappresentare una 
forza cospicua. 

Ora può offrire qualche interesse il vedere come e da quali 
industrie questa forza venga adoperata. 

La grande industria è rappresentata da parecchi importanti 
stabilimenti. Le officine meccaniche tengono fra questi il primo 
posto. In Milano, fra officine meccaniche e fonderie, grosse 
e piccole , si contano almeno sessanta fabbriche, tra le quali 
xilcune di primo ordine. L'officina dell'Elvetica, sotto la ragione 
sociale Cerimedo e Comp., come è la più antica, così è ancora 
la più importante; in essa si costruisce ogni sorta di macchine, 
e da qualche tempo si è anche intrapresa con successo la costru- 
zione delle caldaie da locomotiva e delle macchine per ferrovie 
economiche e tramvie. Anche l'officina Miani, Venturi e comp. 
ha raggiunto un notevole sviluppo, fornendo alle ferrovie in 
larga scala il materiale per l'armamento, per i ponti, ed ora an- 
che carri, carrozze e qualche locomotiva. Per le ferrovie la- 
vora pure esclusivamente l'officina Grondona, la quale, fondata 
fin dal 1840, è riuscita la prima fabbrica italiana di materiale 
mobile ferroviario, ed ha in questi anni esteso grandemente la 
propria fabbricazione, grazie allo sviluppo straordinario che 
hanno preso le tramvie in Lombardia e in Piemonte. Siiffert e 
€omp., Bosisio e Comp., Grugnola e Comp. hanno fabbriche 
importanti, che vanno ogni giorno assumendo proporzioni più 
vaste; cosicché ormai, per tutto ciò che si riferisce alla mec- 
canica generale, motori, caldaie, macchine idrauliche, trasmis- 
sioni, pezzi di fonderia, non solo le industrie locali non hanno 
bisogno di ricorrere altrove, ma se ne fa oggetto di una larga 
esportazione in provincie lontane. Anzi Milano è una delle poche 
città italiane in cui si faccia la costruzione delle macchine 
in grande; solamente, mentre a Genova, a Venezia, a Na- 
poli, le officine di costruzione hanno un carattere piuttosto 
esclusivo nel genere della produzione motivato dalla presenza 
di un porto, che favorisce di preferenza la costruzione del ma- 
teriale marittimo, a Milano la fabbricazione non si fa, è vero, 
su una scala altrettanto vasta e con mezzi altrettanto potenti, 



WILANO INDUSTRIALE 45 

ma è più comprensiva, e si trova perciò più facilmente in grada 
di sopperire alle richieste dell' industria , di qualunque natura 
essa sia. 

Se non che, non solo sotto questo aspetto della fabbricazione 
delle macchine in grande, Milano è largamente dotata, ma 
non vi mancano neppure quelle officine speciali, alle quali si è- 
alluso più sopra, che non possono nascere e svilupparsi se non 
nei grandi centri, dove l'industria è rigogliosa e chiede ogni giorno 
nuovi strumenti e nuovi materiali per provvedere alla crescente 
produzione e alla molteplicità delle manifatture in cui la produ- 
zione si suddivide. 

Così r industria serica alimenta un gran numero di piccole 
fabbriche di macchine di filatura, di telai, di oggetti di ricam- 
bio, di piccoli pezzi di fonderia, in cui la mano d' opera rap- 
presenta la maggior parte del costo. Gli eredi Gamba, Hebel e 
Morlacchi, Pozzi e altri fabbricanti minori, con lavorerì clia 
son più spesso botteghe, a tre o quattro in una sola corte ^ 
in un sol piano di una casa, non lavorano che a questa specia- 
lità. Le distillerie, le fabbriche di prodotti chimici e farmaceutici, 
le tintorie chiedono la maggior parte del loro materiale all'of- 
ficina dei fratelli Mussi, una delle fabbriche più grandi d'Italia 
per la lavorazione del rame, se non la più grande addirit- 
tura; e si valgono anche per certi apparecchi di alcune offi- 
cine speciali, come quelle di Rossi-Provino e dei fratelli Erba. 
Civita produce ghisa malleabile per una serie infinita di ap- 
plicazioni. L'arte della stampa ha un fabbricante specialista, 
nel Dall'Orto; l'industria dei cartonaggi nella ditta Maggioni 
e Cusani; quella del vetro nel Biglino, i cui stampi vanno fino- 
in Sicilia; la Società continentale fabbrica su larghissima scala 
apparecchi da gas d'ogni genere, dal misuratore alla lampada 
di lusso; Zini i timbri e i caratteri; Picei e Macchi la robi- 
netteria; Erba, Broglia i tubi e le lastre di piombo; Pagani,- 
Baumstark ed altri le seghe e i minuti utensili da lavoro ; 
Prinetti le macchine da cucire per le sartorie, le calzolerie, 
gli opifici di confezione, con una fabbrica che fu la prima ed è 
tuttora l'unica in paese. 

Una ventina di fabbriche si occupano esclusivamente della 
lavorazione del ferro per tettoie, armature, cancelli, mobili; & 



46 MILANO INDUSTRIALE 

fra queste ve ne sono alcune, la cui produzione varca i confini 
ristretti del consumo locale, come quelle di Prestini, dell'Aurora, 
di Vago, che ha la specialità delle casse forti. Una dozzina di 
fabbriche sono addette al lavoro del rame, dell'ottone, dell'alpacca, 
dell'argento; i fratelli Mussi già citati, l'Izar nella coltelleria e 
negli oggetti di metallo imbutito, Hénin, Broggi nell'argenteria 
Christophle, Mazzini e Marchesi nella lavorazione della stagnuola, 
mandano i loro prodotti in tutte le parti d'Italia. Una fabbrica 
lavora a fonder campane, tredici a fonder caratteri da stampa; 

Anche la meccanica di precisione è coltivata con successo. 
Salmoiraghi, il Tecnomasio competono, per gli strumenti di pre- 
cisione, coir officina Galileo di Firenze, e il Tecnomasio ha an- 
che assunto la specialità del materiale d' insegnamento della 
meccanica, della fisica, della metereologia nelle scuole secon- 
darie e superiori ; mentre Salmoiraghi continua con successo le 
splendide tradizioni del Maggior Porro. La grossa orologeria ha 
pochi ma buoni rappresentanti, come il Sommaruga; la fabbri- 
cazione degli strumenti chirurgici conta dodici laboratori, fra i 
quali basta citare quelli, noti a tutti, del Gennari e del Bal- 
dinelli ; Gerosa, Rosati sono conosciuti dappertutto pei loro ec-; 
celienti apparecchi di telegrafìa domestica, di telefonia, d'oro- 
logeria elettrica. 

Milano non ha né la forza idraulica necessaria, nò la mano 
d'opera a buon mercato che si richiede per le grandi industrie 
tessili, come quelle del cotone, del lino e della lana; né sarebbe 
forse desiderabile che le avesse. Sono industrie che possono far 
la fortuna d'un distretto o d'una regione; ma le masse d'operai, 
che esse agglomerano nelle loro vaste e squallide sale, non sono 
ospiti da desiderare in una città, soprattutto in epoche di crisi 
industriali e politiche. Tuttavia la fabbricazione delle stoffe ope- 
rate di seta, dei velluti, dei nastri, dei passamani, dei veli , dei 
tessuti elastici, degli scialli di lana, la tintoria, la stampa e l'ap- 
parecchiatura dei tessuti ne compensano la mancanza senza of- 
frire gli stessi pericoli, poiché si tratta di industrie, nelle. quali 
l'arte, la moda, la sceltezza della mano d'opera hanno un valore 
predominante, e che, perciò, trovano in una città gli elementi 
più adatti a farle nascere e sviluppare. 

La filatura della seta, benché conti in Milano 22 opifici fra 



MILANO INDUSTRIALE 47 

iiìande e filatoi, appena si può dire coltivata in città. È un'indu- 
stria che ha la sua sede naturale in campagna: dove, trattandosi 
di produrre semplicemente dei filati, cioè la materia prima i)er 
la fabbricazione di tessuti di lusso, trova una maestranza abi- 
tuata a questo lavoro, che non sa nulla più in là del suo me- 
stiere tradizionale e si contenta di poco, avendo pochi bisogni 
e alternando il più delle volte il lavoro dell'opificio con quello del 
suolo. All'iniuori di due grandi opifici di cardatura dei cascami 
di seta, quelli di Gaddum e di Lanzani e Comp., che preparano i 
cascami in fiocchi pel paese e per l'estero, l'industria serica 
in Milano si limita alla sola tessitura, e più precisamente alla 
confezione delle stoffe operate, dei velluti, delle maglierie, dei 
nastri e d' altri oggetti di moda. Benché essa tenga uno dei 
primi posti neir industria milanese, pure, siccome si tratta di 
prodotti fabbricati per lo più con telai a mano, se ne parlerà 
più avanti, dopo d'aver esaurita la serie delle fabbricazioni che 
impiegano a preferenza la forza di un motore. 

La tessitura degli scialli di lana ha raggiunto in pochi anni 
un notevole sviluppo. La si fa in 14 fabbriche, quattro delle 
quali hanno una speciale importanza, contando 360 telai mec- 
canici. La sola ditta Maderna ne ha 132, in gran parte impie- 
gati per scialli. Pochi telai sono addetti alla tessitura di stoffe 
operate di cotone e pochi a quella delle tele, che occupa 22 
piccole fabbriche, di cui due sole a motore. Molto importante 
invece è diventata, pure da pochi anni, la fabbricazione dei tes- 
suti elastici, che si fa in parecchie fabbriche; due di queste, 
quelle di Masson e di Centenari e Zinelli, hanno poco meno di 
200 telai , i cui prodotti sono venduti in tutta Italia. Fra le 
tessiture meccaniche una delle più interessanti è quella della 
stoffa per cappelli di seta; la fabbrica Pogliani che l'ha intra- 
presa, ha un commercio esteso per tutta la penisola, non solo 
per la felpa, ma per tutto il materiale impiegato nella guarni- 
zione dei cappelli. Anche la confezione dei ritorti e dei filati 
cucirini, intrapresa da Preda e Bambergi, da Ferrarlo, Cimbardi , 
Bozzotti ed altri, è in continuo progresso. 

La tintoria, la stampa e 1' apparecchiatura dei tessuti sono 
coltivate su grande scala, dando lavoro a 92 fabbriche. La stam- 
peria De Angeli alla Maddalena è uno dei primi stabilimenti 



48 MILANO INDUSTRIALE 

di questo genere, e, dopo aver avuto un lungo periodo di crisi,, 
promette ora, a segni non dubbi, un brillante avvenire. Le tin- 
torie son numerosissime; quelle dei fratelli Alessi, che hanno 
la specialità del rosso, di Frontini e C, di Crivelli, sono opi- 
fici di primo ordine, con una estesissima clientela. L' appa- 
recchiatura conta 16 fabbriche, ma potrebbe e dovrebbe prendere 
un maggiore sviluppo per supplire alla domanda degli opifìci di 
tessitura. È un bisogno che si sente soprattutto dai fabbricanti 
di stoffe di seta, pei quali una simile mancanza è un ostacolo 
grave. 

La cartiera Binda, già accennata, che ha assunto con singolare 
successo la specialità delle carte fine, e risorgendo , dopo un 
terribile incendio, più vigorosa e più attiva di prima, gareggia 
colle prime cartiere italiane, è una delle poche fabbriche a grande 
impianto, che conti Milano; e lo deve alla forza d'acqua che il 
salto della Conca fallata le ha permesso di utiliz^zare. 

Le altre si valgono del vapore ; ma poiché, a differenza d'una 
cartiera, hanno bisogno, per la specialità dei processi, per la va- 
rietà dei prodotti soggetti all'influenza della moda e per l' oppor- 
tunità che presenta un gran centro commerciale, di rimanere 
in città, vi si sono svihippate, malgrado la carezza della forza 
motrice. Tale è la fabbrica di oggetti di caucciù di Pirelli ,- 
Casassa e Comp., unica in Italia, che si è accaparrato quasi tutto- 
il consumo del paese. Tale è pure l'industria dei bottoni, che si 
fabbricano sotto tutte le forme; bottoni di corno e di frutto, pro- 
dotti in grande dal Binda, che ne fa anche una ragguardevole 
esportazione, da Robbiati e da Lertora; bottoni d'osso, di metallo,, 
di stoffa, confezionati da Binda, Johnson, Izar, e da non pochi 
fabbricanti a domicilio che lavorano per lo più per conto dei fab- 
bricanti maggiori. È un'industria che occupa essa sola più di lOOC)^ 
operai. 

Le industrie chimiche ed alimentari tengono fra le manifatture 
milanesi un posto eminente. Prime fra tutte sono le distillerie 
di spiriti e di liquori , che ammontano a 36 , fra le quali i duo 
colossali opifici Sessa e Branca, e le fabbriche di prodotti chimici. 
La Società lombarda di prodotti chimici, diretta da un abile indu- 
striale, ha introdotto da pochi anni in Milano la sola fabbrica di chi- 
nino che esista in Italia; essa ha dato risultati brillanti oltre ogni 



MILANO INDUSTRIALE 49 

aspettativa, e ha mandato e manda in proporzione sempre mag- 
•^•iore i suoi preparati all'estero, facendo concorrenza alle fabbriche 
più riputate e più solidamente stabilite. Candiani e Biffi per certi 
l)rodotti chimici di maggiore uso nelle industrie, Erba pei preparati 
farmaceutici, sono ditte notissime dappertutto e che acquistano 
ogni giorno un maggiore incremento. I fiammiferi si confezionano 
in 7 fabbriche, fra le quali basta citare quella di Medici. Ci sono 
21 concerie di pellami, 27 fabbriche di saponi , 16 fabbriche di 
candele, di cui una, quella di Verati,che produce candele steariche, 
assai attiva. Le industrie alimentari propriamente dette sono 
numerose. Lombardi e Macchi fabbricano cioccolata e confetti, 
di cui hanno un grandissimo spaccio, oltre a un gran numero di 
fabbricanti minori. In due nuove manifatture si è cominciata da 
qualche tempo la produzione del burro artificiale. Le bevande 
gasose, le fecole, il glucosio son prodotti da parecchi fabbricanti. 
La confezione delle paste non è l'ultima delle industrie alimentari 
milanesi; il Natale è l'occasione di una produzione ingente che si 
esporta in paesi remoti, ove rammenta al Milanese il focolare 
domestico e la patria lontana. Solamente la grande industria della 
macinazione, benché si eserciti in 27 mulini, non è coltivata né 
su larga scala, né coi processi più recenti per la produzione di 
farine fine e di lusso , per la deficienza di forza motrice idrau- 
lica. È ancora una di quelle industrie a grande impianto, che 
stilano, al pari di molti altri grandi centri, non può avere, man- 
cando di qualcuna delle condizioni indispensabili al loro svi- 
luppo. 

La tipografia, è inutile dirlo, è un' arte essenzialmente citta- 
dina; e quindi è da aspettarsi che in Milano essa si trovi in 
uno stato fiorente. Milano è anzi diventato un centro importante 
di quest' arte, e una massa di lavoro converge dal di fuori nelle 
sue 62 tipografie, che occupano almeno un 1200 operai. Anche 
la litografia è coltivata con successo in opifici egregiamente for- 
niti per produrre tutto quanto l'arte e l'industria possono richie- 
dere, come sono quelli di Tensi e di altri fabbricanti che sarebbe 
troppo lungo 1' enumerare. Per la stampa della musica , come 
in generale per tutto ciò che si riferisce al teatro, Milano è 
pure un centro di primaria importanza, non solo per l'Italia, ma 

Milano. — Voi. 111. 4 



50 MILANO INDUSTRIALE 

anche per l'estero; basterà citare per ciò la ditta Ricordi, che 
sa mantenere così onorevolmente l'antico suo nome. 

Certamente, né tutte le fabbricazioni , che si sono andate citando 
tinora, sono intieramente meccaniche, né in questa rapida enu- 
merazione si son citate tutte le fabbriche che impiegano forza 
motrice. I turaccioli, le buste, le spazzole, i pettini, contribui- 
scono un notevole contingente all'esportazione milanese, e sono 
l'oggetto di una fabbricazione meccanica, che si fa generalmente 
in piccoli laboratori, ad eccezione della grande fabbrica di turac- 
cioli del Prinetti e di poche altre di minori proporzioni : in 
tutto sommano a una cinquantina di fabbriche, fra grandi e 
piccole, con parecchie centinaia di lavoranti. Così pure la ce- 
ramica impiega una forza non piccola tanto per la confezione dei 
laterizi, fatta in grande da Candiani, quanto per quella delle por- 
«.cellane e terraglie nello stabilimento della Società ceramica Ri- 
<chard. Ma quest'ultima industria, al pari della fabbricazione delle 
carrozze, della vetreria, delle confezioni , che in parecchi opifici 
fanno pure uso di forza motrice, entrano a far parte di quel se- 
condo gruppo, che caratterizza più specialmente l'industria mi- 
lanese e di cui si verrà ora a discorrere. 

Se analizziamo la serie di industrie alle quali si è accennato 
linora, si vede che, all' infuori delle officine di costruzione di 
macchine, di una cartiera, e di pochissime altre fabbriche, Mi- 
lano manca di opifici a grande impianto, di quelli che costitui- 
scono la ricchezza dei principali centri manifatturieri, come il 
■Belgio, l'Alsazia, le provincie renane. Ma non si deve inferirne 
|)erciò, che l'attività milanese sia limitata a quelle industrie mi- 
nori , alle quali meglio si prestano le sue condizioni locali. Gli 
■opifici a grande impianto non possono, è vero, fiorire in Mi- 
lano; ma i capitali milanesi li vanno a installare dove le cir- 
costanze sono loro più propizie, dove c'è abbondanza d'acqua 
o maestranza numerosa e a buon mercato, allo sbocco delle valli 
che confluiscono dalle Alpi alla pianura di cui Milano è il centro. 
In Milano ha la sua sede la direzione dell'azienda, qui si fa il 
•commercio delle materie prime e dei prodotti delle vaste fabbriche 
sparse lungo il corso dell'Olona e del Lambro e persino di 
•quelle installate allo sbocco delle valli bergamasche e bresciane. 
rSono opifici di filatura di cotone, di lino e canape, fabbriche 



MILANO INDUSTRIALE 51 

■di tessuti, officine meccaniche, ferriere; senza parlare della seta, 
i cui opifici di filatura si trovano tutti disseminati nell'Alta Lom- 
bardia, ma fanno capo pressoché esclusivamente a Milano. È 
in questo senso che Milano può essere considerato come il cen- 
tro industriale più attivo d' Italia. È come il cuore che regola 
la circolazione e la vita d'una vasta regione; e le funzioni com- 
merciali, che hanno una parte cosi preminente nel successo d'una 
industria, si compiono qui con quell'intensità, con quell'ordine, 
con quella vastità di concetti, che non si possono raggiungere 
se non in una grande città. La grande industria, adunque, fa 
sentire alla città i suoi benefici effbtti, ma non è localizzata 
nella città stessa. In questa, invece, fioriscono tutte quelle fab- 
bricazioni, che non troverebbero al di fuori l'alimento senza cui 
non possono vivere. Tali sono le industrie che, in più o meno 
:grande misura, dipendono dall'elemento artistico, dalla moda. 

Quando si discorre di industrie e si discute, senza troppo ad- 
dentrarsi nell'esame delle cifre , l' importanza manifatturiera di 
un paese, si è portati spesso a trascurare queste industrie mi- 
nori, che sfuggono all'occhio dei più, perchè non si esercitano 
■col sussidio di centinaia di cavalli e con migliaia d'operai acca- 
sermati in vasti opifici. E nondimeno, se si mettono insieme 
tutte le fabbriche minuscole, tutti i lavorerì domestici, che at- 
tendono in una città come Milano a confezionare gli innume- 
revoli oggetti richiesti dalla vita civile, si arriva a cifre che 
possono sostenere il confronto con quelle, più facilmente evidenti, 
che off're la grande industria. A Milano, per esempio, solamente 
per la confezione di oggetti d' abbigliamento e d' ammobi- 
liamento trovano lavoro circa duemila opifìci meccanici e a 
mano, e cinquemila lavorerì a domicilio. I tessuti di lusso vi 
rappresentano la parte più importante; ma la cosiddetta confe- 
zione, la mobilia, gli oggetti di chincaglieria e i prodotti 
propriamente detti d'arte industriale vi portano pure un note- 
vole contingente. 

La fabbricazione dei tessuti, e specialmente dei tessuti di lusso, 
è veramente l'industria caratteristica e predominante di Milano. 
È un'industria antica, che ha avuto epoche di straordinario rigo- 
glio. Decaduta di molto dall'antico splendore sino oltre la prima 
metà di questo secolo, essa risorge ora con nuovo slancio e ha 



i)2 M li, ANO INDUSTRIALE 

fatto da pochi anni un progresso innegabile, come lo ha provato 
l'attuale Esposizione. Certamente la fabbricazione delle stoffe dì 
lusso trova ancora molti ostacoli a svilupparsi. Per gareggiare 
efficacemente coi centri principali della produzione estera, e spe- 
cialmente con Lione, ha bisogno che si formi in paese una scuola 
di valenti disegnatori d'opifìcio, che si costituiscano solidamente 
quelle industrie sussidiarie della tessitura, come la tintoria, la- 
stampa, Tapparecchiatura delle stoffe, che hanno una così gran 
parte nel valore commerciale d'una stoffa. Oggigiorno, infatti, 
la nostra fabbricazione de^'C dipendere in gran parte dall'estero,, 
tanto pei disegni, quanto per le operazioni accessorie della tes- 
situra. Ma non mancano indizi per congetturare che l'industria 
milanese non avrà molto da attendere per essere provveduta 
di tutti quei mezzi che le sono indispensabili per prendere la 
posizione che le spetta, e che merita di acquistare per l'energia 
e l'intelligenza spiegata dai principali fabbricanti. 

Un centinaio di fabbriche sono occupate in Milano per la pro- 
duzione delle stoffe di seta; esse contano un migliaio di telai 
e un 1500 tessitori, applicati principalmente a produrre i tessuti 
operati, che la moda richiede in misura sempre più larga e con 
disegni sempre pii^i ricchi e svariati. Ai tessuti lisci e comuni 
provvede specialmente la provincia con qualche tessitoria mec- 
canica, e con un grandissimo numero di telai a mano, dissemi- 
nati a domicilio, dove il contadino alterna così il lavoro agricolo 
coir industriale ; ma il deposito e il commercio di questa vasta 
industria forense si concentrano esclusivamente in Milano. Osnago, 
Vernazzi e molte altre ditte che sarebbe lungo l'enumerare, 
hanno acquistato un nome conosciuto come fabbricanti e come 
negozianti; ed è opera loro se Milano è diventato per questo 
genere di consumo il centro più riputato d'Italia. A questo suc- 
cesso, bisogna dirlo, contribuisce in gran parte l'industria comense, 
i cui interessi son così legati con quelli di Milano, che le due 
città costituiscono insieme come un unico centro per l'indu- 
stria e il commercio delle stoffe di seta. Alcuni fra i princi- 
pali fabbricanti comensi, come il Eressi, che è forse il più gran 
fabbricante d'Italia per questa classe di prodotti, fanno da Milano 
il commercio dei prodotti fabbricati a Como. 

Dieci fabbriche sono addette in Milano alla fabbricazione dei 



MILANO INDUSTRIALE 53 

velluti; quindici alla fabbricazione delle cravatte, dei nastri, 
delle stoffe di fantasia. In questa fabbricazione, specialmente 
per opera di Binda, di Corti e Mazza, di Cerri e Bourkard, il 
progresso è stato veramente straordinario negli ultimi anni, al 
punto da creare un'esportazione non indifferente in Spagna e 
in America, dovuta alla ricchezza e al buon gusto che ne distingue 
i prodotti. 

Un eguale e forse un più grande progresso ha raggiunto in 
Milano la fabbricazione delle masflierie, che conta una ventina 
di fabbriche e un migliaio di operai. Soprattutto la maglieria di 
lusso è arrivata a tal punto, in gran parte per l' iniziativa di 
un fabbricante intelligentissimo, il Beati, da non aver rivali 
in Italia e da diventare oggetto di una notevole esportazione. 
Alle maglierie comuni provvede un gran numero di lavoreri a 
domicilio, che producono per conto di cinque o sei grosse ditte, 
fra le quali non mancano distinte specialità, come per esempio 
quella delle sorelle Ruschi per guanti a maglia e oggetti con- 
simili di vestiario. 

In quarantacinque fabbriche si fanno i passamani su una scala 
tanto estesa, che per esse lavorano non meno di duemila ope- 
rai. Sono circa 500 i telai così detti da lavorino, che si ini- 
piegano in Milano per simili prodotti, disseminati in piccoli labo- 
ratori in cui si attende alla fabbricazione delle passamanerie 
propriamente dette, delle frange, dei cordoni, dei fiocchi e d'altri 
oggetti dello stesso genere per conto di negozianti o fabbri- 
canti: fra i quali ve ne sono parecchi, come Morandi, Fedeli, 
Carcano e Rosa e altri, che esportano in America e nell'Oriente. 
È questa una delle industrie milanesi più fiorenti, ed è, come la 
fabbricazione dei tessuti di moda, una di quelle in cui l'abilità 
della mano d'opera, il buon gusto e l'intelligenza di chi presiede 
al lavoro e l'opportunità che una grande città presenta per favorire 
la fabbricazione a domicilio, quando non si tratta esclusivamente 
di un lavoro manuale e automatico, costituiscono i principali 
elementi di successo. 

Dello stesso genere sono le manifatture di ricami e di trine. 
Solamente ai ricami in oro e in bianco sono addetti 32 labora- 
tori. Il ricamo in oro per arredi da chiesa è sempre stato una 
.'specialità milanese; ora è scaduta molto col decadere del senti- 



54 MILANO INDUSTRIALE 

mento religioso e coirincameramento dei beni ecclesiastici, ma,. 
compatibilmente coi tempi, si mantiene ancora viva se non fio- 
rente. I ricami in bianco a macchina non si fanno a Milano che 
in piccola scala; pure è a Milano che si fa il commercio delle fab- 
briche di questo genere impiantate nella provincia. Ciò, invece, 
che è ancor oggi una distinta specialità milanese, è il ricamo sul 
tulle dei veli, che servono per antico costume e con un così felice 
effetto, di acconciatura del capo per le signore, del pari che per le 
donne del popolo, a Milano ed in Spagna. Nella nostra città vi 
sono sette fabbricanti di veli ricamati, che danno lavoro a qual- 
che migliaio di ricamatrici a domicilio. Anche le trine si fanno 
maestrevolmente in una ventina di laboratori. 

Milano divide con Napoli il primato nella fabbricazione dei 
guanti di pelle. Da 2000 a 2500 operai ed operaie ritiensi sieno 
impiegati in questa industria, la cui produzione raggiunge il 
milione e mezzo di paia all'anno. Ve ne è una cinquantina di 
fabbricanti; e fra questi alcuni, come Maggioni, Crespi, che man- 
dano molta merce in Inghilterra e in America. 

Importantissima, forse più che in qualunque altra città d'Italia, 
è l'industria milanese delle così dette confezioni. La sartoria, la 
confezione di cappelli e di scarpe, la confezione di biancheria 
in genere, formano oggetto di un lavoro e di un commercio in- 
gente che ha clientela, non solo nelle provincie vicine , ma anche 
nelle regioni più lontane del paese, e, in qualche caso, negli 
scali orientali. Fra le sartorie e gli opifici di confezione basta, 
citare la ditta Bocconi, che ha in Milano il suo principal 
centro di fabbricazione e di vendita, dando lavoro a un migliaio 
di persone; quella riputata sartoria teatrale Zamperoni, alia 
quale, oltre ai teatri italiani, ricorrono spesso i teatri forestieri 
e perfino quelli di Parigi ; e infine la fabbrica Cesati d'abbiglia- 
menti militari, notissima. La calzoleria non è forse altrettanto in 
lìore, benché il numero totale degli operai in essa impiegati si 
faccia ascendere a circa 4000, compresa la fabbricazione meccanica,, 
introdotta da noi da parecchi anni dal Bruzzesi. Molte industrie 
accessorie della calzoleria si vanno sviluppando ogni giorno di 
più, come quella della fabbricazione delle tomaie, e la confezione 
di tutti gli oggetti servienti alla calzoleria, elastici, fodere, pas- 
samani ecc.: industrie, alle quali ricorrono i calzolai da molte: 



MILANO INDUSTRIALE 55 

parti d'Italia. Nei cappelli sono impiegati 41 lavoreri che confe- 
zionano sia la felpa tratta dall'estero o dalla fabbrica Pogliani, 
sia il cappello greggio di feltro fabbricato a Intra, a Monza o 
nei 12 opifìci che vi attendono nella stessa Milano, sia infine 
il cappello da signora sui modelli di Parigi. V ha finalmente la 
confezione della biancheria comune e di lusso, che ha fatto da 
qualche tempo rapidissimi progressi. La biancheria maschile si 
confeziona già in grossi stabilimenti, mentre la biancheria da 
donna forma più spesso oggetto di una estesa fabbricazione a. 
domicilio, per opera di forti industriali, come il Gioia, il Mauri, 
i Cerri Bourkard, i fratelli Bocconi, il Lasalle, il Biella, i fra- 
telli Sclossthal, il Cervieri ecc., parecchi dei quali ne fanno una 
certa esportazione. Anche le pelliccerie, che contano 28 fabbriche,, 
non sono da dimenticare in questa rapida rassegna, e neppure 
i fiori artificiali, i quali però sono ancor lontani dal valere quelli 
di Parigi e nemmeno di Torino. 

Nella così detta chincaglieria, benché prevalga sempre, come 
dappertutto, l'articolo di Parigi e di Vienna, si fa pure qualche 
cosa da noi. Due fabbriche di ventagli, quelle di Gondrand e di 
Tenenti, si sono aperte da qualche anno con successo, sia fab- 
bricando per intero i ventagli con stecche di legno, sia confe- 
zionando quelli di maggior lusso con stecche provvedute all'e- 
stero. I cartonaggi si fanno in 77 fabbriche, che contano circa 
700 lavoranti , senza contarne almeno altrettanti , addetti alla 
cartoleria e alla rilegatoria. La fabbricazione dei portafogli e 
degli astucci si va anche sviluppando notevolmente, del pari 
che quella delle valigerie ed oggetti da viaggio , in cui il Pranzi 
ed altri hanno acquistato una notorietà meritata. 

Nei bottoni, che pure si possono classificare fra le chinca- 
glierie, si è già detto precedentemente quanto sia progredita la 
manifattura milanese in confronto alle altre città d'Italia. Oltre 
alla colossale fabbrica di A. Binda, che produce ed esporta su 
una scala estesissima ogni genere di bottoni, vi sono altre 
grandi fabbriche come quelle di Robbiati e Lertora, che espor- 
tano pure; quelle di bottoni metallici di Johnson, Izar, Visconti,, 
di bottoni d'uniforme di Cesati, insieme a un gran numero di 
piccoli lavoreri. L'oreficeria falsa si fabbrica abbastanza bene 
in una ventina di lavoreri; anzi v'è una fabbrica di questo ge~ 



50 MILANO INDUSTRIALE 

nere, quella di Corbella, che ha quasi un monopolio, certamente 
meritato, per l'oreficeria adoperata nei costumi teatrali. Hénin, 
Broggi si danno in grande, con molto successo, all'argenteria 
Christophle, e pochi altri alla fabbricazione di oggetti d'alpacc^i 
e simili metalli. Il giocattolo, benché non possa in alcun modo 
competere coli' importazione da Parigi e dalla Germania, è non- 
dimeno fabbricato in una certa misura; anzi vuoisi che qualche 
speciale oggetto della fabbricazione milanese sia favorevolmente 
conosciuto anche a Parigi. Nei piccoli oggetti di bronzo, di zinco 
e di metallo imbutito per addobbi, per guarnizioni di imposte 
e per l'economia domestica, lavorano molti piccoli fabbricanti, 
i cui prodotti, esposti nelle vetrine dei negozianti all'ingrosso, 
passano per merce francese e sono apprezzati ed acquistati come 
tali: pregiudizio che sventuratamente domina ancora sovrano 
da noi , e dominerà forse per lungo tempo ancora, finché i nego- 
zianti non avranno tutti, come già l'ebbe qualcuno, il coraggio 
di dichiarare arditamente la provenienza nazionale della merce 
che vendono. 

Nelle tappezzerie e nei parati di carta abbiamo già raggiunto 
un bel punto, come lo dimostra l'Esposizione nazionale. Le tap- 
pezzerie di seta rientrano nella classe dei tessuti di lusso, di 
cui si è già fatto cenno. Pei parati di carta abbiamo cinque fab- 
briche che producono della buona merce, soprattutto quelle dell'Og- 
gioni e del Ferro, benché moltissima se ne tragga ancora dalla 
Francia. Annessa a questa é d'ordinario la fabbricazione delle 
carte colorate, che è abbastanza in fiore. E poiché qui si tratta 
dell'elemento principale dell'addobbo di appartamenti, é il momento 
di osservare che l'arte del tappezziere in genere é diventata in 
Milano così importante, da dar lavoro a masse numerose di 
operai, non soltanto per quanto si riferisce all'addobbo propria- 
mente detto, ma anche per tutte le industrie minori che vi con- 
tribuiscono. Ed è questo un segno evidente del carattere spedalo 
che l'industria milanese va assumendo. L'addobbo degli appar- 
tamenti comprende una serie di lavori che richiedono innanzi tutto 
un gusto perfetto, un'intelligenza grande dell'effetto, degli stili 
dell' ammobiliamento e dei partiti che essi possono offerire, e una 
mano d'opera scelta e addestrata. Ora queste doti non si tro- 
vano facilmente dovunque. Non per altro quest'arte della decora- 



MILANO INDUSTRIALE 5/ 

zione degli appartamenti ha raggiunto in Parigi un tal grado di 
perfezione e di sviluppo, che la sua produzione vi si elevava 
nel 1878 a 70 milioni : cifra che rappresenta il 70 ^/q della pro- 
duzione complessiva francese. Ora, salvo le proporzioni, ciò che 
Parigi è per la Francia in fatto di decorazione d'appartamenti, 
Milano e Torino lo sono per l'Italia. Ormai son rarissimi i casi, 
in cui un proprietario ricorra a Parigi per addobbarsi la casa; 
il gusto dei nostri artefici comincia ad essere apprezzato, si im- 
pone sempre più in città e fuori : ciò che è lo scopo principale 
a cui deve mirare l'industria milanese se vuol progredire nel 
cammino in cui si è messa e nel senso che le è additato dalle 
sue condizioni naturali. 

Questo indirizzo dell'industria milanese è caratterizzato anche 
dal grande progresso manifestato da alcune industrie, come la 
fabbricazione dei mobili e delle carrozze, specialmente in quanto 
servono a soddisfare alle esigenze del lusso. Certamente una 
parte della fabbricazione è dedicata ai lavori comuni e a rispon- 
dere alle richieste della vita ordinaria. Così per la mobilia, 
Milano, oltre quanto produce essa stessa nelle sue 47 fabbriche 
di questo genere, è anche il centro principale di commercio per 
la estesa manifattura di mobilia comune , che si esercita con 
tanto successo nei villaggi dell'alto Milanese: manifattura, i cui 
prodotti, distinti per uno straordinario buon mercato, solidi e non 
privi di gusto, si esportano anche al difuori in quantità consi- 
derevoli. La fabbricazione delle carrozze, che occupa circa 170 
fabbricanti e 3000 operai, provvede pure tanto il genere comune, 
quanto quello di lusso. Ma col progredir del tempo, la fabbrica- 
zione corrente si va lasciando in sempre maggior proporzione ai 
centri minori, mentre in Milano si concentra la manifattura 
propriamente detta di lusso, sia nella mobilia e nell'ebanisteria, 
sia nelle carrozze. Forse nella mobilia, benché sia generalmente 
stimata, non dominano sempre quel gusto e quella correttezza 
■che sarebbero desiderabili; ma nella carrozzeria, Milano ha il 
primato ; e i nomi di Sala e di altri distinti fabbricanti sono 
apprezzati in tutte le principali città d' Italia. 

Quando la fabbricazione delle stoffe, delle mobilie, delle chin- 
caglierie tende a svilupparsi nel senso ora indicato, essa costi- 
tuisce già un' industria artistica piuttosto che una manifattura. 



58 MILANO INDUSTRIALE 

ordinaria ; e quindi è da aspettarsi che anche nel campo del- 
l' arte industriale propriamente detta , l' industria milanese si 
trovi in condizioni altrettanto promettenti. Da questo punto di 
vista, però, Milano non ha grandi tradizioni, e quindi non può 
vantare nessuna manifattura segnalata e caratteristica , come 
sarebbero quelle dei vetri per Venezia, dei mosaici per Firenze^, 
dell'oreficeria classica per Roma. Pure, certe industrie artistiche- 
milanesi, senza avere un carattere artistico spiccato, sono, com- 
mercialmente parlando, assai fiorenti. L'oreficeria, per esempio,, 
ha fatto un tal progresso da emanciparci in gran parte da Parigi 
e da Ginevra : ciò che è senza dubbio un gran successo. Alcune 
fabbricazioni speciali di oreficeria, come quelle delle catene e 
delle griffe, hanno trovato modo di impiantarsi e di far concor- 
renza all' estero. I gioielli comuni e di lusso sono disegnati e 
fabbricati interamente in larga misura in 280 fabbriche fra. 
grandi e piccole , riducendosi sempre più, in rapporto inverso,, 
il commercio d'importazione fatto dai più grossi fabbricanti per gli 
oggetti più ricchi e costosi. L'argenteria delle fabbriche milanesi 
è giustamente apprezzata, tanto per l'uso civile, quanto per gli 
arredi da chiesa ; anzi costituisce uno dei rami più attivi di 
questa classe di manifatture, allo sviluppo delle quali giova il 
rilevante commercio di gioie a cui attendono alcune forti ditte- 
milanesi, e soprattutto il valido concorso della Banca dei metalli 
preziosi, istituita in Milano da pochi anni, la quale vuoisi prov- 
veda a più del terzo del consumo italiano d'oro e d'argento 
e ne fa anche un notevole commercio coll'estero. 

Nella ceramica, Milano non può vantare alcuna delle specia- 
lità artistiche che distinguono parecchie città italiane e, a capo- 
di tutte, Firenze; pure, ancora dal punto di vista industriale e 
commerciale, è la città dove questa manifattura riesce meglio. 
Per la ceramica più comune, i laterizi e le terre cotte, è diffi- 
cile trovare un altro centro in cui la produzione sia altrettanto 
importante ; la fabbricazione meccanica e i forni Hoflìnann hanno- 
da noi un'estesa applicazione pei laterizi, alla cui produzione si 
danno alcune grosse fabbriche, come, per citare la più impor- 
tante, quella di Candiani ; quanto alle terre cotte, industria, 
importata in Milano , gran tempo fa , dal Boni , è noto quale 
inatteso sviluppo essa abbia raggiunto. Nelle maioliche e por- 



MILANO INDUSTRIALE 5i> 

celiane abbiamo una sola fabbrica, quella della Società ceramica 
Richard ; ma è colossale ed è la più grande delle fabbriche ita- 
liane , che si dieno alla produzione corrente per gli usi della, 
vita ordinaria, pur non trascurando il genere di lusso , in cui 
però non ha una vera e propria specialità. La fabbrica della 
Società ceramica è uno dei pochi opifici milanesi a grande im- 
pianto, ed è anche, come organizzazione interna, uno dei più 
perfetti. 

Osservazioni consimili alle precedenti si possono fare relati- 
vamente ai bronzi artistici. Da noi non si può citar nulla di 
paragonabile alla grande fonderia fiorentina o alle piccole, ma- 
distintissime dal punto di vista dell'arte, fonderie veneziane;, 
quantunque, a dir il vero , una scuola milanese di cesellatura 
c'è, e ha prodotto anche adesso eccellenti artisti e ne ha dati 
a Venezia stessa. Ma ciò in cui in Milano si lavora con suc- 
cesso , è r industria dei bronzi di decorazione per gli apparta- 
menti e per la mobilia: lumiere, candelabri, ornamenti di getto 
per mobili, guarnizioni di porte, utensili domestici e simili og- 
getti. Pandiani, la Società continentale e un numero non pic- 
colo di fabbricanti minori si danno con buon risultato a questa 
fabbricazione, e ne fanno un commercio ragguardevole. È una 
di quelle industrie che promette assai, se continua a svilupparsi 
come ha fatto in questi ultimi tempi. 

Se, in questa rapidissima rivista delle principali industrie 
milanesi, ci siamo spiegati con sufiiciente chiarezza, si sarà- 
visto come l'attività industriale milanese si estrinsechi soprat- 
tutto in quella seconda classe di manifatture delle quali si è fatto 
cenno fin dal principio ; si manifesti, cioè, nelle manifatture che 
mirano a soddisfare ai bisogni del lusso, che si esercitano senza 
sussidio di forza motrice, o per lo meno senza esigere un 
grande consumo di forza, che si fanno meglio in piccoli lavo- 
rerì o col sistema della fabbricazione a domicilio per conto e 
sotto la direzione di forti ditte commerciali, piuttosto che in 
quelle manifatture che si esercitano in colossali opifìci, con un 
numeroso personale operaio e con un vistoso dispendio di forza. 
In una parola, l'industria milanese è piuttosto un' industria di 
dettaglio; essa produce più nel genere fino, elegante, costoso,, 
che si smercia in misura modesta, ma compensa col prezzo le: 



()0 MILANO INDUSTRIALE 

minori proporzioni della vendita, che non nel genere usuale e 
a buon mercato, che si fabbrica in grande scala, e che richiedo 
appunto perciò dei mezzi adeguati alla produzione, cioè molta 
forza e molta mano di opera a poco prezzo. Ma, perchè l'indu- 
stria si svolga in questo senso, essa ha bisogno di due cose: 
di una popolazione operaia abile, abituata a comprendere le esi- 
genze create dal benessere e dalla coltura; e di forti case 
commerciali le quali , anche non avendo opifici propri , pos- 
sano alimentare le piccole fabbriche, e sappiano dirigere la 
fabbricazione nel senso migliore, sia per la qualità dei pro- 
dotti, sia per la maggior facilità di trovar loro uno sbocco 
all'interno e fuori. E quando pure si tratti di fabbriche auto- 
nome, è necessario che esse mirino alla specialità, alla con- 
fezione di oggetti, che non si possa o non convenga fabbricare 
in grande col sistema proprio della grande industria. 

Ora Milano è certamente dotata delle qualità richieste per 
un simile sviluppo industriale. Centro di una regione ricca e 
popolosa, posta a cavallo di due grandi vie commerciali, go- 
dendo di una meritata riputazione di civiltà e di coltura, con 
una popolazione che riunisce l'attività del settentrionale alla 
vivacità del meridionale, Milano ha la ricchezza, la potenza com- 
merciale e l'attitudine della mano d'opera necessarie per favo- 
rire il carattere particolare che accennano ad assumere le sue 
industrie. È innegabile che le manifatture milanesi sono apprez- 
zate, hanno in generale un'impronta di buon gusto e godono di 
un credito sempre maggiore sulle principali piazze commerciali 
d'Italia. Il gusto milanese comincia in una certa misura a far 
legge, almeno a ritenersi come un buon interprete del gusto 
di Parigi, sul quale ancora si modella e si modellerà per lungo 
tempo la moda. Bisogna dunque coltivare coi mezzi più accon- 
ci codesta tendenza. 

Ci sono due modi, coi quali si potrebbe favorire l'incremento 
^loU'attività industriale di un paese : avvisare ai mezzi di mettere 
a disposizione dell' industria una ragguardevole forza idraulica 
a buon mercato, oppure sviluppare nella classe manifatturiera, 
con opportune istituzioni, l'attitudine a quelle fabbricazioni, che 
a segni non dubbi, accennano a diventare fiorenti. 

Condurre in Milano una forza idraulica "-rande e a buone con- 



MILANO INDUSTRIALE 01 

dizioni è, dal punto di vista tecnico, un problema di diffìcile, 
per non dire di impossibile, soluzione. La pendenza del piano in 
cui giace Milano, è troppo piccola per potervi concentrare delle 
forze considerevoli con un canale derivato dai serbatoi alpini. 
A Torino questo sistema era relativamente più facile ad appli- 
care, per la naturale giacitura della città. Che se invece si vo- 
lesse portar della forza a Milano con condotti forzati, la forza 
verrebbe a costar troppo, come si è verifìcato in altre città po- 
ste in condizioni migliori di Milano, e potrebbe al più servire 
per la piccola industria e in generale per quelle manifatture in 
cui la forza è un elemento affatto di secondo ordine. La que- 
stione è adunque senza uscita, per quanto, almeno, concerne la 
grande manifattura. 

Ma è necessario, è desiderabile che Milano diventi sede di 
un complesso di grandi industrie? Noi non lo crediamo. La grande 
industria ha grandi risorse, ma ha le sue crisi; e quando que- 
ste si manifestano, sono una grave jattura pel paese che ne è 
colpito. Concentrare in una città una massa ingente di operai, 
addetti, in pochi e vasti opifìci, a una limitata serie di industrie 
esercitate su larga scala, offre pericoli, che la piccola industria, 
rivolta a un assai maggior numero di fabbricazioni di minore 
importanza, meno soggetta alle crisi, con una popolazione ope- 
raia più sparsa e suddivisa, non presenta. Il lavoro a domicilio^ 
pel quale una parte della classe operaia addetta a simili indu- 
strie minori contribuisce alla ricchezza pubblica, pur restando 
fra le pareti domestiche, pur sottraendosi in questo modo all'in- 
fluenza del lavoro alla fabbrica, che allenta e scolorisce i vincoli 
della famiglia, è una forma del lavoro industriale, che giova pure di 
favorire, perchè è una garanzia di moralità e di pace: due elementi 
di cui una città popolosa ha un vivo bisogno in quest'epoca di ri- 
voluzione economica e sociale. E d' altronde, come si è cercato 
di dimostrare fin da principio, non è alla grande industria che 
l'ambiente di una città è più favorevole, ma invece a quella serie 
di industrie speciali, che sono dirette a soddisfare le esigenze 
delle classi più elevate, piuttosto che a quelle della vita ordi- 
naria. 

Ora, per questa classe di industrie, la forza motrice è un fat- 
tore secondario ; e quando pure è richiesta, è sempre in piccola 



<)2 MILANO INDUSTRIALE 

misura e sotto la forma di piccoli motori, nei quali non si cerca 
più, come requisito essenziale, l'economia assoluta nel costo della 
forza, ma la facilità di installazione, la semplicità, la possibilità 
di collocarli a un piano qualunque, in qualsiasi locale di una casa 
d'abitazione. Per questa ragione, l'industria milanese potrebbe 
trarre partito dalla forza idraulica, quando si riuscisse a portarla 
in città con una condotta forzata insieme all'acqua potabile, in 
•condizioni tali da sostenere la concorrenza cogli altri piccoli 
motori a vapore e a gas. Gioverebbe quindi vedere, se e fino v 
qual punto l'acqua in pressione potrebbe impiegarsi a distribuire 
la forza motrice a domicilio, in servizio dell'industria domestica, 
in confronto del vapore o del gas illuminante. È un quesito da 
studiare, e non sarebbe di piccola importanza pel nostro avve- 
nire industriale. 

Comunque si riesca a risolverlo, non bisogna tuttavia mai di- 
menticare che una città può essere grande col commercio come 
coll'industria. Cercare ad ogni costo di fare d'una città un cen- 
tro manifatturiero, in un senso diverso da quello che le sue 
tendenze e le sue condizioni naturalmente prescrivono, non sa- 
rebbe saggio. La grande industria ha dei limiti più ristretti che 
il commercio non abbia. Ora le tradizioni della nostra piazza, 
la sua posizione geografica, la sua ricchezza, concorrono insieme 
a farne un centro commerciale di primo ordine, come lo dimo- 
stra la eccezionale attività del traffico della sua stazione, il 
cui reddito supera quello di tutte le altre del Regno ; e non con- 
verrebbe deviare da quest'obbiettivo l'intelligenza, il denaro, le 
forze economiche di cui Milano dispone. 

Ma il commercio milanese tanto si può giovare di un gruppo 
di grosse industrie esercitate in larga scala, quanto delle nume- 
rosissime e piccole manifatture , che si svolgono nella nostra città 
con tanto slancio e, bisogna dirlo, con tanto successo. A queste 
è d'uopo che le autorità cittadine e la cittadinanza tutta rivol- 
gano la loro attenzione. Sono per la più parte, come si vide, 
manifatture i cui prodotti hanno più o meno bisogno del con- 
corso dell'arte, che devono seguire le vicende della moda. È 
necessario quindi promuovere il senso e l'intelligenza del bello; 
creare maestranze che abbiano non solo l'abilità della mano, 
ina l'attitudine ad adattarsi facilmente alla varietà continua della 



MILANO INDUSTRIALE 63 

produzione: in modo, vorremmo dire, che la versatilità, il buon 
gusto diventino qualità naturali, acquisite collo studio e coll'a- 
bitudine e trasmesse per eredità da una generazione all'altra. 
Ora questi risultati non si possono ottenere, senza creare un 
forte nucleo di istituzioni, che mirino ad educare la mano e il 
gusto delle classi operaie. 

Da questo punto di vista, Milano, priva delle grandi tradi- 
zioni di Firenze, di Roma, di Venezia, ha ancora molto da fare. 
-Quando l'Inghilterra si accorse della sua inferiorità nell'arte 
industriale nei primi concorsi internazionali , creò quella grande 
istituzione del South Kensington Museum, che, insieme alla 
fondazione di istituti sussidiari nei centri minori del Regno 
unito, diede un così vigoroso ed efficace impulso a tutte le sue 
industrie artistiche, la ceramica, la vetraria, l'oreficeria, le indu- 
strie tessili e tutte quelle altre manifatture di cui l'arte è un 
fattore essenziale. L'esempio dell'Inghilterra fu tosto imitato dalle 
-altre nazioni ; l'Austria, la Germania, la Russia fondarono solle- 
citamente istituzioni consimili. Ora in Italia si cerca da qual- 
'Che tempo di seguire lo stesso indirizzo, ma come avviene spesso 
<ia noi, senz'ordine, senza un concetto direttivo, senza un impulso 
unico, vigoroso, che venga dall'alto, e soprattutto senza mezzi 
adeguati allo scopo. Per questa ragione l'arte industriale non 
progredisce d'importanza in Italia, che pure dovrebbe esserne 
la sede naturale, nella misura che le sue tradizioni e i suoi 
interessi dovrebbero consigliare. Ma ciò che lo Stato non fa, 
lo potrebbe fare una cittadinanza, penetrata dalla necessità di 
far rifiorire le industrie artistiche del paese, dalla convinzione 
che il progresso di queste può essere una sorgente sicura di 
attività e di ricchezza. 

Ma forse perchè questa convinzione non è nell'animo di tutti, 
pochi e poco efficaci tentativi si son fatti finora in Milano per 
<educare la classe operaia nel senso voluto. Mentre si è dato una 
grande e giusta importanza all'istruzione elementare, non se ne 
-è data abbastanza all'istruzione artistica, all'insegnamento del 
disegno in tutte le sue applicazioni all'industria. Il bisogno di 
un simile insegnamento è così vivamente sentito dalle classi 
operaie, che l'unica scuola d'arte fino a questi ultimi tempi fio- 
rente in Milano, quella di Brera, ha sempre avuto masse in- 



(Ì4 MILANO INDUSTRIALE 

genti di Irequentatori ; e quantunque incompleta, limitata negli" 
scopi e non rispondente affatto alle esigenze delle svariate in- 
dustrie che si connettono coll'arte, ha pure dato eccellenti frutti 
e ha avuto certo una parte notevole nello sviluppo delle indu- 
strie artistiche milanesi. Attualmente si sono create delle scuole 
speciali: scuole di disegno geometrico e di macchine presso la. 
Società d'incoraggiamento, scuola di disegno d'oreficeria, scuole 
di disegno presso i Consorzi operai e finalmente una scuola d'arte 
industriale municipale che dovrebbe essere, e fu creata forse con 
questo intendimento, la scuola-madre, il primo nucleo di tutte le 
istituzioni di questo genere. Ma anche qui i mezzi sono inadeguati 
allo scopo. Bisogna dare a queste istituzioni una base più ampia, 
arricchirle di modelli, fare in modo che tutti possano approfittarne 
e sieno costretti ad approfittarne nel loro interesse. E contem- 
poraneamente gioverebbe promuovere sempre più gì' insegnamenti 
diretti a diffondere nelle classi operaie, nella forma più elemen- 
tare, i principi scientifici , senza dei quali non e' è più progresso 
possibile, neppure nel lavoro manuale. Quando questo complesso 
di istituzioni funzionasse regolarmente e con larghe proporzioni , 
acuendo le facoltà di una classe operaia già molto intelligente 
per natura, rendendo familiare in tutti il senso del bello, svi- 
luppando l'iniziativa e il genio dove sono latenti, le industrie 
milanesi, che già promettono tanto, potrebbero confidare più 
sicuramente nell'avvenire. 



G. Colombo. 



LA CASSA DI RISPARMIO 



L'odierna società quasi istintivamente è tratta ad amare le- 
Istituzioni, che valgono a redimere la maggior parte degli in- 
felici che l'infortunio, le malattie, l'insufficienza delle mercedi,, 
la numerosa famiglia pongono ogni giorno a dolorosa prova. 
Essa con intima compiacenza numera le proprie Istituzioni di 
beneficenza, destinate a sovvenire la miseria nelle varie sue 
forme; ma con felice rivolgimento nelle idee del passato, com- 
prende come il compito suo non si arresti alla carità che soc- 
corre alla sventura, ma ahbia il dovere di spingersi verso più 
nobile meta, facendo sorgere allato delle istituzioni caritative,, 
quelle che la sventura prevengono. 

Nell'Italia nostra vediamo ormai in ogni città, in ogni borgata 
estrinsecarsi in mille modi il genio della rinnovata penisola a 
favore di chi sta agli ultimi gradini della scala sociale. Non 
v'ha umana sventura, alla quale in questa classica terra della 
beneficenza non si studi di porre riparo o di mitigarne le conse- 
guenze ricorrendo a tutte le più svariate forme che Y arte di 
far il bene può assumere. Nell'istesso tempo vediamo le menti 
più colte ed illuminate adoperarsi a ricercare i congegni più adatti 
per rendere possibile e facile ad un tempo ai non abbienti il 
migliorare la loro condizione mercè le potenti leve del rispar- 
mio, del mutuo soccorso e della cooperazione. Le Istituzioni di 
previdenza sospettate dai cessati governi che spadroneggiavano- 
il bel paese, ignote nelle loro vere tendenze, nei risultati, di 
cui erano capaci, alla maggior parte dei cittadini, dovettero vin- 

MlLANO. — Voi. III. 5 



ij^ LA CASSA DI RISPARMIO 

€ere molte ripugnanze, molte dubbiezze. Ma oramai può dirsi che 
il convincimento dell'efficacia loro giunse ad aprirsi una via in 
ogni strato sociale, ed ora ovunque con giovanile slancio si mira a 
guadagnare il tempo perduto negli anni dolorosi che precedettero 
la nazionale ricostituzione. Ogni anno che passa, segna in questo 
campo nuove vittorie : si consolidano le Istituzioni già esistenti, 
se ne creano di nuove e si porta ad un tempo riparo agli in- 
convenienti delle prime incertezze e dei facili entusiasmi. 

Prima del 1859, pochissime erano le Società operaie: meno 
<li 200 fra tutte, in maggioranza appartenenti alle provincie 
subalpine. Nessun Istituto di Credito popolare mutuo; poche, 
insufficienti, le Casse di Risparmio, privilegio quasi dialcune città, 
al quale le popolazioni delle campagne non potevano partecipare. 

Oggidì la scena è mutata. Uomini illustri per ingegno e dot- 
trina , senatori , deputati al Parlamento scendono nell' arringo 
per diffondere queste Istituzioni, e cogli scritti, colla parola ne 
caldeggiano la creazione, ne sorreggono i primi passi. 

Le Società di mutuo soccorso, giusta gli ultimi dati statistici 
ufficiali che si possiedono, raggiungevano, alla fine del 1878, il 
numero di 2187, e le notizie particolareggiate, che si poterono 
avere complete per 1949 di esse, presentarono un totale di 327,834 
soci effettivi, ed un capitale sociale di L. 21,141,(302 (1). Oggidì 
certo non si esce dal vero affermando che il loro numero com- 
plessivo si aggira attorno alle 2500 : e tutto ciò, quale frutto di 
spontanea iniziativa, sotto l'egida del diritto d'associazione san- 
cito dallo Statuto fondamentale del Regno, senza che alcuna 
legge speciale ne favorisca lo sviluppo e loro accordi favori , 
ma neppure ne scemi quello slancio che ha per sua base un fe- 
lice connubio fra la libertà, la fratellanza e l'amore. 

Le Banche mutue popolari datano, può dirsi, la loro origine 
solo dal 1803, ed è atto di doverosa giustizia l'accennarlo, sono 
in gran parte dovute all'infaticabile operosità ed all'ingegno del- 
l'onor. prof. Luzzatti, che ne fu il fortunato apostolo. Inco- 



(l) Vedi la Statistica delle Società di Mutuo Soccorso, Anno 1878, pubblicata dalla 
Direzione della Statistica Gjnsrale del Regno. Rama 1880 Stamperia Reale. 



LA CASSA DI RISPARMIO 67 

minciarono a sorgere qua e là, in Milano anzitutto. Nel 1876 
erano già centodieciotto : al 31 dicembre 1880, centoquaranta, le 
quali secondo le notizie recate dall'ultimo Bollettino bimensile 
pubblicato dal Ministero d'Agricoltura, Industria e Commercio, 
vantavano un capitale sottoscritto di L. 40,697,380,00 rappre- 
sentato all'epoca or accennata da un milione circa di azioni, pos- 
sedute da più di ottantamila soci, appartenenti ad otto categorie 
diverse di persone : grandi agricoltori — 'piccoli agricoltori — 
contadini e lavoranti della terra in genere — grandi indu- 
striali e grandi commercianti — 'pìccoli industriali e piccoli 
commercianti — operai, giornalieri e salariati — impiegati 
pubblici e privati, maestri di scuola e professionisti — indd- 
vidui senza determiìiata professione e minorenni. 

Le Casse di Risparmio infine trovarono in parte già favorevole 
la pubblica opinione per l'esempio offerto dalle poche che esiste- 
vano prima, e, non meno delle Istituzioni sorelle, approfittarono 
del nuovo ordine di cose stabilitosi nel paese. La loro difi'usione fu 
altresì potentemente aiutata dalla legge 27 maggio 1875 d'ini- 
ziativa di uno dei più eminenti economisti ed uomini di Stato 
della penisola, l'on. Quintino Sella, che introdusse anche in Italia 
le Casse di Risparmio postali a beneficio specialmente di quelle 
Provincie ove la virtù del risparmio, per mancanza d'Istitu- 
zioni locali, non poteva venire esercitata nò incoraggiata. Ed 
invero nel 1825 l'Italia contava in tutto il territorio che forma 
l'attuale Regno, solamente tredici Casse ordinarie con un cre- 
dito a favore dei depositanti, che al 31 dicembre di detto anno 
ascendeva a L. 2,691,182 fra capitale ed interessi. Il numero 
delle Casse medesime nel 1830 salì a diciasette, ed il credito 
dei depositanti a L. 4,864,291, cifre queste che nel 1835 asce- 
sero rispettivamente a ventuna ed a L. 9,005,721; nel 1840 a 
trentatre ed a L. 18,953,057; nel 1845 a settantatre ed a 
L. 38,603,002; nel 1850 ad ottaniasei ed a L. 40,030,598; nel 1855 
a novantanove ed a L. 94,398,697. 

Col 1859 questo movimento ascensionale incominciò ad ac- 
quistare maggiore importanza. Troviamo infatti, che le Casse 
nel 1860 sono centoventisei ed il credito dei depositanti verso 
^Ji esse di L. 157,205,040; nel 1865 le vediamo aver raggiunto 



08 LA CASSA DI RISPARMIO 

il numero di centottmitaquattro e presentare in L. 224,942,827 
il credito dei depositanti, diviso su 435,830 libretti (I); nel 1870' 
diventano duecentoquarantanove con 571,217 libretti rappre- 
sentanti la somma di L. 348,121,099; nel 1875, trecentoventisei 
con 769,257 libretti per un importo di L. 527,201,383; nel 1876, 
trecentocjnquantuiìa con 833,760 libretti per L. 552,754,482; 
nel 1877, trecentocinquaniaquattro con 880,022 libretti e li- 
re 574,054,820 di credito dei depositanti; nel 1878, trecento- 
cinquantasette con 886,947 libretti per L. 602,183,264; nel 1879, 
trecentocinquantotto con 925,466 libretti per L. 656,813,488 per 
riuscire al 31 dicembre 1880, fra succursali ed affiliate, in numero 
di 357 (2) con 958,044 libretti, rappresentanti L. 686,731,574. 07 
di credito dei depositanti fra capitale ed interessi. Che se ad 
esse aggiungonsi poi i dati statistici offerti all'istessa epoca 
dalle esistenti Casse di Risparmio postali , le quali sopra 
339,772 libretti avevano iscritto un credito a favore dei de- 
positanti di L. 45,017,560. 83, non che dagli Istituti di credito 
e Banche mutue popolari, che in numero di 233 ricevevano 
depositi a risparmio e presentavano un ammontare di depositi 
di L. 177,181,423. 74 divisi su 177,384 libretti, abbiamo un 
totale di 3903 uffici e stabilimenti aperti per ricevere depositi 
a risparmio, i quali alla fine di dicembre dell'anno 1880 pre- 
sentavano un' ammontare complessivo del credito dei deposi- 
tanti , fra capitalo ed interessi, in L. 908,920,558. 64 diviso 
su 1,475,200 libretti (3). 

Ninno al certo avviserà che con questi sommari e rapidi cenni, 
con queste grandi linee d'un immenso quadro, del quale interes- 
santissimo sarebbe il porre in luce non le sole figure dominanti,, 
ma bensì ogni altro particolare, siasi da noi voluto affrontare 
nelle varie sue manifestazioni l'importante tema delle condizioni 
delle Istituzioni di Previdenza in Italia. Altri potrà scrivere con 



(1) Mancano le notizie sul numero dei libretti negli anni antecedenti al 18G3. Vedi, 
Annuario Statistico Italiano del 1880, a pag. 367. Roma, tip. Eredi Botta 1881 . 

(2-3) Vedi il N. 6 del Bollettino Bimestrale del Bisparmio. Roma, Tip. Eredi Botta 
1881. Lo Gasse di Risparmio ordinarie nei mesi di gennaio, febbraio , marzo e aprile 
1880 erano in numero di 360; di 3:i9 nei mesi di maggio e giugno; discesero a 3:58 nei 
mesi di luglio ed agosto , e finalmente a 3:J7 nei rimanenti mesi dell'anno. Il Bollettino. 
on accenna le ragioni di tale diminuzione. 



LA CASSA DI RISPARMIO 69 

maggior larghezza di tutte queste Istituzioni non solo, ma 
altresì di quelle che nel campo della previdenza tengono tut- 
tavia nella penisola un posto secondario. Noi, ammainando le 
vele, intendiamo rinchiuderci entro più modesti confini e prendere 
ad esaminare una sola delle faccio di quest'immenso poliedro, 
e di essa il punto al certo più luminoso. Alludiamo alla Cassa 
di Risparmio di Milano, la più potente ed insieme la più antica 
d'Italia, che da sola concorre per quasi un terzo nell'ammontare 
complessivo del credito dei depositanti di tutte le Casse e degli 
altri Istituti di risparmio del Regno. 

Istituita nell'anno 1823 da una Commissione centrale di Be- 
neficenza, creata dal Governo alcuni anni prima col mandato 
di amministrare la somma concessa dallo Stato sui redditi del- 
l'imposta fondiaria per venire in aiuto alle classi povere ver- 
santi allora per mancati raccolti in straordinarie angustie, essa 
incominciò col primo luglio dell'anno medesimo le sue operazioni, 
vincolando a garanzia dei depositanti L. 300,000, parte di mag- 
gior somma che trovavasi a sua disposizione per lo scopo or 
accennato. Sin dal suo nascere si propose , non solo di por- 
gere agli operai, ai giornalieri ed alle altre persone delle classi 
imeno agiate un pronto e sicuro mezzo di formarsi con piccoli e 
ripetuti depositi un capitale di cui giovarsi nei giorni tristi della 
sventura, della vecchiaia o di qualsiasi bisogno straordinario; 
ma ebbe altresì di mira di raccogliere i risparmi, i danari in- 
fruttiferi d' ogni cittadino economo , proteggendoli contro ogni 
fortuita eventualità e contro ogni tentazione. Considerò il depo- 
sito come un importante elemento di ricchezza nazionale, e stu- 
diossi, per quant'era in suo potere, di scioglierlo da qualsiasi 
personale legame. Questo suo intento fu una delle cause prin- 
cipali del rapido sviluppo preso dall'Istituzione, la quale per tal 
modo venne a compiere l'ufficio di Istituto di Previdenza per 
;le classi meno abbienti, mentre per le agiate assunse le forme 
■di Istituto di Credito col raccogliere le piccole frazioni di capi- 
tale, impedendo la loro immobilità infruttifera, e bene spesso la 
doro dispersione. Non mancarono le opposizioni e le critiche ad 
im tale indirizzo; ma esse non riuscirono a smuovere la Cassa 
dalla via in cui s'era posta. La temuta inerzia dei capitalisti 



70 LA CASSA DI RISPARMIO 

ed il danno alle industrie, a cui, dicevasi, venivano per tal 
modo sottratte ingenti somme, non s'avverarono. La prudente 
avvedutezza degli amministratori dell'Istituto col variare op- 
portunamente, come si vedrà più avanti, l'interesse accor- 
dato ai depositanti , a seconda delle condizioni del credito 
pubblico, in guisa da non mai allettarli a ricorrere ad esso 
per ottenere rimuneratori interessi , impedi il verificarsi di 
qualsiasi inconveniente. In altre parole, l'interesse, che la Cassa 
corrispose e corrisponde, fu sempre inferiore all'interesse comune 
agli impieghi di danaro a mutuo od in carte di pubblico credito. 

Ed invero dal 1823 al 1830 fu in ragione del 4 7^ all'anno; 
dal 1831 al 1847 del solo 3 7^; dal 1848 al 1851 del 4 7,; dal 
1852 al 1863 del 3 V2 7o; tlal 1864 al 1871 nuovamente del 4 ^z^; 
dal 1872 sino a tutto giugno del 1880 del 3 72' ^ finalmente 
da quest'ultima epoca in poi del 3 7o- 

Né qui è tutto, giacché la corrispon sione di questi interessi è 
altresì opportunamente circondata da modalità tali che indiretta- 
mente vengono a diminuirne la misura. Infatti essi cessano im- 
mediatamente coll'ultimo giorno della decade che precede il 
pagamento; e per le somme, l'esazione delle quali richiede un 
preavviso, coll'ultimo giorno della decade che precede la sca- 
denza della premonizione. Nel caso poi che i depositi od i rim- 
borsi cadano nei giorni 10, 20 e 30 del mese, allora gli interessi 
medesimi decorrono e cessano rispettivamente collo stesso giorno. 
Finalmente, il pagamento loro non ha luogo che in occasione 
del saldo del libretto, dopo la liquidazione annuale che sf 
opera al 31 dicembre d'ogni anno, alla qual epoca si chiudono i 
conti e si eseguisce la capitalizzazione di quelli sino allora ma- 
turati, senza che occorra perciò la presentazione del libretto. 

Altra, e forse ancor più importante cagione della straordinaria 
fortuna della Cassa, conviene trovarla nell'esclusione assoluta di 
qualsiasi ingerenza dello Stato nelle sue operazioni; ingerenza 
che per molti, specialmente nei primi trentasei anni di vita del- 
l' Istituzione quando un Governo straniero reggeva le provincia 
lombarde, sarebbe stata cagione di continui sospetti. Fortuna 
volle che la cura di attivarla e dirigerla venisse esclusivamente 
affidata alla Commissione centrale di Beneficenza, allontanane 



LA CASSA DI RISPARMIO 71 

dosi persino cosi ogni apparenza d'influenza diretta per parte 
dell'Amministrazione dello Stato, giacche nell' autorizzarne la 
istituzione saviamente proclamossi il principio, che le Casse 
di Risparmio devono essere riguardate e trattate come sta- 
hilimeìiti privati, basati sopra la piit esatta regolarità della 
loro gestione e godenti della pubblica fiducia, mentre nello stesso 
tempo per riguardo all'impiego del denaro lasciavasi alla stessa 
Commissione il renderlo fruttante colle debite cautele di si- 
curezza, secondo le sue vigili osservazioni sulle misure da 
prescegliersi come le pia confacenti allo scopo, alla solidità 
del credito ed all' ayidamcìito dell' Istituto. 

Col volgere degli anni la Commissione centrale di Benefi- 
cenza scomparve quale emanazione governativa, ed alle persone 
che ne facevano parte, altre vennero aggiunte, altre surrogate. 
Con Reale Decreto del 22 dicembre 1860 venne poi compo- 
sta di un Presidente nominato dal Re, e di sei membri di nota 
capacità ed onoratezza scelti dalla Commissione stessa, e la cui 
elezione, in caso di vacanze, doveva essere approvata dal Mi- 
nistero deirinterno. Le funzioni di tutti erano gratuite. Quan- 
tunque poi il concetto della beneficenza sia passato in linea 
affatto secondaria per lasciar posto a quello predominante del 
risparmio, e stia racchiuso in un fondo amministrato separa- 
tamente ed esclusivamente destinato a giovare al paese, mas- 
sime in occasione di straordinarie pubbliche sventure , con 
sussidi ai Comuni ed ai Corpi morali; tuttavia il collegio d'uomini 
egregi, che governò le sorti della Cassa, conservò sempre quel 
titolo, quasi insegna gloriosa sotto la quale l'Istituto nacque e 
raggiunse grado grado l'odierna sua potenza, attraversando fe- 
licemente gravissime crisi economiche e politiche. 

E lo rispettò pure il R. Decreto del 4 marzo 1880, col quale 
fu mutata la costituzione della Commissione medesima, chiamando 
a comporla un Presidente e un vice-presidente nominati con 
Decreto Reale sulla proposta del Ministro dell'Interno e di quello 
d'Agricoltura, Industria e Commercio, e tredici Commissari, tre 
dei quali eletti dal Consiglio Provinciale di Milano, tre dal Con- 
siglio Comunale pure di Milano, ed uno per ciascuno dai Con- 
sigli Provinciali di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Pavia,, 
Mantova e Sondrio. 



72 LA CASSA DI RISPARMIO 

Questa riforma fu oggetto di vive polemiche ancora non del 
tutto interamente sopite, quantunque alla stregua dei concetti 
•c-he dominano nel diritto pubblico interno del nostro Stato non 
possa disconoscersi la saviezza dei principi sui quali riposa. Il 
Governo però, nel mentre con procedura non troppo felice la 
deliberava, rendendola altresì di pubblica ragione, mostrossi dopo 
<li una soverchia indecisione nel darvi seguito, sicché anche oggi, 
che più d'un anno è trascorso dalla data del Decreto Reale che 
la sanzionava, ancora non venne attuata, quantunque sino dallo 
scorso autunno sia stata fatta dai Consigli summentovati la 
nomina dei commissari rispettivamente ad essi affidata. Questa 
condizione eccezionale di cose avrebbe potuto recar danno al 
normale andamento della Cassa, quando con lodevole delibera- 
zione la maggioranza dei commissari scadenti d' ufficio , non 
.avesse deciso di rimanere in carica sino all'insediamento della 
nuova Amministrazione. 

Tracciati così l'origine e la storia dell'Istituzione, le norme 
■che la ressero, non che i principi che ne informarono l'indi- 
rizzo, passiamo a seguirne il continuo successivo sviluppo. 

Aperta, come abbiam detto, nel luglio 1823, la Cassa di Mi- 
lano tosto divenne il centro d'un nuovo movimento, che, limi- 
tato dapprima alle principali città lombarde, andò più tardi con 
inaspettata rapidità diffondendosi in tutte le provincie di Lom- 
bardia, estendendosi in questi ultimi tempi anche ad una pro- 
vincia del Piemonte ed a quattro del Veneto. Nell'anno medesimo 
di sua fondazione, essa attivava cinque Casse filiali , poi altre 
nei successivi, di guisa che nelJ858, compresa la centrale, erano 
cedici le Casse da essa aperte, numero che rimase stazio- 
nario a tutto l'anno 1862. Da quest'epoca, l'aumento loro prese 
notevoli proporzioni. Divennero ventinove nel 1863, trentanove 
nel 1864, quarantaquattro nel 1867, quarantacinque nel 1868, 
'Cinquantasette nel 1869 , cinquantotto nel 1870 , settanta nel 
1871, settantasette nel 1872, ottantaquattro nel 1873, novanta- 
cinque nel 1875, centocinque nel 1876, centotto nel 1877, cento- 
undici nel 1878, centododici nel 1879, numero al quale anche 
oggidì ascendono. E qui torna opportuno il notare come questo 
rapido aumento nel numero delle Casse filiali non sia stato il 



LA CASSA DI RISPARMIO 73 

frutto deiriniziativa della Commissione amministratrice, bensì il 
risultato delle insistenti domande presentate dalle rappresentanze 
dei comuni ove esse dovevano funzionare. 

I depositi eseguiti alla Cassa vengono annotati e risultano da 
\m libretto di Dare ed Avere, che, quantunque intestato a nomi 
di persone , non cessa d' essere per ciò un titolo al portatore, 
che n' è ritenuto il legittimo possessore. I limiti delle somme 
che volta per volta vengono accettate in deposito, non meno di 
quelli delle somme che si rimborsano a vista, subirono dal 1823 
ad oggi parecchie modificazioni, suggerite sempre dalle diverse 
condizioni del credito pubblico, e da quella sagace prudenza che 
formò e forma uno dei precipui caratteri dell'Istituzione. E de- 
positi poi e rimborsi nei primi anni non si potevano effettuare 
ed ottenere in ogni giorno: erano due soli i destinati per setti- 
mana e per ognuna delle due operazioni. Ora nella Cassa cen- 
trale si compiono in tutti i giorni, eccetto la domenica, nella 
quale però si possono eseguire depositi per somme inferiori 
a L. 50: nelle Casse filiali, in giorni determinati, a seconda 
deirimportanza loro e delle circostanze locali. 

Quando la Cassa nel 1823 venne aperta, il minimo delle somme 
che si potevano depositare era di centesimi 86 , il massimo di 
L, 259. 26 per volta e per ogni giorno d' esercizio ; il minimo 
dei rimborsi era di L. 0. SG, il massimo di L. 90. 74 per volta, 
cifre queste di ragguaglio fra la moneta allora in corso e l'at- 
tuale lira italiana. Nel 1836 l'accettazione dei depositi fu ridotta 
dal massimo di 259.26 a quello di L. 64.81. La misura dei 
rimborsi non venne alterata. Nel 1848 il limite massimo dei 
depositi fu nuovamente portato a L. 259. 26, mantenendosi quello 
pei rimborsi. 

Nel 1858, per l'avvenuto mutamento del sistema monetario, 
l'accettazione dei depositi fu ridotta a L. 246. 91, ed elevato il 
limite dei rimborsi a vista alle L. 123. 46. Nel 1860, per nuovo 
cambiamento della valuta, l' accettazione dei depositi fu portata 
al massimo di L. 250 ed il loro rimborso a vista a L. 125. 
Nel 1864 il massimo dei depositi fu elevato a L. 500, quello 
dei rimborsi a vista a L. 200. Dal dicembre 1875 finalmente in 
avanti, l'Istituto accordò la facoltà di versare alla Cassa centrale 



74 LA CASSA DI RISPARMIO 

in una sol volta e per ogni libretto, lire mille per settimana, ed 
elevò a L. 400, pure per settimana e per libretto, l'ammontare 
dei rimborsi, estendendo nell'aprile dell' anno 1878 tali modifi- 
cazioni anche alle filiali. Lasciò poi sempre facoltà ai depositanti 
di ricuperare l'intera somma iscritta sui libretti, qualunque ne 
fosse l'ammontare, mediante preavviso di quindici giorni, mentre 
in tempi normali permise sempre altresì di far nuovi depositi 
sullo stesso libretto senza limite di somma. 

Quale sia stata la scala ascendente, il numero dei libretti di 
deposito esistenti alla fine di ciascun anno e la media loro, il giro 
dei capitali per depositi e rimborsi verificatosi dal dì dell'isti- 
tuzione della Cassa; quale il numero dei libretti estinti e la media 
del loro ammontare, lo vedremo ora dalla seguente tabella, A. 





su 

-a ._ 
_ ~2 


DEPOSITI 




'3 

"^ •- ._ 


RIMBORSI 




o 
e 

B 


Imporlo 




'o-_. 
T3 oo. 


< 


2 o 


del credito dei 


.2 b 


nero 
brel 
slin 


Imporlo 








deposilanli 


s= 


;£ 




s'^ 


1823 


761) 


258,511 


330 


24 


0,389 


98 


1825 


4,245 


2,001,183 


033 


050 


734,593 


240 


1830 


7,330 


4,432,018 


004 


5,354 


4,001,440 


379 


183o 


10,703 


0,744,920 


027 


1,517 


1,580,571 


234 


1840 


17,170 


8,308,501 


480 


2,124 


1,598,182 


179 


1845 


20,331 


13,521,211 


401 


3,050 


2,250,891 


140 


1850 


32,341 


17,090,172 


547 


2,800 


2,027,043 


142 


1855 


06,040 


44,880,403 


080 


8,240 


11,091,725 


198 


1860 


107,930 


85,852,188 


705 


12,100 


17,815,000 


249 


1865 


153,701 


125,740,844 


818 


10,300 


32,897,345 


272. 


1870 


222,043 


193,770,108 


870 


28,470 


00,009,202 


313 


1875 


298,393 


230,008,004 


801 


34,385 


00,504,021 


281 


1876 


317,553 


240,700,181 


777 


37,004 


74,347,209 


27() 


1877 


331,144 


253,350,700 


705 


41,554 


75,943,203 


250 


1878 


338,417 


204,224,450 


781 


30,130 


74,888,994 


264 


1879 


351.300 


287,310,340 


818 


35,082 


75,308,135 


261 


1880 


352,071 


284,200,000 


808 


42,580 


93,779,017 


291 



Dall' altra tabella B, che facciamo qui seguire , si potrà invece 
scorgere il numero delle operazioni eseguite dall'Istituto dall'epoca 
di sua fondazione al 31 dicembre p. p., per depositi o rimborsi. 



LA CASSA DI RISPARMIO 
JB 



75 



9 


DEPOSITI 


RIMBORSI 


< 


Numero 
dei deposili 


Importo 


Numero 


linporto 


1823 


1,991 


265,589.52 


96 


9,389.36 


1825 


23,995 


3,623,843.27 


4,362 


1,046,396.61 


1830 


86,913 


15,556,431.63 


39,961 


12,176,599.22 


1835 


143,033 


25,277,369.67 


68,396 


20,156,977.05 


1840 


278,769 


33,638,946.79 


108,869 


27,986,670.60 


1845 


509,231 


46,536,666.88 


167,988 


37,253,340.74 


1850 


743,429 


66,733,541.47 


309,460 


55,638,849.54 


1855 


1,109,357 


128,787,216.74 


526,439 


96,334,435.03 


18G0 


1,695,058 


226,462,757.19 


841,951 


164,176,800.90 


1865 


2,505,741 


393,072,462.09 


1,372,729 


309,249,519.70 


1870 


3,547,330 


701,147,456.27 


2,328,816 


579,764,396.16-- 


1875 


4,945,044 


1,092,183,049.06 


3,573,389 


964,456,350.93 


187G 


5,244,549 


1,165,814,403.75 


3,843,221 


1,038,803,619.90 


1877 


5,544,305 


1,239,656,379.34 


4,147,109 


1,114,746,883.17 


1878 


5,827,367 


1,316,458,030.10 


4,431,120 


1,189,635,877.02 


1879 


6,123,940 


1,405,362,708.63 


4,719,698 


1,264,944,012.04 


1880 


6,400,750 


1,485,804,830.34 


5,041,927 


1,357,723,629.07 



Dall'esame della seconda delle tabelle or riferite appare anzitutto 
il gigantesco movimento di capitali verificatosi nella Cassa dal di' 
della sua fondazione al 31 dicembre 1880. Ed invero,vennero eseguiti 
N. 0,400,750 depositi per l'ammontare di L. 1,480,804,830. 34: veri- 
ficaronsi N. 5,041 ,927 rimborsi per l'importo di L. 1 ,358,723,029.07. 
Da altre indagini praticate negli atti dell'Istituzione raccogliesi 
poi, che nel medesimo periodo di tempo furono da essa emessi N. 
1,109,204 libretti di credito e ne vennero estinti N. 757,193, risul- 
tando una differenza a favore dei depositi di L. 128,081,201, la quale 
unita all'ammontare degli interessi capitalizzati durante si lungo- 
periodo di tempo in L. 150,218,399, raggiunge le L. 284,299,000- 
importo del credito dei depositanti ripartito sui 352,071 libretti 
esistenti alla succitata epoca del 31 dicembre 1880, con una media 
per ciascheduno di L. 808, come appare dalla tabella A che ab- 
biamo ora presentato ai lettori. 

Nel porre poi quasi a raffronto nella tabella B le cifre dei Depo- 
siti e quelle dei Rimborsi, abbiamo avuto essenzialmente di mira 
dimettere in luce come continuo siail movimento dei capitali presso 
la Cassa, di guisa che il nessun limite posto all'ammontare del 



70 LA CASSA DI RISPARMIO 

-credito dei depositanti ben può dirsi non abbia mutata l'indole 
intrinseca dell'Istituzione, presentandola siccome un mezzo d'or- 
dinario impiego del danaro delle classi abbienti. Del resto, l'au- 
mento dei depositi presso l'Istituto, nei rapporti colla circolazione 
dei capitali e coli' economia generale del paese, non poteva né 
può essere causa di perturbamento nella naturale distribuzione 
dei capitali, tenendo sempre dietro ad esso un pari e superiore 
movimento delle somme depositate , sia indirettamente , mediante 
una viva circolazione dei libretti adoperati in una continua 
catena d'aifari, sia mediante gli effettivi rimborsi, seguiti poi 
sempre da nuovi e maggiori depositi. Ne tale sviluppo può 
aversi siccome un ristagno della vita economica, né quale un 
indizio di incapacità nei capitalisti ad ottenere direttamente un 
buon impiego ai loro danari; sì bene é una conseguenza dell'ac- 
cresciuto numero delle sedi e dell'aumentata ricchezza del paese. 
Quando poi si tenga calcolo della numerosa clientela dei depo- 
sitanti appartenenti alle classi meno agiate, la quale in generale 
aumenta sempre il piccolo peculio originariamente alla Cassa 
affidato; quando si consideri che per la generale fiducia, di cui 
è circondato l'Istituto, molte somme vengono ad esso versate 
perché i suoi libretti sono accolti quali cauzioni di contratti od 
altro, quasi fossero effettivo danaro o titoli di rendita dello Stato, 
e giovano così alle parti interessate in molteplici affari; quando 
infine si ponga mente che un'altra categoria di depositi di una 
certa rilevanza, per la limitata misura dell'interesse accordato, 
veste un carattere interinale, rimanendo ben poco tempo presso 
la Cassa, é d'uopo convenire coll'ora defunto benemerito Pre- 
sidente della Commissione amministratrice, il nobile Alessandro 
Porro, senatore del Regno, che, mercé le precauzionali norme 
stabilite e le opportune variazioni nella mi sura degli inte- 
ressi, i capitali non s' immobilizzavano nell'Istituto. Sul qual 
proposito per altro ne piace aggiungere, che se la prudenza 
che dominò sempre nello stabilire la misura dell'interesse da 
accordarsi ai depositanti, fu una delle principali cause perchè 
un tale inconveniente non s' avesse a verificare, crediamo tuttavia 
sarebbe lodevolissimo provvedimento l'adottare un diverso e più 
favorevole trattamento , per quanto riguarda tali interessi, a fa- 
vore dei piccoli depositi che rappresentano il risparmio delle 



LA CASSA DI RISPARMIO 77 

classi lavoratrici. E ci conforta in questo avviso il voto auto- 
revole di persona competentissima in materia, il comm. Carlo 
Servolini, che l'adombrò in una sua interessante lettera resa per 
le stampe di pubblica ragione nell'aprile dello scorso anno. Sap- 
piamo anzi che poco dopo Fon. Commissione, alla quale tutt'ora 
è affidato il governo dell' Istituto, mostrossi favorevole a questo 
speciale trattamento, e se , per un delicato riguardo suggeritole 
dalla precarietà dell' ufficio suo , conseguenza, come abbiamo 'già 
notato, della riforma testé promulgata, per la quale viene radical- 
mente mutato il modo della sua costituzione, volle ristare dal- 
l'adottarlo sin d'ora, diede però incarico ai propri uffici di pre- 
disporre i modi d'attuarlo quando che sia, acciò chi le succederà 
nell'importante mandato, possa tosto, se lo vuole, applicare 
l'ideata innovazione. 

Altro provvedimento che ci auguriamo vedere adottato, con- 
siste nel semplificare a favore della medesima categoria di de- 
positanti le operazioni necessarie per effettuare depositi e rim- 
borsi, e ciò allo scopo di far perdere loro il minor tempo possi- 
bile. È certo che le classi meno abbienti troverebbero in questa 
misura il complemento della prima, ed entrambe riuscirebbero 
nuova e potente spinta all'esercizio della previdenza. Quest'ultima, 
che era pure un voto del compianto Presidente Porro, il quale 
l'esponeva nella citata sua relazione, amiamo sperare che a mo- 
mento opportuno sarà tradotta saviamente in atto, il che sarebbe 
ottima cosa. 

L'avere noi esposto sino al 1875 a periodi quinquennali l'am- 
montare sia dei depositi che dei rimborsi, fa si che sfuggano le 
annuali oscillazioni delle cifre, e scompaiano le varianti più note- 
voli che si verificarono, le quali possono raccogliersi dai bilanci 
dell'Istituto, che l'onorevole Commissione amministratrice pubblica 
ogni anno con lodevole sollecitudine. Infatti, mentre l'aumento dei 
depositi appare continuo in ogni quinquennio, esso, in realtà,, 
non crebbe annualmente colla stessa proporzione. Subì una dimi- 
nuzione di L. 282,717.54 nel 1828, senza che se ne possa addurre 
un'esatta ragione; negli anni 1830 e 1831, altre ne risentì di 
parecchi milioni, e fu un periodo difficile per la Cassa, dovuto 
alle politiche commozioni di quell'epoca; negli anni 1847, 1848 
e 1849, una crisi annonaria, gli avvenimenti politici che matu- 



78 LA CASSA DI RISPARMIO 

rarono e si svolsero in quel tempo, e le conseguenze loro, posero 
l'Istituzione nell'imbarazzo maggiore che si incontri nella sua 
storia. Per alcune settimane essa dovette sospendere le sue ope- 
razioni, mentre il credito dei depositanti scendeva del 25 Vo- Se 
non che, appena superate queste dure prove, l'Istituto prendeva 
nuova vigoria, divenendo ogni anno maggiore l' ammontare delle 
somme depositate. Anche in questi ultimi anni, non sempre co- 
stante fu l'aumento; anzi in alcuni, nel 1874 principalmente, 
1 depositi diminuirono di più che quattro milioni. Ma questo fatto, 
•dovuto esclusivamente al sorgere di altri Istituti di deposito, 
alcuni dei quali allettarono il pubblico colla promessa di più lauti 
interessi, non ebbe alcuna influenza sulle condizioni economiche 
generali della Cassa, che vide tosto fare a lei ritorno la vecchia 
sua clientela, massime perchè gli altri Istituti dovettero ridurre 
a minori proporzioni la misura dell'interesse offerto sulle prime 
ai depositanti. 

Qui avremmo amato poter presentare un prospetto delle varie 
■classi sociali, a cui appartengono i libretti in circolazione della 
€assa. Ma il fatto d'essere i libretti stessi ritenuti quali titoli 
al portatore, qualunque sia il nome a favore del quale trovansi 
intestati, se da un lato aumenta l'affluenza dei risparmi all'I- 
stituto e giova alla loro circolazione, viene dall'altro a privare 
gli studiosi di scienze sociali d'una fonte interessantissima di 
notizie e di dati statistici. L' unico esame possibile si è quello 
■delle categorie dei vari crediti iscritti sui libretti, dal quale, 
solo indirettamente però, può trarsi un criterio per riconoscere 
in qual proporzione le classi meno agiate, senza alcuna distin- 
zione fra loro, affidino alla Cassa il frutto dei loro risparmi. 

Una tale indagine ci apprende che dei 352,071 libretti in circo- 
lazione al 31 dicembre 1880, rappresentanti la cospicua somma 
di L. 284,299,600, N. 88,396 aveano iscritto un credito che 
variava dalle L. 1 alle L. 50, per un importo complessivo di 
L. 1,351,841; 23,998 un credito che stava fra le L. 51 e le 100, 
-con un totale di L. 1,670,610; 104,378 fra le L. 101 e le L. 500 per 
L. 28,091,565; 54,114 fra le L. 501 e le L. 1000, per L. 37,092,392; 
45,339 fra le L. 1001 e le L. 2000 per L. 60,183,382; 15,612 fra le 
L. 2001 e le L. 3000 per L. 36,982,723; 7,644 fra le L. 3001 e le 
L. 4000 per L. 25,949,843; 4,124 fra le L. 4001 e le L. 5000 per 
L. 18,411,699; 8,466 dalle L. 5001 ed oltre per L. 74,565,545. 



LA CASSA DI RISPARMIO 79 

Ora si può, senza tema d'andare errati, affermare che le ca- 
tegorie dei libretti portanti un credito inferiore alle L. 2000 
appartengono nella loro totalità alle classi meno agiate, agli 
operai, ai piccoli j^roprietarì , giacche sarà ben difficile che il 
ricco depositi alle Casse di Risparmio somme per lui sì poco 
rilevanti. Da un calcolo istituito dall'Amministrazione dell'Isti- 
tuto cinque anni prima, nel 1875, risultò, che dei 298,393 libretti 
allora esistenti per l'importo totale di L. 239,068,093.70, il 
numero di quelli, il cui credito iscritto era minore di L. 2000, 
ascendeva a 270,153 per un importo totale di L. 115,440,128, metà 
quasi della somma di credito di tutti i libretti. Nel 1880, dei 352,071 
libretti, rappresentanti in totale un credito di L. 284,299,600, se 
ne avevano 316,225 i quali aveano iscritto un credito inferiore 
alle L. 2000, per un importo complessivo di L. 128,389,790, di 
guisa che, essendosi le proporzioni dei libretti ad un dipresso 
mantenute, si può non senza fondamento dedurre, che ordinaria- 
mente il credito delle classi meno agiate verso la Cassa ammonti 
alla metà circa della somma totale dei depositi, importo questo 
che dimostra quale influenza benefica abbia esercitato l'Istituto nel 
diffondere, principalmente in Lombardia, la virtù del risparmio. 

Uno dei problemi più difficili a sciogliersi nell'ordinamento 
di un Istituto di Risparmio si è certamente l'impiego dei capi- 
tali che vi affluiscono. Esso non può scostarsi da quei ca- 
ratteri che sono la risultante della speciale condizione dei 
capitali medesimi, divisi nei rapporti coi depositanti in tante e 
diverse frazioni, sì da poter venire in breve periodo di temjjo 
in gran parte richiesti. Epperò tale impiego , oltre all' essere 
prudente ed utile, deve pure prestarsi ad una facile e pronta 
realizzazione di somme ingenti , senza che gravi e pericolosi 
sacrifizi possano mettere in pericolo l'esistenza dell'Istituzione 
medesima. Ora, se a tali esigenze può dirsi risponda in gran 
parte l'attuale investimento dei capitali della Cassa, non fu senza 
aver superato serie difficoltà ch'essa giunse a tale risultato, ne 
senza attirarsi censure, promosse principalmente dagli interessi 
che dai nuovi criteri adottati si credettero lesi. 

Nei primi anni di esistenza dell'Istituto, i modi esclusivi d'im- 



<S0 LA CASSA DI RISPARMIO 

piego erano i prestiti ipotecari ai privati ed a Corpi morali, e 
l'acquisto di effetti pubblici. Fra tutti, quest'ultimo avea la pre- 
valenza, di guisa che due terzi circa dei capitali della Cassa 
trovavansi investiti in carte di pubblico credito. Durante le crisi 
verificatesi negli anni 1828, 1830, 1831, delle quali abbiamo già 
fatto cenno, la Commissione amministratrice dell'Istituto ebbe 
agio di persuadersi dei pericoli che accompagnavano la prepon- 
deranza di tal modo d'impiego. Ed infatti, mentre al 30 giugno 1830 
le attività della Cassa consistevano per più del 67 ^o i^i effetti 
pubblici, questi alla fine del 1831, per vendite eseguite, non 
rappresentavano che il 41 % delle attività stesse. Prese allora 
il sopravvento l'impiego in mutui ipotecari a privati e Corpi 
morali , seguendo una linea ascendente che , interrotta negli 
anni 1849 e 1850 quale conseguenza degli imbarazzi in cui si 
trovò la Cassa, e che, come abbiamo già ricordato, la obbligarono 
persino a sospendere per qualche tempo le sue operazioni, rice- 
vette poscia nuovo gagliardo impulso, tanto da assorbire nel 1857 
l'ottanta per cento dei capitali dell'Istituzione, quantunque, oltre 
gli accennati , un altro modo d' investimento fosse stato accolto 
dalla Commissione amministratrice, le sovvenzioni, cioè, sopra 
pegno di effetti pubblici, che incominciano a figurare nel bilancio 
consuntivo dell'anno 1850. Se non che gl'inconvenienti che in 
parte si notarono nell'anno 1848, in seguito alle considerevoli 
richieste di rimborsi di depositi in quell'anno verificatesi, nuo- 
vamente potevano presentarsi in conseguenza di tale assorbi- 
mento dei capitali della Cassa in un impiego che impediva quelle 
pronte realizzazioni che la natura speciale dell'Istituto avrebbe 
potuto rendere indispensabili. Assai saviamente quindi la Com- 
missione avvisava d'accogliere altri modi d' impiego delle somme 
ad essa affidate, aiutata in ciò dalle nuove condizioni, in cui il 
credito ed il paese ebbero a trovarsi per il mutamento di governo 
seguito nel successivo anno 1859. Infatti, mentre al 31 dicembre 
1857 gl'investimenti in mutui ipotecari rappresentavano, come 
si è detto, V ottanta per cento delle attività della Cassa, e sol- 
tanto r otto per cento gli effetti pubblici ed i mutui sopra pegno 
di effetti pubblici, il due per cento le proprietà stabili ed altri 
crediti d'amministrazione ed il numerario disponibile, dodici anni 
dopo, alla fine cioè del 1870, la situazione presentavasi notevol- 



LA CASSA DI RISPARMIO 81 

mente mutata e migliorata. Soltanto il 34.07 per cento delle attività, 
a detta epoca ammontanti alla cospicua somma di L.207,592,174.25y 
trovavasi impiegato in mutui con ipoteca a "privati e Corpimorali, 
mentre il 30.97 per cento è assorbito dalle sovvenzioni con pegno 
di effetti pubblici ed industriali; il 5.91 per cento dagli effetti 
pubblici; il 0.53 per cento dallo sconto di cambiali munite di 
tre firme ed aventi scadenza non oltre tre mesi ; il 7.96 per cento 
dai Buoni del Tesoro, titoli a brevi e rateate scadenze e di si- 
cura realizzazione; il 4.15 per cento da mutui con ipoteca a 
sistema di restituzione con ammortamento ; il 7.53 per cento dal 
Conto corrente colla Banca Nazionale, le quattro ultime nuove 
forme, tutte d' impiego, destinate, le due ultime specialmente, ad 
assicurare il servizio di cassa, e che furono iniziate, la prima 
nel 1858, la seconda nel 1859, la terza e la quarta nel 1862: 
quest'ultima, vantaggiosissima, che permise alla Cassa di per- 
cepire un utile sopra somme che altrimenti avrebbero dovuto 
rimanere inoperose quale giacenza, mentre contemporaneamente 
assicurò ad essa il concorso di quel potente Istituto per la tras- 
missione dei fondi necessari alle Casse filiali per l'esazione delle 
cambiali; il 4.35 per cento dal numerario in cassa, e finalmente 
il 4.53 per cento su crediti diversi e residui attivi di rendite, 
dei quali torna superfluo l'occuparsi partitamente in una me- 
moria come la nostra, che ha di mira soltanto di riassu- 
mere quelle operazioni che costituiscono l'essenza dell'indirizzo 
amministrativo ed economico della Cassa, e per l'importanza, 
loro possono esercitare una vera influenza sul credito dell'Istituto. 

Negli anni a noi più vicini, in seguito alla legge 14 giugno 1866,. 
venne affidato alla Cassa l'esercizio del Credito Fondiario nelle 
Provincie di Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Milano, Novara, 
sino al lato sinistro della Sesia compreso il territorio del Cir- 
condario di Varallo, Pavia e Sondrio, ove incominciò a fun- 
zionare regolarmente nell'anno 1868. Coi RR. Decreti 12 aprile 
1871, 19 gennaio e 23 febbraio 1879, questo originario suO' 
campo d' azione venne poi allargato , comprendendovi anche le 
Provincie di Rovigo, Verona, Vicenza, Mantova, Belluno, Padova, 
Treviso, Udine e Venezia. La Cassa, assumendo tale nuovo ser- 
vizio, lo guarentiva sulle prime con una speciale cauzione di 

Milano. — Voi. III. 6 



82 LA CASSA DI RISPARMIO 

quattro milioni, somma che portò a cinque milioni, quando le 
Provincie Venete e di Mantova vennero ad aumentare il numero 
delle prime ad essa assegnate. La nuova Istituzione gradatamente 
prese rilevante sviluppo, entrando, per così dire, nelle abitudini 
della popolazione, la quale ad essa preferibilmente ricorre, anche 
a parità dell'interesse che il mutuatario deve corrispondere, per 
fruire dei benefìci del mutuo a cartelle con lunga ammortizzazione. 

Al 31 dicembre 1880 il numero dei mutui fatti dall'epoca in 
€ui la Cassa assunse l'esercizio del Credito Fondiario, era di 1456 
per la rilevante somma di L. 83, 956, 000. Di questi mutui, a 
seconda della natura degli stabili ipotecati, 844 erano guarentiti 
sopra fondi rustici ed ammontavano a L. 50,616,500; 548 su fondi 
urbani per un importo di L. 30,591,000; 64 infine su fondi misti 
per L. 2,748,500. Secondo le varie provincie dividevansi poi nel 
modo seguente: Belluno ottenne mutui 2 per L. 21,500; Bergamo 
52 per L. 2,678,500; Brescia 84 per L. 4,304,500; Como 39 
per 2,383,500; Cremona 80 per L. 5,628,000; Mantova 157 per 
L. 4,685,000; Milano 751 per L. 44,909,500; Novara 13 per 
L. 1,922 ,500; Padova 21 per L. 764,500; Pavia 91 per L. 11,090.000; 
Rovigo 19 per L. 602,500; Sondrio 2 per L. 27,500; Treviso 
29 per L. 350,500; Udine 28 per L. 391,000; Venezia 9 per 
L. 975,000; Verona 54 per L. 1,947,500 ; Vicenza 25 per L. 1,274,500. 
La media generale d'ogni mutuo, quando si ripartiscano i mutui 
tutti sul totale delle somme sovvenute dall'epoca suaccennata, è di 
L. 57,622. 08. La percentuale media dei capitali mutuati risulta 
essere di L. 1,603. 26 per ogni cento ettari di estensione territo- 
riale, di L. 60. 33 per ogni cento lire di rendita terreni e reddito 
dell'imposta fabbricati, di L. 1,378. 53 per ogni cento abitanti. 

L'interesse eifettivo pagato dai mutuatari, ogni cento lire 
mutuate nel 1880, fu di L. 5. 60. L'annualità a carico dei mutua- 
tari medesimi per l'estinzione di un capitale di L. 100 in cin- 
quantanni, al corso medio delle cartelle nel 1880 (L. 511.50), 
fu L. 5,926. L'interesse medio effettivo percepito nello stesso 
anno dai capitalisti acquisitori di cartelle fu di L. 4. 39, cifre 
tutte codeste che riescono prove evidenti dei servigi che l' Isti- 
tuto reca alla possidenza, e della fiducia che nel pubblico godono 
tsLÌi cartelle. 

Le cartelle in circolazione al 31 dicembre 1880 erano in nu- 



LA CASSA DI RISPARMIO 83 

mero di 143,340. A. detta epoca ne erano state consegnate al- 
l'Istituto, quali restituzioni anticipate di somme, per l'importo di 
L. 3,930,000. Ne erano state estratte a sorte per l'importo di 
L. 8,353,000 , cifra questa che altresì rappresenta in parte 
un'altra forma di restituzione del danaro mutuato, giacche i mu- 
tuatari, essendo il corso delle cartelle superiore al valor nominale, 
eseguiscono le restituzioni anticipate in danaro , lasciando poi 
all'Istituto la cura di ritirare, mediante estrazione a sorte, un 
corrispondente numero di cartelle. Così l'ammontare residuo dei 
mutui esistenti alla fine del 1880, di fronte a quello dei mutui 
fatti a tutta detta epoca, era disceso a L. 71,073,000. L'importo 
di tali restituzioni anticipate entra in questa diminuzione per 
L. 8,422,013. 51, le quali per L. 5,400,040. 03 andarono a saldo 
di 149 mutui, e per L. 2,955,900. 88, rappresentano acconti 
parziali. Su queste basi la quota delle restituzioni medesime, per 
ogni cento lire di capitale mutuato, fu di L. 10. 03. 

Le proporzioni della nostra memoria ci vietano di entrare nei 
molti apprezzamenti, che i dati statistici ora esposti darebbero 
agio a formulare. Essi però sono di per se abbastanza eloquenti 
per dar prova del modo con cui, anche in questo ramo della sua 
attività, la Cassa abbia pienamente conseguito lo scopo che si 
proponeva, di soddisfare cioè i bisogni della possidenza, senza 
troppo vincolare, come avveniva per lo passato, l'esercizio suo 
come Istituto di risparmio. 

Più tardi la Cassa per menomare le conseguenze della crisi 
commerciale che minacciava danneggiare tanti pubblici inte- 
ressi, autorizzata con Reale Decreto del 22 luglio 1870, inco- 
minciò ad accordare sovvenzioni sopra deposito di sete in pegno, 
e di lì a poco con deliberazione del 28 dicembre 1872 organizzava, 
dietro le norme della legge 3 luglio 1871 sui magazzini generali, 
tale creazione quale Magazzino geìierale delie sete, avente sepa- 
rato esercizio, ed al quale prestava la garanzia di un milione. Essa 
venne cosi ad offrire al commercio serico il duplice servizio delle 
anticipazioni accordate coi propri fondi liberi dietro deposito di 
sete e merci affini, e del semplice deposito di dette merci, sulle 
quali può emettere, a sensi della citata legge sui Magazzini gene- 
rali, fedi di deposito e note di pegno. La durata di queste due ope- 



84 LA CASSA DI RISPARMIO 

razioni varia dai tre ai quattro e ai sei mesi ; le anticipazioni non 
superarono mai i due terzi del valore peritale delle merci date in 
pegno, e sovra di esse modico è l'interesse che i debitori dovettero 
corrispondere, di rado superiore al 5 Vo- Attualmente è del 4 V4 Vo- 
li servizio dei depositi costituiti in pegno di sovvenzioni in- 
cominciò a funzionare col 30 luglio 1870; quello dei depositi 
semplici col 1 luglio 1872. Amendue presero in breve notevole 
importanza e corrisposero agli intenti che ne avevano ispirato 
l'impianto. L'emissione delle fedi di deposito e note di pegno, 
incominciata soltanto il 19 dicembre 1878, non ebbe invece 
uguale risultato, giacché i difetti che in proposito contiene 
la vigente legge sui Magazzini generali, impedirono ai commer- 
cianti di valersi di tali fedi e note di pegno, per ottenere su di 
esse sovvenzioni dalla Cassa. La Camera dei deputati approvò 
già un progetto di legge che tende in gran parte a riparare 
tali difetti , ci auguriamo che il Senato, al di cui giudizio tale 
progetto ora è sottoposto , voglia occuparsene sollecitamente, 
permettendo così all'Istituzione di recare tutti i rilevanti van- 
taggi di cui è capace. 

Allo scopo d' offrire frattanto un' esatta idea del movimento 
verificatosi presso la Cassa per le due operazioni di cui par- 
liamo, ci basta il ricordare, come dalle epoche suaccennate in 
cui ebbe principio la loro azione, la media annuale del movi- 
mento medesimo raggiunse le proporzioni seguenti : 

Per depositi a cauzione di sovvenzioni entrarono Colli 2,386 
del peso di Chilog. 191,580 e del valore di L. 9,170,000. Uscirono 
Colli 2,308 del peso di Chilog. 185,380 e del valore di L. 8,884,800. 
Rimasero presso la Cassa alla fine d'anno. Colli 1,308 del peso 
di Chilog. 109,568 e del valore di L. 5,108,000. 

Per semplice deposito entrarono nel Magazzino generale delle 
Sete, Colli 6250, del peso di Chilog. 416,054, e del valore di 
L. 17,400,000. Uscirono Colli 5855 del peso di Chilog. 389,752 
e del valore di L. 16,197,000. Rimasero alla fine d'anno Colli 2000 
del peso di Chilog. 139,346, e del valore di L. 6,154,000. 

Che se ora delle cifre esposte raggruppiamo quelle che ci of- 
frono il numero dei Chilogrammi ed il valore delle merci costi- 
tuenti la giacenza media annuale delle sete, tanto per i depositi 
costituiti in pegno di anticipazioni, quanto per i depositi sem- 



LA CASSA DI RISPARMIO 85 

plici, abbiamo il rilevante complessivo totale di Colli 3,308 del 
peso di Chilog. 248,914 e del valore di L. 11,262,000 quale rap- 
presentante della giacenza media d'ogni esercizio. 

Nei coefficenti parziali delle cifre, rappresentanti soltanto la 
media annuale del movimento complessivo delle sete e merci 
affini che fecero capo all'Istituzione, verifìcaronsi, è vero, da 
un anno all'altro d'esercizio varianti notevoli, ma esse altro 
non rappresentano che le vicende e le condizioni del commercio 
serico, dal giorno in cui gli accennati due servizi ebbero vita. 
Crediamo tuttavia inutile l'addentrarci nell'esame di questi 
dati annuali, i quali non avrebbero, per così dire, che un valore 
storico, e nulla aggiungerebbero che potesse porre maggiormente 
in luce i vantaggi, che derivano da questo nuovo servizio della 
Oassa, e 1' importanza sua. 

L'ultimo servizio infine assunto dall'Istituto fu quello del Depo- 
sito di valori iìi sem^olice custodia ed anche in amministrazione, 
regolato da tariffe più miti di quelle degli altri Istituti che lo 
esercitano. Esso offerse modo di trarre qualche reddito dall'ampio 
fabbricato di recente costrutto per sede dell' Amministrazione 
centrale, e soddisfa ad un bisogno del pubblico, il quale approfitta 
largamente di questo servizio. Infatti al 31 dicembre 1880, l'Isti- 
tuto era depositario di valori cartacei per L. 101,021,754, dei 
quali, a titolo di custodia con amministrazione, per L. 46,561,159; 
a titolo di custodia semplice, per L. 54,460,095. I depositanti 
erano N. 1466 riguardo al primo titolo, N. 1450 riguardo al 
secondo, e quindi, insieme, N. 2916. 

Passata questa breve rassegna dei vari modi d'impiego delle 
attività della Cassa non cìie delle nuove Istituzioni che ad essa 
ora si collegano, crediamo superfluo il rinnovare per ogni anno 
successivo al 1870, ultimo di quelli di cui ci siamo particolar- 
mente occupati, i calcoli che abbiamo esposti. 

Allo scopo però che evidenti appaiano il progresso nelle varie 
fasi percorse dalla Cassa dall'epoca che cominciò le sue opera- 
zioni, ed i miglioramenti arrecati con sagace ed instancabile cura 
nelle varie forme d' impiego dei capitali, riassumiamo qui in un 
prospetto, al pari dei precedenti diviso sino al 1875 a periodi 
quinquennali, l'ammontare delle somme da ciascun impiego nelle 
varie epoche assorbito. 



86 



LA CASSA DI RISPARMIO 



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LA CASSA DI RISPARMIO 87 

Da questo Prospetto evidente appare il fatto , che quel pro- 
gramma d'equilibrio fra i vari impieghi delle attività, con pre- 
valenza di quelli che pur essendo dei più cauti e sicuri offrono 
maggiore facilità di realizzazione, veinie in gran parte attuato. 

Ed invero, se si pon mente alla proporzione che ogni cento 
lire presentano, secondo le varie categorie d'impiego delle atti- 
vità dell'Istituto, le cifre esposte nello specchio ora riferito per 
l'anno 1880 siccome quello che ha un valore non soltanto sto- 
rico, ma quasi di attualità, trovasi la migliore conferma di questo 
nostro apprezzamento. Quale poi sia stata tale proporzione, chia- 
ramente raccogliesi dallo specchietto che qui presentiamo, men- 
tre troviamo contemporaneamente opportuno d'aggiungere, che 
l'interesse medio lordo ottenuto dalle diverse categorie di impiego, 
toccò la soddisfacente misura del 4. 48 %. 



Categorie 
degli impieghi 



Proporzione 

per 

ogni cento lire 

delle attivila 



Categorie 
degli impieghi 



Proporzione 

per 
ogni cento lirf 
delle attività 



Prestiti ipotecari . 



Id. 



Id. 
Cambiali 
Buoni del 



con pegno di 
effetti pubbl. 
e depositi di 

sete 

a Corpi morali 



Tesoro 



L. 


13 


40 




7 


57 


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12 


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91 


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27 


32 


L. 


61 


40 



Riporto . 

Conti correnti diversi 

Effetti pubblici ed in- 
dustriali 

Beni stabili, mobili e 
crediti diversi . . 

Residui inesatti d'in- 
teressi 

Numerario in Cassa . 





61 


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n 


28 


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1 


il 


1 


5) 


2 


- 


100 



4-0 

77 

19 

56 

52 
56 



Una sola riserva ci permettiamo tuttavia di fare in proposito e 
riguarda l'acquisto dei Buoni del Tesoro, ai quali ci sembra siasi 
dato dal 1875 in poi troppa prevalenza, forse per la difficoltà di 
trovare altri opportuni impieghi, che permettano una facile rea- 
lizzazione delle somme che vi sono dedicate, e corrispondano nell'i- 
stesso tempo un interesse abbastanza conveniente. Quanto all' im- 
piego in mutui ipotecari ordinari, scorgesi come esso sia stato limi- 
tato ad esigue proporzioni, essendosi a ciò adoperato l' Istituto 
prima ancora d'assumere l'esercizio del Credito Fondiario, mentre 
poi le somme che vi figurano investite rappresentano nella quasi 



88 LA CASSA DI RISPARMIO 

totalità mutui di vecchia data, i più solidi, i migliori che avesse ac- 
<jolto la Cassa. È bensì vero che una tale limitazione avea sin dai 
primordi sollevato biasimi da parte dei proprietari di beni immo- 
bili, che temevano veder chiusa per essi una fonte di credito, 
a cui non di rado con troppa facilità e poca avvedutezza ricor- 
revano. E non è men vero che parve a molti, che la Cassa, esten- 
dendo le sue forme d'impiego, assottigliasse quella che, non sono 
molt'anni, era ritenuta la meglio sicura, per darsi invece in 
braccio ad altre, che vecchie abitudini ed inesatti concetti econo- 
mici sulla potenza del credito dovuti alle condizioni delle provincie 
di Lombardia prima del 1859, facevano riguardar con sospetto. Ma 
se Tistituzione del Credito Fondiario sopperì all'esigenze dei primi, 
e distrusse ogni appunto che gli interessi privati potevano ad essi 
suggerire, lo sviluppo economico del paese distrusse del pari molti 
dei preconcetti timori sul secondo. Ad alcuni parve eziandio che il 
possesso da parte dell' Istituto di tanti valori più o meno legati 
allo Stato creasse una specie di dipendenza economica della Cassa 
dal Governo. Se non che, oltre all'esser questo un apprezzamento 
non sempre esatto, giacche le somme che figurano investite in fondi 
pubblici ed obbligazioni industriali e commerciali trovarono il loro 
impiego, più che in quelli, in queste, per le quali meglio che nella 
garanzia governativa la sicurezza sta nella bontà intrinseca 
delle imprese da cui vennero emesse, non conviene dimenticare, 
come ben disse il compianto senatore Porro, « che il compito di 
un'Amministrazione, che vive ed opera in paese, è quello di ac- 
cettare i fatti economici che in esso avvengono, e scegliere nella 
loro cerchia le condizioni d'investimento, sieno poi esse asso- 
ciate ad interessi pubblici o privati, purché rispondano alle esi- 
genze ed agli impegni dell'Istituto. L'indirizzo della Cassa non 
è quello di parteggiare con spirito reazionario , né di compro- 
mettere la sua esistenza coll'abbandonarsi ad imprevidenti fidu- 
-cie; ed é dover suo di esaminare il rischio che può correre, an- 
che dal punto di vista dei depositanti più timidi. S'immagini 
pure che fortuna di eventi e disastrosi concetti possano momen- 
taneamente prevalere nella direzione del paese, si che, messi 
in non cale anche i più gelosi impegni, si addivenga alla rovi- 
nosa misura di una riduzione della Rendita pubblica, o si alteri 
"ia scadenza e l'indole dei Bjni del Tesoro trasformandoli in Con- 



I 



LA CASSA DI RISPARMIO 89 

solidato. Date anche queste ipotesi, le più spinte e tristi che si 
possano immaginare, le conseguenze per l'Istituto sarebbero tut- 
tavia di lieve momento. Si è detto con quale studio l'Ammini- 
•strazione limitò l'acquisto degli effetti pubblici; si è mostrato 
<come il Bono del Tesoro sia governato a rateate e rapide resti- 
tuzioni, sicché, in ogni contingenza, ben piccola parte di questi 
investimenti potrebbe trovarsi implicata in una rovinosa misura. 
È noto parimenti che le sovvenzioni su pegno di effetti pubblici 
si fanno a brevi scadenze colla valutazione del pegno a due terzi 
<lel prezzo di borsa, e ognun vede qual largo margine di difesa 
siasi per tal modo riservato l' Istituto contro ogni più sinistra 
-eventualità. Ma posto pure che quel margine si esaurisse , ciò 
clie è fuori d'ogni ragionevole supposizione, il danno, cui l' Isti- 
tuto si troverebbe esposto, noi colpirebbe che in una misura 
molto ristretta. A peggio andare, poi, avvi pur sempre un largo 
fondo di riserva, il quale appunto è destinato in via principale 
a supplire le perdite , che FAmmistrazione fosse costretta d'in- 
contrare ». 

« Non si può quindi dubitare che le attuali condizioni degli 
investimenti, e l'entità del fondo di riserva siano tali da man- 
tenere pienamente la fiducia dei depositanti verso l'Istituto, ed 
anzi è piuttosto il caso d'indagare se non convenga di arre- 
stare a suo tempo il fondo di riserva entro dati confini, onde 
concedere maggior larghezza di fondi alle erogazioni a scopo 
■di beneficenza o di pubblica utilità (1) ». 

Gli avanzi che si ritraggono dall'impiego fruttifero dei capi- 
tali, dedotto l'ammontare degli interessi ai depositanti, delle spese 
d'amministrazione, della somma che è dedicata ad aumentare il 
fondo pensioni per gli impiegati della Cassa, dedotto infine l'im- 
porto delle erogazioni in opere di beneficenza e di pubblica 
utilità, costituiscono, aggiunti al patrimonio dell'Istituto, il Foìido 
di riserva, destinato in via principale a coprire le perdite 
eventuali e ad assicurare il rimborso dei crediti dei depo- 
•depositanti insieme alle L. 300,000 vincolate originariamente per 
superiore autorizzazione sul fondo di beneficenza. 



(t) A. Porro, Esercizio delia Cassa di Bisparmio di Milano, amministrata dalla Com- 
missione centrale di Bineficenza. Notizie sulla gestione dell' ultimo dodicennio — Milano, 
Tipografia Bernardoni, 1870. 



90 LA CASSA DI RISPARMIO 

Quale fosse al_,31 dicembre 1880 l'ammontare di tale fondo di 
riserva di leggieri si deduce avvicinando le cifre rappresentanti 
l'importo del credito dei depositanti ed il totale delle attività lorde 
della Cassa apparenti dai prospetti che abbiamo riferito (1): 
L. 284,299,599.82 il primo, L. 317,657,848.11 il secondo. Ora sot- 
traendo da quest'ultima somma L. 2,867,691. 43 rappresentanti 
rimanenze passive, quali debiti diversi e residui passivi, si ottiene 
il totale delle attività nitide in L. 314,790,156.68, che contrapposte 
al credito dei depositanti or accennato, lascia un residuo attivo 
di L. 30,490,556. S6, rappresentante appunto 1' importo a cui 
alla fine del 1880 ascendeva il fondo di riserva o patrimonio 
nitido della Cassa. Tale rilevante somma andò grado grado for- 
mandosi. Alla fine del 1825, terzo anno d'esercizio, toccava la 
modesta cifra di L. 15,455; del 1830 L. 195,518; del 1835 
L. 353,209; del 1840 L. 694,312; del 1845 L. 1,159,326; del 
1850 L. 1, 211,424; del 1855 L. 2,176,047; del 1860 L. 4,456,830; 
del 1865 L. 7,379,970; del 1870 L. 11,063,669; del 1875 L. 20, 
573,273; del 1876 L. 22,255,177; del 1877 L. 25,600,340; del 1878 
L. 27,703,241; del 1879 L. 30,721,912 e finalmente al 31 dicem- 
bre 1880 L. 30,490,556,86, somma superiore a quel 10 7^ bel- 
l'ammontare dei depositi, che anche da recenti disposizioni go- 
vernative venne prescritto. Questa cifra, insieme colla serietà 
e colla distribuzione degli attuali investimenti dei capitali della 
Cassa, se può essere soddisfacente garanzia pei depositanti, 
avrebbe tuttavia raggiunto proporzioni maggiori quando, oltre 
alle crisi sofferte negli anni già ricordati, non si fossero ag- 
giunte cause speciali che concorsero ad assottigliarla, e prima 
fra esse le imposte, che, insignificanti avanti il 1858, a poco 
a poco assorbirono rilevanti importi , sino a raggiungere 
nell'anno 1874 la somma di L. 1,036,033, che nel 1875 discese 
alla minore di L. 873,700, per riescire nel 1876 di L. 959,798 
e nel 1880 di L. 1,678,829.59. Poi le maggiori spese d'ammi- 
nistrazione e di personale, conseguenza delle innovazioni seguite- 
nell'ordinamento dell'Istituto per l'aumentata sua importanza, 
e del continuo impianto di nuove sedi o Casse filiali, si che dalla 
somma di L. 80,000, a cui ascendevano prima del 1850, rag- 



) Vedi retro, pag. ~.'i, 



LA CASSA DI RISPARMIO 91 

giunsero le L. 180,000 nel 1858, le L. 420,000 nel 1869, le 
L. 447,000 nel 1870, le L. 453,000 nel 1871, le L. 509,000 nel 
1872, le L. 542,000 nel 1873, le L. 556,000 nel 1874, le L. 556,000- 
nel 1875, le L. 591,000 nel 1876, le L. 637,000 nel 1877, le 
L. 722,500 nel 1878, le L. 714,400 nel 1879, e da ultimo nel 1880 
le L. 769,417. 44, rappresentanti L. 0. 27 ogni cento lire di de- 
positi. Infine le perdite in occasione dei cambiamenti delle monete 
più volte verificatisi; la creazione d'un fondo speciale separato 
dal patrimonio dell'Istituto per il servizio delle pensioni per gli 
impiegati, costituito in origine da un capitale di L. 500,000 e che 
ora, mercè l'assegno fattogli del 6 "/^ degli utili risultanti dal bi- 
lancio, ammonta a L. 1,929,000; le perdite subite in seguito a 
forzata vendita di stabili vincolati a cauzione di mutui, al cui 
incasso si dovette provvedere; le erogazioni d'una parte degli 
utili in assegni ad Istituti di beneficenza, erogazioni che dal 
1860, epoca in cui incominciarono per nuova disposizione dello 
Statuto, sino a tutto il 1880, assorbirono l'egregia somma di 
L. 5,131,335.97, e da ultimo il minor valore, che sui bilanci fu 
doveroso attribuire al palazzo costrutto per la sede della Cassa, 
in Milano, costituiscono tutti i vari elementi che concorsero ad 
assottigliare le cifre degli utili annuali destinati a costituire il 
fondo di riserva o patrimonio dell'Istituzione. 

Parlando delle cause che impedirono al fondo di riserva o 
patrimonio della Cassa di raggiungere più rilevante importo,, 
abbiamo ora accennato alla cospicua somma di L. 5,131,335.97 
prelevata dal 1860 a tutto il 1880 sugli utili dell'azienda, ed 
erogata in assegni di beneficenza ed opere di pubblica utilità. 
L'argomento è tale da meritare qualche parola. Giunta la Cassa 
ad un grado di sviluppo che lasciava presagire l' avvenire bril- 
lante che l'attendeva, la Commissione amministratrice, memore 
come da un fondo di beneficenza avesse tratto le sue prime 
origini l'Istituzione, e desiderosa di disporre a vantaggio delle 
classi meno abbienti d'una parte di quegli utili che dalFammi- 
nistrazione dei loro risparmi andava accumulando, nel progetto 
di nuovo Statuto della Cassa sottoposto alla Sovrana sanzione 
nel 1860, inseriva un articolo, per il quale riservavasi la facoltà 
di erogare, colla approvazione del Ministero dell'Interno, in opere 



V2 LA CASSA DI RISPARMIO 

di beneficenza e di pubblica utilità una porzione degli avanzi 
nitidi della gestione, non superiore però al quinto del loro totale 
ammontare. Divenuto tale Statuto la norma fondamentale della 
€assa, di questa facoltà dal 1861 in poi essa sempre si valse 
per porgere aiuti a quelle Istituzioni caritative, esistenti nelle lo- 
calità ove esercita l'ufficio di raccogliere i risparmi, le quali 
maggiormente rispondevano a sociali necessità ed avevano bi- 
sogno d'essere sorrette con pecuniari sussidi nel raggiungimento 
dell'umanitario loro fine. Nel 1871, desiderando concorrere nella 
repressione della mendicità, una delle più dannose piaghe so- 
ciali , costituiva un apposito fondo di L. 50,000, al quale ogni 
anno aggiunse nuove somme, per venir in aiuto a quei Comuni 
-che con savie discipline intendono raggiungere lo scopo suac- 
cennato coir aprire Ricoveri di Mendicità. 

Più tardi con deliberazione del 5 maggio 1879 la Commis- 
sione amministratrice della Cassa promoveva, dietro concerti 
col Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio, il R. De- 
creto 11 giugno 1879 inteso ad accordarle maggiori facoltà per 
distribuire in beneficenze anche il reddito off'erto dal patrimonio 
proprio dell'Istituzione. Per tale Decreto ogni qual volta il pa- 
trimonio costituente il fondo di riserva della Cassa raggiunga 
l'importo corrispondente al 10 ^/q della somma rappresentata dal 
credito dei depositanti, la Commissione stessa ebbe facoltà di 
erogare altresì, oltre al quinto degli utili dell'annuo esercizio, 
una somma corrispondente al frutto dello stesso fondo di ri- 
serva nella misura dell'interesse che si paga ai depositanti, purché 
non sia alterata la proporzione suindicata ed intervenga l'ap- 
provazione dell'autorità tutoria (1). Sarebbe per altro a deside- 
rarsi, eh' essa potesse estendere tali sussidi altresì alle Istituzioni 
che hanno un carattere esclusivamente preventivo della miseria, 
•e che per le vie dell'associazione e dell'insegnamento professio- 
nale tendono a sviluppare l'amore al lavoro, alla famiglia, al 
risparmio, diminuendo il numero di coloro che d'ordinario asse- 



(1) In base a qui?sto decreto, nel 1880 furono stanziate le seguenti somme per pubblica 
beneficenza: Tre e mezzo per cento sul fondo di riserva al 1 gennaio 1880, di L. 27, m. 
145,312. 12, L. 9?)0,092,92 Quota dui quinto sull'ulile del 1879 di L. 6i3,44-),23, 
1.. 128,689,0:;. In totale, L. 1,078,781.97. 



LA CASSA DI RISPARMIO 93 

diano gli uffici delle Opere Pie Elemosiniere. Questo desiderio- 
ottenne già , del resto, come ora esporremo, un principio d'ap- 
plicazione; e noi non possiamo che far voti acciò gli onorevoli 
amministratori dell'Istituzione non si arrestino in tale lodevole- 
cammino. 

Amministratrice d'una istituzione di Previdenza , convinta della 
necessità sociale di diffondere, specialmente nelle classi lavora- 
trici, lo spirito d'associazione allo scopo di mutuo soccorso, e 
di evitare alle stesse i disinganni, i pericoli, che una imperfetta, 
organizzazione delle loro Società avrebbe potuto trarre seco in 
un paese, nel quale esse sorgono per spontanea iniziativa, o 
vivono e progrediscono indipendenti da qualsiasi ingerenza e- 
tutela governativa, sino dal 1863 l' on. Commissione destinò 
parte delle somme, che si era riservata facoltà di distribuire, alla, 
istituzione di premi a favore delle Società Operaie di Mutuo 
Soccorso che mostrassero d'essere le meglio ordinate e di avere 
raggiunto lo scopo sociale sotto il triplice aspetto d'ordine, dì 
moralità e di regolare gestione economica. Nel primo anno am- 
mise al concorso le sole Società della Lombardia; nei successivi 
tutte quelle della penisola, delegando ad un apposito Consiglio,. 
composto di cittadini noti per studi speciali nella materia,, 
il giudicare del merito delle concorrenti, e l'assegnare i premi. 
Un avviso di concorso d'anno in anno tracciava ì requisiti^ 
a cui dovevano soddisfare le Società che intendevano parteci- 
pare all'utile gara: e siccome il nascere ed il propagarsi di 
tali Sodalizi non è sempre garanzia della loro durata e solidità,, 
così per assicurare loro tali benefici, per spingerli direttamente 
a costituirsi su basi scientifiche e razionali ed a tesoreggiare ì& 
esperienze già fatte in simili materie dalle altre nazioni, veniva, 
loro presentato ora F uno ora l'altro dei buoni precetti, che la, 
scienza e la prudente amministrazione suggeriscono quali basi 
deirordinamento delle Società di Mutuo Soccorso, ponendo la. 
pratica loro attuazione quale altra delle condizioni necessarie 
per ottenere il premio. 

Chi conosce davvicino tali Istituzioni , e sa come, per la na- 
tura degli elementi che le compongono, siano facili ad adombrarsi 
d'ogni e qualunque consiglio venga loro dato a fine di bene. 



94 LA CASSA DI RISPARMIO 

solo che parta dai poteri dello Stato, non può a meno di ap- 
prezzare di quanta e quale utilità fosse per le Associazioni ita- 
liane il sistema introdotto dalla Cassa. Le Società, allettate dalla 
speranza di conseguire l'onore del premio, di buon grado ascol- 
tavano i savi suggerimenti che loro venivano tracciati , special- 
mente per la compilazione uniforme delle tavole statistiche di 
probabilità di malattia e mortalità, nella relazione che ogni anno 
il Consiglio d'aggiudicazione pubblicava, esaminando minuta- 
mente le condizioni delle Società tutte che avevano preso parte 
al concorso, fossero o no state ritenute degne di premio : e cosi 
per via indiretta riuscivasi ad ottenere notevoli miglioramenti 
nell'ordinamento di tutte. 

Questi concorsi, ai quali nello spazio di tredici anni parteci- 
parono 277 Società di Mutuo Soccorso d' ogni provincia d'Italia, 
•alcune presentandosi ogni anno, altre alternativamente, poche 
una sol volta, in guisa d' essersi avute in detto periodo di tempo 
700 concorrenti, esercitarono una notevole e salutare influenza 
sull'ordinamento dei Sodalizi operai nella penisola, buon nu- 
mero dei quali si ordinò con nuove forme per tutti uguali, pre- 
sentando i risultamenti ottenuti in tabelle statistiche redatte 
con scrupolosa esattezza. La felice iniziativa dell'Istituto mila- 
nese , che gli valse d' essere ricordato con onore nella relazione 
g:enerale sul concorso ad un nuovo ordine di ricompense isti- 
tuito in occasione dell'Esposizione universale di Parigi del 1867, 
venne seguita in Bologna, città che in fatto d' Istituzioni ope- 
raie tiene il primato nella penisola , da quella Cassa di Ri- 
sparmio dal 1866 in poi, limitando però il concorso alle So- 
cietà della provincia; dal Banco di Sicilia nel 1877, che vi am- 
mise soltanto quelle del comune di Palermo, e finalmente dal 
Governo medesimo coi progetti di legge presentati il 9 giugno 
-del 1877 alla Camera dei Deputati e da ultimo nel 1880, per 
■accordare a queste Associazioni una esistenza legale, nei quali 
vera pure contenuto il concetto dei premi alle meglio ordi- 
nate. Tale progetto, per i molteplici suoi difetti e per la caduta 
del Ministro che l' aveva proposto, venne abbandonato. Se non 
che nel 1880 il successore dell' on. Majorana Calatabiano, pre- 
esentava allo istesso scopo un nuovo progetto al Senato, progetto 
•che dopo essere stato da questo approvato nella seduta del 12 



I 



LA CASSA DI RISPARMIO 95 

lebbraio 1881, ora attende il voto della Camera, alla quale fu 
ilallo stesso Ministro presentato nella tornata dell'otto marzo suc- 
i'essivo. Noi abbiamo fede che quando si provvederà alla grave 
bisogna, e facciamo voti avvenga presto, questo sistema dei 
'dal 1862 ha già fatto ottima prova anche nel Belgio, dove sino 
-premi che venne adottato, verrà indubbiamente accolto. 

Ora da cinque anni la Cassa ha sospeso tali concorsi. Dap- 
prima attese che fosse compiuto uno studio, da essa affidato 
a persone competenti, sui dati statistici raccolti nei tredici 
concorsi seguiti, e che oifersero un complesso di 155,889 fatti, 
dei quali 136,887 d'uomini, e 19,012 di donne, allo scopo di 
trarre da questa raccolta di dati preziosi ed attendibili la 
luce delle deduzioni scientifiche, riuscendo alla compilazione di 
tavole statistiche di probabilità di malattia , elemento impor- 
tantissimo per il prudente ordinamento delle Società di Mutuo 
Soccorso, e che di frequente costituisce lo scoglio contro del 
quale il loro edificio si infrange. Ma ora che il lavoro di questi 
egregi cittadini è stato condotto a termine, non troviamo ragione 
di un ulteriore ritardo nel riaprire tali Concorsi, opperò facciamo 
vivissimi voti perchè questa lunga sospensione cessi fra breve, 
e sia così scongiurato il pericolo di veder perduti i frutti bene- 
fici sin qui conseguiti. 

La rassegna rapidissima, quale ce la consentirono il tempo 
breve e l'argomento lungo, di tutti gli elementi che si riferi- 
scono all'organizzazione, alle funzioni ed all'importanza econo- 
mica e morale del grande Istituto milanese di Risparmio, è 
giunta ormai al suo termine. 

11 nostro non fu, né pretendeva riuscire un esame critico, avendo, 
più che ad altro, mirato ad una fedele esposizione dei fatti. Se ci 
fossimo addentrati in ogni particolare della vastissima azienda, gli 
apprezzamenti ed i voti, che alla sfuggita abbiamo esposto, sareb- 
bero probabilmente riusciti in maggior numero. Ma non ci parve 
fosse dell'indole del nostro lavoro il seguire siffatta via. Presentare 
nel suo complesso i grandi risultati ottenuti, e i mezzi che ser- 
virono a raggiungerli, tale fu esclusivamente il nostro intendi- 
mento. Che, se nel riferire lo varie fasi attraversate dalla Cassa, 
i criteri che sempre ne informarono l'indirizzo, i grandi servigi 



§<| r v CASSA DI RISPARMIO 

da essa resi nel campo economico non meno che nel morale a. 
vantaggio delle varie classi sociali, i nostri periodi riuscirono 
improntati ad una certa soddisfazione, niuno, speriamo, vorrà 
farcene addebito. Se alcuna modificazione per avventura può 
ravvisarsi necessaria in qualche parte dell' ordinamento dei 
vari servizi a cui provvede la Cassa, la quale, come ogni sociale 
creazione, può in date circostanze averne bisogno, crediamo 
esser questione soltanto d'opportunità e di tempo il vederla 
attuata. Egli è dell'indole di queste Istituzioni il procedere 
colla massima prudenza nell' adottare qualsiasi nuovo provve- 
dimento, se esse non vogliono porre a repentaglio, oltreché la 
sicurezza dei capitali loro affidati, la fiducia dei depositanti, 
possente ausiliare nel tener viva _nelle varie classi sociali 
la virtù del risparmio. Il passato ci addimostra non essere l'im- 
mobilità il programma del nostro Istituto, e ci riesce pegno si- 
curo che esso non si rifiuterà, voltacchè manifesto ne sia il bi- 
sogno, di adottare tutti quei provvedimenti che valgano a soddi- 
sfare alle nuove esigenze che la vita economica del paese può 
presentare. 

Ed invero, chiunque col pensiero abbracci imparzialmente tutto 
quel complesso di vicende che concorse a condurre la Cassa al- 
l' odierna sua potenza, e ricordi le cure sapienti poste da chi ne 
resse le sorti, per favorire il risparmio e giovare alle varie classi 
sociali, e specialmente alle meno abbienti, cogli assegni di bene- 
ficenza, e coi premi alle Società di Mutuo Soccorso; chiunque 
rammenti, infine, come gli splendidi risultati dei quali essa ora 
può andare a buon diritto superba e che stanno garanti del suo 
avvenire, siano dovuti alla libera privata iniziativa senza che 
autorità di legge o di Governo siasi intromessa nell'indirizzo della 
sua azione economica, non può a meno di- ammirare questo gran 
fatto economico, che onora la patria nostra ed in i special modo la 
città, entro le cui mura venne iniziato e giunse a meta sì 
grandiosa. 

Milano, giugno 1881. 

G. Scotti. 



ISTITUTI DI CREDITO 



INTRODUZIONE. 



Parlando delle istituzioni di credito, è nostro proposito limi- 
tarci unicamente a quelle che, per la loro origine, per il loro 
organismo amministrativo e per la sfera della loro azione, pre- 
sentano un carattere essenzialmente cittadino. L'indole e i li- 
miti di quest'opera, il compito che ci siamo assunti, e più che 
tutto la brevità del tempo, non ci concedono di poter dare rag- 
guagli pari alla sua importanza su tutta quella parte del mo- 
vimento bancario che si riferisce ai diversi istituti di credito, 
i quali, avendo altrove la loro sede principale, o per necessità 
di servizio, o all'intento di dare un maggiore sviluppo ai proprÈ 
affari, hanno istituita una figliale in Milano. 

Per porgere qualche notizia intorno ai medesimi , sarebbe- 
stato necessario un lungo lavoro ; occorreva vagliare una serie^ 
di cifre e scendere a minute indagini sulle diverse operazioni 
senz' altra scorta che quella di resoconti , i quali il più delle 
volte offrono -risultati sintetici, e che non possono essere scissi 
nei loro elementi costitutivi senza pericolo d' incorrere in er- 
rori. Ed infatti, se per alcune categorie di affari, come gli 
sconti le anticipazioni, riesce talora agevole il distinguere 
la parte di esse che furono compiute nella nostra città, per 
altre invece tornerebbe oltremodo difficile e diremmo quasi im- 
possibile una tale distinzione. Per citare un esempio, chi po- 
trebbe dire quale quota dell'operazione di conversione del pre- 
stito 1866, assunta dalla Banca Nazionale nel Regno, debba:. 

MILA^o. — Voi. III. 7 



<)8 ISTITUTI DI CREDITO 

attribuirsi alla sede di Milano? Le difllcoltà poi diventano 
maggiori quando si tratti di ripartire i pesi , le spese, i bene- 
fìci. Quanta parte dovrà assegnarsi alle figliali di Milano delle 
spese generali e delle imposte sostenute dalla Banca Nazionale 
•e dal Banco di Napoli? Come ripartire i redditi, i pesi, i bene- 
fìci della Banca Generale di Roma fra la sede centrale e quella 
di Milano, mentre la Banca medesima nei suoi bilanci non 
offre alcun dato per distinguere la somma di operazioni com- 
piute e di spese incontrate presso ciascuna delle sue sedi ? 

Le stesse Amministrazioni di questi istituti non avrebbero il 
più delle volte potuto adequatamente rispondere alle domando, 
clie in proposito loro fossero state dirette, e noi ci saremmo 
trovati nella necessità o di dover esporre i risultati di calcoli 
della esattezza dei quali non avremmo potuto renderci garanti, 
oppure di porgere sugli istituti da noi accennati notizie affatto 
incomplete. Inoltre ci sarebbe occorso assai di frequente di dover 
•entrare a discorrere di affari , i quali si riferiscono tanto a 
Milano, quanto ad altre parti d'Italia, il che ci avrebbe troppo 
-dilungati dal compito che ci siamo prefìssi. 

Ecco perchè ci limiteremo a dire, che sino dal 1859, appena 
la Lombardia fu liberata dal dominio austriaco, la Banca Na- 
zionale istituì una sede in Milano; che la Banca Generale di 
Roma aprì la sua sede nel 1875 quando cessò la Banca di Cre- 
dito Milanese di cui assunse la liquidazione; che infìne il Banco 
'di Napoli istituì la sua sede in Milano da soli quattro anni. 

Ci diffonderemo invece a parlare più specialmente della Banca 
Popolare, della Banca Mutua Popolare Agricola, e della Banca 
liombarda, come quelle che, sorte in Milano, hanno fatto di 
questa città il loro centro d'azione ed il campo principale della 
loro operosità. 



ISTITUTI DI CREDITO 99 



BANCA POPOLARE 



Origine e scopo. — La Banca Popolare di Milano la quale il 
breve volger di anni assunse le proporzioni di un grande isti- 
tuto e che meritò le lodi di molti illustri economisti italiani o 
stranieri , deve la sua fortuna ad un complesso di favorevoli 
circostanze, che qui sarebbe troppo lungo l'annoverare. 

Mentre la Banca del popolo di Firenze si imponeva colla va- 
stità del suo programma, mentre nei convegni di Milano e di 
Torino si agitavano con splendida dottrina le teorie per la più 
efficace diffusione del credito popolare, e si discuteva se fosse più 
opportuno che una Banca popolare s'informasse al principio dne 
credito sul lavoro, o avesse a fondamento il risparmio e la mutua- 
lità, il prof. Luzzatti coll'aiuto di pochi amici e dell'Associazione 
generale degli operai gittava sulla fine del 1865 le prime basi 
della Banca popolare di Milano. 

Essa sorgeva come l'espressione d'un bisogno universalmente 
sentito. Ed infatti fino al 1860 in una città, che deve al lavoro 
gran parte della sua prosperità, non v' era istituto il quale lar- 
gisse il credito a quanti non possedessero le risorse di un 
largo censo o la fortuna di un nome noto nelle sfere dell' alto 
commercio. L'operaio ed il piccolo industriale non si attentavano 
a varcare le soglie delle aule della Banca Nazionale e dei 
grandi banchieri, giacche sapevano che le loro cambiali non sa- 
rebbero state scontate. Eppure quelle cambiali rappresentavano 
veri affari : non portavano però che due firme, bene spesso soli- 
dissime, ma sconosciute nell'Olimpo bancario; talora varcavano i 
tre mesi, ed i possessori delle medesime in momenti di bisogno 



100 ISTITUTI DI CREDITO 

non ne trovavano il risconto se non a prezzo di un sacrifìcio, 
che il più delle volte assorbiva il lucro dell'affare che rappre- 
sentavano. 

La Banca Popolare sorse col programma di contribuire nei 
limiti delle sue poche forze a redimere col mezzo del credito 
e del risparmio le classi lavoratrici; il suo compito era troppo 
elevato, troppo estese ed urgenti le necessità a cui intendeva 
provvedere perchè l'opera sua non fosse coronata dal successo. 
Nel? dicembre 1865 veniva convocata la prima adunanza dei sot- 
toscrittori per l'approvazione dello Statuto, e nel 25 gennaio 1866, 
in un modestissimo ufficio concessole gratuitamente dal Demanio, 
cominciava le proprie operazioni con un capitale di L. 27/m. 

Ma un grave fatto venne a dare un vigoroso impulso alla 
Banca e ad esplicarne l'azione benefica. 

La legge del 1." maggio 1866 attribuiva il corso forzoso ai 
biglietti della Banca Nazionale: in breve l'oro e l'argento spa- 
rirono dalle contrattazioni, ed i biglietti di grosso taglio, oltre al 
disaggio in confronto dell'oro, subirono una perdita nel concambio 
con quelli di taglio minore. Il disaggio toccò talora il 10 per °/^ 
e, per dare un'idea dei danni che ne derivarono, accenneremo 
al fatto che la locale Cassa di Risparmio nel solo anno 186') 
lia dovuto incontrare una perdita di oltre L. 800 m. onde pro- 
curarsi i biglietti necessari ai piccoli rimborsi. 

Il provvedimento preso dal Governo di mettere in circolazione le 
marche da bollo delle cambiali riuscì insufficiente, e le somme 
difficoltà che s'incontravano nelle minute contrattazioni, avevano 
creato un malcontento che minacciava prorompere in gravi disor- 
dini. Fu allora che il Consiglio della Banca pensò giovarsi della 
disposizione dell'articolo 25 dello statuto per mobilizzare parte 
dei depositi che le venivano fatti, mediante huoìii di cassa di 
piccolo taglio (L. 5, 3 e 2) rilasciati ai depositanti che ne faces- 
sero domanda. Non si trattava di un' operazione di emissione, 
ma di un servizio di concambio e di cassa, ed il valore dei 
buoni doveva essere pienamente garantito da un corrispondente 
deposito in numerario presso la locale Cassa di Risparmio. 

Le ditte più importanti di Milano, e specialmente i proprietari 
dei principali stabilimenti industriali, si affrettarono ad iscriversi 
soci della Banca per avere, contro deposito di biglietti della Banca 



ISTITUTI DI CREDITO 101 

l^azionale di maggiore importo, i buoni della Banca popolare, 
vera provvidenza in tanta penuria di moneta spicciola: e, siccome 
quelle ditte li accettavano senza riserve, così i buoni, pur avendo 
un corso libero, ritraevano dall'accordo spontaneo di tutti i soci la 
certezza della loro circolazione. 

Questa semplice e sicura operazione, i vantaggi che ne deri- 
varono, e la regolarità con cui fu condotta, accrebbero il credito 
e la conoscenza della Banca. I soci, che sul finire del 1865 ol- 
trepassavano appena i 400, si triplicarono nel corso del primo 
esercizio; le operazioni si aumentarono per numero e per importo, 
e in breve volgere di tempo la Banca superò le ideali aspira- 
zioni de' suoi stessi fondatori. 

Nei quindici anni della sua esistenza, due crisi colpirono il 
nostro paese, quella del 1866 creata dalle preoccupazioni del- 
l'ultima guerra dell'indipendenza nazionale e resa più intensa 
dai disastri delle armi italiane, e quella del 1870-71 causata 
anch' essa dai gravi fatti politici che sconvolsero in quell'e- 
poca gran parte d'Europa. La Banca ne uscì incolume, e dalle 
dure prove a cui fu esposta parve attingere lena novella per 
compiere la sua missione; merito non tanto degli uomini che 
furono chiamati a reggerla, quanto della bontà dei principi e 
degli ordinamenti che ne regolarono i destini. 

Ma la fase più critica della sua esistenza furono quegli anni 
(1871-73) in cui le ebbrezze della speculazione, i deliri del cre- 
dito, le seduzioni dei rapidi guadagni avevano sconvolto le menti 
più calme ed assennate. Si voleva mutar lo statuto, chiudere 
il capitale, e, sotto le apparenze di ricondurre la Banca al suo 
scopo e di tutelare gì' interessi degli azionisti, si mirava a far 
del credito popolare un privilegio a vantaggio di coloro che 
erano soci con esclusione di altri che ne invocavano il bene- 
ficio. 1 più erano in buona fede e credevano di agire nell'in- 
tento del meglio, ma non mancavano coloro il cui scopo recon- 
dito era quello di provocar rapidi rialzi sul valor delle azioni 
€ di attrarre i titoli della Banca nei vortici della Borsa. 

L'Amministrazione si oppose, e chi ricorda le gravi discussioni 
■e la tumultuosa adunanza del 10 dicembre 1871 sa con quale 
fermezza il Consiglio abbia lottato contro le velleità innovatrici 
di quel momento. Vinse, e la sua vittoria fu la salvezza della 



102 ISTITUTI DI CREDITO 

Banca. Poco tempo dopo le illusioni scomparvero, le effimere 
istituzioni che la speculazione aveva create crollarono, e alle 
perdute speranze tennero dietro lo sconforto e la sfiducia , le 
recriminazioni e gl'inutili rimpianti. 

Parlando delle singole operazioni, noi vedremo il progressivo 
sviluppo della Banca; qui diremo soltanto che anche la sua 
grandezza non tornò di danno ai piccoli affari, giacché nelle 
operazioni di maggior rilievo non si impiegarono se non i capitali 
esuberanti dopo soddisfatte le minori. E chi conosce le condi- 
zioni della nostra città sa che, per quanto le piccole industria 
ed il minuto commercio siano in essa sviluppati, pure l'elar- 
gizione del credito a vantaggio dei medesimi, nelle forme in cui 
può essere concesso dallo statuto, non sarebbe stata sufficiente 
all'impiego delle rilevantissime somme dalla fiducia cittadina accu- 
mulate presso la Banca sotto la forma di depositi. 

Organizzazione amministrativa. — Potere supremo è l'As- 
semblea dei soci, la quale, a termini dello statuto, si raduna ordina- 
riamente nella prima metà di febbraio d'ogni anno; l'amministra- 
zione della Banca è deferita ad un Consiglio composto di un Presi- 
dente, di un Vice Presidente e di diciotto Consiglieri eletti fra i soci 
e che durano in carica due anni. Un Comitato di tre Censori ve- 
glia alla stretta osservanza dello statuto e dei regolamenti so- 
ciali, con diritto d'intervenire alle sedute del Consiglio con voto 
consultivo, di ispezionare i registri e lo stato di cassa e di 
prender contezza delle diverse operazioni e in generale dell'an- 
damento degli affari della Banca. 

Un Comitato composto di 40 membri, i quali funzionano di 
tre in tre per turno settimanale, coadiuva il Consiglio nelle o- 
perazioni ordinarie di sconto, e può dirsi sia il vero arbitro del 
fido da concedersi ai soci. 

Le contestazioni che possono insorgere fra i soci e l'Ammi- 
nistrazione per affari attinenti alla Banca sono sottoposte ad un 
Comitato di tre probiviri od arbitri eletti dall'Assemblea e rin- 
novabili ogni anno. 

L'esame delle domande per concessione dei prestiti suU'onore 
è sottoposto ad uno speciale Comitato di 50 membri scelti dal 
Consiglio fra le rappresentanze delle diverse Società di mutuo 
soccorso cittadine. 



ISTITUTI 1)1 CREDITO 103 

lutine presso ognuna delle due Agenzie della Banca, recen- 
temente istituite in Milano, funzionano due speciali Comitati ^ 
ciascuno di 12 membri eletti dal Consiglio, il cui peculiare in- 
carico è quello di fornire informazioni in merito ai ricapiti cam- 
biari presentati alle Agenzie. 

Tutto sommato, yì hanno 140 persone, le quali prestano gra- 
tuitamente la loro opera a vantaggio della Banca. 

L'esecuzione delle deliberazioni dell'Assemblea e del Consiglia 
ò demandata ad un Direttore, il quale rappresenta la Banca nei 
rapporti coi terzi. 

Soci, Azioni, Capitale e Riserva. — Forse nessun sodalizio- 
di mutuo credito ebbe tanti soci quanti ne annoverò la Banca 
Popolare di Milano. A tutto il 31 dicembre 1880 essi ammon- 
tarono a N. 19,617, se non che, avendo nel corso dei 15 
anni di esercizio cessato dal far parte della società per 
morte o per volontario ritiro N. 5.335 soci, ne derivò che^ 
al chiudersi del 1880, il numero degli azionisti si ridusse a 14,282. 

A termini dell' art. 6 dello statuto , coloro che vogliono en- 
trare a far parte della Società devono produrre una domanda al 
Consiglio d'amministrazione firmata da due soci, i quali si ren- 
dono garanti dell'onorabilità del richiedente; il Consiglio esamina^ 
le domande e, quando nulla emerga in contrario, il richiedente 
è iscritto fra i soci. Chi non fosse ammesso ha la facoltà di ap- 
pellarsi al Comitato degli arbitri. 

Il socio ha diritto ad un sol voto nelle assemblee, qualunque 
sia il numero delle azioni da lui possedute: per tal modo si raf- 
ferma il principio che nei sodalizi di mutuo credito la persona 
prevale alla cifra di cointeressenza, e povero e ricco sono pa- 
reggiati nella responsabilità delle deliberazioni sociali. 

Sino al 1876 non vi fu altro vincolo all' ammissione dei 
soci all'infuori di quello dell'approvazione del Consiglio, ma in 
seguito, vista la straordinaria sottoscrizione di azioni da parte, 
di persone che si aggregavano alla Banca non per far affari, ma 
unicamente per fruire dei lauti dividendi dalla medesima distri- 
buiti, alcuni azionisti proposero di escludere da ulteriori sottoscri- 
zioni i minorenni , gli interdetti , gì' inabilitati : la proposta fu 
accolta nella adunanza del 4 febbraio 1877 e nella successiva 
del 3 febbraio 1878 venne elevata a disposizione statutaria. 



104 ISTITUTI DI CREDITO 

Né le restrizioni si limitarono alla sola esclusione di date 
•<'atcgorie di persone, ma si estesero anche al numero delle 
azioni che potevano essere sottoscritte. 

L'art. 11 dello statuto permette ad ogni socio di possedere fino 
a 50 quote, e a tutto il 1871 T Amministrazione accordò a chi ne 
fece domanda azioni fino al limite massimo concesso dalla legge 
fondamentale della Banca. Verso la fine di quell'anno la proposta 
di chiudere il capitale fece affluire un numero straordinario di do- 
mande, e nel solo dicembre vennero sottoscritte 53, 454 azioni. Il 
rapido incremento del capitale, qualora avesse continuato, avrebbe 
potuto creare seri imbarazzi per la Banca, il perchè nell'assem- 
Ijlea del 4 febbraio 1872 si stabilì, che non si avessero a conce- 
dere più di 5 azioni all'anno e per persona. Ma, malgrado tale 
limitazione, si ebbero durante il 1872 sottoscrizioni per quasi 33 
mila quote, donde il bisogno di nuove restrizioni. Nell'adunanza 
■generale del 9 febbraio 1873 si deliberò di limitare la sot- 
toscrizione ad una azione all'anno per ogni richiedente, ed in 
quella del 26 maggio 1878 fu votata la norma oggi vigente per la 
■quale nessuno, socio o non socio, può ottenere direttamente dalla 
Banca più di una azione ogni cinque anni. 

Il valore originario di emissione delle azioni fu quello nomi- 
nale di lire 50: dopo il primo esercizio, essendosi passata una 
quota di utili al fondo di riserva, il prezzo di emissione fu 
aumentato di una somma corrispondente alla compartecipazione di 
ogni azione al fondo stesso : in qualche anno però il soprapprezzo 
superò di poche lire tale compartecipazione. Dopo il 1871, com- 
pletato il fondo di riserva, non essendosi passata al medesimo 
parte alcuna di utili, il prezzo dell'azione fu costantemente mante- 
nuto a L. 71 pagabili anche in rate mensili non minori di una lira. 

Conseguenza della straordinaria sottoscrizione delle azioni fu 
il rapido aumento del capitale, che dalle lire 217,700, a cui 
era giunto al chiudersi del primo anno di esercizio, ascese 
al 31 dicembre 1880 a lire 7,740,000. 

Il seguente prospetto ci presenta il successivo aumento del 
numero dei soci, delle azioni, del capitale, della riserva, e ci dà 
il movimento delle quote e la compartecipazione media di ogni 
xizionista al patrimonio sociale durante il quindicennio di cui 
^i occupiamo. 



ISTITUTI DI CREDITO 



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100 ISTITUTI DI CREDITO 

Da questo prospetto si rileva come il numero dei trasferi- 
menti delle quote sociali abbia subito notevoli variazioni nei 
diversi anni di esercizio, presentando nel 1871 un minimum 
di 1. 79 e nel successivo anno un maximum di 12. 52. — 

Le cause di queste brusche variazioni sono da attribuirsi in 
ispecial modo alla speculazione, che si esercitò nella sottoscri- 
zione dei titoli della Banca ed all'aggio creato sui medesimi. 

Nel 1871 vennero firmate quasi 76 mila quote, molte delle 
quali furono nel successivo anno cedute dai sottoscrittori o per 
realizzare un lucro, o perchè impotenti a conservarle. Nel 1872, 
(sebbene la sottoscrizione sia stata limitata a sole 5 azioni per 
ogni richiedente) si ebbe un aumento di oltre 32. m. quote , che 
a termini delle deliberazioni dell'Assemblea, non potevano essere 
cedute se non dopo un anno dalla data del certificato di emis- 
sione. Appena l'anno fu spirato, ecco gli speculatori procedere 
alla vendita delle azioni sottoscritte; di qui il rilevante numero 
dei trasferimenti che notiamo nel 1874. — Tolti però questi due 
periodi, in cui i trapassi furono provocati da cause eccezionali,, 
noi vediamo che il numero dei trasferimenti si presenta in una. 
cifra assai limitata, toccando appena in media il 6 % delle azioni 
in circolazione, media assai bassa, molto più se si rifletta che- 
un quinto circa dei trasferimenti dipende da morte dei titolari 
delle azioni o da scioglimenti di società. — Questo scarso mo- 
vimento è un fatto cho rileva ad un tempo l'affetto che i soci por- 
tano alla Banca e la fiducia eh' essi ripongono nell'avvenire 
della medesima. 

Operazioni. — In origine il numero delle operazioni della Banca 
si riduceva a tre: far prestiti ai soci, scontarne le cambiali a 
scadenza di non oltre tre mesi, ricevere depositi aprendo un 
conto corrente: successivamente, aumentato il capitale, si sentr 
il bisogno di allargare la sfera degli affari , e s' introdussero 
le diverse operazioni delle quali veniamo a parlare. 

Queste attualmente si dividono in ordinarie e straordinarie. Lo 
l)rime sono quelle che la Banca fa unicamente coi soci o per 
mezzo delle quali accresce il fondo di circolazione per lo svi- 
luppo dei propri affari: sono pure considerate come tali quelle 
che, non implicando un credito, possono compiersi anche con 



ISTITUTI DI CREDITO 107 

coloro che non sono azionisti senza venir meno al principio della 
mutualità! Le straordinarie sono quelle a cui la Banca può tro- 
varsi costretta a dover ricorrere quando, esaurite le operazioni 
ordinarie, le rimanessero ancora tali esuberanze di capitali da 
non saper come provvedere all'impiego delle medesime se do- 
vesse restringere i rapporti d'affari coi soli azionisti. 
Appartengono alla prima categoria: 

a) i prestiti ai soci; 

b) lo sconto delle cambiali dei soci; 

e) le sovvenzioni contro pegno di pubblici valori; 

d) l'accettazione di somme in conto corrente, a risparmio, e 
verso emissione di buoni fruttiferi; 

e) i depositi a custodia; 

f) l'emissione di assegni sulle diverse piazze; 

g) la compera e vendita di valori per conto terzi. 
Appartengono alla seconda categoria: 

a) lo sconto delle cambiali di Banche popolari ed altri isti- 
tuti di credito o di ditte notoriamente solvibili, che non 
figurino fra i soci della Banca ; 

b) le sovvenzioni verso pegno di valori industriali; 

e) l'acquisto di Buoni del Tesoro provinciali e municipali e di 
valori pubblici ; 

d) ì mutui ipotecari e l'acquisto di crediti ipotecariamente- 
garantiti ; 

e) le sovvenzioni su merci e derrate. 

Prestiti e Sconti. — Lo Statuto della Banca all'art. 17 dispone 
che l'azionista, il quale non abbia mancato ad alcun impegno verso 
la Società e offra garanzie morali che assicurino l' esatto adem- 
pimento dell'obbligo che va ad assumere, può chiedere un prestito 
fino al doppio del valore delle azioni da lui possedute. 

La domanda è prodotta al Comitato di sconto e, ove sia 
accolta, il socio rilascia per la somma ottenuta una obbligazione 
in forma cambiaria. Qualora il socio chieda un prestito supe- 
riore al doppio valore delle sue azioni deve prestare una cau- 
zione personale o reale. 

I prestiti non devono avere una scadenza di oltre quattro 
mesi; possono però essere rinnovati per una sol volta, ma per 
un termine non maggiore di tre mesi. 



108 ISTITUTI DI CREDITO 

L'operazione dei prestiti, sebbene sia consona all'indole delle 
Banche popolari, e presenti una sicurezza anche pel fatto che la 
-concessione del prestito vincola per norma statutaria le azioni del 
sovvenuto, in pratica non è scevra di pericoli e, attuata su va- 
«ta scala, potrebbe compromettere l'esistenza dell'istituto che si 
abbandoni con soverchia fiducia a questa specie di operazioni. 

È raro il caso in cui un prestito sia assunto all' intento di 
«compiere un affare. A differenza della cambiale, che nella mas- 
sima parte dei casi è il simbolo del corrispettivo di un valore 
ceduto, il prestito rappresenta il piìi delle volte puramente e sem- 
plicemente un debito contratto all'unico scopo di estinguerne un 
altro, e chi lo incontra non sempre ha l'abitudine e la previdenza 
-di prepararsi al rimborso all'epoca prestabilita: di qui la ne- 
cessità di continue rinnovazioni, che le Banche sono costrette a 
dover concedere anche oltre i limiti fissati dagli statuti. 

Per questi riflessi l'Amministrazione cercò sempre di man- 
tenere i prestiti in quella limitata sfera, che era suggerita dalla 
prudenza, preferendo i prestiti di piccole somme e partendo dalla 
massima che quelli per importi oltre il doppio del valore delle azioni 
possedute dal socio debbono costituire l'eccezione non la regola. 

Sino al 1871 i prestiti, perchè fatti verso rilascio di pagherò, 
vennero nelle statistiche della Banca confusi colle operazioni di 
^sconto, il perchè non ci è dato di poter presentare se non gl'im- 
porti di quelli concessi dalla Banca dal 1 gennaio 1872 a tutto 
il 31 dicembre 1880. Il prospetto, che sta di fronte, ci dà col- 
l'ammontare dei prestiti, il numero e l'impor-to degli sconti e la 
proporzione procentuale delle somme investite in ciascuna delle 
due operazioni. Emerge dal medesimo come nel novennio 1872- 
1880 L. 2.43 su ogni cento lire sieno state impiegate in prestiti, 
e L. 97,57 in isconti. 

La media dei prestiti in L. 1,206 è indubbiamente elevata per 
una Banca popolare, ma ciò non toglie che il numero dei prestiti 
di piccolo importo, inferiori cioè alle L. 200, superi il quinto 
della totalità dei prestiti concessi. 

L'operazione degli sconti è quella in cui si esplica il vero e 
proprio ufficio di una Banca Popolare, la quale è chiamata a lar- 
gire il beneficio del credito a tutta quella clientela di piccoli 



ISTITUTI DI CREDITO 



109 





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110 ISTITUTI DI CREDITO 

commercianti ai quali è chiuso l'adito alle maggiori Banche o 
perchè non sono conosciuti od accreditati presso di esse, o per 
la natura delle loro cambiali , che di consueto eccedono nella 
scadenza i tre mesi e spesso mancano di tre firme. È in questa 
specie di operazioni che maggiormente rifulge il carattere della 
Banca, giacche in essa la piccola cambiale del modesto commer- 
ciante è pareggiata a quella del grande industriale e il fido 
viene con democratica eguaglianza distribuito a parità di con- 
dizioni. Qui è dove la Banca ha maggiormente dimostrato come 
la sua fortuna non Tabbia fatta tralignare dalle sue origini, ne 
resa dimentica del suo programma. 

Lo statuto permette lo sconto delle cambiali a due firme e 
con scadenza fino a sei mesi dal giorno della presentazione. 
1 ricapiti vengono sottoposti all'esame della speciale Commissione, 
composta di tre membri del Comitato di sconto presieduti da un 
consigliere d'amministrazione. Ove i ricapiti sieno ammessi, il 
ricavo dei medesimi si iscrive nel conto corrente del presen- 
tatore, il quale ne dispone mediante chèque. 

Come già abbiamo avvertito, lo sconto praticato dalla Banca 
è di duplice natura, quello ordinario, il quale vien concesso ai 
soli soci e che ha la prevalenza su ogni altra operazione, e 
({uello straordinario a cui la Banca ricorre nei casi di esube- 
ranze di cassa e che può essere accordato anche a chi non sia 
azionista. 

Pel primo non vi sono limiti di fido prestabiliti, e la Commis- 
sione di sconto non ha altre norme all'infuori di quelle sugge- 
rite dalla prudenza; pel secondo sonvi invece limiti di persone 
e di cifre, giacché il risconto non può essere concesso se non 
alle Banche popolari o ad altre istituzioni di credito, oppure a 
persone o ditte le quali, oltre all'essere di notoria solidità, sieno 
tassativamente iscritte nel castelletto della Banca, e per somme 
preventivamente determinate nel castelletto stesso. 

Scendendo ora all'esame del numero e dell'importo delle ope- 
razioni di prestito e di sconto durante i quindici anni di esistenza 
della Banca, noi vedremo come lo sviluppo di questi due rami 
di operazioni, e specialmente degli sconti, superi di gran lunga 
quello di tutte le altre operazioni. Ecco il numero e l'ammon- 
tare complessivo dei prestiti e sconti concessi dal 1866 alla fine 
del 1880. 



ISTITUTI DI CREDITO 



111 



1866-67 

1867-68 

1868 

i(es.di9raesi) 

1869 
1870 
1871 
1872 
1873 
1874 
187S 
1876 
1877 
1878 
1879 
1880 



Numero 



1,397 
2,893 
3,725 



7,126 

10,968 

18,500 

30,968 

43,081 

58,895 

61,216 

76,423 

102,682 

100,514 

96,482 

105,200 



Importo 



687,606 
1,314,033 
1,926,367 



5,306,100 

7,828,058 
19,875,179 
39,839,842 
52,975,024 
85,998,575 
80,298,602 
84,556,157 
117,943,266 
108,131,411 
92,538,975 
96,094,828 



720,070 I 795,314,031 | 45 1104 



74 
18 
05 



36 

56 
84 
43 
95 
76 
99 
83 
49 
22 
32 
73 



Media 



492 
454 
517 



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713 

1074 

1286 

1229 

1460 

1311 

1106 

1148 

1075 

959 

913 



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21 
14 



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71 
33 

45 
65 
20 
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42 
63 
78 
13 



Rimanenza alla fine 
dell'esercizio 



153,940 
281,335 
567,009 



878,855 

1,996,947 

4,957,611 

6,840,991 

8,576,639 

15,881,988 

13,789,672 

21,001,486 

22,913,424 

20,835,427 

19.774,057 

18,028,467 



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10 

74 
70 



40 
18 
31 
74 
42 
75 
94 
25 
79 
73 
30 
38 



Ma, più che dalle cifre complessive, il carattere e l'operosità 
della Banca emergono dall'esame delle singole operazioni. 

Le statistiche della Banca ci offrono il numero e la cifra dei 
prestiti e degli sconti fatti nell' ultimo decennio, divisi in sette 
categorie a seconda del loro importo. Appare dalle medesime 
€ome dal 1 gennaio 1871 a tutto il 1880 la Banca abbia com- 
piute n. 155,430 operazioni di prestito e di sconto dalle 20 alle 
lire 200, per un complessivo ammontare di oltre 20 milioni, e 
n. 246,999 operazioni di un importo fra L. 200 e lire 500 rap- 
presentate da una cifra complessiva di quasi 82 milioni. Il nu- 
mero delle operazioni dalle 20 alle 500 ascende quindi a più 
della metà del totale dei prestiti e degli sconti concessi durante 
il decennio. 

Sono cifre che colla loro eloquenza vincono ogni ragiona- 
mento e che dimostrano quanto scarso fondamento abbiano le 
asserzioni di coloro i quali van ripetendo che la Banca Popo- 
lare di Milano, divenuta potente, ha obbliato gli affari di mi- 
nore importanza, dedicando ogni sua cura ai maggiori. Dietro 
^'.alcoli fatti, noi crediamo che lo sconto di una cambiale in- 



112 ISTITUTI DI CREDITO 

feriore a L. 100, alle condizioni a cui venne concesso dallat- 
Banca durante l'ultimo decennio , rappresenti una perdita , che 
spese e benefici si pareggino nello sconto delle cambiali fra le 
L. 100 e le L. 150, e che l'utile non cominci se non da quelle 
che oltrepassano quest'ultima somma. 

Vediamo ora quale sia stato il saggio dei prestiti e dello sconto 
durante i diversi anni di esistenza della Banca. Esso variò, a norma, 
delle condizioni del mercato e della scadenza più o meno lunga 
dei prestiti e delle cambiali, fra un massimo del 7 % ed un 
minimum del 4 ^/2 Vo- Fino al 15 febbraio 1871 , essendo la 
scadenza massima limitata a quattro mesi, non si ebbe nella 
determinazione del tasso alcun riguardo al termine più o meno 
lungo dei prestiti e delle cambiali presentate: modificato lo sta- 
tuto e ammessi allo sconto ricapiti con scadenza fino a 6 mesi,, 
si stabilì un duplice saggio, l'uno pei prestiti e per le cambiali 
con scadenza fino a 4 mesi, l'altro di ^/,y per ^/^ più elevato ^ 
talora anche soltanto di V4' P^^ i ricapiti da 4 a 6 mesi. 

Premessi questi schiarimenti, ecco le variazioni dell'interesse- 
sui prestiti e del saggio dello sconto dal febbraio 1866 al 3L 
dicembre 1880, confrontato con quello della Banca Nazionale. 





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1871 


6 


bV. 


5,66 


5 


5 


5 


5,91 


1872 


5V2 


^'V4 


5,04 


5 


5 


5 


5,49 


1873 


;ì Vo 


5 


5,30 


5 


5 


5 


5,55 


1874 


8V^2 


5 V. 


5,50 


5 


5 


5 


5,75 


1875 


iJ Vo 


5 


5,30 


5 


5 


5 


5,55 


1876 


V. 


5 


5,03 


5 


5 


5 


5,28 


1877 


5 


4^4 


4,96 


5 


5 


5 


5,21 


1878 





4V. 


4,83 


5 


4 


4,74 


4,99 


1879 


i 'Ai 


41/2 


4,50 


4 


4 


4 


4,75 


1880 


4V-i 


4 V. 


4,50 


4 


4 


4 


4,75 



I ^72 1 



1 5,58 



ISTITUTI DI CREDITO li;> 

Appare da questi dati come presso la Banca Popolare il saggio 
dei prestiti e dello sconto pei ricapiti con scadenza fino a 3 mesi 
sia stato in media superiore di cent. 40 a quello della Banca 
Nazionale e come in nessun momento abJjia oltrepassato 1' 1 %^ 
mentre in qualche occasione, scese di 1/4 al di sotto del tasso 
llssato dalla maggiore fra le Banche di sconto italiane. 

Prescindendo anche dalla diversa natura dei due istituti e dal' 
maggiore e minor costo del denaro, è evidente che un distacco' 
tra il saggio dello sconto fissato dai medesimi trova la sua giu- 
stificazione nel fatto, che presso la Banca Popolare di Mila fio 
i prestiti sono rappresentati da titoli portanti un'unica sottoscri- 
zione e la massima parte delle cambiali portano due sole firme, 
mentre presso la Banca Nazionale non sono ammessi al risconto 
se non ricapiti aventi almeno la firma di tre coohl^ligati. 

Quale sia stato il numero e l'importo degli elìetti caduti iit 
sofierenza e quale l'ammontare delle perdite che la Banca e})t.te 
a subire sui medesimi è dimostrato dal seguente quadro. 



Anno 


Numero 
1 


Importo 




Rimanenza 
in fine d'esercizio 


1 Perdita presun!» 


1806-67 


209 












1867-68 


10 


4,264 


85 


388 


50 


388 


50 


1868 


4 


1,873 


75 


752 


— 


642 


— 


esercizio di 9 mesi 
















1869 


16 


14,450 


30 


1,896 


90 : 


946 


90^ 


1870 


20 


9,806 


75 


961 


— 


553 


34 


1871 


87 


36,797 


85 


31,802 


35 


10,000 


— 


1872 


66 


62,910 


97 


19,761 


75 


9,761 


75 


1873 


124 


97,922 


— 


21,241 


68 


7,241 


68. 


1874 


189 


180,023 


10 


40,650 


88 


26,650 


88 


1875 


230 


206,181 


43 


48,998 


24 


48,635 


44 


1876 


200 


136,302 


36 


16,932 


17 


11,932 


17 


1877 


2o9 


145,614 


67 


27,300 


49 


17,300 


49 


1878 


300 


182,961 


— 


37,735 


49 


11,735 


49 


1879 


273 


163,757 


38 


36,718 


83 


20,718 


83 


1880 


335 


214,432 


75 

16 

l 


28,203 
313,343 


28 


11,203 
177,710 


— 




2114 


1,457,508 


47 



Raffrontando 1 dati da noi esposti suU' ammontare totale dei: 
prestiti e degli sconti con quelli apparenti da questo prospetto^. 

Milano, — Voi. HI. 8 



114 ISTITUTI DI crp:dito 

si rileva come i i)restiti ed i ricapiti cambiari rimasti insoluti 
alla scadenza non raggiungano il 3 per mille, e il loro importo 
dia una proporzione di L. 1,83 per ogni L. 1000 di prestiti e 
S(jonti. — Le perdite furono presunte in L. 177,710,47, ma, es- 
sendosi nelle liquidazioni di diverse partite verificata una so- 
pravvenienza attiva di L. 00,747,08, ne deriva che nel corso 
(li 15 anni la Banca ha perduto nelle operazioni di prestito e 
di sconto L. 116,693,39 e vale a dire cent. 14 per ogni 
lire mille. 

Questa cifra, già per se stessa insignificante per la sua tenuità, 
diventa più esigua se la paragoniamo con quelle di altri 
istituti. 

Effetti all'incasso. — Sino al 1875 la Banca non accettò 
cambiali all'incasso se non da soci, ma poi, ritenuto che il pre- 
starsi alla semplice esazione dei ricapiti non implicava alcun 
credito, né veniva punto leso il principio della mutualità, estese 
iaìe servizio anche agli effetti cambiari presentati dai non soci. 
Questa deliberazione fece tosto raddoppiare il numero dei ri- 
capiti prodotti per l'incasso arrecando alla Banca un beneficio 
non indifì^rente. 

Il seguente prospetto ci offre lo sviluppo di questo ramo dei 
servizi della Banca dal 1860 al 1880. 



A N ^o 


Numero 


Imporlo 




Media 




1866-67 


384 


L. 141,418 


19 


L. 368 


27 


1867-68 


594 


267,234 


57 


449 


88 


1868 


503 


250,050 


38 


497 


11 


(eserciz. di 9 mesi) 












1869 


814 


478,720 


59 


588 


10 


1870 


1,189 


656,098 


36 


551 


SO 


1871 


1,671 


1,185,502 


81 


709 


15 


1872 


2,175 


2,559,118 


07 


1,176 


()0 


1873 


4^235 


5,433,249 


61 


1,282 


93 


1874 


5,005 


6,861,722 


47 


1,370 


97 


1875 


6,935 


9,079,127 


40 


1,309 


17 


1876 


! 6,850 


9,808,343 


94 


1,445 


01 


1877 


i 7,954 


9,842,087 


69 


1,237 


37 


1878 


10,149 


14,678,771 


73 


1,446 


33 


1870 


9,568 


13,58^,410 


19 


1,419 


77 


1880 


10,786 
68,762 


16,677,437 
91,593,293 


04 
04 


1,553 


41 


1,332 


03 



ISTITUTI DI CREDITO 115 

L'adequato degii offctti in L. 1332.03 dimostra come il piccolo 
(3d il medio commercio si giovino principalmente di questo ser- 
vizio, che la Banca Popolare, per la molteplicità dei suoi cor- 
rispondenti, disimpegna in una sfera più ampia di quel che sia 
dato di poterlo compiere anche ai maggiori istituti. 

Sovvenzioni contro pegno e verso ipoteca. — Le sovven- 
zioni con pegno su effetti pubblici costituiscono per gl'istituti di 
deposito il complemento di un ben inteso organismo bancario e, 
fatte in savie proporzioni e in modo che non alimentino ed in- 
coraggino il giuoco la mera speculazione, possono efficacemente 
servire al commercio, all'industria, all'agricoltura ed essere nel 
tempo stesso un mezzo di sicuro e profìcuo impiego dei fondi 
esuberanti. 

Da principio, quando erano tenue il capitale della Banca e limitai (» 
l'ammontare dei depositi, i prestiti su effetti pubblici vennero 
concessi ai soli soci e circondati da ogni sorta di restrizioni. 
A'essuna operazione doveva oltrepassare la somma di L. 5000 e 
la scadenza di un mese, ed i titoli sui quali poteva essere con- 
cessa si limitavano alla rendita dello Stato ed ai buoìii della 
Provincia e città di Milano. 

Successivamente, modificato lo statuto e cresciuti i mezzi di 
cui la Banca poteva disporre, si tolsero le restrizioni e si allargò 
la sfera dei titoli accettati in garanzia. Solo nei momenti di 
crisi di scarsità di numerario fu limitata la somma che poteva 
essere concessa per ogni sovvenzione, senza che da ciò sia de- 
rivato alcun incaglio ai piccoli commercianti, i quali non sen- 
tirono neppure le conseguenze delle votate restrizioni. 

Per disposizione statutaria le sovvenzioni non debbono avere 
una durata maggiore di sei mesi; possono però essere rinnovate: 
l'interesse sulle medesime è determinato dal Consiglio e vien pa- 
gato anticipatamente. 1 titoli sono accettati con una deduzione 
sul valore di Borsa, deduzione che varia a norma della qualilà 
-dei medesimi. Ribassando di ^/,^ il valore dei titoli vincolati, i 
debitori sono tenuti a dare un supplemento di cauzione od a 
ì'i fondere una parte della sonmia sovvenuta. 

Al principio d'ogni esercizio il Consiglio discute ed approva 
l'elenco dei titoli sui quali la Direzione è autorizzata a fare sov- 



ll(j ISTITUTI DI CREDITO 

venzioni, ma durante l'anno possono sempre essere introdotte 
nell'elenco stesso le variazioni ed aggiunte che si credono op- 
portune. 

A differenza di tutte le altre operazioni, le quali rappresentano 
un incremento progressivo, le sovvenzioni sui valori di pubblico 
credito offrirono repentini rialzi e rapide diminuzioni, quali emer- 
gono dal seguente prospetto. 













Saggio dell'interesse 


Anno 


Numero 


Importo 




Media 


^ — — 


^"^^ — ! 


[— - — --• 








46 




Massimo 


Minimo 


Medio 


1866-67 


377 


519,070 


1,379 


49 


8 


7 


7,18 


1807-68 


699 


1,302,072 


80 


1,862 


76 


7 


7 


7 — 


1868 


032 


1,679,632 


— 


2,657 


64 


7 


7 


7 — 


es. di 9 mesi 


















1869 


1,154 


2,938,787 


— 


2,546 


60 


7 


6 7. 


6,58 


1870 


1,578 


3,790,068 


— 


2,401 


75 


7 7. 





6,58 


1871 


1,732 


4,98!, 801 


— 


2,876 


30 


6Vo 


5 7, 


5,68 


1872 


2,440 


9,713,030 


— 


3,980 


75 


SVo 


4^7, 


5,18 


1873 


3,013 


10,000,263 


— 


2,319 


03 


6V. 


5 


5,72 


187.Ì 


2,691 


7,322,848 


— 


2,721 


25 


6 7. 


^7. 


5,61 


1875 


2,326 


7,459,348 


— 


3,206 


9i 


5V, 


5 


5,03 


1876 


2,380 


8,854,627 


— 


3,720 


43 


5 


5 


5 — 


1877 


2,358 


8,670,497 


— 


3,677 


06 


5 7c 


/^V4 


5 — 


1878 


1,950 


7,514,793 


— 


3,853 


74 


5 


4 7. 


4.56 


1879 


1,833 


7,458,071 


— 


4,068 


77 


4V-> 


4v; 


4,50 


1880 


1,934 


8,528,174 
90,733,082 


'26" 


4,409 


60 


5 


4 


4,34 




27,097 


3,348 


45 


8 


' 1 


5,66 



Appare da questi dati come il 1873 sia stato l'anno in cui 
si concesse il maggior numero di sovvenzioni: la cifra dei mutui 
contro pegno tocca i 10,000,000, mentre poi la vediamo ridursi 
nel 1874 a poco più di 7,000,000. Questo fatto di uno straor- 
dinario aumento seguito da una rapida diminuzione si verificò 
anche presso gli altri istituti cittadini e va attribuito in parte 
alle condizioni generali del mercato, in parte a quelle peculiari 
della nostra città. L' aumento segna l'estremo sforzo per pun- 
tellare i crollanti edifìci che la bancomania aveva creato ; la 
diminuzione è la conseguenza delle seguite realizzazioni e della 
cessata necessità di procurarsi i fondi pei versamenti dei decimi. 



ISTITUTI DI CREDITO 117 

La sovvenzione su effetti di pubblico credito non potrà mai 
classificarsi fra le operazioni destinate a trovare una larga base 
fra le classi operaie o anche nel minuto commercio, e lo prova 
la media generale delle anticipazioni fatte nel quindicennio, che 
si presenta in L. 3,348,45 : dalla medesima però è facile il de- 
durre come il medio commercio abbia largamente attinto alle casse 
della Banca Popolare, mentre i grossi commercianti ed i grandi 
proprietari ricorsero di preferenza alla Cassa di Risparmio, la 
quale ci dà nel quindicennio di cui ci occupiamo un adequato 
di oltre L. 25/m, per ogni sovvenzione. 

La ragione dell'interesse a cui la Banca ha sovvenuto i 
propri capitali seguì le condizioni del mercato, e nel quindicennio 
variò fra un maximum del 7 i/g nei momenti di maggior crisi 
ed un minimum del 4 ^/q. 

Brevi parole circa le sovvenzioni verso garanzia su beni stabili. 

Nell'Assemblea generale dell'S febbraio 1874 il socio Casanova 
raccomandava al Consiglio che « all'evenienza di nuovi impie- 
ghi del fondo di riserva, anziché procedere all'acquisto di titoli, 
si cercasse di favorire la costruzione di case operaie. » Questa 
raccomandazione formò oggetto di studi in seno al Consiglio, il 
quale, mentre fu d'avviso che non era né pratico né conveniente 
il costruir case per conto della Banca, venne invece nel concetto 
di facilitare ogni combinazione per la quale la Banca, fornendo i 
<^apitali a modico interesse, rendesse possibile la costruzione di 
abitazioni a vantaggio delle classi operaie. E fu all'intento di 
poter legittimare questa specie di operazioni, dapprima non con- 
template dallo statuto, che il Consiglio proponeva nell'assem- 
blea del 3 febbraio 1878 che alle operazioni della Banca venisse 
aggiunta anche quella dei mutui ipotecari. L'Assemblea approvò 
la proposta stabilendo però che in tale ramo d'affari non si 
abbia ad oltrepassare il quarto del capitale sociale. Il Consigliò si 
giovò della nuova disposizione statutaria per concedere due mutui 
rimborsabili a scadenze rateali l'uno di L. 500/m. onde agevo- 
lare la costruzione del grande caseggiato che fu, per opera 
dei signori Cereda, Pollini ed Ambrosini Spinella, eretto fra le 
Porte Volta e Tenaglia, l'altro di 55/m. per iniziare la costru- 
zione delle case isolate che, ad imitazione di quelle di Londra, 



118 ISTITUTI DI CREDITO 

la Società edifìcatrice delle abitazioni operaie sta per erigere in 
Via del Conservatorio. 

Prestiti sull'onore. — Dovendo il Consiglio proporre al- 
cune modificazioni allo statuto, ricordò le raccomandazioni del 
fondatore della Banca e le discussioni avvenute in assemblea e 
sottopose all'approvazione dei soci una aggiunta all'art. 18 nel 
senso che ogni anno debba dall'Assemblea stabilirsi una somma 
per prestiti sull'onore ai soci più bisognosi. Con tale aggiunta 
si mirò ad ottenere la facoltà di oltrepassare pei prestiti iì 
limite massimo del credito, che può essere concesso sulle azioni 
(il doppio cioè del valore delle medesime o dei fatti versamenti)^ 
anche senza il concorso di quelle speciali garanzie che lo sta- 
tuto esige. 

La proposta fu accolta, ma in pratica si vide che i soci dif- 
fìcilmente s'inducevano a chiedere il prestito sull'onore, preferendo 
quello ordinario sulle proprie azioni quantunque più oneroso. 
Fu allora che il Consiglio deliberò « di estendere il benefìcio 
del prestito anche a tutti coloro che, senz'essere azionisti della 
Banca, hanno però mostrato di sapere apprezzare i vantaggi della 
previdenza ascrivendosi ad un sodalizio di mutuo soccorso. » Tale 
deliberazione del Consiglio ebbe il plauso dei soci nell'assem- 
blea del 9 febbraio 1879. 

Il prestito suironcre ha per la Banca il carattere di un vero 
affare: si presta, non si dona: anzi il sovvenuto deve corri- 
spondere un interesse, che il Consiglio stabilì non possa mai 
essere superiore a quello fissato dalla Banca pei depositi 
a risparmio. Il prestito non deve oltrepassare le lire 200,. 
e la scadenza di 6 mesi; può essere pagato a piccole rate 
seitimanali ed anche rinnovato per una volta quando sia rim- 
borsata una parte della somma sovvenuta. 

Vediamo ora il numero e l'importo dei prestiti concessi dalla 
Banca. 



ISTITUTI DI CREDITO 



111* 





Domande 


Ammontare 


Ammonlare 

dei 

prestiti rimborsati 


Rimanenza 


Amiho 


il 

e. 


2 

o 

i 


2 


dei 
prestiti concessi 


alla fine 
dell' esercizio 


1878 
1879 
1880 


18 

99 

167 

284 


12 

89 
141 

242 


6 

1 10 

26 


1,760 
11,395 

18,602 


— 


154 80 

4,710 — 

13,791 62 


1,605 

8,290 

13,100 


20' 
20- 
5g 




31,757 


— 


18,656 42 







Questi prestiti andarono così divisi : 



N. 


22 


da 


L. 30 


a 


L. 50 


L. 1,020 


» 


76 


r) 


« 51 


v> 


„ 103 


,, 6,923 


n 


82 


W 


^ 101 


r> 


„ 150 


„ 11,655 


n 


62 


n 


« 151 


n 


« 200 


. 12,159 



N. 242 



L. 31,757 



La media di L. 131.22. per ogni prestito indica per se stessa 
a quali classi appartengano coloro che hanno invocato il sussi- 
dio della Banca, ed il numero esiguo delle domande respinte 
attesta con quale larghezza il Comitato speciale dei prestiti sul- 
l'onore abbia interpretato i generosi sentimenti da cui i soci 
furono animati allorquando ammisero questa operazione la quale, 
associando in un comune intento l'affare e la beneficenza, rappre- 
senta la forma più eletta del credito che può essere largito da 
una Banca popolare. 

Istituendo i prestiti d'onore la Banca sapeva di dover incon- 
trare un sacrifizio; le perdite però si mantennero in una sfera, 
assai limitata. Nel bilancio del 1880 esse furono presunte in L. 2500, 
sul triennio 1878-80, il che dà una proporzione di L. 7,87 di 
perdita per ogni cento lire di prestiti concessi. È un danno- 
lieve, specialmente ove si considerino e la natura dell'operazione 
e le condizioni economiche dei sovvenuti. 



Depositi a custodia. — Introdotti nel 1870, i depositi a cu- 
stodia presero un posto importante fra le operazioni della Banca,, 
^d il loro sviluppo, come giustamente osservò il Consiglio, è la 



120 ISTITUTI DI CREDITO 

prova più solenne della fiducia che la Banca ha saputo ispi- 
rare e dei vantaggi che il pubblico ritrae da questo servizio. 
Il seguente prospetto segna il progressivo aumento della somma 
dei valori affidati alla cauta custodia della Banca. 



Anno 


Numero 


Importo 




1870 


10 


143,550 


- 


1871 


32 


859,300 


— 


1872 


110 


5,817,716 


— 


1873 


250 


7,340,638 


50 


1874 


2o0 


9,404,567 


— 


1875 


309 


10,977,022 


— 


1876 


398 


12,493,710 


97 


1877 


459 


13,842,288 


46 


1878 


466 


15,750,090 


19 


1879 


523 


19,766,531 


29 


1880 


580 


20,630,202 


79 




3,408 


1 117,025,617 


20 



MoJia 



14,355 

26,853 
48,888 
28,674 
36,736 
35,524 
31,391 
30,159 
33,798 
37,794 
35,569 



Rimanenza alla fine 
dell'esercizio 



34,338 I 50 



94,900 

426,600 

1,129,886 

3,211,375 

4,829,612 

6,695,878 

7,311,528 

7,190,864 

10,224,786 

11,175,451 

13,549,510 



97 
46 
19 
29 



I^a Banca ha adottato pei depositi a custodia le diverse forme 
in uso presso i maggiori istituti, e vale a dire quella del depo- 
sito aperto, del deposito chiuso e con cassette. 

Come corrispettivo della custodia, la Banca esige una prov- 
vigione, la quale varia a norma della durata del contratto e 
delle diverse categorie di depositi. Tale provvigione fu ridotta 
a, metà tutte le volte in cui si trattò di ricevere in custodia 
valori appartenenti a Società di mutuo soccorso o ad istituzióni 
di carità cittadine. 



Depositi in numerario. — La cifra dei depositi è la stregua 
alla quale si misura la vera potenza degli odierni istituti di credito. 
I depositi messi a frutto presso le Banche attestano la fiducia 
•che il pubblico loro acconsente, accennando nel tempo stesso 
al provvido rafforzarsi di una abitudine poco diffusa in Italia 
di non tenere il denaro ozioso e sterile nello scrigno. 

Forse nessuno fra gli istituti di credito italiani ha saputo rac- 
cogliere in sì breve tempo tanta messe di depositi quanti ne 
Tide affluire la Banca Popolare di Milano, la quale, senza soc- 



ISTITUTI DI CREDITO 121 

■cursali, chiuse il suo tredicesimo esercizio con una rimanenza 
a cui la locale Cassa di Risparmio, die pure gode tanto e sì 
meritato credito , non arrivò se non dopo trentatre anni di 
<^sistenza. 

Delle tre specie di depositi ammesse presso le banche (conto 
corrente con chèque, deposito a risparmio, e deposito vincolato 
a scadenza fissa del quale è simbolo il buono fruttifero) , la Banca 
popolare di Milano non adottò in origine che la prima. 

Parve all'Amministrazione che il conto corrente mobilizzato 
col magistero del chèque fosse la forma più perfetta del deposito, 
e per più anni il Consiglio non volle adottarne altra; ma poi 
si indusse ad ammettere anche i buoni fruttiferi ed i libretti a 
risparmio; e fu savio provvedimento perchè è da quel punto che 
comincia il maggiore sviluppo dei depositi in numerario. Il se- 
seguente prospetto ci offre il complesso delle rimanenze dei de- 
positi al chiudersi d'ogni esercizio. 



1866-67 L. 341,521. 63 

1867-68 n 670,150. 69 

1868 « 1,022,143. 42 

1869 1,429,693. 14 

1870 ,, 2,908,471. 56 

1871 „ 8,096,843. 93 

1872 „ 13,857,773. 03 

1873 ,, 12,155,342. 40 

1874 „ 30,678,308. 54 

1875 « 33,603,893. 58 

1876 « 40,111,927. 06 

1877 „ 47,710,724. 22 

1878 « 53,986,431. 10 

1879 « 47,340,335. 86 

1880 „ 45,092,982. 01 



Rilevasi da queste cifre come la maggior rimanenza siasi ve- 
rificata nel dicembre del 1878: nell'anno successivo la vediamo 
discendere di circa 6 milioni e mezzo, e la relazione del Con- 
siglio sull'esercizio 1879 ne addita il motivo nella scemata ra- 
gione dell' interesse sui depositi , che indusse molti clienti a 
cercare uno stabile e più proficuo impiego a quelle somme, che 
tenevano giacenti presso la Banca in attesa di un collocamento. 



122 ISTITUTI DI CREDITO 

Esaminiamo ora separatamente la natura e lo sviluppo di 
ciascuna delle tre accennate categorie di depositi. 

a). Conti Correnti. — Nei primi anni d'esercizio i deposi- 
tanti appartenevano per la massima parte al piccolo commercio : 
successivamente, quando il capitale della Banca si accrebbe, il 
numero dei correntisti aumentò, e figurano fra questi grandi e 
piccoli commercianti, possidenti e professionisti, amministrazioni 
private ed istituti di beneficenza. 

Da calcoli, ai cui risultati non possiamo attribuire un valore 
assoluto, perchè in parte basati su apprezzamenti individuali, ma 
che però crediamo molto prossimi al vero, risulta che su cento 
conti correnti ne appartengono: 

ai grandi commercianti ed industriali 15 

ai grandi possidenti 5 

ai piccoli possidenti e professionisti 22 

al medio commercio 40 

al piccolo commercio 16 

a società, istituti di beneficenza ed amministrazioni diverse 2 

N. im 

Nessun limite fu mai imposto al versamento delle somme in 
conto corrente, mentre invece fu regolata a norma del successivo 
sviluppo della Banca la cifra dei rimborsi. Ristretta dapprima 
a L. 200 per quelli a vista, venne nell'aprile 1866. elevata a 
T>. 500; nel giugno successivo a L. 1000; nel gennaio 1871 a 
li. 3000 , e finalmente nel marzo 1874 a L. 5000, misura attual- 
mente in vigore. 

Il prospetto che sta di fronte ci dà il numero , l' importo , la 
media dei versamenti, dei rimborsi e delle rimanenze dei depo- 
siti in conto corrente alla fine d'ogni esercizio. Rileviamo dal 
medesimo come i conti correnti abbiano presentato il loro maggior 
incremento negli anni 1871 e 1872, epoca che si distingue per 
quella febbrile attività sì duramente scontata, ma che pur segna 
un certo risveglio nelle nostre industrie. 

Nel 1878 i depositi in conto corrente cominciano a sentire 
l'effetto della concorrenza di quelli a risparmio introdotti in 
(piell'anno; successivamente riprendono il loro corso ascensionale^ 



ISTITUTI DI CREDITO 



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-1:^4 ISTITUTI DI CREDITO 

iiiio a raggiungere nell' 8 giugno 1878 la cifra massima in 
li. 23,277,715. 89; la riduzione dell'interesse, di cui abbiam fatto 
cenno, e la crisi scoppiata sul finire del 1880, sono le cause 
precipue della diminuzione verificatasi negli ultimi due esercizi. 

Il raffronto fra le cifre dei versamenti e quelle dei rimborsi 
ci dà un criterio della estrema mobilità di questa specie di de- 
positi. Su ogni L. 100 di capitale versato ne furono rimborsate 
97.60 e, quand'anche si vogliano ommettere i tre anni in cui i 
rimborsi superarono i versamenti, le statistiche ci danno sempre 
un movimento di L. 95.06 su ogni L. 100 di depositi fatti. 

La media generale dei versamenti in L. 3520,63 e dei preleva- 
menti in L. 2364,51 concorre a dimostrare quanto fu già da noi 
accennato sulla qualità dei depositanti, e vale a dire della loro 
appartenenza per la massima parte al medio commercio ed alla 
piccola possidenza. Questo fatto trova una nuova conferma an- 
che nelle cifre rappresentanti le partite di conto corrente. 

Da un riparto delle medesime fatto in base alle rimanenze 
al 31 dicembre 1880 noi troviamo che i n. 4284 conti correnti, 
-che figuravano aperti in quel giorno, erano così classificati: 



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2,380. 04 


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9,094. 37 


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29,288. 52 


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3,285,368. — 


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84,240. — 



N. 4284 L. 13,547,851. 32 L. 3,162. 43 

Da queste cifre rilevasi come i conti più grossi , quelli 
cioè superiori a L. 20,000 non raggiungano il 4 ^/^ della totalità 
delle partite aperte, mentre quelli di piccolo e di medio importo, in- 
feriori cioè alle L. 5000, ci presentano una proporzione deir84 
p. °/o delle medesime . L' adequato poi delle partite di conto 
corrente in L. 3,162,43 può appunto considerarsi come l'opportuna 
.riserva per un giro d'affari di media importanza. 



ISTITUTI DI CREDITO 125 

b). Depositi a risparmio. — Sino dai giugno 1867 fu di- 
scussa in Consiglio la proposta di sostituire al conto corrente con 
chèques libretti di deposito nella forma adottata dalla locale Cassa 
di Risparmio, e ciò allo scopo tli evitare ai clienti Tincomodo di 
doversi recare agli uffici demaniali per l'applicazione del bolla 
sui chèques. Non fu adottata perchè , come già accennammo, 
si temeva di pregiudicare il conto corrente e più che tutto il 
sistema degli assegni. Ripresentata nell'ottobre dell'anno 1869, 
venne deferita all'esame di una Commissione, la quale opinò di 
non apportare variazione alle discipline relative ai conti correnti. 

Nel 1873 il compianto prof. Rota richiamava nuovamente l'atten- 
zione del Consiglio sulla opportunità d'introdurre i depositi a ris- 
parmio con libretto al portatore, pur mantenendo il conto corrente 
col sistema degli assegni. Egli faceva osservare come il bollo sui 
<-hèqu€s riuscisse troppo gravoso e come molti di correntisti 
incontrassero difficoltà nell'uso dell'assegno; per la Banca poi 
il conto corrente disciplinato col c/iègwé' portava la necessità di 
un severo controllo sulle firme dei correntisti e il pericolo di pagare 
qualche assegno falso, inconvenienti che venivano tolti col libretto 
al portatore. Si preoccupava però dell'eventualità che i libretti 
potessero essere colpiti da bollo, ed avvertiva alla convenienza 
(qualora fosse stata accolta la sua proposta) di stabilire pei de- 
positi a risparmio condizioni di rimborso meno larghe di quelle 
fissate pel conto corrente e come compenso un interesse supe- 
riore a quello corrisposto su quest'ultima categoria di depositi. 
Dopo molte perplessità e lunghe discussioni le proposte del 
prof. Rota vennero accolte. Si ammise che i libretti rappresenta- 
tivi dei depositi a risparmio potessero essere di due specie, e 
cioè pagabili al presentatore o vincolati nel senso che il rimborso 
non dovesse farsi se non al titolare del libretto , si determinò 
inoltre che i pagamenti a vista non potessero oltrepassare 
le L. 500, al giorno, e si concesse alla nuova categoria di de- 
positi un interesse di ^/^ Vo superiore a quello stabilito per le 
somme versate in conto corrente. 

La prova più eloquente del favore col quale furono accolti i 
provvedimenti adottati dal Consiglio ci viene off'erta dalle cifre 
che figurano nel seguente quadro che indica il movimento dei 
depositi a risparmio. 



i2.) 



ISTITUTI DI CREDITO 



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181ITUTI 1)1 CREDITO 127 

Da questo prospetto si rileva come in meno di 10 mesi i 
depositi a risparmio abbiano raggiunto quasi 15 milioni, con- 
tinuando poi ad ascendere fino al 19 febbraio 1879, in cui toc- 
carono la cifra massima di L. 35,494,300,99. La diminuzione 
relativamente lieve, che si verificò da quel giorno in poi, dipende 
dalle cause di cui abbiam già fatto cenno parlando dei depositi 
in conto corrente. 

Nel marzo 1879, in occasione in cui si ribassò il corrispettivo 
sulle somme affidate alla Banca, venne introdotta una nuova 
classe di depositi denominati di piccolo risparmio, fruttanti un 
interesse alquanto superiore a quello corrisposto sui depositi a 
risparmio, ma con maggiori vincoli ai rimborsi limitati a sole 
L. 150 al giorno. I libretti rappresentativi di tali depositi 
sono sempre al portatore e non può essere sui medesimi versata 
uffa somma superiore a L. 300 al giorno. Con questo provve- 
dimento l'Amministrazione volle favorire quelle abitudini di 
previdenza che fortunatamente vanno pigliando radice nelle 
classi meno agiate della società e delle quali è prova e lieto 
augurio il fatto che, in meno di due anni, si ebbero in questo 
nuovo ramo di depositi versamenti per L. 2,956,875,87 e rim- 
borsi per sole L. 1,348,695,10, chiudendosi l'esercizio 1880 con 
una rimanenza di L. 1,608,180,77. 

Torna difficile il poter precisare quanta parte delle ingenti 
somme raccolte dalla Banca rappresenti le vere economie e 
quanta il momentaneo impiego dei capitali. Ove però si parta 
dalla base, adottata dalla legge sulle casse di risparmio postali, 
di ritenere come frutto del risparmio i versamenti che nel loro 
complesso non superano le lire due mila , puossi calcolare che 
la somma dei depositi rappresentanti le economie oscilli fra i 
quattro e i cinque milioni. 

È già una cifra riflessibile, molto più se si consideri che 
una parte del risparmio viene presso la Banca investito in buoni 
fruttiferi e più ancora in azioni, le quali per la tenuità del loro 
importo si prestano egregiamente all'impiego delle piccole somme. 

Se i depositi di cui parliamo rappresentassero effettivamente 
il risparmio di ciò che è superfluo ai bisogni della vita, noi 
dovremmo rallegrarci vedendo la media generale dei libretti 
ascendere a L. 1,945,84; ma dobbiamo invece riconoscere che 



128 ISTITUTI DI CREDITO 

a far elevare questa media, concorrono quei rilevanti depositi clit? 
talora affluiscono alla Banca ed i quali, anziché un risparmio 
nel vero senso della parola, rappresentano somme in attesa di 
uno stabile impiego. 

Dal prospetto che abbiamo riportato si rileva la maggiore 
stabilità dei depositi a risparmio in confronto di quelli in conto 
corrente, giacché su ogni cento lire di versamenti ne furono 
rimborsate L. 88.79, mentre, come abbiam veduto, le restitu- 
zioni ascesero nei conti correnti a L. 97.60 per ogni L. 100 
di depositi. La minore mobilità nei depositi a risparmio è na- 
turale, perchè tali depositi o rappresentano capitali in forma- 
zione, che bene spesso non vengono ritirati se non dopo una 
serie di anni, o, come già avvertimmo, sono costituiti da somme 
le quali stanno in attesa di un impiego, impiego che per le ti- 
tubanze dei depositanti si protrae talora ad epoca lontana. Inol- 
tre se le crisi o la scarsità di numerario fanno aumentare su 
larga scala il ritiro dei depositi in conto corrente, agiscono in- 
vece in modo meno sentito su quelli a risparmio : e ne abbiamo 
una prova evidente nella crisi che si verificò verso la fine del 
1880. Al 31 ottobre i depositi in conto corrente presso la Banca 
erano saliti a L. 16,432,104, e quelli a risparmio a L. 32,170,276. 
Scoppiata la crisi, i primi discesero di L. 2,884,273, i secondi 
di L. 3,010,378: la diminuzione fu quindi del 17 '/^ P^r Vd 
sui depositi a conto corrente, dal 9 '/^ per % su quelli a 
risparmio. 

e). Buoni fruttiferi. — Questa forma utilissima del depo- 
sito, la quale permette alle Banche di dare un interesse maggiore e 
le afiìda contro un improvviso e simultaneo ritiro di capitali 
potrebbe ottenere una esplicazione grandissima qualora i buoni 
potessero stilarsi all'ordine, ma le leggi fiscali non lo consen- 
tono, donde lo scarso loro svolgimento, poiché il vantaggio del 
maggior interesse è tolto dalla gravezza del bollo e dalla im- 
possibilità nel depositante di valersi, mediante il giro, del denaro 
depositato prima della scadenza. 

Ecco il movimento dei depositi investiti in buoni fruttiferi 
dal 1872 alla fine del 1880. 



ISTITUTI DI CREDITO 



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Milano. — Voi. III. 



1;.>0 ISTITUTI DI CREDITO 

d). Ragione dell'interesse sui depositi. — Torna superfluo 
l'accennare che le condizioni del mercato monetario, la maggiore 
Kì minore disponibilità delle somme depositate e la natura spe- 
ciale di alcuni depositi furono i criteri più salienti che guida- 
Tono l'Amministrazione della Banca nel determinare la misura 
'dell'interesse. — Il concetto però che è sempre prevalso nel 
♦Consiglio fu quello di non allettare mai i depositi con corri- 
rs petti vi troppo elevati. 

Ora ecco le variazioni apportate nel saggio dell'interesse sui 
'depositi passivi dalla fondazione della Banca ad oggi. 

Depositi in conto corrente: 



1868 


1 aprile 


n 30 giugno 1869 


i 1/2 


18G0 


1 luglio 


,, 30 agosto 1871 


4 


1871 


1 settem. 


V 31 marzo 1873 


3 1/2 


1875 


1 aprile 


. 31 « 1879 


3 


1879 


» » 


n 31 » 1880 


2 1/2 


1881 


» n 




3 



Depositi a risparmio: 

1873 15 setlem. al 31 marzo 1875 4 

1875 1 aprile n v « 1879 3 1/2 

1879 1 aprile « r. » 1880 3 

1881 » n 3 1/4 

L'interesse sui buoni fruttiferi variò fra il 3 1/4 e il 4 \/'Z 
a, norma della scadenza più o meno lunga dei medesimi e della 
maggiore o minore abbondanza di numerario. 

Rapporti colle Banche Popolari. — La posizione che la 
lianca Popolare di Milano ha saputo crearsi di centro del movi- 
mento del credito popolare italiano è conseguenza di una lunga 
serie di provvedimenti, di pratiche e di sforzi, che qui sarebbe 
troppo lungo annoverare. Diremo soltanto che i rapporti colle 
Banche, limitati dapprima al reciproco concambio dei buoni di 
<».assa ed all'esazione di ricapiti spediti per il semplice incasso, 
andarono mano mano sviluppandosi : il risconto, T emissione di 



ISTITUTI DI CREDITO 

sommarono a cifre rilevantissime, e 



ì 



131 

.^assegni, sommarono a citre rilevantissime, e l'intervento reci- 
proco per onor di firma al pagamento delle cambiali cadute in 
protesto compì la serie dei servizi che le Banche popolari, au-. 
spice quella di Milano, si rendono fra loro. 

A termini dello statuto, il fido da concedersi alle Banche, le quali 
non sieno socie, è determinato dalla Commissione del castelletto: 
questo fido però non può oltrepassare l'importo del capitale ver- 
sato e della riserva della Banca che lo domanda, salvo il caso 
in cui sieno prestate speciali garanzie. 

Mentre i maggiori istituti non possono soddisfare alle esigenze 
'della propria clientela se non col concorso di una rete più o 
meno vasta di figliali, la Banca Popolare di Milano, anche dive- 
nuta potente, non sentì mai la necessità di queste istituzioni, 
anzi il Consiglio si mostrò sempre poco favorevole alle mede- 
•sime, convinto che l'autonomia amministrativa e il decentra- 
mento sono principi cardinali a cui debbono attenersi le Banche 
Popolari. Fu mediante una numerosa serie di corrispondenti che 
J'Amministrazione ha cercato di conseguire i vantaggi delle 
succursali senza esporsi ai pericoli che le medesime presentano 
e che r esperienza quotidiana insegna quanto sia difficile V e- 
vitare. 

Il progressivo sviluppo dei rapporti delle Banche coi propri 
corrispondenti ci viene offerto dal seguente prospetto: 



Anno 


Numero dei 
corrispondenti 


Giro d'affari 


1866-67 


5 


L. 103,977 


49 


1867-68 


6 


918,986 


42 


1868 


8 


377,697 


55 


({esercizio di 9 mesi) 








1869 


9 


1,14-3,738 


91 


1870 


11 


1,550,559 


90 


1871 


21 


5,003,493 


26 


1872 


33 


26,060,673 


77 


1873 


U 


60,080,937 


29 


1874 


50 


101,111,222 


89 


1875 


127 


126,268,577 


49 


1876 


155 


169,076,483 


63 


1877 


168 


220,510,412 


18 


1878 


173 


232,786,874 


11 


1879 


179 


204,099,183 


61 


1880 


191 


197,140,206 


92 



1,346,233,025 I 42 



182 ISTITUTI DI CREDITO 

Nella cifra del giro d'affari tengono il primo posto gli sconti; 
vengono quindi gli assegni, l'incasso di effetti e le altre operazioni 
di minor conto. 

All'intento di favorire il sorgere di nuovi istituti di credito 
popolare specialmente nell'Italia centrale e meridionale, i soci 
della Banca votavano nell' ultima assemblea un sussidio di 
L. 10,000. 

Movimento di cassa. — 11 movimento generale di cassa è Io- 
specchio più fedele dell'operosità della Banca, e concorre a di- 
mostrare le proporzioni veramente sorprendenti dello sviluppo 
della medesima. Ne riportiamo la cifra divisa nei due elementi 
che concorrono a costituirla. 



Anno 


Esazioni 


Pagamenti 


Ammontare complessivo 


-1800-67 


L. 5,538,702 


63 


L. 5,418,386 


73 


L. 10,957,089 


30 


1807-68 


11,559,782 


44 


11,527,396 


52 


23,087,178 


90 


1808 


15,972,209 


18 


16,025,305 


59 


31,997,574 


77 


(eserc. di 9 m.) 














1869 


39,048,345 


49 


39,670,704 


42 


79,319,049 


91 


1870 


58,580,573 


76 


58,575,255 


09 


117,155,828 


85 


1871 


104,099,090 


69 


164,053,629 


91 


328,153,320 


60 


1872 


389,501,885 


11 


389,625,699 


95 


779,127,585 


06 


1873 


475.710,007 


02 


475,710,723 


92 


951,427,391 


54 


1874 


013,192,271 


82 


613,193,840 


41 


1,220,380,112 


23 


1875 


005,591,204 


48 


605,596,765 


58 


1,211,187,970 


00 


1876 


017,411,210 


13 


617,405,711 


22 


1,234,810,951 


35 


1877 


097,535,975 


98 


697,538,358 


63 


1,395,074,334 


61 


1878 


732,353,239 


11 


732,344,614 


07 


1,404,097,853 


18 


1879 


089,701,554 


08 


689,773,246 


23 


1,379,534,800 


91 


1880 


752,999,219 


59 


752,999,987 


10 


1,505,999,200 


69- 




5,869,462,022 


71| 


5,869,459,625 


37 


11,738,922,248 


'08 



Davanti a queste cifre, le quali rappresentano un vasto giro 
di operazioni, la massima parte di piccolo importo, ogni ragiona- 
mento rimpiccolisce, e il pensiero ci porta involontariamente a 
meditare sulla potenza dell'associazione dei capitali anche i più 
modesti e sul credito che ad un'istituto deriva dalla costante^ 
applicazione delle massime di una austera prudenza. 



ISTITUTI DI CREDITO 133 

Impiego dei capitali. — La varietà degli impieghi fu la 
norma costantemente seguita dall'Amministrazione onde poter 
soddisfare alle molteplici esigenze della propria clientela e pre- 
munirsi contro le eventualità di forti ed improvvise domande 
<\[ rimborsi. 

Parlando delle operazioni della Banca, abbiamo implicitamente 
accennato ai principali modi con cui la medesima ha investito i 
capitali propri e quelli che vennero affidati alla sua fede sotto 
forma di deposito. Lo sconto di cambiali a breve termine ebbe 
sempre la prevalenza sulle altre specie di impieghi : le sov- 
venzioni nelle varie loro forme furono considerate come opera- 
zioni sussidiarie, i mutui ipotecari affari di natura eccezionale. 
Di veramente immobilizzato la Banca nuU'altro possiede se non 
lo stabile in cui tiene la propria sede e che figura in bilancio 
per sole L. 304,337,11. 

. L'Amministrazione ha bene spesso ricorso anche alFinvesti- 
mento in buoni del Tesoro e Municipali : ma, dopo lo sconto, il 
modo d'impiego dalla medesima preferito fu l'acquisto di carte 
di pubblico credito portanti la garanzia dello Stato e il graduale 
rimborso. 

La opportunità di tale investimento formò oggetto di discus- 
sione nell'assemblea generale del 3 febbraio 1878 ed i soci, non 
solo riconobbero tale opportunità, ma, votando una aggiunta allo 
statuto per la quale veniva autorizzato l'acquisto di valori di 
pubblico credito, diedero a questa operazione una base statutaria, 
mentre prima non aveva avuto altro fondamento se non la tacita 
approvazione degli azionisti. 

Nella valutazione del valore delle carte pubbliche furono suc- 
cessivamente applicati i due sistemi di calcolarle cioè al corso di 
Borsa, o di esporle in bilancio al prezzo d'acquisto. Sino al 
1871 si adottò il primo sistema; poi, in seguito alle discussioni 
avvenute nell'Assemblea del 4 febbraio 1872, visti i gravissimi 
inconvenienti a cui quel sistema poteva dar luogo, si determinò 
di mantenere per gli effetti già acquistati il prezzo segnato nel 
bilancio chiuso al 31 dicembre 1871, ritenendo per quelli che 
venissero successivamente comperati il prezzo di costo. Per. tal 
modo si evitò di esporre in bilancio utili o perdite che non pos- 
>sono dirsi liquidati fino a che non siasi proceduto alla effettiva 



134 ISTITUTI DI CREDITO 

realizzazione dei titoli, e si impedì che le oscillazioni nei valori 
di pubblico credito potessero produrre brusche variazioni nella 
misura dei dividendi, ciò che avrebbe al certo contribuito a fa- 
vorire la speculazione sui titoli della Banca. 

L'investimento in effetti di pubblico credito fu una delle fonti 
principali dei redditi della Banca e, ove questa avesse realiz- 
zato il suo monte carte al 31 dicembre 1880 in base del corso 
di Borsa, ne avrebbe ritratto un largo beneficio. 

Ma perchè ciascuno possa formarsi un criterio del giusto equi- 
librio mantenuto fra le somme di ragione della Banca od a lei 
affidate e l'impiego delle medesime, ecco il raffronto fra il capi- 
tale, la riserva, i depositi e la cifra delle principali operazioni 
in cui figurano investiti alla fine dei quindici esercizi. (Vedi 
prospetto a pagina seguente). 

Fatta la proporzione percentuale fra il totale della somma 
investita e quelle dei diversi impieghi, si hanno i risultati ap- 
parenti dal seguente quadro : 





Per ogni 100 lire di capitak 


., riserva 


e depositi figurano 




in cassa o 
disponibili 






investite in 






Anno 


Prestiti 


Buoni del 


Sovven- 


Effetti 


Impieghi 




a vista 


e 
sconti 


Tesoro e 
Municipali 


zioni 


Pubblici 


diversi 


1866-67 


17 


43 


27 


15 


! 
17| 95 


15 


83 






21 


64 


1867-68 


6 


62 


27 


85 


37, 83 


14 


39 


— 


— 


13 


31 


1868 


2 


06 


37 


65 


28' 70 


27 


67 


— 


— 


3 


92 


1869 


6 


97 


38 


96 


10 


24 


35 


60 


3 


52 


4 


71 


1870 


8 


74 


41 


40 


11 


83 


26 


57 


5 


97 


5 


49 


1871 


6 


40 


31 


84 


9 


05 


9 


86 


8 


23 


34 


62 


1872 


7 


16 


28 


92 


— 


— 


14 


93 


8 


12 


40 


87 


1873 


6 


12 


38 


91 




— 


14 


24 


13 


69 


27 


04 


1874 


5 


83 


39 


04 


9 


19 


5 


48 


22 


22 


18 


24 


1875 


i 


45 


31 


48 


25 


44 


12 


71 


24 


46 


1 


46 


1876 


3 


83 


41 


48 


9 


18 


11 


80 


25 


59 


8 


12 


1877 


2 


76 


39 


13 


14 


32 


10 


79 


30 


72 


2 


28 


1878 


2 


89 


32 


12 


25 


32 


9 


24 


28 


65 


1 


78 


1879 


3 


08 


33 


95 


11 


50 


10 


09 


30 


94 


10 


44 


1880 


5 


49 


32 


17 


10 


11 


11 


99 


33 


76 


6 


48 


Media 


4 


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35 


22 


13 


47 


11 


17 


25 


39 


10 


37 



ISTITUTI DI CREDITO 



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136 ISTITUTI DI CREDITO 

Questa molteplicità e varietà di impieghi e di provvedimenti 
lianno posto la Banca in grado non solo di soddisfare a tutte 
le esigenze dei suoi soci, ma di prestare alle altre Banche po- 
polari l'aiuto del risconto per somme rilevantissime. 

Chiuderemo questa rassegna degl'investimenti dei capitali della 
Banca accennando brevemente alle spese di impianto. 

Nei primi anni furono mantenute nei limiti di sì rigorosa 
economia, che l'acquisto di un timbro formò oggetto di delibe- 
razione consigliare. Successivamente, moltiplicate le operazioni 
■ed accresciuti i servizi, fu necessità l'incontrare le spese ine- 
vitabili per r impianto di un grande istituto : acquistando lo 
.stabile che costituisce la sua sede, la Banca ebbe il vantaggio 
-di poter rilevare a condizioni mitissime la massima parte del 
mobiliare della Cassa di Risparmio. 

Nei quindici anni di esercizio il materiale mobile per l'im- 
pianto degli uffici importò una spesa complessiva di L. 154,135,56 
sulla quale venne calcolato un ammortamento di L. 92,554,98, 
per modo che si trova oggi ridotta a L. 61,580,58, come la ve- 
diamo figurare fra le rimanenze attive nella situazione al 31 
dicembre 1880. 

Imposte. Spese d'amministrazione. Perdite. — Diremo bre- 
vomente dei pesi e delle spese. Torna superfluo accennare come 
il principale fra i pesi della Banca sia quello degl'interessi do- 
vuti ai depositanti: seguono quindi in prima linea le pubbliche 
gravezze, poi le spese di amministrazione, ultime le perdite. 

Il prospetto che riportiamo alla pagina seguente ci presenta 
la somma delle imposte e tasse e delle spese di amministra- 
zione sostenute dalla Banca dalla sua fondazione alla chiusura 
.<leirultimo esercizio. 



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138 ISTITUTI DI CREDITO 

Per quanto sia rifiessibile la cifra delle imposte e tasse m 
L. 1,379,909,22, pure non rappresenta se non una parte del con- 
tributo della Banca nel sostenere i pesi dello Stato. Un elemento 
che non figura nei bilanci sono le imposte soddisfatte per trat- 
tenuta sui buoni del Tesoro e sul reddito di quella parte del 
patrimonio che fu investita in titoli di pubblico credito. Qualora 
si avesse a tener calcolo anche di tale elemento, la compar- 
tecipazione dell' Erario nei lucri dell' azienda sociale salirebbe 
al 20 7o- 

Le spese di amministrazione sono andate parallele allo svi- 
luppo della Banca e stanno in una proporzione di L. 1.45 per ogni 
cento lire di capitale e riserva e di L. 9.30 per ogni lire cento- 
di utili. La principale fra queste spese è quella per onorari, che- 
assorbe circa 2/3 delle medesime, ma non bisogna dimenticare 
che il frazionamento delle operazioni importa la necessità di un 
numeroso personale ed una corrispondente spesa. Del resto la. 
media degli stipendi presso la Banca fu nell'ultimo quinquennio 
di L. 1607. 97 per ogni impiegato, corrispettivo equo, ma certo 
non lauto avuto riguardo alle tasse che lo falcidiano ed alle 
esigenze della vita cittadina. 

Già accennammo come le perdite sulle operazioni di prestito- 
ordinario e d'onore e su quelle di sconto sieno nei quindici 
anni di esercizio ascese a L. 119,193.39 

A queste dobbiamo aggiungerne due 

altre; quella cioè proveniente dalla 

compartecipazione della Banca alla 

Società cooperativa fra i tipografi di . . . » 3,605. 60 

e l'altra, più dolorosa fra tutte, di . . . . » 68,567. 42 

derivata da frodi commesse da impiegati: 



Si ebbe quindi una cifra complessiva di 

perdite ammontante a L. 191,366, 41 

Questa somma , che a tutta prima può sembrar rilevante ^ 



ISTITUTI DI CREDITO 139 

diventa minima ove la si confronti coU'imponente giro d'affari, 
e si rifletta che, paragonata a quella degli utili, dà una propor- 
zione di cent. 19 di perdita per ogni cento lire di guadagni. 

Utili e loro riparto. — Le rendite della Banca dal quindi- 
cennio della sua fondazione, quali appaiono dai bilanci prodotti 
dal Consiglio ed approvati dall'Assemblea, ammontano alla com- 
plessiva somma di L. 22,475,501. 13 

i pesi e le spese ascesero a . . . » 12,676,541. 21 



I 



quindi un utile netto di L. 9,798,959. 92 

È una cifra imponente, ma ciò che più di tutto merita di essere 
notato si è che la medesima rappresenta per la massima parte 
benefici derivati da vere operazioni e dagli investimenti dei ca- 
pitali esuberanti, mentre i lucri eccezionali, quelli cioè prove- 
nienti dalla operazione sui buoni di cassa, da realizzazioni o 
rimborsi di carte di pubblico credito, da tasse di ammissione di 
soci, e da qualche altro provento straordinario, si limitarono 
a poco più dell' 8 ''/q della totalità degli utili netti. 

A norma delle disposizioni dell'art. 27 dello statuto, gli utili 
andarono fino al 1871 così ripartiti: il 70 Vo ^^^^ azionisti,. 
il 20 Vo ^1 fondo di riserva, il 10 Vo ^&li impiegati ed alle benefi- 
cenze. Successivamente, essendo più che completo il fondo di 
riserva, nessuna parte dei benefici fu devoluta al medesimo; inol- 
tre, avendo il Consiglio elevato gli onorari del personale, la quota 
di utili ripartitafra gl'impiegati non oltrepassò mai il 5 ^/^ P®^ Vo 
della totalità degli utili medesimi. 

Riuniamo in un quadro le cifre rappresentanti i benefici rea- 
lizzati dalla Banca nei diversi anni del suo esercizio ed il ri- 
parto che di tali benefici fu fatto in base alle deliberazioni 
sociali. 



140 



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ISTITUTI DI CREDITO 141 

Venendo ora al frutto assegnato a ciascun' azione, ecco l'im- 
porto dei dividendi distribuito nei diversi anni di esercizio. 



L. 10 — 

« 9 61 



9 09 
8 33 
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7 04 

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8 17 

9 86 
9 58 
9 58 

8 73. 

9 86 
10 42 

Media L. 5 92 L. 9 1 1 

Sono questi benefici indubbiamente lauti, forse troppo lauti per 
una Banca la quale fa dipendere la sua utilità dalla serie di servigi 
che presta ai soci più che dal dividendo che loro può distribuire» 

E qui non possiamo far a meno di ricordare un fatto che torna 
ad onore dell'amministrazione. In un'epoca in cui le rappresen- 
tanze di tante società si affannavano a creare aggi magnificando 
i guadagni sperati da operazioni, che poi si chiusero con una serie- 
di disastri, è bello il sentire il Consiglio proclamare « che il 
compito della Banca è raggiunto allorché abbia procurato il cre- 
dito a' suoi soci » e dichiarare in piena assemblea « che la. 
Banca non potrà mai allettare gli azionisti con utili rilevanti,, 
ai quali anzi non aspira » ; e in un anno , in cui il dividendo- 
aveva toccato quasi il 10 ^/q, avvertire i soci che « quel dividendo 
non poteva essere la norma dei futuri bilanci e che l' Amministra- 
zione non lasciava alcuna lusinga che potesse verificarsi in av- 
venire » (Relazioni sugli esercizi 1870 e 1875). 





Valore dell' 


azione 


dividendo 


reddito 


procentuale 


1866-67 


» 


L. 50 


„ 


L. 5 — 


n 


1867-68 


» 


« 52 


n 


», 5 — 


n 


(eserc. di ! 


) mesi) 










1868 


n 


y, 55 


„ 


V 3 75 


n 


1869 


r) 


« 60 


n 


n 5 — 


n 


1870 


n 


« 65 


71 


» 5 20 


n 


1871 


lì 


« 70 


r) 


. 7 40 


n 


1872 


n 


« 71 


n 


» 5 — 


r) 


1873 


n 


« 71 


n 


« 5 60 


„ 


1874 


r) 


« 71 


n 


« 5 80 


n 


1875 


n 


n 71 


n 


« 7 — 


r> 


1876 


r) 


r, 71 


n 


. 6 80 


n 


1877 


r> 


« 71 


n 


» 6 80 


n 


1878 


r) 


« 71 


n 


n 6 20 


V 


1879 


r) 


« 71 


lì 


„ 7 — 


n 


1880 


ri 


V 71 


n 


« 7 40 


il 



142 ISTITUTI DI CREDITO 

Previdenza e beneficenza. — Assemblee e Consiglio ebbero in 
più occasioni ad occuparsi della sorte del personale addetto alla 
Banca e, dopo aver elevati gli onorari a queir equa misura che 
-corrisponde ai cresciuti bisogni della vita, rivolgendo lo sguardo 
al futuro, studiarono i mezzi onde impedire che gli impiegati, i 
■quali non seppero convenientemente valutare tutta la virtù del 
risparmio e della previdenza, non avessero un dì a dover at- 
tendere dalla preghiera o dalla carità cittadina il soccorso del 
pane quotidiano. 

L'argomento di un fondo speciale o di una riserva per pen- 
sioni sia con parte degli utili, sia mediante trattenute sugli sti- 
pendi, formò oggetto di indagini lunghe e pazienti, che qui sa- 
rebbe troppo lungo e forse inutile di riferire, tanto più che i 
risultati delle medesime formarono già oggetto di una speciale 
pubblicazione fatta a cura del Consiglio. Giustizia però vuole 
che si renda una parola di encomio al socio Dott. Foldi il quale, 
con quella calda parola che viene dal cuore, mai non cessò dal 
raccomandare al Consiglio l'adozione di provvedimenti atti ad 
-assicurare l'avvenire degli impiegati. 

Escluso il concetto di un fondo pensioni, sia pel tenue numero 
'del personale, sia per la troppo sentita differenza nella cifra 
degli stipendi, l'Amministrazione istituiva nel 1876 il Fondo di 
previdenza modellato sulla Caisse de Prévoyance proposta in 
Francia dal signor Alfredo De-Courcy ed adottata da molte so- 
cietà francesi, del Belgio, e della Monarchia Austro-Ungarica. 

È questa una istituzione che nel suo organismo nulla ha di co- 
mune col sistema delle pensioni, fatta eccezione dai mezzi che 
ponno concorrere a costituirne i fondi: essa tende a favorire 
il risparmio, ma più che ispirarsi sulle idee del mutuo soccorso, 
posa sul principio del cuique suum. Il fondo è formato con una 
parte degli utili devoluti agli impiegati a termine dello statuto, 
e le somme che lo costituiscono sono investite in rendita pub- 
blica od in obbligazioni garantite dallo Stato. — Ogni impiegato 
ha la propria partita, in cui sono descritti i titoli componenti la 
•sua quota di fondo, della quale però non può disporre se non nei 
casi in cui si renda dimissionario od impotente a prestar ser- 
vizio, oppure abbia raggiunta l'età di 60 anni o compiuti 25 anni 
•di servizio. In caso di morte dell'impiegato la quota passa ai 



ISTITUTI DI CREDITO 14c? 

^i lui eredi testamentari o legittimi fino al quarto grado e, in 
mancanza di questi, si devolve al fondo di previdenza. Le quote 
di fondo costituiscono una garanzia pei danni che l'impiegato 
potesse eventualmente arrecare alla Banca nell'esercizio delle 
mansioni a lui affidate. 

La Banca detiene i titoli componenti il fondo come un depo- 
sito a custodia senza compenso: per tal modo i medesimi ri- 
mangono sottratti ad ogni eventualità anche nei casi di rovesci 
nell'azienda sociale. 

La trattenuta sulle quote di utili assegnate al personale a ter- 
mini dello statuto viene determinata dal Consiglio a norma del- 
l'esito dei bilanci e dal 1876, in cui fu introdotta, variò fra il 
20 ed il 25 Vo- Sebbene creato da pochi anni, il fondo di previ- 
denza ascende a L. 72,685,45, il che dà una media di L. 1,038,36, 
per ogni compartecipante, sebbene vi sieno 11 impiegati la cui 
interessenza nel fondo non data che da un anno. 

Brevi parole sulle beneficenze. 

Parlando degli utili, abbiamo già fatto cenno delle somme elar- 
gite in occasione delle annuali adunanze dei soci per l'ap- 
provazione del bilancio. Però il Consiglio , dietro espressa 
autorizzazione della Assemblea, che lo facoltizzò a disporre dei 
piccoli avanzi d'utili non distribuiti, ha in più occasioni con- 
tribuito a quelle beneficenze straordinarie che erano reclamate da 
grandi sventure cittadine o nazionali (innondazioni, terremoti, 
incendi); e così pure ha talora elargito qualche sussidio stra- 
ordinario a vantaggio di persone le quali avevano acquistato 
titoli di speciale benemerenza verso la Banca. Tenuto calcolo 
di tutte queste elargizioni, la somma erogata in beneficenze tocca 
le L. 121,860 così ripartite. 

Beneficenze votate nelle assemblee annnali L. 101,400 

Straordinarie in casi di sventure nazionali e cittadine » 7,930 

Sussidi per speciali benemerenze » 10,000 

Concorso a sottoscrizioni diverse per opere di carità. » 2,530 



Totale L. 121,860 



144 ISTITUTI DI CREDITO 



rip:pilogo. 



Terminata questa esposizione di fatti, ne riassumiamo a larghi 
tratti la orditura. 

Espressione di un bisogno, la Banca incontrò sin dal suo na- 
scere le simpatie cittadine , e coli' operazione dei buoni di cassa 
rese un eminente servigio, si fece conoscere ed apprezzare. 

L'esempio di coloro i quali, firmando le prime quote avevano 
ad un tempo fatta un'opera buona ed un buon affare, fece cre- 
scere le domande di azioni. In breve il capitale aumentò oltre 
i limiti sperati, per modo che l'Amministrazione trovò necessario 
di frenarlo, pur permettendo a chiunque fosse reputato degno di 
appartenere al sodalizio di entrare a far parte del medesimo 
senza esser costretto a subire gli aggi creati dalla Borsa sulle 
quote sociali. 

Le audacie della speculazione tentarono turbare il regolare 
andamento della Banca, la quale avrebbe seguito le sorti di 
tante altre società di dolorosa memoria se il Consiglio non si 
fosse virilmente opposto alle velleità innovatrici di coloro che, 
in momenti di generale delirio, sognando sùbiti guadagni, scor- 
davano e lo scopo e l'avvenire della istituzione. 

La gratuità delle cariche, il capitale illimitato, le quote dr 
tenue importo pagabili anche con versamenti a piccole rate, 
l'unicità del voto, il frazionamento delle operazioni, l'elargizione- 
del fido a chi fra i soci se ne mostri veramente meritevole, il 
credito anteposto agli utili, l'esclusione d'ogni operazione aleatoria, 
designano il carattere della Banca e indicano i principi a cui 
si ispirò la sua Amministrazione. La quale nell' esercizio del 
non facile suo mandato non scese mai a distinzioni di classi e di 
persone, perchè per essa popolo fu sempre la vasta falange di 
coloro che faticano e che ripongono nell' onestà del lavoro le 
aspirazioni del loro avvenire. 

Alle tre operazioni, che diremo elementari d'ogni Banca Po- 
polare (prestiti, sconti e depositi passivi), altre ne aggiunse- 



ISTITUTI DI CREDITO 145 

introducendo servizi utilissimi pel pubblico. Colla sua operosità 
varcò in breve il limite delle mura cittadine e, annodando rap- 
porti colle consorelle sorte nei principali centri d'Italia, assunse 
il carattere ed il compito di istituzione coordinatrice di quel 
credito popolare italiano, che non mancò di favorire anche con 
splendidi sussidi. 

Nelle varie operazioni diede sempre la preferenza alle piccole, 
non ricorrendo alle maggiori se non quando vi fu costretta dalle 
esuberanze di cassa create da quella folla di capitali che afflui- 
rono alla Banca, non al certo attratti dall'elevata misura dell'in- 
teresse, mentre fu anzi l'equo frutto corrisposto sui medesimi 
che permise all'Amministrazione di poter concedere il credito ai 
soci a condizioni mitissime. 

Vedemmo come lo sconto delle cambiali sìa stato il campo 
in cui la Banca esplicò maggiormente la benefica sua azione, ed 
il numero sempre crescente dei ricapiti di tenue importo da 
essa scontati dimostra come in nessun momento abbia dimenti- 
cato nò le sue origini, né la sua missione. Ed è in gran parte 
a lei dovuto se l'usura, contro la quale avevano invano lottato 
le leggi e che esercitava i malefici suoi efietti sulle classi biso- 
gnose in modo tanto più aspro quanto più piccoli erano gli 
affari, fu ridotta a speculare unicamente sulla scioperataggine 
e sul vizio. , 

Colle sovvenzioni favorì in ispecie il medio commercio; col 
servizio dei depositi a custodia offrì un sicuro asilo agli ingenti 
valori dalla pubblica fiducia affidati alla sua fede. 

Del suo vivo interesse per le classi meno favorite dalla for- 
tuna sono prova i mutui per la costruzione di case operaie, la 
custodia semigratuita del patrimonio mobile delle Società di mutuo 
soccorso, i sussidi ad esse largiti, l'istituzione di libretti di piccolo 
risparmio ad interesse di favore, la creazione di agenzie che evi- 
tano all'operaio previdente la perdita di un tempo prezioso, 
infine il prestito sull'onore, operazione che segna l'ultimo fastigio 
a cui sia dato giungere ad una Banca popolare. 

La prudenza usata nella concessione del credito e l'averlo frazio- 
nato in molte poste resero minime le perdite. Nelle crisi che afflis- 
sero il paese, 'a Banca potè esser larga di aiuto, causa specialmente 
quelle varietà e quel giusto equilibrio nell'impiego dei capitali, per 

Milano. — Voi. III. 10 



14(3 ISTITUTI DI CREDITO 

<Mii le fu concesso di provvedere non solo alla sicurezza dei de- 
positi e alla disponibilità del denaro necessario pel buon anda- 
mento dell'istituto, ma di accrescere benanco l'effetto utile del 
credito col sovvenire largamente le classi produttrici nei momenti 
di maggiori angustie. 

Malgrado il suo forte contributo nel sostenere i pesi dello 
Stato, essa potè dare ai suoi azionisti dividendi lautamente rimu- 
neratori, distribuendo contemporaneamente rilevanti somme in 
sussidi e in beneficenze. 

Come in tutte le umane istituzioni, la Banca ebbe i suoi punti 
neri e la disonestà di qualche impiegato venne a gittare un' ombra 
-ul quadro luminoso della sua vita ed a cospargere di ama- 
rezze le legittime soddisfazioni dei suoi amministratori : ma ciò 
non ha punto scemata la pubblica fiducia, né afiìevolito lo spirito 
morale che governa l'istituzione. 

E qui facciamo punto. 

In questa rapida rassegna delle vicende della Banca, ripen- 
sando alle modeste sue origini e alla presente sua floridezza, 
^luante memorie ci si alfollano alla mente ! Ricordiamo le oscure 
fatiche di quei dì, in cui al nome di Banca popolare persino i 
migliori sorridevano increduli; le aspre battaglie sostenute dal 
fondatore della Banca e quei benemeriti che stretti intorno a 
lui, fidenti nei destini della nuova istituzione, concorsero ad 
attuarne il programma. 

A questi uomini altri son succeduti ai quali è in ispecial modo 
dovuta l'attuale prosperità della Banca, prosperità che rappre- 
senta una somma di lavoro, di abnegazioni, di sacrifizi non 
retribuiti da altro compenso all' infuori di quello che deriva 
^lall'intima compiacenza d'aver cooperato ad una continua crea- 
zione del bene. 



ISTITUTI DI CREDITO 147 



BANCA MUTUA 

POPOLARE AGRICOLA MILANESE 



Alle notizie relative alla Banca Popolare facciam seguire quelle 
«ulla Banca Mutua Pop. Agricola perchè quest'ultima, rivolgendo 
la sua operosità in ispecial modo a vantaggio delle classi del con- 
tado, completa, diremmo quasi, l'opera della maggiore consorella 
nelle cui operazioni quelle di indole commerciale hanno la pre- 
valenza. 

La Banca Popolare Agricola sorse sul finire del 1874 proprio 
in quel momento in cui lo sfacelo delle tante istituzioni create 
•dal delirio speculativo aveva ingenerato la generale sfiducia. 

Nessuna meraviglia pertanto se nei suoi primordi essa non 
presenta tutto quell'incremento che poteva attendersi dalla bontà 
dei suoi ordinamenti, dalla rispettabilità dei suoi amministra- 
tori, e più ancora dai molteplici bisogni ai quali intese di prov- 
vedere. Ma forse alla modestia delle sue origini essa deve la 
sua salvezza, giacché, se nelle condizioni dell'epoca in cui nacque 
avesse mirato ad orizzonti troppo vasti, non sarebbero bastati 
a salvarla né gli sforzi disinteressati dei suoi promotori, né 
la nobiltà degli intenti a cui miravano. 

Gli scopi che la Banca si propone sono: 

Favorire il credito agricolo senza esclusione del credito in- 
dustriale e commerciale : — liberare il credito dai ceppi del pegno, 
sostituendo il credito personale al credito reale, rendendolo ac- 
cessibile a tutte le gradazioni sociali dal contadino al ricco 
proprietario, dall'operaio al grande industriale: — portar fuori 
della città, nel seno delle popolazioni agricole, i mezzi e le oc- 
casioni di esercitare il risparmio e di approfittare del credito 



]48 ISTITUTI DI CREDITO 

' accordare agli agricoltori condizioni di tempo e di pagamento 
il più possibilmente in relazione colle fasi lentamente rimune- 
ratrici della produzione. 

Esaminando le diverse operazioni, vedremo come la Banca 
abbia, malgrado la scarsità dei mezzi di cui potè disporre, effi- 
cacemente esplicato questo suo programma. 



Soci, Capitale, Riserva. — Nelle istituzioni di credito mutuo 
la persona sovrasta al capitale e la qualità dei soci imprime il 
carattere e segna l'indole delle istituzioni stesse, dando la preva- 
lenza a quelle fra le operazioni statutarie, che soddisfano ai bisogni 
della maggioranza dei componenti il sodalizio. — Questa mag- 
gioranza la Banca la raccoglie fra le classi agricole; ed infatti 
i 753 soci esistenti al 31 marzo 1881 sono dall'Amministra- 
zione della Banca cosi classificati. 

a) Proprietari fittabili N.<^ iO(> 

b) Piccoli proprietari, fittaiuoli « 238 

e) Contadini, giornalieri « 16 

d) Industriali, commercianti « 34 

e) Piccoli industriali, commercianti » S^i 

f) Operai » ^ 

g) Impiegati, professionisti -. « 101 

h) Società, corpi morali, minorenni e persone senza de- 
terminata occupazione » 26 

Totale N.o 753 

Di questi 753 soci 510 dimorano nel territorio che circonda 
Milano e appartengono a 163 Comuni i quali si raggruppano at- 
torno ai quattro centri dove hanno sede le Agenzie della Banca 
(Barzanò, Magenta, Trucazzano e Gorgonzola). 

A differenza dello statuto della Banca Popolare, quello della. 
Banca Agricola consente al socio di possedere un numero illi- 
mitato d'azioni, il che non ha dato luogo ad alcun inconveniente, 
mentre la totalità delle azioni emesse dalla Banca , ripartite 
sul numero dei soci, presenta una media di pressoché sei quote 
per ogni azionista. 

Il capitale di fondazione fu di N. 2500 azioni da L. 50 ca- 
dauna; nel 1879 però venne raddoppiato con una nuova emis- 
sione di quote quasi interamente sottoscritte, mentre alla fine 
di Giugno 1881 delle 5000 azioni componenti il capitale non ne 
rimanevano disponibili se non 538. 



ISTITUTI DI CREDITO 149 

La riserva è formata colle tasse di ammissione, col 20 ^>/o degli 
utili, col soprapprezzo delle azioni che si vanno sottoscrivendo, 
e coi proventi eventuali. 

Il seguente prospetto ci addita il progressivo aumento dei 
numero dei soci, del capitale e della riserva e la compartecipa- 
:zione di ogni azionista al patrimonio sociale alla chiusura dei 
singoli esercizi. 









£■1 






■ili 


tecipa- 
ne 

i socio 
le ed alla 
rva 


Amjco 


Soci 


Azioni 


II 

■-a 


Capitalo 


Riserva 


IP 


Compar 

zio 

di ogn 

al capila 

rise 


1875 


24-6 


2577 


50 — 


120,525 




1417 




10,45 


495,69 


1876 


383 


2749 


50 — 


129,921 


25 


2469 


— 


7,17 


345,66 


1877 


437 


2807 


50 — 


134.891 


19 


2980 


— 


6,42 


315,49 


1878 


527 


4030 


51,50 


148,468 


24 


4875 


93 


7.64 


290,97 


1879 


637 


4091 


52 — 


204,267 


48 


9094 


83 


6.42 


334,94 


1880 


732 


4375 


53 — 


218,686 


09 


12888 


73 


5,97 


316,63 


1881 




















31 mar^ 


753 


4424 


53,50 


221,179 


09 


15539 


33 


5,87 


314,36 



Operazioni attive. (Prestiti, Sconti, Sovvenzioni). — Il se- 
guente prospetto ci offre il numero, l'importo e le medie dello 
diverse operazioni di prestito e di sconto compiute dalla Banca 
nei sei anni di sua esistenza. 



Anko 


Prestiti 


Scoti 


Totale 


103 


Importo 


Media 


N." 


Importo 


Media 


236 


Importo 


Media 


1875 


166301 


— 


1383 


72 


131 


129992 


87 


992 


31 


296493 


87 


1236 


32 


1876 


374 


686137 


- 


1834 


64 


172 


126673 


47 


736 


47 


3 46 


812830 


47 


1488 


70 


1877 


727 


1159969 


30 


1393 


33 


3M 


220687 


44 


660 


74 


1061 


1380636 


94 


1301 


27 


1878 


980 


1423921 


86 


H32 


97 


538 


320004 


73 


373 


48 


1338 


1743926 


61 


1133 


89 


1879 


12o0 


1644493 


— 


1313 


39 


733 


463873 


30 


614 


40 


2003 


2108366 


30 


1031 


3,". 


1880 


1344 


1730823 


22 


1302 


69 


1033 


36 4636 


42 


543 


34 


2379 


2315439 


64 


973 


2'.) 



150 ISTITUTI DI CREDITO 

Esaminando queste cifre, noi vediamo l'enorme differenza che 
passa fra l'impiego dei capitali presso la maggior Banca Popo- 
lare e la Banca Popolare Agricola. Mentre nella prima i pre- 
stiti non rappresentano che il 2,43 "/^ della totalità delle somme 
investite in prestiti e sconti, presso la Banca Agricola il pre- 
stito prevale e ci dà mia proporzione di lire 70, 91. E ciò è 
naturale, giacché fra le popolazioni delle campagne diftìcilmente 
le transazioni si liquidano coll'emissione di cambiali, e il pre- 
stito è l'unico mezzo col quale sia dato alle Banche di poter ve- 
nire in aiuto alle classi agricole. 

La media alquanto elevata dei prestiti lascia intravedere 
come alla Banca abbiano ricorso non solo i contadini ed i 
piccoli agricoltori, ma anche la media possidenza e gli af- 
fittaiuoli di estesi tenimenti, il che però non toglie che dei 
1344 prestiti concessi nel 1880 quasi una metà sia inferiore 
alle L. 500. 

Il prestito viene accordato dalla Banca contro semplice garanzia 
di una seconda firma: la scadenza è fissata a sei mesi; però può 
essere prorogata di tre in tre mesi per successive rinnovazioni 
quando il prestito venga in parte rimborsato. In tal modo 
si applicano anche al credito personale i benefìci del credito 
fondiario. 

La ragione dell'interesse a cui la Banca ha sovvenuto i propri 
capitali variò a norma delle condizioni del mercato fra il 5 e 
il 6 ^/q\ per gli sconti però fu sempre ragguagliata al più mite 
saggio stabilito pei prestiti: i prestiti sono aggravati da una 
lieve provvigione, che in nessun momento oltrepassò il 2 per 
mille. 

Limitatissimo fu il numero delle sovvenzioni, ed il motivo 
riesce evidente quando si rifletta alla ritrosia di chi abita nel 
contado ad investire i propri capitali in titoli di pubblico cre- 
dito : r acquisto di bestiame e la compera od il miglioramento 
(li fondi sono gl'impieghi generalmente preferiti. Mancando quindi 
i titoli, manca la materia prima che dà luogo alla sovvenzione. 
Osserviamo inoltre che, se questa specie di operazioni è bene 
spesso imposta al commerciante dalla necessità di sopperire ad 
impreveduti bisogni, è raro che questi si presentino all'agricol- 
tore coi caratteri di una imperiosa urgenza. 



ISTITUTI DI CREDITO 151 

Dalla origine della Banca, alia fine del 1880 non furonc 
concesse se non 247 sovvenzioni per un complessivo importo di 
L. 520,172,47: la rimanenza alla fine dell' ultimo esercizio era 
rappresentata da 17 operazioni per L. 33,500 aventi un ade- 
quato di L. 1,919.07. 

Operazioni passive. (Depositi in numerario). — I depositi a 
l'isparmio sono la più importante fra le operazioni che concor- 
rono ad aumentare il fondo di circolazione della Banca e ad 
accrescere i mezzi per lo sviluppo de' suoi affari. 

Il seguente prospetto ci presenta il movimento dei depositi a 
risparmio e delle rimanenze alla fine di ogni esercizio. 





MOVIMENTO 


RIMANENZA 




Anni 


Depositi 


Rimborsi 




Libretti 




N.o 


Importo 


Media 


N.« 


Importo 


Media 


N.o 


Importo 


Media 


1873 


322 


133696 


10 483 


32 


120 


34676 




435 


63 


167 


101020 


10 


60i 


95 


1876 


792 


299146 


10 377 


70 


330 


180130 


06 


314 


71 


363 


220016 


14 


606 


in 


1877 


960 


469930 


39 489 


31 


899 


426023 


99 473 


88 


489 


263920 


54 


S39 


71 


1878 


949 


570934 


49 601 


61 


848 


480301 


03 1 366 


62 


370 


334354 


- 


621 


CT 


1879 


1170 


733432 


43 626 

1 


88 


1034 


629269 


3J 


397 


02 


675 


438336 


94 


679 


?A 


1880 


1044 


696467 


99 


667 

1 


" 


1303 


732143 


10 


577 


23 


744 


402861 


83 


341 


ìK 



Rileviamo da queste cifre come i depositi sieno dal 1875 al 187^; 
andati continuamente aumentando. Solo nel passato anno pre- 
sentano una diminuzione dovuta alle stesse cause che la pro- 
vocarono presso la Banca Popolare. 

È degna di nota la media generale dei libretti emessi nel 
seiennio inL. 598. 86; essa dimostra come i piccoli risparmi ab- 
biano affluito alla Banca Agricola in proporzioni relativamente 
maggiori di c|ue]lo che presso la Banca Popolare e la Cassa di 
Risparmio. Dei 744 libretti esistenti in circolazione al chiudersi 
dell' ultimo esercizio, 597 non superavano col loro importo le- 
L. 500 e soltanto 17 oltrepassavano le L. 5000. — 



152 ISTITUTI DI CREDITO 

Da oltre un anno la Banca istituì una nuova categoria di de- 
j) ositi pel risparmio, che chiameremo minimo, sui quali corri- 
sponde il 4 7o ® ^^^^ ^ dire 1/2 di più dell' interesse stabilito 
per gli altri : questi depositi erano al 31 dicembre 1880 rappre- 
sentati da 101 libretti per L. 15,958. 12 e con una media di L. 158 
per ogni libretto. 

Minore sviluppo ebbero i depositi in conto corrente, la cui 
rimanenza massima fu nel 1879 di poco più di 137,000 lire, 
che poi si ridusse aliatine dello scorso esercizio a L. 115,423.67 
suddivise in 64 partite con una media di L. 1803. 49 per ogni 
partita. L'uso del chèque trova maggiori difficoltà alla sua dif- 
fusione fra le classi agricole di quello che ne incontri nei ceti 
urbani, sia perchè nella campagna prevale l'abitudine di con- 
clìiudere contratti senza rilascio di scritti, sia perchè non si sono 
potuti apprezzare tutti i vantaggi dell' assegno, sia infine perchè 
fra i campagnuoli maggiore è il numero degli illetterati di quel 
che lo sia fra gli abitanti delle città. 

La Banca Popolare Agricola, ad imitazione di quella di Lodi, 
ha introdotto speciali conti correnti garantiti da obbligazioni. 
Essa accorda al socio un prestito ritirando contemporaneamente 
\uì ricapito cambiario e passando la somma rappresentante il 
prestito al conto corrente del sovvenuto con facoltà in questi di 
disporre del credito apertogli mediante emissione di chèques. 
La scadenza del ricapito coincide col giorno fissato per la li- 
piidazione del conto corrente, e l' interesse stabilito per quest' ul- 
timo è di un uno per cento inferiore a quello a cui fu concesso 
il prestito. — Se l'importo è prelevato, la Banca ha impiegato 
il proprio capitale ad un tasso conveniente, se invece il cor- 
rentista non si giova del proprio credito, la differenza dell'I ^/^ 
e la disponibilità del ricapito a lei rilasciato sono sufficiente com- 
penso all'obbligo dalla Banca assunto di tener sempre a dispo- 
sizione del depositante una somma pari all'importo del prestito 
a lui concesso. 

La Banca ha aperto 27 di questi conti speciali, che al chiu- 
dersi del 1880 presentavano una rimanenza di L. 22,528. 92. 

Movimento di cassa. — Il movimento di cassa, quale appare dal 
.-seguente prospetto, ci dà un'idea del progressivo incremento 



ISTITUTI DI CREDITO 153 

della operosità della Banca e delle proporzioni colle quali gli 
affari andarono svolgendosi nelle diverse località in cui essa 
•esercita la sua azione. 



A>xo 


Milano 


Magenta 


Truccazzano 


Barzanò 


Gorgonzola 


Totali 


1873 


1685632 


10 


131496 


98 


123375 


22 


— 


— 


— 


— 


194070 4 


?.i) 


1876 


40Ì3349 


14 


686994 


80 


472079 


- 


92780 


13 


- 


- 


5293203 


01» 


1877 


4989981 


91 


1023949 


48 


493153 


73 


303964 


17 


- 


— 


6813049 


29 


1878 


5403675 


32 


1313190 


66 


533441 


23 


368523 


98 


— 




7640831 


1 ) 


1879 


S642294 


58 


1292809 


01 


573744 


30 


333138 


52 


— 


— 


8043986 


(:! 


<1880 


7047927 


58 


1429798 


91 


609757 


90 


485860 


25 


40031 


84 


9613396 


4H 



Pesi e Benefici. Riassumiamo nel seguente quadro l' ammontare 
'delle spese d' amministrazione, delle tasse, delle perdite e degli 
utili messi a raffronto col capitale e colla riserva. 



«CLASSIFICAZIONE 



Spese d'ammini- 
strazione . . . 

Tasse 

Perdite 

Utili 

Rapporto degli 
utili col capi- 
tale e colla ri- 
serva 



1895 



4-175 
432 

3400 



4 05 



i89e 



0858 

2777 

2950 

507 



1897 



8528 
2219 
2003 
7419 



1898 



10768 

2325 

429 

8334 



189» 



10359 
3290 
3000 

12090 



1880 



13000 
3477 
2063 

11710 



27 



Le spese d'amministrazione, in apparenza relativamente supe- 
riori a quelle di altri istituti, diventano minime quando si ri- 
fletta che con esse si è provveduto all'impianto ed al servizio 
di una sede e di quattro succursali: assai elevata è la cifra delle 
tasse, che nell'anno 1876 oltrepassa quella degli utili netti e nei 



154 ISTITUTI DI CREDITO 

successivi supera in media il 28 Vo ^^g^ì ^^^^^ stessi. Le perdite^ 
in ragione di 11 centesimi per ogni cento lire di credito, non 
l)otranno mai ritenersi gravi ove si abbia riguardo alla natura 
delle operazioni della Banca per la massima parte fondate sul 
fido personale. Gli utili hanno dato una equa rimunerazione 
al capitale affidato alla Banca. Il reddito medio al quale gli 
azionisti impiegarono i loro capitali fu il 5 %' ^^^j come in 
tutte le società di mutuo credito, non è tanto dal dividendo, 
quanto dalla somma dei servizi loro resi, che i soci devono mi- 
surare i vantaggi del loro aggregamento alla società. 

Amministrazione. — L'organismo amministrativo della Banca 
Popolare Agricola di poco differisce da quello della maggiore 
Banca Popolare, meno per ciò che riflette le succursali. La 
gratuità delle cariche elettive, in cui deve principalmente 
riscontrarsi il segreto della floridezza delle istituzioni di credito 
popolare italiane, fu adottato anche dalla Banca Popolare Agri- 
cola Milanese. 

L'amministrazione delle succursali è affidata a Comitati fi- 
gliali di cinque o sette membri secondo l'importanza delle mede- 
sime. I Comitati sono ad un tempo una necessità creata dalla natura 
stessa dell' istituzione ed uno dei mezzi più efficaci per la dif- 
fusione del credito nelle campagne. 

Per quanto sia audacia il fare pronostici in materia di isti- 
tuzioni di credito, pure noi non esitiamo ad asserire che, qua- 
lora la Rappresentanza Nazionale , secondando gli sforzi del 
(roverno , modifichi la vigente legislazione con provvedimenti 
atti ad agevolare le operazioni di credito agrario, la Banca 
Agricola ha innanzi a sé uno splendido avvenire. L'aiuto alle 
classi della campagna col magistero del credito è ancora un 
])roblema, il quale attende la sua soluzione, e noi non possiamo 
che riten>ere altamente benemeriti quegli istituti, i quali cercano 
(li rimuovere le molteplici difficoltà che questa soluzione pre- 
senta con sforzi e con risultati pari a quelli che ci sono offerti, 
dalla Banca Popolare Agricola Milanese. 



ISTITUTI DI CREDITO 155 



BANCA LOMBARDA 
DI DEPOSITI E CONTI CORRENTI 



La Banca Lombarda si costituì con atto del 1.° giugno 1870, fu 
approvata con R. decreto del 4 agosto dello stesso anno e co- 
minciò ad operare il 2 gennaio 1871. 

Lo statuto è informato ai più sani principi, e la prosperità 
dell'istituto si deve senza dubbio in gran parte all'aver seguito 
fedelmente le prescrizioni dell'atto costitutivo. 

Vietate assolutamente le speculazioni di Borsa di qualunque 
specie, le operazioni estranee al commercio di banca, l'acquisto 
di immobili, la legge fondamentale così limita il campo d'at- 
tività dell'istituto: — fare anticipazioni e prestiti su deposito 
di fondi pubblici, valori industriali, effetti cambiari, paste e mo- 
nete d'oro e d'argento, certificati di pubblici depositi, polizze di 
carico assicurate o merci depositate in luogo stabilito d'accordo 
fra la Società e il mutuatario ; scontare e riscontare effetti cam- 
biari sull'interno e sull'estero, muniti almeno di due firme ed a 
scadenza non più lunga di sei mesi. Buoni del Tesoro od effetti 
emessi da Amministrazioni comunali, provinciali, consorziali o 
(la altri Corpi morali, e da società commerciali od industriali ; 
aprire crediti garantiti; ricevere denari in conto corrente in 
deposito fruttifero ed infruttifero; infine impiegare le somme di- 
sponibili in azioni ed obbligazioni di società industriali i cui 
interessi sieno garantiti dallo Stato, in eftetti pubblici, in titoli 
l)rovinciali, comunali e consorziali, e, quando occorra, rivendere, 
tali titoli. Ma nello sconto di Buoni del Tesoro e di effetti emessi 
da Corpi morali a scadenza maggiore di sei mesi non può essere 
impiegata più della metà del capitale sociale e in generale in 



156 ISTITUTI DI CREDITO 

operazioni a lunga scadenza non possono essere investite le 
somme ricevute a deposito in conto corrente. Di più per lo sconto 
di effetti emessi da società industriali, e per l'acquisto e la ven- 
dita di valori pubblici è necessario il voto affermativo di almeno 
sei membri del Consiglio d'amministrazione convocato all' uopo 
due giorni prima della seduta. 

Lo statuto (art. 14) ha una disposizione assai saggia e che 
non sappiamo sia da altri imitata. I depositanti e creditori in 
conto corrente possono farsi rappresentare per mezzo di loro 
espressi delegati all'assemblea generale ordinaria nella quale si 
delibera sul bilancio sociale. Il Consiglio d' amministrazione sta- 
bilisce di volta in volta le norme per l'ammissione. Tali dele- 
gati non hanno voto deliberativo, possono per altro nominare 
persona che, in unione ai Censori, proceda alla verifica del bi- 
lancio. È un modo assai prudente per tutelare gl'interessi dei 
depositanti, i quali troppo spesso non hanno nell'azienda degli 
istituti di deposito controllo alcuno, benché rappresentino una 
parte dei capitali sociali ben maggiore di quella degli azionisti. 

Esaminiamo ora con qualche dettaglio le condizioni e l'ope- 
rosità dell'istituto dal suo nascere alla fine del 1880. 

Il capitale sociale nominale è di 6 milioni divisi in 12,000 
azioni di L. 500 ciascuna; sin dal principio furono pagati sulle 
azioni i cinque decimi, ed il capitale effettivamente versato ri- 
mase fin d'allora fermo nella cifra di 3 milioni. 

Il fondo di riserva che, a termini dello statuto, deve toccare 
il quarto del capitale, ha già raggiunto la somma di L. 214,800. — 

Prima di esporre le cifre degli sconti e dei depositi in conto 
corrente, le operazioni che più si confanno all' indole della Banca, 
giova notare che le relazioni bancarie di Milano coi paesi più 
lontani dell' Oriente si giovarono assai dell' opera del nuovo isti- 
tuto. Sin dal primo anno la Banca Lombarda ha aperto crediti 
a negozianti lombardi nell'India, nella China, nel Giappone per 
acquisti principalmente di seme bachi; nel 1871 la somma dei 
crediti aperti toccava già lire sterline 81,620 e nel 1872 rag- 
giunse lire sterline 83,735. 

Ci duole non avere alcuna notizia degli anni successivi; que- 
sto solo sappiamo, che la Banca, la quale dapprincipio aveva do- 
vuto valersi dell' intermediario dei banchieri inglesi per la aper 



I 



ISTITUTI DI CREDITO 



157 

tura di tali crediti, acquistò mano mano in quelle lontane regioni 
tale notorietà e fiducia da poter annodare relazioni dirette e ren- 
dersi indipendente dal protettorato inglese. 

La Banca ha sempre largamente aiutato il commercio e l'in- 
dustria cogli sconti, senza però mai uscire dai limiti che im- 
poneva la prudenza; da ciò una somma rilevante di effetti 
scontati e una perdita relativamente piccola per cambiali cadute 
in sofferenza e in tutto od in parte non rimborsate. Valgano a 
dimostrarlo le seguenti cifre. 





Effetti Scontati 




Perdite 




Anno 


Numero 


Importo 




PER effetti in sofferenza 


1871 


13365 


59,528,404 


59 


3,145 


51 


1872 


20676 


109,699,858 


01 


6,355 


36 


1873 


21792 


131,136,668 


15 


13,312 


20 


1874 


28903 


123,277,326 


49 


51,930 


18 


1875 


29854 


101,533,242 


45 


11,851 


45 


1876 


38288 


109,691,358 


63 


17,029 


78 


1877 


45639 


120,599,666 


92 


15,862 


35 


1878 


45513 


125,880,363 


13 


8,119 


94 


1879 


47121 


124,709,628 


48 


20,891 


15 


1880 


49762 


97,276,772 


97 


14,646 


37 




340,913 


1,103,333,289 


82 


163,144 


29 



L'importo medio degli effetti, che supera qualche volta le L. 6000 
e non scende mai al di sotto di L. 2600, dinota l'indole del- 
l'istituto, il quale cerca e trova la propria clientela principal- 
mente tra i negozianti e gli industriali di maggiore importanza. 
Da ciò la varietà degli importi totali degli effetti scontati e delle 
perdite, gli uni e le altre che riflettono le varie condizioni eco- 
nomiche del paese nell'ultimo decennio e le crisi che afflissero 
particolarmente il grande commercio e la grande industria. Nel 
1873, anno in cui la speculazione fu vivissima, la cifra degli 
b sconti tocca il punto più alto, e nel 1874, la crisi che ne fu la 
W conseguenza e che afflisse specialmente il circondario di Como, 
K si appalesa in una somma di perdite, la quale supera di gran lunga 
■ quella di tutti gli altri anni. Notiamo per altro per amore di 



158 ISTITUTI DI CREDITO 

scontati quelli ceduti alla Banca solamente per l' incasso, il cui 
ammontare sale negli anni successivi da L. 260,000 a circa un 
milione. La prudenza , lo ripetiamo , fu sempre di guida al- 
l' Amministrazione : in un decennio nel quale avvennero tanti disa- 
stri, la Banca subì complessivamente una perdita di L. 163,144,21) 
sopra un totale di L. 1,103,333,289.82, d'effetti scontati, e cioè 
cent. 14 per ogni migliaio di lire. 

Un così largo movimento di portafoglio non sarebbe stato con- 
sentito alla Banca se la pubblica fiducia non avesse sempre for- 
nito le sue casse di abbondanti capitali depositati sotto forma 
di conto corrente libero e vincolato. 

Ecco le cifre che rappresentano il credito dei depositanti a 
conto corrente libero e vincolato alla fine degli anni 1871-1880. 











Importo medio 


Anno 


Numero dei depositanti 


Credito dei depositanti 










1 


di ogni partita 


1871 





5,890,763 


06 


_ 


_. 


1872 





13,312,972 


89 


— 


— 


1873 




9,623,601 


29 


— 




1774 


2332 


15,299,159 


33 


6,560 


53 


1875 


2604 


12,949,920 


75 


4,973 


08 


1876 


2946 


15,056,902 


49 


5,110 


96 


1877 


3327 


16,922,317 


96 


5,086 


35 


1878 


3824 


20,285,745 


05 


5,304 


84 


1879 


4160 


18,007,904 


30 


4,328 


82 


1880 


4710 


15,140,351 


61 


3,214 


51 



La misura dell'interese corrisposto sui depositi fu mutato quat- 
tro volte nel corso del decennio. Sino al 31 gennaio 1874 fu 
del 3 Vo P®^ i depositi in conto corrente libero e del 4 % per 
quelli vincolati; il 1.*^ febbraio di quell'anno fu elevato al 3 l/g Vo 
pei conti correnti liberi, lasciando immutato il 4 ^/^ per i vin- 
colati. Il 1.^ aprile 1875 l'interesse fu rispettivamente abbassato 
al 3 e 3 ^/^ per cento. 

E tale si mantenne a tutto il 31 dicembre 1879. Ma sino dagli 
ultimi mesi del 1878 avendo, come è noto, la Banca Nazionale 
■ed altri istituti di emissione ribassato il tasso dello sconto dal 
5 al 4 7o ^d essendo quindi scemato in tutta Italia e special- 
mente nella superiore e media il frutto del denaro, l'Ammini- 



ISTITUTI DI CREDITO 150 

strazione della Banca Lombarda, come quelle di altri istituti, si 
preoccupò della necessità di ridurre l'interesse sui depositi a 
iìne di poter trarre un profìtto equo dall' impiego dei capitali che 
>affluivano all'istituto. 

Presi gli opportuni accordi colla Banca popolare, deliberò di 
fissare dal 1.*^ aprile 1879 la misura dell'interesse al 2 'i/g 7., 
per i conti correnti liberi ed al 3 ^/^ per i depositi vincolati ed 
a risparmio. Contemporaneamente però istituì una nuova form» 
<li depositi, che distinse col nome di libretti di risparmio^ con 
linuando a corrispondere l'interesse del 3 V2 7o' 

Il provvedimento non apportò scossa alcuna all'istituto; la 
Banca Lombarda, come la Popolare, vide i suoi depositi sce- 
mare di poco mentre d' altra parte potè a miglior agio e con 
maggior sicurezza impiegare i capitali che affluivano alle sue 
«asse e che prima giacevano qualche volta in troppo larga copia 
inoperosi. 

Il 30 novembre 1880 la Banca Lombarda, a fine di premunirsi 
contro il pericolo di scarsità di capitali cui aveva dato cagione 
il progetto per l'abolizione del corso forzoso, alzò nuovamente la 
inisura dell'interesse al 3 ^^/^ e 4 o/^. 

Gli sconti e le altre forme con cui la Banca Lombarda lar- 
gisce il credito (conti correnti garantiti, anticipazioni, ecc.), non 
bastarono ad impiegare la grande somma di depositi, e 1' Am- 
ministrazione dovette ricorrere, come glielo consentiva lo sta- 
tuto, all'acquisto di valori pubblici ed industriali. 

Già il capitale così impiegato ascendeva al 31 dicembre 1872 
^ L. 1,179,761 e negli anni successivi ebbe le seguenti va- 
riazioni: 



31 d 


icemb 


re 1873 


a L 


. 1,069,738. — 


„ 


„ 


1874 


n 


355,900. — 


» 


„ 


1875 


n 


1,891,222. — 


»7 


r> 


1876 


n 


2,632,899. — 


n 


n 


1877 


« 


3,172,605. — 


„ 


V 


1878 


»» 


6,069,808. 35 


„ 


V 


1879 


V 


5,846,091. 75 


» 


. n 


1880 


n 


5,367,605. 90 



Riguardo a questi investimenti, la cui entità andò notevol- 
mente ingrossando sino a raggiungere nel 1879 quasi il doppio. 



160 ISTITUTI DI CREDITO 

del capitale e il 32 ^1^ ^j^ dei depositi, dovremmo ripetere quanto» 
accennammo parlando della Banca popolare. — Anche per l'Am- 
ministrazione della Banca Lombarda si deve tener conto della, 
difficoltà grandissima di impieghi rinumeratori, sicuri e facil- 
mente realizzabili e le si deve grandissima lode per avere co- 
stantemente seguito il sistema di calcolare in bilancio i valori 
posseduti ad un prezzo assai inferiore al vero. I facili guadagni 
non hanno tentato queir Ammistrazione , essa ha sempre te- 
nuto questa norma prudente, che non dovrebbe mai essere ab- 
bandonata dagli istituti che hanno per iscopo di raccogliere i ' 
capitali e fruttificarli col conto corrente. 

Sin dal 1874 la Banca Lombarda ha i suoi uffici in Via Silvio 
Pellico in uno stabile proprio, parte del quale ceduto in affitto» 
La somma così immobilizzata è per vero dire assai forte, poiché 
l'edificio è costato 863,000 lire e figura ancora in bilancio per 
L. 775,000, rappresentando quindi quasi un quarto del fondo so- 
ciale: calcolato però un ragionevole affitto per i locali occupati' 
dalla Banca il reddito netto dello stabile è di circa il 4 ^/q.. 

Poche parole diremo sulle spese d'amministrazione e sulle 
tasse, poiché nessun fatto d'importanza ci è dato rilevare. Ecco- 
r ammontare delle spese d' amministrazione nel decennio e la 
proporzione loro in confronto del capitale e della riserva. 



Anno 


Importo totale 


Per 100 lire di capitale 








e riserva 


1871 


L. 


50,534,02 


1,66 


1872 


il 


100,757,57 


3,28 


1873 


il 


130,713,80 


4,22 


1874 


n 


\l,^,^l%^'l 


4,50 


1875 


„ 


141,352,59 


4,52 


1876 


„ 


139,590,65 


4,44 


1877 


'5 


148,164,32 


4,69 


1878 


11 


149,691,92 


4,71 


1879 


11 


164,591,91 


5,15 


1880 


•n 


173,557,45 


5,39 



iMeclia per anno L. 133,902,26 per cento L. 4,26 



Come si vede la proporzione non varia molto, solo cresce lie- 
vemente negli ultimi anni e perchè la condizione degli impiegati 



ISTITUTI DI (^ÌEDITO 161 

tu alquanto migliorata e perchè, crescendo il giro d' affari , ed 
essendo le operazioni della Banca di media entità, si richiede' 
un lavoro più lungo, più minuto, e per conseguenza più costoso. 
Notiamo poi che tra le spese sono comprese le tasse municipali 7. 
le piccole imposte governative, ed i bolli, i quali, come ognun 
sa, portano agli istituti di credito un aggravio non indifferente. 
Maggiori variazioni si riscontrano nelle tasse (ricchezza mo- 
bile e fabbricati) delle quali indichiamo qui sotto gli importi 
annui e le proporzioni cogli utili netti da spese d' amministra- 
zione. 



Ann) 




Importo total 


i delle imposte 


Per 100 lire di utili netti 












da spese d'amministrazione 


1871 






L. 


17,590,80 


3,95 


1872 






n 


46,334,94 


7,72 


1873 






n 


66,474,83 


12,50 


1874 






V 


80,716,23 


21,24 


1875 






» 


77,734,24 


20,65 


1876 






n 


75,992,08 


20,41 


1777 






n 


65,846,07 


16,61 


1878 






» 


77,255,17 


18,72 


1879 






n 


97,399,66 


21,91 


1880 




anno 




90,465,90 
69,582 — 


20,88 


iMedia per 


per cento 15,84 



Anche qui la mano del fisco si chiarisce assai grave, sot- 
traendo talora ben un quinto degli utili. Pure la Banca non 
appare così duramente colpita come altri istituti, quando si con- 
sideri che le imposte comprendono e la tassa fabbricati sullo 
stabile di proprietà della Banca e quella di ricchezza mobile suf 
depositi in conto corrente ed a risparmio. Ma non conviene d'altro 
lato dimenticare quanta parte dei depositi la Banca abbia impie- 
i^-ato in buoni del tesoro ed in valori pubblici, sui quali la 
Banca pagò separatamente V imposta di ricchezza mobile per 
Trattenuta. Al variare dei depositi e delle somme impiegate in 
valori pubblici e in buoni del tesoro è appunto da attribuirsi il 
variare nella somma delle imposte pagate. 

La saggezza dell'amministrazione fu compensata da profitta 
abbastanza lauti. La misura del 9^/^, che si ripete quasi costante^ 

Milano. — Voi. IH. 11 



1()2 ISTITUTI DI CREDITO 

éjL alcuni anni è indizio che la Banca segue la sua via senza 
soverchio timore ma senza imprudenti arditezze. 

Gli utili divisi fra gli azionisti, compreso l'interesse del 5 Vo 
sul capitale, furono 

nel 1871 di L. 357, 003 pari a 11. 90 7^ 



1872 


ti 


450, 000 


« 


15. — 


/o 


1873 


« 


381, 000 


» 


12. 70 


w 


1874 


» 


261, 000 


n 


8. 70 


V 


1875 


« 


261, 000 


« 


8. 70 


n 


1876 


» 


258, 000 


« 


8. 60 


11 


1877 


„ 


285, 000 


11 


9. 50 


n 


1878 


» 


276, 000 


n 


9. 20 


n 


1879 


n 


291, 000 


« 


9. 70 


„ 


1880 


fi 


291, 000 


n 


9. 70 


11 



<ì quindi in media di L. 10. 37 per cento sul capitale. 

Gl'impiegati della Banca sono trentatre, e due volte nell'As- 
semblea del 15 aprile 1877 e in quella del 29 febbraio 1880, 
sorse la voce di alcuni azionisti per tutelare la loro sorte pro- 
anovendo e consigliando l'istituzione d'un fondo di previdenza. 

La proposta non fu accolta per speciali ragioni d'opportunità, 
ma il Consiglio d'amministrazione non l'avrà certo dimenticata 
•e cercherà, come ne ha fatto promessa, di migliorare e assicu- 
rare le condizioni d'impiegati ai quali sempre ha tributato il 
maggior encomio. 

La Banca Lombarda entra ora nel secondo decennio della sua 
vita; l'esperienza del passato, i fecondi risultati di una ammi- 
nistrazione oculata , il posto notevole che ha saputo prendere 
tra i migliori istituti d'Italia, le assicurano un avvenire assai 
prospero. 



ISTITUTI DI CREDITO 163 



BANCA DI CREDITO ITALIANO 



I 



A pochi fra i nostri lettori può interessare il racconto delle 
peripezie di questo istituto, il quale, dopo aver aperto una sede 
rilevando la clientela ed assumendo la liquidazione di una impor- 
tante Ditta bancaria cittadina, trasportò da Firenze a Milano il 
centro dei propri affari. 

Sorto nel 1863 col vasto programma di porgere aiuto a tutte 
le combinazioni che potessero favorire lo sviluppo economico del 
nostro paese, andò mano mano restringendo il campo della pro- 
pria operosità, limitando gradatamente il capitale originario da 
60 a 5 milioni, quale fu fissato nello statuto del 1878, che attual- 
mente regge la Banca di Credito Italiano. 

Il passato di quest'istituto offre risultati tutt'altro che brillanti, 
e le continue modificazioni dell'atto costitutivo sono la prova 
più convincente dell'esito poco fortunato de'suoi affari. Ora però che 
aspira ad orizzonti meno vasti e che si è sistemata su basi più 
solide, la Banca di Credito Italiano ci pare destinata a mettere 
l'anelito di una novella vita. 

Il suo capitale interamente versato è diviso in 10,000 azioni 
di L. 500 cadauna, e le sue operazioni consistono nella parte- 
cipazione diretta od indiretta ad imprese industriali o di credito , 
e principalmente di lavori di pubblica utilità, nel commercio di 
effetti pubblici nazionali ed esteri, nelle sovvenzioni e nell'aper- 
tura di conti correnti verso pegno e nello sconto di cambiali con 
scadenza a non oltre sei mesi. Lo statuto concede alla Società 
di poter accrescere il fondo circolante mediante emissione di 
obbligazioni fino all'importo del capitale versato, sempre che 



164 ISTITUTI DI CREDITO 

abbiano un controvalore in azioni, obbligazioni od effetti pubblici, 
escluse sempre le azioni emesse dalla Società. 

La Banca è retta da un Consiglio munito dei più ampi poteri 
e composto di nove membri nominati dall'Assemblea generale, 
i quali scelgono nel loro seno un Presidente ed un Vice-Pre- 
sidente. Ciascuno dei componenti il Consiglio deve depositare 
100 azioni inalienabili finche dura nelle proprie funzioni. 1 
membri del Consiglio sono retribuiti con una parte degli utili ; 
un'altra parte di questi , non inferiore al 10 Vo ? ^ devoluta 
alla riserva. 

Gli ultimi bilanci sono la prova più convincente del savio 
indirizzo dato a questo istituto: l'utile realizzato negli anni 1870 
e 1880 ha permesso all'Amministrazione di poter dare un riparto 
ai possessori di azioni in ragione del 6 % ^"1 capitale versato 
passando anche qualche somma al fondo di riserva. 

La nuova fase in cui è entrata questa Banca ed i suoi intimi 
rapporti con un potente istituto di credito italiano la pongono 
in grado di contribuire allo sviluppo economico della nostra città 
porgendo un efficace aiuto alle diverse imprese che fossero per 
sorgere a sussidio del commercio e dell'industria o dirette a 
promuovere il benessere ed il decoro cittadino, del che ha dato 
una prova recentissima coll'acquisto d'una vasta area destinata 
alla costruzione d'un nuovo quartiere. 



I 



ISTITUTI DI CREDITO 16Ì 



BANCA DI MILANO 



Ben poco possiam dire di questo istituto, il quale non conta 
(•he quattro mesi di esercizio. Esso adottò lo Statuto della Banca 
Svizzera Italiana. 

Ha un capitale di 15 milioni di cui 7 i/oj già versati ed una riserva 
di L. 600 mila creata con benefici realizzati nel collocamento delle 
azioni. L'art. 4 dell'atto costitutivo così riassume lo scopo dell' isti- 
tuzione; « fare qualsiasi operazione di Banca per conto proprio o di 
terzi », programma troppo vasto e non certamente il più opportuno 
ad ingenerare la fiducia in un istituto, che sembra aspiri a trovare nei 
depositi una delle fonti principali per lo sviluppo della propria 
operosità. Ma già sappiamo che l'Amministrazione sta facendo 
studi per introdurre radicali mutamenti nelle norme fondamen- 
tali della Banca. Dall' ultima situazione mensile pubblicata dal 
Consiglio, e che si riferisce al 31 luglio 1881, rileviamo come 
gli sconti abbiano una prevalenza su tutte le altre operazioni, 
rappresentando l'impiego di quasi metà del capitale versato : ai 
depositi in numerario, la cui cifra tocca quasi i tre milioni, può 
contrapporsi come valida garanzia l'investimento di una somma 
di oltre quattro milioni in carte di pubblico credito di primissimo 
ordine. La Banca di Milano è quella fra gl'istituti di credito 
milanesi che ebbe la più larga compartecipazione nell'ultimo pre- 
.stito nazionale. 



A complemento di queste notizie sulle Banche crediamo oppor- 
tuno di aggiungere che esistono in Milano più di 30 Ditte ban- 



16G ISTITUTI DI CREDITO 

carie, alcune delle quali di un'importanza non comune, e 25 
cambiovalute, senza contare che le maggiori fra le Ditte com- 
merciali milanesi, e specialmente quelle dedite al commercio 
serico, aggiungono alle ordinarie loro operazioni anche quelle 
di banca. 

È con questo complesso d'istituti e di private aziende che 
Milano si è posta in grado di prendere una parte importante 
in tutte le combinazioni finanziarie e di esercitare sul movimento 
economico del nostro paese un'influenza che nessuno disconosce. 

Avv. F. Mangili. 



SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 



I. Compagnia di Assicurazione di Milano contro i danni 
DEGLI Incendi, ecc. — Nell'anno 1825 per la provvida e corag- 
giosa iniziativa d'un gruppo di cospicue persone appartenenti 
alla classe commerciale, bancaria ed anche della possidenza, 
venne fondata in Milano una Società d'assicurazione; la prima 
negli Stati in cui si divideva allora l'Italia, e la terza nei diversi 
Stati dell'Impero Austriaco, sotto il cui dominio Milano era 
soggetta. Diciamo appunto che fu provvida la iniziativa di quelle 
persone, perchè posero nel nostro paese il germe dell' Assicurazio- 
ne, che ora ben si conosce come sia una delle più feconde e bene- 
fiche applicazioni del principio della previdenza. La diciamo 
anche coraggiosa, perchè, essendo l'assicurazione appena sui 
nascere, così non era ancora bene assestata la economia del 
contratto, aleatorio per eccellenza; non abbastanza studiata la 
costanza delle medie, su cui si appoggia; e per conseguenza 
incerti ed azzardosi i risultati. L'esito però ha felicemente coro- 
nata la lodevole impresa; poiché la Società, saggiamente e con 
cura quasi paterna diretta, andò di mano in mano consolidandosi 
ed acquistando importanza, coU'utile proprio e col beneficio del 
pubblico. Sicché ora dopo 55 anni la troviamo fra le primarie 
Società, se non per grande estensione d'affari, certo per la soli- 
dità, pel credito e per la fiducia di cui grandemente gode anche 
fuori d'Italia. È per ciò che abbiamo creduto di poter dare una 
menzione speciale di questo Istituto, in un' opera in cui si discorre, 
di tutto ciò che avvi di ragguardevole in Milano. 



108 SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 

La Società è Anonima con Azioni nominative; incominciò le 
■sue operazioni col 1.^ gennaio 1826 ed ora corre verso la fine 
del secondo trentennio di esercizio. Dal nome della Città nativa, 
ove pose e sempre mantenne la sua sede, assunse la denomi- 
nazione « Compagnia di Assicurazione di Milano contro i danni 
degli Incendi, sulla Vita dell'uomo e per le Rendite vitalizie ». 
La denominazione indica anche la specie delle sue operazioni, 
•cioè: Assicurazioni contro i danni degli Incendi. Assicurazioni 
sulla Vita dell'uomo, e le Rendite vitalizie. 

Perciò la Compagnia, mentre ri sguarda un solo stabilimento 
-per quanto concerne la sua esistenza morale e la sua Rappre- 
sentanza, si dirama poi in due sezioni affatto diverse e separate: 
i'una per le assicurazioni contro i danni degli Incendi; l'altra 
per quelle sulla Vita dell'uomo e per le Rendite vitalizie. 

Il Capitale sociale è stabilito, per la prima in L. 2,080,000, 
costituito da 400 azioni di L. 5,200, cadauna. E per la seconda 
in L. 3,120,000 costituito da 400 azioni di L. 7,800 cadauna. 
Di questo Capitale però fu versato soltanto un quinto ; e furono 
•emesse soltanto 364 azioni. Quindi il Capitale sociale effettiva- 
mente versato con cui s'instituì e consolidò la Compagnia, si 
è di L. 378,560, per la sezione Incendi , stando per gli altri Vs 
non versati tante obbligazioni degli Azionisti pel corrispondente 
importo di L. 1,514,240; e di L. 567,840 per la Sezione Vita, 
stando egualmente per gli altri ''/^ le obbligazioni pel corrispon- 
dente importo di L. 2,271,360. In complesso per ambedue le 
Sezioni L. 946,400. A questo Capitale ora bisogna aggiungere 
11 fondo di Riserva formato progressivamente, a termini dello 
statuto, con determinati prelevamenti sugli Utili degli esercizi; 
il qual fondo ascende a L. 2,815,826. 87 per la Sezione Incendi 
^d a L. 625,107. 37 per la Sezione Vita; ed in complesso alla 
somma di L. 3,440,934. Questa cospicua somma esprime meglio 
d'ogni dimostrazione il progressivo e forte consolidamento della 
Compagnia. Il valore attuale delle singole Azioni, questo esatto 
misuratore della forza vitale delle società commerciali, non lo 
si può indicare, a motivo che le azioni non sono quotate in 
Borsa, e non formano mai, o ben di rado, oggetto di Compra- 
vendita. Crediamo però di non errare dicendo ch'esso importa 
.almeno sei o sette volte il valore versato, computando il Capi- 



SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 100 

tale di riserva sopra indicato, nonché il maggior valore reale 
che presumibilmente si può attribuire ai singoli enti del patri- 
monio della Compagnia in confronto di quello apparente nel 
Bilancio. 

Lo statuto è ancora quello originario con cui si costituì la 
Compagnia. Epperciò risente gli effetti del tempo, ed in alcuni 
punti lascia desiderare semplificazioni e modificazioni, insegnate 
dalla esperienza, e richieste dai mutati ordinamenti civili e com~ 
merciali; ciò clie la Compagnia, è lecito supporre, non mancherà 
di fare in occasione della prossima sua rinnovazione. Tuttavia, 
considerando i risultati ottenuti, corre alla penna la riflessione, 
non nuova del resto, che non è dalle formule e discipline di uno 
statuto, e dalle irrequiete sue riforme, che devesi ricercare la 
prosperità di un'impresa. In questo statuto però vi sono delle 
disposizioni cardinali, che furono i capi-saldi del consolidamento 
della Compagnia, e che, quantunque antiche, non dovrebbero mai 
abbandonarsi da nessuna Società d'Assicurazione. Esse sono in 
particolare: Azioni di grossa caratura; Azioni nominative, non 
mai trasmissibili senza il consenso dell' Amministrazione della 
Compagnia; determinazione del modo cauto per l'impiego dei 
<'apitali sociali. Con queste disposizioni, si sottrae la Compagnia 
al pericolo della speculazione e dell'aggio delle Azioni; ed alla 
tentazione d'impieghi forse lucrosi, ma incauti. Poiché una Società 
di Assicurazione non dovrebbe mai aggiungere, ci sembra, altre 
alee, a quella che é di suo istituto. 

Non crediamo del caso di dilungarci nella esposizione di dati 
statistici, che hanno un valore soltanto relativo ed individuale; 
poiché nostro intento non è quello di presentare uno studio sulle 
Assicurazioni, ma quello più modesto di dare un cenno di una 
i^ocietà milanese. È bene però far conoscere alcune cifre rias- 
suntive, valevoli a dare un concetto della consistenza degli affari 
della Compagnia, e della parte da essa presa nello sviluppo 
delle Assicurazioni, limitandoci però a quelli contro i danni degli 
Incendi. Le cifre che andiamo ad esporre possono sembrare non 
molto ragguardevoli; ma occorre avvertire che la Compagnia, 
•consigliata forse piuttosto da una saggia prudenza, che dalla 
smania dei grandi affari, mantenne sempre il suo campo d'azione 
in un territorio limitato. Nata sotto il dominio austriaco, quando 



170 SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 

la divisione d'Italia nostra in parecchi Stati rendeva difficile^ 
anzi impediva, lo estendersi degli Istituti, la Compagnia stabilì 
le sue operazioni quasi unicamente nelle Provincie di Lombardia 
e della Venezia, ed in qualcuna soltanto di quelle finitime del- 
rimpero Austriaco. Ed anche successivamente, quando fu costi- 
tuita l'unità d'Italia, non prese una maggior estensione nelle' 
altre parti del Regno. Fatta questa considerazione, i dati ch'espo- 
niamo acquistano importanza, mostrando quanto lavoro fu fatta 
in poco territorio. 

Incominciate, come si disse, le operazioni col 1.^ gennaio 182(> 
esse col successivo anno 1827 danno i seguenti risultati: 
Valore assicurato L. 76,502,007 
Premi riscossi » 77,808. 99 

Danni e spese per N. 42 Incendi L. 15,593. 04 
La media dei premi è di L. 1,01 per ogni mille lire di va- 
lore assicurato. 
La media dei danni di cent. 20 egualmente per ogni mille 
di valore assicurato. 

Alla fine del primo decennio, e cioè nell'anno 1835 abbiamo :: 
Valore assicurato L. 345, 417, 368 
Premi riscossi » 342, 110. 73 
Danni e spese per N. 193 Incendi L. 140,766. 67 
La media dei premi è di cent. 99,01 per mille. 
» dei danni di » 40,75 per mille. 

Alla fine del secondo decennio , e cioè nell'anno 1845 i risul- 
tati sono: 
Valore assicurato L. 991,532,272 
Premi riscossi » 852.742. 17 

Danni e spese per N. 665 Incendi L. 727,555. S6 
La media dei premi è di cent. 87,35 per mille. 
» dei danni di » 73,38 per mille. 

Alla fine del terzo decennio, cioè nell'anno 1855 sono: 
Valore assicurato L. 1,169,765,659 
Premi riscossi » 1,044,496. 82 

Danni e spese per N. 1034 Incendi L. 502,970. 52 



SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 17 k 

La media dei premi è di cent. 90,54 per mille. 
» dei danni di » 43,60 

NB. Le cifre suesposte sono in lire Austriache. 

Alla fine del quarto decennio, cioè nell'anno 1865: 
Valore assicurato L. 1,027,307,507 
Premi riscossi » 1,062,901. 14 

Danni e spese per N. 1266 Incendi di L. 725,698. 78 
La media dei premi è di L. 1,05 

» dei danni di » 0,71,87 

Alla fine del quinto decennio, cioè nell'anno 1875 : 
Valore assicurato L. 1,166,683,394 
Premi riscossi » 1,290,216. 79 

Danni e spese per N. 1159 Incendi L.' 582,564. 67 
La media dei premi è di L. 1,19 
» dei danni di » 0,50,99 

E per ultimo se consultiamo l'anno 1879 i risultati sono i 
seguenti : 
Valore assicurato L. 1,369,393,957 
Premi riscossi » 1,542,749. 89 

La media dei premi è di L. 1,14 

» dei danni di » 0,53,60 

Le assicurazioni stipulate a tutto il 1879 per gli anni succes- 
sivi sono del complessivo importo di L. 4,687,461,551 di Valori 
assicurati con L. 5,336,104. 22 di premi. 

Riassumendo il totale importo delle operazioni stabilite dal- 
l' anno 1826 a tutto Tanno 1879, e cioè per 54 anni di eser- 
cizio risulta: di L. 42,773,247,280 di Valore assicurato con 
L. 42,660,153. 26 di premi incassati, danti la media di cent. 99,73 
di premio per ogni lire mille assicurate. I danni d'incendio, 
verificati nel suindicato periodo, ascendono a N. 42,075, pagati 
collo sborso di L. 24,060,644. 65 ; somma che sta nella propor- 
zione di cent. 56,25 per ogni lire mille assicurate , e di 
cent. 56,40 per ogni lira di premio incassato. 

C. L. 



172 SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 



IL Compagnia di Assicurazioni sulla Vita in Milano. — 
Le assicurazioni sulla vita, prima della costituzione del nuovo 
Regno, erano, in Italia, quasi ignorate. Poche erano le società 
che si occupavano di queste operazioni ; talune nazionali, eser- 
citavano anche e a preferenza altri rami di assicurazioni; altre 
•erano società estere e fra queste alcune lasciarono nel nostro 
Paese delle disillusioni e furono la principale cagione delle diffi- 
•denze sórte contro una Istituzione che è sì tanto utile per 
l'avvenire delle famiglie. 

La suddivisione politica d'Italia poco si prestava alla creazione 
<Ii simili intraprese, le quali si formano e si sviluppano mag- 
.giormente dove lo spirito di associazione ha già fatto molta 
.strada. Fu quindi opera provvida e patriottica, appena che la 
nostra Italia, nella maggior sua parte si era riunita a nazione, 
la fondazione in Milano della Reale Compagnia Italiana, promossa 
da alcuni possidenti, banchieri e capitalisti; ed ora possiamo 
contare questo Istituto, che da oltre 18 anni si occupa esclu- 
:sivamente delle Assicurazioni sulla Vita, fra i più importanti 
della nostra Città. Ed è appunto perchè questa Compagnia è 
nata ed ha la sede in Milano (nello stabile di sua proprietà 
Via Monte Napoleone N. 22) e qui prese crescente sviluppo, 
•che ci occupiamo di darne qualche ragguaglio in questa rivista 
•di istituzioni cittadine. 

La Reale Compagnia di Assicurazioni sulla Vita fu autoriz- 
'zata con Reale Decreto 27 Luglio 1862 ed incominciò le sue 
■operazioni col successivo novembre. 11 Capitale sociale può 
•essere portato a dieci milioni di lire; ma il Consiglio d'Ammi- 
nistrazione limitò la cifra a L. 6,250,000 considerando questa 
:Somma più che sufficiente come capitale di fondazione, giacche 
le garanzie proprie di una Società di Assicurazioni sulla Vita 
:sono la prudenza e circospezione nella assunzione dei rischi e i 
premi pagati e da pagarsi dagli Assicurati; il Capitale sociale 
funziona da riserva supplementare. 

Il Capitale di L 6,250,000 è costituito da N. 1,250 Azioni 
•da L. 5,000 cadauna sulle quali sono versate L 500 per primo 
•decimo, avendo gli Azionisti firmato delle obbligazioni pel non 



SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 173 

versato. Le Azioni sono nominative e non sono trasmissibili se 
non dietro autorizzazione del Consiglio di Amministrazione il 
([uale può rifiutarsi a riconoscere un nuovo Azionista che non 
presenti la voluta solidità pel pagamento complessivo di quanto 
è ancora dovuto sulle Azioni , voltacchè il Consiglio richiedesse 
ulteriori versamenti; questa condizione e il rilevante importo' 
nominale delle Azioni, se allontanano da queste la speculazione,, 
accrescono però la serietà della Compagnia e garantiscono la 
integrità del Capitale sociale senza obbligare la Società a ri- 
cercare nelle operazioni aleatorie ed in transazioni diverse dallo 
vere assicurazioni, lauti dividendi rimuneratori di grossi capi- 
tali versati. 

Nell'ultimo decennio, gli Azionisti ebbero fra interessi e divi- 
dendo un reddito medio di 9 Vo- S® ^^ nostre informazioni sonO' 
esatte, avvengono transazioni in queste azioni se non a lunghi 
intervalli e questo fatto spiegherebbe perchè non si conosce- 
il valore ad esse attribuibile. 

L'impiego dei fondi provenienti dalle assicurazioni si fa con 
molta cautela; dall'ultimo bilancio che abbiamo sott'occhio, tro- 
viamo che oltre al Capitale sociale del quale parlammo già, la 
Reale Compagnia possiede per quasi tre milioni in stabili nella, 
nostra Città e per circa otto milioni in effetti pubblici, valori 
industriali di prima categoria ed altre attività, e quindi offre 
una garanzia complessiva di circa 17,000,000 di lire. 

Lo statuto sociale contiene delle utili disposizioni, nel solo 
interesse degli Assicurati, tendenti a rendere possibile e facile- 
l'emissione dei duplicati di titoli (o polizze), smarriti o perduti ,, 
evitando così i danni di protrarre le liquidazioni dei contratti 
fin dopo spirato il trentennio di prescrizione. 

Riguardo alle operazioni di assicurazioni, l'ultimo resoconto' 
all'Assemblea degli Azionisti sull'esercizio 1880, accenna che- 
la Reale Compagnia aveva accettato N. 12,423 contratti per 
L. 74,309,254. 66 di Capitali assicurati e per L. 275,893. 87 di 
annue Rendite vitalizie. 

Gli incassi di premi raggiunsero nell'anno 1880 la cifra di 
L. 1,316,876. 87 e gli interessi riscossi sui fondi impiegati som- 
marono a L 555,525. 90. 

I sinistri furono, per numero e per importo, inferiori ai calcoli 



174 SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 

{li previsioni, basati sulla probabilità di morte ad ogni età. Ciò 
dimostrala prudenza dell'Amministrazione nell' assumere rischi. 

Quando si pensi alle difficoltà che la Reale Compagnia ha 
trovato fin dai primordi nel lottare contro ogni sorta di pregiu- 
■tlizì e nello sbarazzare il terreno dalle cattive prevenzioni, solo 
perchè questa Istituzione non era conosciuta; quando si pensi 
•che il nostro Paese appena si era affrancato dalle secolari divi- 
sioni politiche ebbe ad attraversare gravi crisi e difficoltà per 
ìe necessità finanziarie, per la sua riorganizzazione, per prepa- 
rare un più marcato sviluppo commerciale ed industriale , è 
pur forza riconoscere che questo Istituto ha reso e renderà utili 
servigi e che le speranze dei fondatori della Reale Compagnia 
f?ono così pienamente giustificate dalla buona riuscita di essa. 

Infatti l'Assicurazione sulla vita è la forma più perfetta del 
risparmio; il consolidamento delle economie, la capitalizzazione 
'del valore personale e passeggero che hanno i capi di famiglia 
che non sono largamente dotati di mezzi propri. È la previ- 
denza portata ad alto grado perchè il padre, mosso da sentimenti 
generosi e benevoli verso la propria famiglia, con tenui sacri- 
fici annui, procura ad essa quell' agiatezza che diversamente 
non potrebbe ottenere che colla perseveranza e col tempo; ma 
il tempo è un fattore incertissimo e può solo esser surrogato 
-dalla assicurazione. 

Ora facciamo a questa Compagnia un augurio e cioè che essa, 
•continuando colle prudenti norme che la ressero finora, possa 
raggiungere quel grado di potenza e di rispettabilità che, per 
le Assicurazioni contro i danni degli incendi, ha saputo merita- 
mente conquistare la sua consorella, la Compagnia di Assicura- 
zioni di Milano, ed aumenti così la già numerosa sua clientela. 

III. Società Italiana di Mutuo Soccorso contro i danni 
'DELLA Grandine. — Questa Società ideata nel 1854 dal bene- 
merito defunto ing. cav. Francesco Cardani, venne, dopo molti con 
trasti e molte difficoltà opposti dal Governo Austriaco, che sempre 
-osteggiava le associazioni, attivata e proclamata il 20 aprile 1857. 
Lo scopo suo eminentemente morale, quello cioè di garantire gli 
agricoltori contro il flagello della grandine, mercè il reciproco 
aiuto e la solidarietà del « tutti per uno ed uno per tutti » ; 



SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 175 

rindole sua esclusivamente Mutua, per la quale ogni socio, es- 
sendo ad un tempo assicurato ed assicuratore, rende impossibile 
•la speculazione dell'assicuratore a scapito dell'assicurato, il suo 
•carattere liberale, fecero si che il nascere della Società fu salu- 
tato dal plauso generale. E sebbene essa abbia esordito col titolo 
di Società Mutua contro la grandine per le Provincie Lom- 
'barde, e la sua azione si limitasse allora alla sola Lombardia, 
•sebbene il concetto dell'associazione e delle mutualità fosse nuovo 
e quasi sconosciuto nel 1857 fra le popolazioni lombarde, pure 
•la Società stessa raggiunse nel suo primo anno di vita l'enorme 
cifra di valore assicurato di 47 milioni di lire austriache, equi- 
valenti ad italiane L. 41,164,445. Dopo il 1859, nel quale anno 
la guerra arrestò temporaneamente lo sviluppo delle opera- 
:zioni, risorta l'Italia a Nazione libera, la Società divenuta 
Italiana estese la sua azione a parte del Piemonte cioè al No- 
varese, al Vercellese ed alla Lomellina, agli ex Ducati, a Bolo- 
gna ed a Ferrara, mentre, d'altra parte essendo il Mantovano 
rimasto sotto il dominio austriaco , la Società per decreto spe- 
ciale di quel Governo non potè dal 1860 al 1867 operare in quella 
Provincia. 

Negli anni 1858, 60, 63 e 64, la Società ebbe a soffrire danni 
piuttosto rilevanti, ma ebbe il ristoro delle annate buone 1857, 
.59, 61, 62 e 65, sicché continuò la sua marcia ascendente, au- 
mentando le operazioni e formando anzi qualche avanzo. Ma 
sopraggiunse il 1866, anno sgraziatissimo quant' altri mai, nel 
quale le grandinate furono oltremodo estese, frequenti e gravi. 
Allora la Società subì una scossa perchè il passivo superò di 
gran lunga l'attivo. Una provvida deliberazione dell'Assemblea 
salvò allora per altro da una crisi la Società. Essendosi stabi- 
lito di pagare i residui compensi colle attività successive, si man- 
tennero i soci, e si consolidò la mutualità, completandola col- 
l'aggiungere agli elementi territorio e valore quello del tempo. 
Questa misura riuscì ottimamente e fu adottata anche negli 
anni 1873 e 1874 che furono pure sgraziatissimi. 

I gravi problemi che preoccuparono molto la rappresentanza 
della Società oltre quello delle liquidazioni dei danni, furono le 
tariffe dei premi, e le demarcazioni dei territori di fronte ad 
im flagello come la grandine, che non ha leggi fisse e che ogni 



170 SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 

anno presenta fenomeni nuovi e inaspettati. Trovare una formola 
che valga ad equilibrare sempre i premi ai rischi non solo dei 
prodotti, ma anche delle diverse località, fu lo scoglio più grande 
che trovarono coloro i quali tendono a raggiungere l' ideale di 
questo equilibrio. Tutto fu tentato per arrivare a siffatto ideale; 
molti furono i sistemi escogitati. Ma mentre pei prodotti i quali 
hanno degli elementi speciali di rischio nella loro natura intrin- 
seca, dedotti dalla maggiore o minore fragilità, durata di espo- 
sizione, tensità, ecc. si poterono trovare delle leggi fondate sopra 
principi almeno attendibili; pei territori invece, dopo vari espe- 
rimenti basati sopra presunzioni sul corso delle meteore, le quali 
vennero poi contradette dai fatti ; dopo vari tentativi, si finì col 
tentare la radicale misura di una tariffa unica. — Questa misura 
ardita produsse un incremento grande d' operazioni , ma perchè 
quest'incremento era causato dalla grande prevalenza degli enti 
passivi , così ne derivò che , proprio negli anni nei quali si ebbe 
il maggiore sviluppo delle operazioni, fu allora che si verifica- 
rono, come nel 1866 le maggiori passività. Si adottò quindi an- 
che pei territori il principio della divisione in zone, basate sulla 
natura intrinseca dei territori stessi i quali ponno essere più o 
meno arrischiati per le condizioni speciali delle coltivazioni;, 
principio questo che fino ad ora sembra rispondere alla verità. 
Ad ogni modo in mezzo alle gravi difiìcoltà del problema, nel 
complesso la Società ha avuto tariffe sufiicienti e limitate alla 
stretto bisogno creato dagli eventi sociali senza lucro a favore 
di alcuno. 

La Società, come rilevasi dalle tavole grafiche esposte, ha. 
operato dal 1857 al 1880 sul valore complessivo di un miliardo 
ventitre 'milioni, settecento trentaìiovemila settecentoquar anta- 
nove lire, rappresentanti una media annua di L. 42,655,823 di 
valori assicurati da 180 mila soci. — Ha incassato per premi,, 
tasse, sopratasse, ecc. L. 60,605,996. 41; e pagato nei 24 anni 
dacché vive, la somma di L. 60,534,696. 41 in tanti indennizzi ad 
80 mila soci, dei quali 20 mila ebbero in compenso dalle L. 10 mila 
fino alle L. 100 mila e in dividendi di avanzi, provvigioni e 
spese diverse. 

Le oscillazioni nei valori assicurati ripetono da molte cause 
e.-tranee alla Società, come ad esempio i diversi prezzi dei generi 



SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE 177 

che variano d'anno in anno, le condizioni economiche degli agri- 
coltori, lo stato delle campagne, le esclusioni d'alcuni soci, le 
morti, i trapassi, ecc. 

I benefizi della Società sono molti, materiali e morali. Fra 
i primi va notato quello d'avere tolto i monopoli dell' assicura- 
zione grandine, e creato una concorrenza anche in questo ramo 
a tutto vantaggio degli agricoltori. Imperocché, fra la specu- 
lazione che lucra e la Mutua che non ha scopo di guadagno e 
che tiene quindi i premi circoscritti al solo bisogno, è certo che 
la Mutua serve di moderatrice. Difatti, quella gara fra le varie 
Compagnie che esiste ora, e che una volta invece era affatto 
eliminata dai casi detti concordati, che legavano una Compagnia 
all'altra, non fu attivata che col nascere della Società Mutua, e 
questa gara cesserebbe d'esistere il giorno nel quale la mutualità 
cessasse di funzionare nelle assicurazioni. Oltracciò, bisogna av- 
vertire il fatto che coi compensi pagati, molte famiglie d'onesti 
agricoltori vennero salvate dalla miseria, e devono alle Mutue 
la lora esistenza, il loro benessere. 

Fra i benefici morali non può tacersi quello di avere estesa 
nel paese la previdenza, ed educato il nostro popolo all'asso- 
ciazione ed alla mutualità. 

Riassumendo; la Società Italiana di Mutuo Soccorso contro 
i danni della grandine è una Istituzione meritevole d'essere alta- 
mente considerata e per la sua importanza e per lo scopo bene- 
fico e morale cui tende. 

M. 



MiL IVO. — Voi. IH. 12 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 



Benché nel secolo XIX siasi progredito nelle scienze , nelle 
lettere e nelle arti, ciò nonostante il carattere distintivo di esso 
non sarà segnato nella storia sotto questo riguardo, ma bensì 
sotto quello deìV industria e del potere degli interessi reali favoriti, 
promossi e sviluppati dalle strade di comunicazione in particolar 
modo se sono sussidiate dal vapore. 

Infatti le strade, qualunque sia il sistema col quale vengono 
«ostruite, promovono l' industria ed il commercio , facilitano il 
riavvicinamento dei popoli, anche laddove si trovino collocati a 
grandi distanze; si fondono e si sviluppano delle nuove idee, e 
da ciò ne consegue il vero progresso. 

Le vie di comunicazione, particolarmente destinate per Milano 
e la sua provincia, sono di quattro specie, cioè: 1.^ Strade ordi- 
narie, le quali si suddividono in due classi, vale a dire, in Pro- 
rinciali e Comunali ; 2.^ Strade ferrate di grande comunica- 
zione; 3.° Ferrovie economiche o di interesse locale denominate 
tramways; A.^ finalmente nella navigazione sui laghi, fiumi e ca- 
aiali che si dirigono sopra Milano. 

Strade ordinarie. — La prosperità della Lombardia è dovuta 
particolarmente al sistema stradale stato introdotto fino dallo 
scorso secolo ed alla facilità dei trasporti in qualunque direzione. 
Questa facilità di trasporti ha fatto fiorire l'agricoltura ed il 
commercio ; e la produzione delle strade ferrate salì in questo 
territorio ad una cifra abbastanza rimuneratrice mercè le strade 
ordinarie che vi conducono le merci e le persone. 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 171 > 

In Lombardia la riforma delle proprie strade, col metodo tut- 
tavia in corso, principiò nel 1777 in seguito alla promulgazioni^ 
di un nuovo piano stradale. La pubblicazione di questo piano 
€bbe luogo 13 anni prima della legge francese, 14 ottobre 1790, 
sulle strade, e 34 anni anteriormente all'attuazione del sistema 
inglese denominato mac-adam. 

Nel 1777 le strade pubbliche si dividevano in due classi: cioè 
in Provinciali e Comunali. Le strade provinciali erano quelle 
che dalle porte della città di Milano conducevano al confine del 
Ducato , e la loro manutenzione restava a carico dell'intera pro- 
vincia ; erano comunali le strade che diramando dalle provinciali 
servivano all'uso dei rispettivi comuni. 

Colla legge 27 marzo 1804 del primo Regno d'Italia veniva 
fatta una nuova classificazione delle strade pubbliche distinguen- 
dole in nazionali, dipartimentali e comunali. La sola strada del 
Sempione da Milano a Parigi si era dichiarata nazionale. Tutte 
le altre erano dipartimentali. 

Successivamente colla promulgazione del Regolamento Italico 
20 maggio 1806 anche la strada del Sempione venne collocata 
fra le strade dipartimentali. 

Durante il governo austriaco si conservò l'antica classificazione 
delle strade cioè, in provinciali e comunali, e si mantenne eziandio 
la legislazione emergente dal citato regolamento italico 20 mag- 
gio 1806. 

Attualmente in forza della legge 20 marzo 1865 le strade 
pubbliche sono distinte in quattro classi, cioè : nazionali, provin- 
ciali, comunali e vicinali. La costruzione e conservazione delle 
strade nazionali è a carico dello Stato. Spettano alle rispettive 
Provincie i lavori relativi alle strade provinciali, ed ai comuni 
le opere intorno alle strade che cadono nei rispettivi territori 
e che non sono ne nazionali né provinciali. In quanto alle strade 
vicinali la loro riparazione e manutenzione sta a carico di quelli 
che ne fanno uso per recarsi alle loro proprietà. 

Strade Provinciali. — Nella Provincia di Milano e nel 1868, 
epoca nella quale venne fatta la classificazione delle strade pro- 
vinciali, non vi era che una sola strada nazionale, la quale con- 
sisteva nel tratto da Monza ad Usuiate per recarsi da Milano a 



180 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

Lecco. Ma in seguito alla costruzione della ferrovia da Monza 
a Lecco anche questo tratto di strada passò nella classe delle 
provinciali. 

Dalla Relazione del Ministro dei lavori pubblici presentata al 
Parlamento il 12 maggio 1873 si rileva die nel 1872 le strade 
nella provincia di Milano, che si erano dichiarate provinciali col 
Decreto Reale 27 settembre 1868, erano le seguenti cioè: 

Lunghezze in 
Chilometri 

1. Strada Piacentina. — Dalla soglia del dazio di 

Porta Romana di Milano al ponte natante 
sul Po di fronte a Piacenza. 

Passa per Melegnano, Lodi e Casalpuster- 
lengo Chilom. (34. 07 

2. Strada denominata di S. Colombano. — Dalla 

circonvallazione di Lodi termina all'incontro 
della Strada provinciale Pavia-Mantova al 
confine Pavese. 
Passa per Borghetto e S. Colombano . » 17. 88 

3. Strada Bresciana. — Dal confine della pro- 

vincia di Pavia mette a quello della pro- 
vincia di Cremona passando per Lodi e S. 
Angelo ■ . . » 21.31 

4. Strada Mantovana. — Dal confine della prov. 

di Pavia conduce al confine Cremonese presso 
Pizzighettone passando per Casalpusterlengo, 
Codogno e Malèo » 21. 24 

5. Strada Veneta. — Dalla soglia del dazio di 

Porta Venezia mette a Cassano d'Adda indi 
al confine della Provincia di Milano con quella 
di Bergamo. Passa per Crescenzago, Cascina 
de' Pecchi, Gorgonzola, Fornaci e Cassano 

d' Adda . . .' » 39.04 

0. Strada di Monza. — Dalla strada Veneta al 
Rondeau di Loreto mette al principio dell'abi- 
tato di Monza » 11.38 



Riporto avanti Chilom. 174. 92 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 181 

Lunghezze in 
Chilometri 

Riporto retro Chilom. 174. 92 

7. Strada Vallassina. — Si dirama dalla strada 

Comasina all'ottagono presso la Fontana e 

termina al confine della provincia di Como. 

Passa da Niguarda, Desio, Seregno, Pajna, 

e Giussano » 24. 78 

S. Strada Comasina. — Dalla soglia del dazio di 
Porta Garibaldi al confine colla Provincia di 
Como, passando per Cascina Amata, Bovisio 

e Barlassina » 25. 40 

9. Strada di Lavello. — Si dirama dalla strada 
del Sempione presso la Cagnola e termina 
al confine della provincia di Como. Passa 

per Musocco e Caronno » 24. 81 

10. Strada del Sempione. — Dalla piazza semicir- 
colare esterna all'arco della Pace a Milano 
mette a Sesto Calende in confine colla Prov. 
di Novara. — Passa per Cascina del Pero, 
Rho, Bettolino, Zancona, S. Lorenzo, S. Vit- 
tore, Legnanello, Castellanza, Cascina buon 
Gesù, Gallarate, Somma e Sesto Calende. » 53. 71) 
il. Strada per Varese, — Si dirama da quella 
del Sempione nell'interno di Gallarate e si 
dirige fino al confine Comense presso Cavarla. 
Passa per Gallarate, ed Orago con Ca- 
varla » 9. 55 

12. Strada per Torino detta Vercellese. — Da 

Milano al dazio di Porta Magenta mette al 
gran ponte sul fiume Ticino presso Boftalora. 
Passa per Cascina Olona — S. Pietro al- 
l'Olmo, Cascina Roveda — Sedriano — Ma- 
genta » 29. 81 

13. Strada Vigevanese. — Si distacca dalla strada 

di circonvallazione di Milano, presso il ponte 

Riporto avanti in Chilom. 342. 02 



182 LE VIE DI COMUNICAZIONE 



Lunghezze in 
Chilometri. 



Riporto retro Cliilom. 342. 62 

Scudellino sul Naviglio grande, e termina alla 

metà del ponte sul Ticino presso Vigevano. 

Passa per Ronchetto — Corsico — Trez- 

zano — Bonirola — Gaggianello — Gaggiano 

— Abbiategrasso » 29. 44 

li. Strada Pavese. — Diparte dal dazio di Porta 
Ticinese e si dirige al Confine della Pro- 
vincia di Pavia presso Binasco ... » 18. 04 

15. Strada di circonvallazione esterna a Milano » 11. 50 

16. Strada di accesso alla stazione ferroviaria Mi- 

lano- Vigevano — per Porta Ticinese e porta 

Genova » 0. G3 

17. Traverse interne della città di Milano — in 

continuazione delle strade provinciali esterne » 11. 72 

IH. Strada di circonvallazione esterna alla città 

di Lodi » 3. 62 

19. Traverse nell'interno della città di Lodi — in 

continuazione delle strade esterne piacentina 

e bresciana » 1. 66 

20. Strada d'Lnhersago, — Si dirama dalla strada 

Veneta presso la Cascina Gobba e raggiunge 
il confine della Prov. di Como presso la Ca- 
scina Francolino. Passa per Bettolino freddo, 
Moncucco, S. Damiano, S. Albino, Concorrezzo, 
Vimercate, Ruginello e Bernareggio . . » 22. 04 

21. Strada Vigentina. — Dalla soglia del dazio di 

P. Vigentina di Milano va a raggiungere il 
confine della Prov. di Pavia. Passa per Poz- 
zolo, Cavallino d'Opera, Moro di Locate, Pieve 
Emanuele » 13. 07 

22. Strada di Panilo. — Dal dazio di P. Vittoria di , 

Milano attraversando la strada di circonvalla- 
zione termina al confine del comune di PauUo » 15. 94 



Riporto avanti in Chilom. 470. 28 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 183 

Lunghezze in 
Chilometri 

Riporto retro Chilom. 470.28 

'23. Viale alla R. Villa presso Monza. — Si di- 
rama dalla strada di Monza al Rondeau di 
Sesto S. Giovanni e termina di fronte alla Villa 
Reale presso Monza » 7. 87 

24. Strada di Turhigo. — Si dirama dalla strada 

Vercellese presso Vittuone e termina all'ap- 
prodo del Porto sul fiume Ticino oltre Tur- 
bigo. Passa per Vittuone, Ossona, Inveruno, 
Buscate, Castano, e Turbigo » 25. 1 5 

25. Strada detta della Motta. — Distaccasi da Ab- 

biategrasso e conduce al confine della Prov. 
di Pavia presso Bereguardo. Passa per Be- 
sate e Motta Visconti » 16. 59 

Laonde la lunghezza complessiva delle Strade 
Provinciali nel 1872 era di Chilom. 519. 89 

Di queste strade si erano regolarmente classifi- 
cate per Decreto Reale Chilom. 390. 15 

Mancavano di regolare classificazione ...» 129. 74 

La spesa media annua di manutenzione di queste strade desunta 
dal triennio 1870-1872 fu: 

Per mano d'opera L. 115,783.0*9 

» ghiaia » 203,820.00 

Lavori diversi » 75,133. 00 

Spesa annua L. 394,736. 09 

Per la qual cosa la spesa media chilometrica riu- 
sciva di L. 759.09 

In giornata questa spesa per ciascun chilometro 
lia raggiunta la cifra di » 915. 09 



Vi fu quindi un aumento per chilom. di . . L. 156. 09 



1S4 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

Dal 1828 al 1847, cioè per 20 anni di seguito, la spesa rag- 
guagliata per la manutenzione di queste strade fu pressoché 
costante in lire 690. 00 al chilometro. 

Alla lunghezza delle Strade Prov. che esistevano 
lìol 1872, la quale abbiamo indicata nella cifra 
di Chilom. 519. 81> 

Furono successivamente aggiunti i seguenti tratti 
.di strada, cioè : 

a) Da Monza ad Usmate che cessò 
di essere nazionale, di ... . Chilom. 12. 53 

h) Da G aliar ate a Turhigo che pre- 
cedentemente era comunale .... » 13. 03 

e) Da Melegnano a S. Angelo pure 
•comunale » 20. 47 

d) La diramazione dalla Bresciana 
per Pandino; quella dalla Valassinaper 
Mariano : finalmente il tratto di strada 
dalla Veneta per Fara e Rivolta, che 
risultano in complesso di ... . » 6. 30 



Sommano le aggiunte fatte . . Chilom. 52. 33 52. 33 



In conseguenza di che le Strade Prov. 
attualmente hanno la lunghezza di . . . Chilom. 572. 22 

Fra i molti edifìci che esistono lungo le Strade provinciali 
ineritano di essere ricordati i seguenti 17 ponti, insistenti sui 
iìumi ed i canali, da cui sono intersecate. 

Questi ponti furono costrutti nel presente secolo nell'ordine 
«cronologico che si espone e per ciascun di esso venne incontrata 
la spesa qui indicata. 



Indicazione degli edifici. 

Dal 1809-1830 — Ponte sul fiume Ticino presso 
Boffalora interamente in granito, lungo 
la strada prov. di Torino; ha la lun- 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 185 

Indicazione degli ediflcì. Costo in lire 

italiane. 

ghezza di metri 304 ed è costituito da 11 
arcate ciascuna della corda di 24 metri 
^ e della saetta di 4 m. Costò la somma L. 3,140,000. 00 
1837 Ponte in muratura sul naviglio Grande 
presso Magenta lungo la strada per 
Torino in un sol arco in isbieco, della 
corda di 26 metri e della saetta di 

m. 4,60 » 87,212.00 

1841 Ponte sul fiume Lamhro in Monza in 
tre archi della lunghezza comples- 
siva di 20 metri » 74.968. 00 

Dal 1861-1864 — Ricostruzione dei ponti: sul tor- 
rente Tenore lungo la diramazione 
da Gallarate a Varese : sul torrente 
Lura presso Saronno, e sul naviglio 
grande a Gaggiano » 46,124. 00 

1864 Ricostruzione del ponte in muratura sul 

caìiale Muzza a Cassano d'Adda, in tre 
archi della corda cadauno di m. 14. 40 
e della lunghezza totale di m. 51. 00 . . » 168,481. 00 

1865 Ricostruzione del ponte in legno sul co- 

latore Mortizza lungo la strada Pia- 
centina, della lunghezza di m. 16. 70 » 28,384. 00 

1865 Ricostruzione del ponte in muratura sul 

fiume Adda a Lodi lungo la strada 
Bresciana, in nove archi di 16 metri 
di corda e della saetta di metri 1. 60; 
esso ha la lunghezza complessiva di 
metri 167.20 » 352,746.00 

1866 Ricostruzione del ponte in muratura sul 

canale Muzza milanese lungo la strada 
prov. Piacentina in un sol arco di 
larg. m. 10.70 e di lung m. 36.00 » 54,785.96 
1870 Costruzione di un ponte in ferro e mu- 



Riporto avanti L. 3,952,700.96 



186 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

Indicazione degli edifici. Costo in lire 

italiane. 

Riporco retro L. 3,952,700. 00 

ratura sull'Acida a Cassano lungo la 

strada Veneta, della lunghezza di m. 79, 

e della larghezza di m. 7. 

Per opere in ferro. . L. 66,015. 02) ^.^.^^^^ ^^ 
, ^^ ^^^ ^, l 125,707. 2.Ì- 

» in muratura. . » 60,692. 21 ) 

1870 Costruzione di un ponte in ferro e 

muratura sull'Acida e Vaprio lungo 
la strada di diramazione dalla Veneta 
per Bergamo, di lung. m. 92. 14 e di 
larg. m. 6. 40. 
Per opere in ferro L. 96,953. 78 ) 

» » murarie » 47,932. 19 ' 149,245.0.':^ 

Per danni di piena » 4,359. 06 ] 

1871 Ricostruzione di un ponte in ferro e 

muratura sul fiume Lambro nell' in- 
terno di S. Angelo lungo la Prov. 
Bresciana; della lung. di m. 30.33 e 
della larg. di m, 8. 00. 

Per opere in ferro L. 41,000.00^ ^^ -^^r^ . ^ 

i^o^o ^o C 53,263.42 
» » murane » 12,263. 42 ) ' 

1875 Ricostruzione del ponte in ferro e mura- 
tura sul canale Muzza strada Piacen- 
tina; della lunghezza di m. 10. 00 e 
della larghezza di m. 6. 65. 

Per opere murarie L. 15,572. 63 i ^^ ^ g^^ ^> 
» » in ferro » 9,281.98 \ ^ ' ' 

1875 Sistemazione del ponte sulla Molgora 

presso Vimercate sulla strada deno- 
minata d'Imbersago ; di lung. m. 22.00 
e di larg. m. 8. 00 L. 11,821,^98 

1876 Costruzione di un ponte in ferro e 

muratura sul fiume Lambro presso 
S. Colombano luncro la strada Prov. 



Riporto in avanti L. 4,318,593. 13 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 187 

Indicazione degli edifici. Costo in lire 

italiane. 

Riporto retro L. 4,318,593. L'i 
detta di S. Colombano; della lung. di 
m. 49. 50 e della larg. di m. 7. 00. 
Per opere in ferro L. 49,500. 00 ) ^^ ^oo qq, 
» » murarie » 6,593. 09 ) 

1877 Costruzione di un ponte in ferro e 
muratura sul fiume Lantbro al Ma- 
riotto lungo la strada Prov. Manto- 
vana; in due arcate di larg. m. 6.50 
e della lung. complessiva di m. 54. 
Per opere in ferro L. 49,008. 00 J 
» » murarie » 40,587. 17 ) 91,315. 07 

» gettata di prismi, ecc. » 1.720. 50 \ 
Laonde nella costruzione o riforma di 17 ponti 

della complessiva lung. di m. 992, venne spesa . 

la somma di L. 4,466,001. 89' 

Che corrisponde in via media a L. 4475. 80 per cadaun metro 
lineare di ponte. 

Le strade provinciali hanno la larghezza che varia da 8 a 10* 
metri, misurata tra i fossi colatori ; i quali sono larghi non meno 
di m. 1,20. 

Queste strade sono costrutte e mantenute con ghiaja vagliata;. 
ma nei tratti che attraversano gli abitati il piano stradale è 
coperto da selciato. Qui però cessa la strada provinciale per diven- 
tare comunale; ma la provincia contribuisce nella spesa di manu- 
tenzione in una misura corrispondente al costo delle strade esterne 
mantenute in ghiaja. 

Per mantenere le strade provinciali si sparge annualmente- 
una determinata quantità di ghiaja che varia fra i 130 e 300 metri 
cubici per chilometro. 11 costo di questa ghiaja è per im medio 
dì L. 2,50 al metro cubico. 

Onde rimediare sollecitamente ai piccoli guasti che vengono- 
cagionati dal roteggio e dalle intemperie, le strade provinciali 
■^OYìo curate da cantonieri o stradaiuoli; a ciascuno dei quali 
venne assegnato per un medio una linea lunga 5 chilometri. 
In tal maniera ogni stradaiuolo ha il campo di poter percorrere 



188 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

giornalmente la propria linea e di eseguire le piccole ripara- 
"zioni che possono occorrere. — Per le riparazioni di qualche ri- 
lievo lo stradaiuolo è sussidiato da operai straordinari. 

Lungo i fianchi di queste strade esistono due filari di paracarri 
() scansaruote di granito, posti alla distanza fra loro di 10 me- 
tri. Il collocamento di siffatti paracarri è fatto in modo da lasciare 
una piccola banchina o marciapiede largo circa un metro tra i 
paracarri ed i fossetti colatori. I paracarri hanno la forma cilin- 
drica alti fuori terra O.'" 80 e del diametro medio di 0."^27. 

Ogni 100 paracarri, che si trovano da ciascun lato ossia ad 
ogni chilometro di lunghezza, vi è una pietra miliare col nu- 
mero progressivo dei chilometri, principiando dalle porte di Mi- 
lano. 

Strade Comunali. — Colla legge 24 marzo 1865 sui lavori 
])ubblici vennero stabiliti i caratteri che devono avere le strade 
•comunali. E coll'altra legge 30 agosto 1868 si rese obbligatoria 
la costruzione di queste strade qualora i Comuni ne mancassero. 

La larghezza delle strade comunali varia da 5 a 6 metri ma 
il più spesso si limita a 5 metri che basta per il cambio dei 
ruotanti. 

Anche le strade comunali che si trovano all'esterno degli abi- 
tati sono costrutte e mantenute in ghiaja, ma nei tratti interni 
sono nella massima parte in selciato. 

La spesa occorsa per la costruzione o per l'adattamento delle 
strade comunali venne interamente sostenuta dai Comuni senza 
alcun concorso o sussidio Governativo. 

Dal 1810 al 1852, epoca nella quale le strade comunali della 
provincia di Milano ebbero il massimo loro sviluppo, si sono co" 
strutti od adattati chilometri 1353 di queste strade. In siffatti la- 
vori si è erogata la somma di L. 14,222,575 comprese quelle esi- 
:stenti nella città di Milano nella quale furono spese L. 5,224,048. 

Si ha quindi il costo medio per la costruzione, o per l'adatta- 
mento delle strade esterne comunali in L. 2879.00 al Chilome- 
tro, e per quelle nell'interno di Milano la somma di L. 112,639, 
pure al chilometro, vale a dire quanto costano le strade ferrate 
ili buone condizioni. 

Nel 1871 giusta la Relazione presentata al Parlamento dal 



I.E VIE DI COMUNICAZIONE 180 

Ministro dei Lavori pubblici si avevano le seguenti strade Co- 
munali nella provincia di Milano: 

Nel Circondario di Abbiate^rrasso . Chilom. 565. 42 



Gallarate . 
Lodi . . 
Milano. . 
Monza. . 



510. 15 
636. 74 
784. 95 
499. 42 



E così in tutto .... Chilom. 2996. 68 

Riassumendo la lunghezza delle Strade Provinciali e Comunali 
esistenti in questa provincia si ha: 

Strade Provinciali . . . . Chilom. 572. 22 
Strade Comunali .... » 2996. 68 



Lunfi-hezza totale delle strade ordin. . Chilom. 3568. 90 



Ora la Provincia di Milano avendo la popolazione di 948,320 
abitanti e la superficie di chilometri quadrati 2992. 20 ne deriva 
che soltanto delle strade ordinarie vi sono chilometri 1.126 per 
ogni chilometro quadrato e chilom. 3.75 per ogni mille abitanti (1). 

Strade interne di Milano. — Le strade nell'interno di Milano 
sono nella massima parte coperte da ciottolato con marciapiedi 
e rotaie di granito; ed in poca parte di selciato. 

Le acque pluviali, sia che cadono sulla superficie della strada, 
sia che provengano dai tetti delle case che vi fronteggiano, ven- 
gono raccolte in condotti sotterranei, più o meno grandi a norma 
della quantità d'acqua da convogliarsi, e dipoi scaricate all'esterno 
nei grandi canali colatori. 



(1) Dalla monografia delle strade ordinarie esistenti in Italia pubblicata dal Ministero dei 
LaTori Pubblici nel 1877, si rileva che la lunghezza complessiva di queste strade è di chi- 
lometri 111,183,484, che corrisponde per un medio a chilom. 37,51 per 100 chilom. quadrati. 
— Che la maggior lunghezza, tanto assoluta quanto relativa, è posseduta dalla Lombardia 
ove si hanno chilom. 18,219,694 di strade, ossia chilom. 77,42 per 100 chilom. quadrati. Ogni 
qualvolta si voglia conoscere il rapporto che esiste tra la lunghezza delle strade e la popo- 
lazione si ha che nell'Emilia vi sono chilom. 79 di strade per ogni 10,000 abitanti che è 
la massima lunghezza. Nel Piemonte, nella Lombardia, nella Venezia, nelle Marche, nell'Um- 
bria e nella Toscana si oscilla da chilom. .^0 a chilom. S7 per ogni 10,000 abitanti. La lun- 
ghezza minima si trova in Calabria, nella Basilicata, Campania e Sicilia, ove varia da chilo- 
metri 10 a chilometri 14 per 10,000 abitanti — Questa grande differenza dipende in parie- 
dal territorio montuoso e poco abitato. 



190 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

Si trovano in Milano 366 strade e piazze la cui lunghezza è 
<]i Chilom. 79.47 aventi una superfìcie di metri quad. 891,002. 

Per la manutenzione di queste strade si spende annualmente 
iuna somma che non è giammai minore di L. 120,000. 

Nel circondario esterno (Corpi santi) si trovano 173 strade, 
escluse le rurali costrutte e mantenute in diversi modi. 

Per l'allargamento, il raddrizzamento e Taprimento delle nuove 
.strade in Milano si sono spese in questi ultimi anni delle sommo 
ingentissime dacché nella massima parte dei casi si dovettero 
.a])battere degli edifici di un gran costo. 

Per ottenere la Piazza del Duomo e le vie adiacenti, si demolì 
un gran numero di case pagandole in ragione da L. 500 a L. 600 
■al metro quadrato ed in qualche caso fin anche L. 1900. Ma trat- 
tandosi di aree nude fuori del centro i terreni , si sono il più 
delle volte pagati da L. 10 a L. 15 al metro quadrato. 

Tramways (1). — Le prime linee di Tramways venivano co- 
strutte in America verso il 1832; ma esse non ebbero un esito 
fortunato in causa delle molte opposizioni che si erano sollevate o 
degli ordini Governativi che ne seguivano coli' impedire l'occu- 
pazione delle strade pubbliche. 

Non fu che nel 1852 che questi nuovi mezzi di locomozione 
venivano riprodotti ed in allora ottennero un forte appoggio, che 
non venne giammai meno , da quelle popolazioni. Gli Ameri- 
cani eminentemente pratici hanno compreso facilmente l'impor- 
tanza economica di queste strade le quali fornivano il mezzo di 
camminare a buon mercato. La città di Nuova York deve in 
gran parte il suo sviluppo alla costruzione dei Tramways. 

In seguito a questo risultato favorevole ottenuto in America 
;si sono costruite verso il 1857 due tratti di Tramway in vici- 
nanza di Londra ; ma in causa di alcuni accidenti funesti soprav- 
venuti queste due linee furono abbandonate e distrutte. Dopo 
dodici anni cioè nel 1869 ricomparvero di bel nuovo per opera 



(1) La parola inglese Tramway è formala da Tram contrazione di Oulram, che è il nome 
dell'inventore, e da ivay che significa strada. Il Ministero dei Lavori Pubblici avrebbe adottata 
la parola Tramvie, ma il Saccheri vorrebbe sostituire la denominazione di Ferrovìe stradali 
che meglio si adatta alle nostre circostanze ed alla nostra lingua. Noi qui abbiamo conservato 
la parola inglese Tramway per non entrare in una questione che attualmente non ci riguarda. 



I,E VIE DI COMUNICAZIONE 19] 

di molte società a tal effetto costituite, introducendovi in siffatte 
vie di comunicazione i diversi perfezionamenti ottenuti. In se- 
ii'uito a che la costruzione di questi Tramways ottenne il favore 
^^enerale della popolazione. Basterà il dire che sulla linea di 
Chilom. 49. 50 della north Metropolitan Tramìcays nel mentre 
nel 1872 il numero dei viaggiatori fu di 11 milioni, nel 1875 
salì a 28 milioni. 

In Francia la costruzione di una linea a rotaje di ferro eser- 
citata a cavalli veniva eseguita dal Loubat nel 1854; ma i veri 
Tramways non comparvero che nel 1874 cioè 5 anni dopo che 
si erano attivati in Inghilterra. E nel 1878 nei contorni di Parigi 
non si avevano che 15 linee di Tramways della lunghezza di 
chilometri 101.42, le quali erano esercitate coi cavalli, dimodoché 
la massima velocità non era che di 10 Chilom. alF ora. 

Nell'Austria i Tramways furono inaugurati nel 1868; ed alla 
fine del 1873 Vienna ne aveva di già 38 chilometri in esercizio. 

Alla stessa epoca, e forse poco prima, si attivavano anche nel 
Belgio i Tramways e successivamente si estesero a tutte le prin- 
cipali città d'Europa. 

Le stesse difficoltà e le medesime opposizioni che si ebbero 
in America e nell'Inghilterra si incontrarono del pari in Milano. 
Allorché la Società degli Omnibus ha costruito il Tramway da 
Milano a Monza dovette superare non poche difficoltà che furono 
sollevate dalla Società delle ferrovie dell'Alta Italia in causa dell'at- 
traversamento del binario in vicinanza di Sesto e per vincere la 
ripugnanza che si aveva di lasciar entrare in città la nuova 
via fino alla Chiesa di S. Babila, sembrando a molti che da 
essa ne dovessero derivare inconvenienti e sciagure infinite. 
Fortunatamente l' esperienza di diversi anni dimostrò che i timori 
concepiti non avevano alcun fondamento. 

Nella costruzione dei Tramways fin qui attivati nella Provincia 
di Milano si andò ad occupare una parte del suolo delle strade 
■provinciali dalle quali furono separate mediante un filare di pa- 
racarri che esistono sui loro fianchi. A tal fine si dovettero tras- 
portare gli stessi paracarri in guisa tale che venne diminuita 
la larghezza della strada ordinaria accordata ai ruotanti a m. 5,50 
circa. Per le quali cose, questi Tramways si possono più propria- 
mente chiamare ferrovie economiche inquantoche hanno tutti i 
caratteri che vengono attribuiti a queste strade. 



102 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

La superficie occupata dai Tramways ha la larghezza di met li 
3,10 misurata dal paracarro al ciglio della strada. Di questa lar- 
ghezza per m. 1,44 è occupata dalla rotaia ed i restanti m. 1,60 
dalle due banchine esistenti lateralmente necessarie pel comodo 
passaggio dei vagoni. 

In generale le guide di ferro sono foggiate col sistema Vignoles 
il cui peso varia da 12 a 18 chilogrammi al metro corrente. 

Ma neir interno degli abitati e nell' intersecazione delle strade 
vi sono necessariamente le controguide in guisa da permettere 
il passaggio dell'orlo delle ruote dei Tramways senza recare alcun 
incomodo ai veicoli ordinari. 

Se si eccettua la linea da Milano a Monza e quella lungo la 
strada di circonvallazione da Porta Venezia a P. Tenaglia il cui 
esercizio viene fatto coi cavalli, tutte le altre strade sono eser- 
citate colle locomotive, alcune delle quali entrano ben anche nel- 
l'interno della città di Milano. La velocità dei convogli deve 
essere limitata a chilometri 18 all'ora; ma le locomotive che vi 
si impiegano sono atte a percorrere una lunghezza di gran lunga 
maggiore. 

La concessione stata accordata dal Consiglio Provinciale per 
occupare una parte delle proprie strade onde stabilire i Tramways 
porta in generale l'onere di concorrere nella spesa di manuten- 
zione delle stesse strade per circa -/^ del suo importo. In con- 
seguenza di che ritenuto che tale importo sia per un medio di 
L. 915 per chilometro ne deriva che i concessionari dei Tramways. 
devono concorrere annualmente per L. 366 al chilometro. Vi sono 
per altro diverse linee che il montare del concorso alle spese 
di manutenzione è molto al disotto della cifra qui indicata. 

I convogli devono essere composti non più di 4 vetture onde 
poter superare comodamente delle ristrette curve, il cui raggio 
alcune volte si limita a 50 metri. 

Alla fine del 1880 si trovavano in esercizio 15 Tramways in 
vicinanza a Milano la cui lunghezza risultava di chilometri 
361.91 come emerge dal seguente Prospetto. 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 



193 



DHnoininazionj dille linoc 

I. Milano Monza percorrendo 

la strada prov. di Monza 
(esercitata a cavalli). Chilom. 
2- Milano Tradate sulla strada 
prov. Varesina .... » 

3. Milano Va2:)rio sulla strada 

provinciale Veneta e per un 
tratto su quella Bergamasca» 

4. Cassina Gobba a Vimercate. 

Dirama da cpiella da Milano 
a Vaprio e percorre la strada 
provinciale per Imbersago. » 

5- Milano Magenta occupa la 
strada prov. Vercellese . » 

C. Sedriaìio Castano. Percorre 
la strada provinciale di Tur- 
bigo e dirama a Sedriano 
da quella Milano Magenta » 

7. MonjsaBarzanò.Fev imhveye 

tratto la strada Prov. dello 
Stelvio indi le strade Comu- 
nali ed anche con sede propria » 

8. Lodi Bergamo. Percorre la 

strada Prov. Bresciana indi 
quella daTreviglio a Bergamo » 

9. Villa Forìiace-Treviglio. In- 

siste sulla strada Provin- 
ciale Veneta e dirama dal 
Tramway Milano Vaprio a 

Villa-Fornace » 

10. Milano Pavia. Percorre la 
strada Provinciale Pavese. » 

II. Lodi Crema Soncino. Per- 

corre la strada provinciale 
Bresciana » 



Lunghezza in 
chilometri. 



13.01 

36.80 



15.[20 
22.70 

20.74 

19.32 
46.77 



11.90 
33.10 

33. 60 



Datadeiraperlura 
delia linea. 



1877 



agosto 1878 



29.19 giugno 1878 



Indio 1880 



aprile 1880 



» » 



maggio 1880 



arrosto » 



» » 



luglio » 



3IILAIV0. 



Riporto avanti Chilom. 282. 33 

Voi. 111. 



194 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

Denominazione delle linee Lunghezza in Data d^Ml' apertura 

chilometri. della linea. 

Riporto retro Chilom. 282.33 

12. Cagnaia Gallavate (tronco 
dalla Gagnola a Legnano). 
Percorre la strada Prov. 

del Sempione » 21. 63 settembre 1880 

13. Sar 071710 Como (Tronco da 
Saronno a Camerlata) Per- 
corre in parte strade Comu- 
nali in parte la strada Prov. 
Rovellasca ed in parte con 

sede propria (1). ...» 23. 75 ottobre » 

14 Milano Lodi. Percorre la 

strada Prov. Piacentina . » 30. 00 » » 

15. Porta Venezia a Porta Te7ia- 
glia. Lungo la strada di cir- 
convallazione a cavalli. . » 4.20 » 1878 



Lung-hezza totale Chilom. 361.91 



Oltre questi Tramways sono attualmente in costruzione le 
linee : da Milano a Giiissano, lungo la strada provinciale Valas- 
sina, della lunghezza di Chilom. 26.50; da Lodi a S. Angelo, sulla 
strada provinciale da Lodi a Pavia, della lunghezza di Chilom. 15; 
e così in tutto Chilom. 37,50. Fra breve avremo adunque all'in- 
giro di Milano una rete di Tramways lunga quasi 400 Chilometri 
senza calcolare quelli nell'interno di Milano. 

Intorno alla costruzione di tutti questi Tramways ed ai risultati 
finanziari conseguiti non si possono dare che delle notizie molto 
incerte per la brevità del tempo trascorso dalla loro attivazione. 



(I) Questa linea di strada presenta delle circostanze del tutto eccezionali. Essa venne 
costrutta con rotaie d'acciaio Bessemer sistema Vignole del peso di chilog. 23 al metro 
corrente. — Il raggio delle curve non è giammai inferiore a 100 metri. Nel profilo di que- 
sta strada si incontrano delle pendenze eccezionali. Al ponte sul torrente Lura sì ha il 
22 per mille ; a Fino il 26 ; ed a Granda te sulle Scalette il 42 per mille. E sulla strada Napoleon.^ 
per un breve tratto si raggiunge il 30 per mille; è la maggior pendenza finora raggiunta 
in Italia dopo quella da Roma a Tivoli. Le locomotive pesano 13 tonnellate vuote e ton- 
nellate 17,30 in esercizio. — Le carrozze di prima classe pesano vuote tonn. 0,30 e posson » 
contenere 2i persone oltre quelle sulle piattaforme in numero di 12. Quelle di second.i 
classe comprendono 32 persone calcolate anche quelle sulle piattaforme. 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 195 

La sola linea della quale si hanno dei dati positivi è quella 
da Milano a Vaprio costrutta da una Società anonima Milanese, 
linea che trovasi in esercizio da due anni e mezzo e che ha 
fatto buona prova dacché si è costrutta assai lodevolmente. 

Dalle Relazioni fatte all'assemblea generale degli azionisti per 
l'esercizio 1878-79 si hanno i sep^uenti dati : 



'O' 



11 costo della strada comprese le stazioni, il 

materiale mobile ed ogni altro fu di . . L. 1,087,532. 51 
Ohe ragguaglia L. 34000 per Chilom. prossimamente. La ren 

dita lorda nel primo anno di esercizio fu di L. 298,984 

€iò che dà la rendita Chilometrica di L. 10242. 
E siccome le spese salirono a » 230,848 



Si ebbe una rendita netta annua di ... L. 68,130 

Che corrisponde a L. 2334.00 per chilometro. In guisa che 
il Capitale impiegato nella costruzione della strada risulta di 
circa il 7 ^/^ che è un interesse abbastanza lauto e rimuneratore. 
Laonde le spese di esercizio salirono ad oltre il 75 * /,, del red- 
dito lordo. 

La percorrenza dei convogli nei primi 18 mesi fu di Chilo- 
metri 243,260. 61. Colla spesa di L. 346,268. 19. Da qui si ricava 
-che il costo per ogni convoglio -chilometro fu di L. 1.42. 

La strada è provveduta di 9 locomotive e di 29 carri di tras- 
porti comprese le vetture. Vi è adunque prossimamente una 
locomotiva per ogni 3 chilometri; ed un carro per ciascun chi- 
lometro di strada. 

Al 30 di aprile del corrente anno i Tramways in esercizio in tutta 
Italia non raggiungevano che la lunghezza di Chilom. 1016.30 
•dei quali soli Chilom. 113. 24 avevano la trazione a cavalli 
mentre tutto il resto era esercitato colle locomotive a vapore. 

Ferrovie. — La prima concessione di costruire una ferrovia 
privata nelle vicinanze di Milano veniva accordata al sig. Zanino 
Volta ed all'ingegnere Bruschetti per la linea da Milano a Como, 
•come risulta dalla Sovrana patente 28 luglio 1837. — Questa 
linea doveva avere la lunghezza di Chilom. 39,12 ed essere coni- 



190 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

pita nel termine di 12 anni. — I concessionari, per altro, erano- 
obbligati di far costruire un tratto di un chilometro in un tempo 
molto più breve. 

Il sig. Bruschetti avendo ceduta la propria interessenza al 
sig. Volta, questi fece costruire di poi sui propri terreni, situati 
fra Camnago e Lentate un tratto di ferrovia della lunghezza di 
iin chilometro affinchè la concessione non andasse perenta. 

Nell'atto che il sig. Volta esauriva le pratiche necessarie per 
la formazione di una società in accomandita , onde ottenere il 
capitale di aus. L. 10,500,000 occorrente per la costruzione delia- 
ferrovia, lo stesso sig. Volta trovava più conveniente di cedere 
invece il suo privilegio alla Ditta Arnstein ed Esckeles di Vienna^ 
dalla quale si era di già acquistata la linea da Milano a Monza. 

I.a ditta Arnstein ed Eskeles, diventata così proprietaria delie- 
due linee , si appigliò al partito di omettere il tratto di strada 
in vicinanza di Milano, ed invece di costruire la linea Monza- 
Camerlata, quantunque il tragitto da Milano a Como venisse 
allungato di circa Chilometri dieci. 

Contemporaneamente a tutto ciò i sigg. Vare e Vagner otte- 
nevano nel 1840 di costruire una ferrovia da Venezia a Milana 
e di formare a questo fine una Società in accomandita per avere: 
il capitale di L. 50,000,000 necessario per aprire la ferrovia. Questa, 
strada doveva essere compiuta nel termine di dieci anni, ed i 
lavori relativi andavano intrapresi contemporaneamente tanto. 
in vicinanza di Milano, quanto di Venezia. 

Se non che nel primo congresso degli azionisti, avvenuto iii^ 
Venezia il 30 luglio 1840, insorse la controversia coi bergama- 
schi in merito al tracciamento della linea da Milano a Brescia, 
intendendosi che questo tracciato dovesse lambire la città di 
Bergamo. Laonde in pendenza delle decisioni sulla insorta con- 
troversia, la Società determinava di far precedere i lavori di 
costruzione della linea da Padova alla Laguna, sospendendo frat- 
tanto le opere di costruzione in vicinanza di Milano. E non fu 
che neir agosto del 1843 che si è potuto dar principio alla co- 
struzione del tronco di strada da Milano a Tr eviglio 

Di seguito, cioè nel 1845, la direzione dell' impresa di costru- 
zione della strada da Venezia a Milano venne assunta dal go~ 
verno ma per conto della Società. 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 197 

Il privilegio per la costruzione della strada da Milano a Monza^ 
<;he fu la prima ad essere esercitata nell'alta Italia (aperta il 17 ago- 
^sto 1840) e la seconda in tutta la penisola, veniva accordato alla 
Ditta Holzamer e Comp. di Bolzano rappresentata dal sig. Putzer. 

La costruzione di questa strada, della lunghezza di chil. 12,63, 
si assumeva dall' ing. Sarti, che era stato l'autore del progetto, 
^ ciò per la somma di aust. L. 2,000,000. 

Successivamente la strada venne ceduta alla Ditta Arnstein ed 
Eskeles per la somma di aust. L. 2,600,000, la quale dovette di 
poi erogare la somma di circa aust. L. 400,000 per 1' acquisto 
del materiale mobile di cui si difettava. 

Dopo che la stessa Ditta Arnstein ed Eskeles divenne proprie- 
taria anche della concessione per la ferrovia Milano-Como, trovò 
del proprio interesse di eseguire la strada da Monza alla Ca- 
merlata per Como omettendo in tal guisa la linea diretta die 
partiva da Milano come già si disse. 

Dal seguente Prospetto cronologico si rileva l'epoca in cui 
vennero aperti i tronchi di ferrovia contigui alla città di Mi- 
lano ed esistenti nella sua provincia. 



DENOMINAZIONE 

DELLA 

FERROVIA 



1. Milano-Camerlata ... 

2. Milano-Desenzano 

lì. Milano-Magenta 

4. Rho-Gallarate (diramazione da Milano-Magenta) . 

T). Milano-Piacenza 

6. Milano-Pavia 

7. Gallarate-Sesto Cal,jnde 

8. Galiarate-Varese 

9. Milano-Saronno 

10. Milano-Erba fdiramaziono dalla Strada Milano- 
Saronno (1, 



EPOC A 


Lunghe/./,". 


DELLA 


IH 


APERTURA 


Chilometri 


dal 1839-184 i 


43. 


31 


» 1846-1834-1857 


127. 


00 


1838 


27. 


00 


1860 


26 


00 


1861 


68. 


00 


1862 


38. 


00 


1865 


18. 


0!) 


1865 


19. 


00 


1878 


21. 


00 


1879 


40. 


o:> 



(1) Nel mentre le pendenze della strada di 3Iilano a Saronno si limitano al 7 per mille^ 
quelle che si incontrano andando ad Erba raggiungono anche il 15,30 per mille, cole 
curre di raggio 300 metri. L'armamento è costruito con rotaie Vignale del peso di chilo- 
grammi 30 al metro corrente in pezzi lunghi ra. 7,80 ciascuno. Ogni lama è sostenuta da 
■9 traversine delle dimensioni di 2,30 x 0,28 X 0,13. Le locomotive-tender sono di tre 
«ategorie a due a?si ed a tre assi. Alcune pesano vuote tonn. 13 1^2 ; altre tonn. 21 ; ed 
altre infine tonn. 23. — Le carrozze sono costrutte secondo il modello americano, vale a 
dire col corritoio centrale e colle scalette d'accesso alle estremità. Il loro peso vuoto varia 
da tonn. 7,70 a tonn. 8,30. — Sono lunghe, compresi i repulsori, da m. 8,90 a m. 10,40. 
Le carrozze di I classe contengono 2i viaggiatori in 4 compartimenti; quelle di II clasiJ 
SO Tiajtjjiatori in un solo compartimento. 



1S8 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

Esercizio delle strade ferrate. — Dalla Relazione statistica 
pubblicata dal Ministero dei Lavori Pubblici sulle costruzioni 
e sull'esercizio delle strade ferrate italiane per l'anno 1879 sf 
hanno delle notizie molto interessanti che qui riassumeremo bre- 
vemente, per ciò che riguarda la Provincia di Milano. 

In questa Provincia alla fine del 1879 esistevano 11 linee di 
ferrovia a calibro ordinario (metri 1,44) la cui lunghezza com- 
plessiva saliva a chilometri 339,900. E siccome la popolazione 
della stessa provincia in quell'anno era di 1,009,764, ne deri- 
vava che il rapporto fra essa e le ferrovie era di chilom. 3,366 
per ogni 10 mila abitanti. Quando si voglia confrontare questa 
rapporto con quello che si ha nelle altre provincie del Regno 
8i trova un minimo in quelle di Livorno e di Napoli, nella prima; 
delle quali non vi sono che metri 303 di ferrovie e nella seconda, 
metri 614 per 10,000 abitanti (1), mentre nelle Provincie di Grosseto 
e Siena vi è il massimo rapporto esistendovi nella prima chilom. 
12,525, e nella seconda chilom. 8,510, sempre per diecimila 
abitanti. 

Se si confronta la superficie territoriale della Provincia di 
Milano colla lunghezza delle ferrovie che vi esistono, si ha che 
per ogni chilometro quadrato vi sono m. 113 di ferrovia che è 
la massima lunghezza che si verifica in tutta Italia. — Ales- 
♦«andria non ne ha che m. 77. — Genova, m. 73 — Pisa m. 72. — 
Napoli m. 52. 

Il prodotto medio chilometrico, conseguito nel 1879 dalle fer- 
rovie dell'alta Italia fu di L. 28,703, 35, corrispondente per ogni 
convoglio chilometro a L. 5,77. 

Le spese di esercizio al chilometro salirono a L. 15696,30 
che corrisponde per ciascun convoglio chilometro a L. 3, 16. 

Il percorso medio di ogni locomotiva fu in quell'anno di chi- 
lometri 31,736. 

Per avere un concetto abbastanza concreto sugli introiti con- 
seguiti nelle diverse stazioni esistenti nella Provincia di Milano, 
potrà servire il seguente specchietto, nel quale si sono comprese^ 
a titolo di confronto, anche i ricavi delle principali stazioni 
d'Italia. 



(lì Dobbiamo n tiare che nella Provincie di Belluno e di Sondrio non vi erano ferrovie.. 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 

Milano L. 10.791,167 

Roma » 6.921,050 

. ( Meridionali » 2.741,924 

JNapoli ^ j^Qj^^^^g ^^ 2.336,362 

Torino » 8.567,979 

Genova e S. Benigno » 7.632,973 

e Alta Italia col transito » 4.418,819 

i^ologna ^ j^jg,.i^|ioj^aii .... » 2.785.261 

i Alta Italia » 2.817,046 

l^irenze | ^^^^^^^^ ^^ 1.686,214 

Venezia » 3.019,396 

Catania » 1.954,658 

Monza » 423,113 

Lodi » 302,967 

Codogno » 242,911 

Seregno » 195,832 

Gallarate » 188,656 

Legnano » 182,365 

Busto Arsizio » 164,967 

Melegnano » 154,175 



199 



Nel 1879 la lunghezza delle ferrovie in esercizio nell'Alta Italia 
era di chilom. 3573,848.^ 

Vi era una locomotiva per ogni 5 chilom. di ferrovia. 

Sei carrozze di viaggiatori per ogni 10 chilom. di strada e 
4. 18 carri per ciascun chilometro. 

Le merci trasportate in tutto l'anno furono di quint. 2,279,798; 
ed il numero dei viaggiatori di 17,758,038. 

In quanto alla ferrovia da Milano a Saronno ed Erba, ecco le 
risultanze ottenute nello stesso anno 1879. 

Le locomotive in esercizio erano 11 ciascuna delle quali ha 
percorso per un medio chilom. 19. 581. 

Si sono trasportate tonnel. 3116 di merci e 422,849 persone. 

Il prodotto medio per chilometro fu di L. 9137 che corrisponde 
per ogni convoglio chilom. a L. 1,08. 

Le spese medie chilometriche furono di L. 8013 ossia L. 0. 95 
jver cjnvoglio chilometro. 



200 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

Navigazione. — Fra gli elementi che hanno influito alla prospe- 
rità materiale di Milano ed alla facilità ed economia nella costru- 
zione degli edifici coll'impiego di molte pietre da taglio e particolar- 
mente del granito, si devono annoverare i canali navigabili che 
derivano dal fiume Ticino e dall' Adda e si dirigono sopra Milano. 

Questa città non avrebbe al certo quel numero veramente stra- 
ordinario di colonne di granito monolitiche che si vedono in 
quasi tutte le case, quando non avesse posseduto un mezzo facile 
di comunicazione per poterle tradurre economicamente. 

In precedenza alla costruzione delle ferrovie ed allorquando 
le Alpi in prossimità ai laghi Maggiore e di Como non erano 
state spogliate dai boschi pervenivano a Milano annualmente col 
mezzo del Ticino, dell'Adda e dei canali navigabili non meno di 52 )0 
barche della portata media di 30 tonnellate ciascuna e conseguen- 
temente un carico di oltre 160 mila tonnellate di merci all'anno. 

Queste merci consistevano in pietre da taglio, calci, legnami 
d'opera, legna da fuoco, carbone, castagne, vallonea, gesso e 
pietre diverse. 

Per trasportare queste merci dal lago Maggiore a Milano 
percorrendo il fiume Ticino ed il Naviglio Grande si calcolava 
la spesa da L. 6. 00 a L. 12. 00 alla tonnellata secondo che lo 
stato del fiume Ticino permetteva di poter eseguire un carico 
più meno completo delle barche. E siccome la distanza dal 
lago Maggiore a Milano seguita dalla navigazione è in cifra tonda 
di Chil. 76 ne dei*iva che la spesa di trasporto riusciva da 
L. 0. 08 a L. 0. 16 per ciascuna tonnellata e per Chilometro. 
Attualmente i negozianti pagano per ciascuna tonnellata di merce 
e per chilometro dal lago Maggiore a Milano, colla navigazione 
m discesa da centesimi 4 a cent. 5; e colla navigazione in 
ascesa da centesimi 5 a cent. 6. 

La navigazione dal lago Maggiore a Milano ha luogo: 

1. Col fiume Ticino fino a Tornavento la 

cui lunghezza è di Chilom. 25.91 

2. Col Naviglio Grande da Tornavento 

a Milano della lunghezza di . . . » 49.08 



Per cui la distanza da percorrersi 
come già abbiamo detto è di . . Chilom. 75. 89 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 201 

Questa navigazione in circostanze favorevoli si effettua in 
©re 9 V25 nia se le acque sono basse si richiedono da 12 a 13 ore. 

Dal Naviglio Grande dirama in vicinanza ad Abbiategrasso 
quello denominato di Bereguardo della lunghezza di chilome- 
tri 18.85, il quale termina alla piazza di Bereguardo, scaricando 
in seguito le sue acque nel fiume Ticino. — La navigazione in 
«juesto canale è di poca importanza non servendo che ai paesi 
attraversati. 

La navigazione dal lago di Como a Milano vien fatta nel se- 
<?uente modo cioè: 

1. Col YiìQzzo del lag odi Lecco della lunghezza di Chilom. 19.00 

2. Mediante il fiume Adda dal ponte di Lecco alla de- 

rivazione del naviglio di Paderno di lunghezza» 22.38 

3. Percorrendo il naviglio di Paderno la cui lun- 

ghezza è di » 2. 60 

4. Ancovacol fiume Adda dallo sbocco del naviglio di 

Paderno all' incile del naviglio della Martesana » 9.00 

5. Da ultimo col naviglio della Martesana lungo » 38.69 



Cosicché la distanza percorsa dalla navigazione 

è di Chilom. 91.67 

In circostanze favorevoli questa distanza viene percorsa in 
ore 21. 

Per trasportare una tonnellata di merci dal lago di Como a 
Milano vi occorreva pel passato la spesa da L. 0,05 a L. 0,06 
<|ualora lo stato del fiume Adda permettesse di eseguire un ca- 
rico completo; ed in tempo di acque basse con un carico debole 
da L. 0,08 a L. 0,09 per tonnellata e per chilometro. — Ordi- 
nariamente in giornata si pagano L. 6,00 per tonnellata. 

Tanto nei fiumi Ticino ed Adda quanto nei canali dai laghi 
Maggiore e di Como a Milano la navigazione vien fatta col 
mezzo di barche che hanno le seguenti dimensioni e portate: 

1. Barconi o barche da cagnone lunghe m. 23.80 della por- 
tata di ton. 33,00 quando si abbia l'immersione di 0'",75. 

2. Battella ordinaria della lunghezza di 20 metri che carica 
tonn. 27,50 coll'immersione di 0"^,70. 

3. Cavriolo lungo 18 metri della portata di 25 tonn. coli' im- 
mersione di 0",63. 



202 LE VIE DI COMUNICAZIONE 

4. Borcello lungo la cui lunghezza è di m. 15,50 della por- 
tata di tonn. 15,60 coH'immersione di 0™,55. 

5. Cavriolo della lunghezza di m. 14,00 e della portata di 
tonn. 13 coH'immersione di 0'",49. 

Il numero delle barche che annualmente giungeva a Milano dai 
iore e di Como, era: 

Dal lago Maggiore N. 4000 

» di Como » 1200 



laghi Magg 



E così in tutto . . N. 5200 
Giunte le barche a Milano, le merci vengono tradotte ai ri- 
spettivi magazzeni o sostre col mezzo del naviglio o della fossa 
interna la quale ha la lunghezza di Chilometri 6,58 comprese le 
appendici. 

Ma dopo la costruzione delle strade ferrate il movimento 
commerciale lungo i fiumi e canali del Milanese ha perduto 
assaissimo della primitiva loro importanza. Alcune pietre, di- 
verse calci ed anche alcuni mattoni pervengono dal Veneto, dal 
Piemonte, dall'Emilia mettendosi in concorrenza coi prodotti dei 
territori vicini nei quali mancandosi di ferrovie il costo del tra- 
sporto è sommamente elevato. Attualmente i legnami d'opera 
giungono in gran parte dal Tirolo ed anche dall' Ungheria; e 
molta legna da fuoco ci perviene dagli Appennini ove i boschi 
si trovano tuttavia in buona condizione. 

Ecco il movimento annuo commerciale col mezzo della na- 
vigazione che ha luogo attualmente secondo la monografìa pub- 
blicata dal Ministero dei Lavori Pubblici (1). 



DENOMINAZIONE 



DEI 
CANALI 



Naviglio Grande 

« di Bereguardo. . . 
r, di Paderno .... 
« della Martesana e fossa 
interna .... 



Numero medio 

delle barche 

ascendenti 

e discendenti 



2100 
140 

1050 

2100 



Tonnellaggio 

medio annuo 

trasportato 



80,600 

5,500 

25,000 

50,000 



(I) Cenni monografici sui singoli servizi del Ulinistsro dei Lavori Pubblici. 



LE VIE DI COMUNICAZIONE 20S 

Oltre gli accennati fiumi e eanali col mezzo dei quali la città di 
Milano si trova in diretta comunicazione coi laghi Maggiore e di 
Como la stessa città manda e riceve le merci dal mare Adriatico 
mediante la navigazione del canale di Pavia, del Ticino e del Po. 

Il canale di Pavia ha la lunghezza di Chilom. 33. 32 dalla dar- 
sena di Milano al suo sbocco nel fiume Ticino sotto Pavia. Da 
questo sbocco al fiume Po percorrendo il Ticino vi è la distanza 
di 7 Chilom. Seguendo il fiume Po, fino alla foce principale di Mae- 
stra, havvila lunghezza di Chilom. 370. Laonde da Milano al mare 
Adriatico col mezzo della navigazione , si devono percorrere 
Chilometri 410. Al presente questa linea di navigazione è quasi 
abbandonata ad eccezione del tratto da Milano a Pavia ed al 
Ticino, in quanto che il trasporto delle merci nei territori infe- 
riori vien fatto più economicamente col mezzo delle ferrovie. 

In giornata da Milano a Pavia e viceversa vi è un movi- 
mento annuo medio di barche 3500 che trasportano circa dieci 
mila tonnellate di merci diverse. 



Cantalupi. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 



(•) 



Territorio. — Quella parte di territorio che noi prendiamo 
€osì rapidamente a considerare sotto il punto di vista agrario, 
^ nel cui mezzo sorge l'operosa metropoli dell'Insubria, sortiva, 
come tutto quel tratto di pianura che dalla Sesia si estende fino 
al Mincio, forme sue proprie, per le quali si distinse e dalla parte 
subappenina e dalla Venezia e dal Piemonte. 

Per tal modo dalle Alpi Pennine alle prealpi Camonie, un 
ampio semicerchio chiude a settentrione e separa dal dominio, 
non solo dell'Inn e del Reno, ma della Sesia, del Rodano e del- 
l'Adige, quella parte della regione Cisalpina, onde il Ticino, l'Adda, 
rOgiio ed il Mincio discendono al Po. 

Una zona di grandi e profondi laghi, che forma corda all'arco 
delle sunnominate montagne, accoglie alle loro falde le piene 
precipitose che i disgeli e le pioggie chiamano dalle riposte valli; 
e porge le acque rallentate e chiare ai successivi fiumi , come fa- 
rebbero altrettante immense cisterne. Le limpide correnti di cotali 
fiumi, quasi nulla portando in grembo e sempre togliendo, pote- 
rono incavarsi il letto sotto il livello della pianura. Ecco perchè i 
fiumi prealpini, scorrendo incassati e copiosi di acque entro il 
loro letto nei tratti superiori, raro è che debordino, occasionando 
quelle calamitose innondazioni, a cui dan luogo cosi spesso le 
piene dei medesimi nei tratti inferiori, ove le colossali chiuse o 
pescaie, le tortuose lunate e conseguenti ribattute, diminuendo la 
pendenza dei letti, ne sollecitano l'ingombro di materiali, e for- 



(*) Mi pregio avvertire il lettore che anche pel presente articolo aveva fissato uno 
spazio proporzionato a quello degli altri della presente Opera , né mancai di farne os- 
servare l'evidente ampiezza all'egregio Autore, il quale non reputò opportuno portarvi 
le richieste riduzioni per non scemarne l' importanza e recar danno all'armonico svol- 
KÌraento dello stesso. L'Editore. 



I 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 205 

mando restoni e diminuendo sensibile velocità alle correnti ^ 
agevolano le formazioni di ventri di piene così infrenabili da 
farsi cagione tanto frequente delle tracimazioni e delle rotte. Si 
poderose cagioni di rotte e alluvioni procacciate dagli uomini ^ 
vengono rafforzate ed aiutate dalla naturale ed inevitabile condi- 
zione del rigurgito delle acque marine che fanno ostacolo in sulla 
foce, massimamente del gran fiume, che incede da re fino al mare,, 
ricevendo per via i tributi de' suoi maggiori e minori vassalli. 

Nel Milanese invece con sostegni da poco e con mezzi somma- 
mente economici si alza il pelo dell'acqua e non il fondo dell'alveo,, 
ne occorrono quei colossali argini che più a valle sollevano sul 
piano di campagna il minaccioso elemento: onde è che per la difii- 
coltà nel determinare la larghezza degli alvei stessi e nonostante 
la diligenza e l'abilità degli ingegneri, anche in provincie a noi 
finitime, la piena spesso supera qualsiasi umana potenza d'arte 
e di scienza. 

Dal che si deduce Milano essere stato privilegiato anche in que- 
sto, che mentre gode di tutti i vantaggi dell'abbondanza delle acque 
correnti, ne è al coperto di tutti i disastri, di cui spesso son queste 
cagione nelle piìi grosse e fiorenti metropoli della penisola. 

Laonde la nostra pianura, siccome formata dalle alluvioni dei 
mentovati fiumi, apparisce nella massiccezza de' suoi strati e nel 
pendio della superficie proporzionale alla costoro potenza, per- 
ciocché i detriti calati dalle Alpi, in masse di acque e torbidezze,, 
vincono d'assai gli altri discesi tanto più in basso dagli Apennini. 

Ne viene da ciò la naturale conseguenza, che il piano gene- 
rale inclinato dovuto ai depositi alpini, soverchia così in am- 
piezza ed in spessore come in declivio quello degli Apennini 
medesimi. E maggiore sarebbe stata ancora questa differenza se 
le acque di alcuni dei fiumi più grossi alpini, come l'Adda e il 
Ticino, neir attraversare laghi di lungo circuito, non vi aves- 
sero le acque loro deposte le proprie torbidezze. Dal quale stato 
di cose ne consegue anche il fatto di confronto, che, mentre la 
Lombardia è il paese classico delle irrigazioni d'ogni genere, la 
Romagna e la Toscana sono il paese classico delle colmate. 

E questo avviene per quella vistosa torbidezza e minore ve- 
locità delle correnti fluviali tosco-romagnole, torbidezza che le 
renderebbe improprie alla irrigazione, quand'anche fossero pe- 



20G MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

renni tutto l'anno, il che non è mancando appunto quando è 
maggiore il bisogno, cioè nell'estate. 

Allorché adunque le acque, divallate dalle gole dei monti alpini e 
prealpini, scorrevano sfrenate le pianure lombarde , stendevano su 
-di loro molte ghiaie in forma come di un letto, cui si è venuto 
in processo di tempo sovrapponendo altro suolo di terra, il quale è 
riescito più sottile e di particelle di maggior volume, presso alle 
radici delle Alpi che lungi dalle medesime. Quindi è che in 
quella parte a sinistra del Po, che è compresa fra il Ticino e l'Adda 
<3 nel cui bel mezzo sorge Milano, le ghiaie trovansi talvolta 
allo scoperto verso il suo lembo montano e nel resto sotto ad 
«na direi quasi ampia bietta di terra, la quale diventa ognor più 
massiccia nella stossa misura del suo avanzarsi all'incontro 
del nostro maggior fiume. Questo , assieme ai due predetti, for- 
merebbe appunto i naturali confini della milanese provincia, 
se Pavia ci rendesse quel che naturalmente ci apparterrebbe 
da Bereguardo, Torre del Mangano, Ponte Carato, Vigulfo, 
Corte Olona e Miradolo. 

Acque. — Dalie descritte disposizioni di suolo conseguono due 
grandi vantaggi all'economia rurale della nostra bella contrada, 
-cioè dapprima la facilità di trovare, squarciando il suolo, copiose 
sorgenti d'acqua viva e di mite temperie pei bisogni dell'irriga- 
zione, e poi la comodità di mandare in profondo il sopravanzo 
-dell'acqua che bagnò i campi. In grazia delFimportanza dell'ar- 
gomento, chiariremo meglio questo doppio punto. 

Il sopra menzionato letto di ghiaia potrebbe chiamarsi ad un 
tempo magazzino e drenaggio delle acque che ci procurano tanta 
ricchezza. Infatti, ricongiungendosi esso letto di ghiaia , che 
quand > vi scorre l' acqua qui chiamasi aves , alle radici delle 
Alpi ed ai letti di tanti fiumi che ne colano, tira per naturale 
effetto e da queste e da quelli perenni vene d'acqua viva, la 
quale, insinuatasi dentro, viene dal declivio sospinta fra ciottolo 
e ciottolo verso le fondure della vallata. Da qui è che sotto alla 
prima corteccia del nostro terreno trovasi, come diceva il Ri- 
dolfi, quale un fiume d'acqua perpetuo entro un vespaio, pronto 
ad accogliere tutte le infiltrazioni laterali, oblique e perpendi- 
colari, che il suolo soprastante e gli stessi monti e il letto dei 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 207 

fiumi vi spremono per entro, via via. Piove egli smodatamente? 
L'eccesso dell'acqua s'interna a poco a poco nel sottostante letto 
di ghiaia, con grande alleviamento dello strato arabile , il quale 
trovasi per cotale aiuto come fognato. Ardono egli i campi nella 
estate, e vuoisi nel verno aver acqua tiepida per le marcite ? Non si 
ha che ad aprire la terra con tagli profondi sol pochi metri, quattro 
o cinque, per avere zampillanti e perenni scaturigini d'acque, le 
quali, ora separatamente, ed ora congiunte ai maggiori corpi 
derivati dai fiumi, portano dovunque la vita e la fecondità. 

Gli indizi meno ambigui per iscoprire i punti più segnalati di 
sì fatte sorgenti sono la costituzione geologica del suolo , e la 
vicinanza di altre sorgenti. Nella maggior parte della pianura 
lombarda, allorché, scavando, trovasi ghiaia e sabbia fina, si è 
•<;[uasi sicuri di trovar presto dell'acqua viva. — Sulla profondità 
delle acque sotterranee in Lombardia si sono raccolti alcuni dati 
dal Breislak nella sua Descrizione geologica della j^rovincia di 
Milaìio, e segnatamente dall'ing. Cadolini (vedi il prospetto XII 
in seguito alla memoria del Lombardini sulla descrizione idro- 
gratica della Lombardia : memoria che fa parte delle Notizie na- 
turali e civili sulla Lombardia. Milano 1844 Voi I). Inoltre, il 
colore e la floridezza della vegetazione e la natura delle erbe, 
danno un altro buon segnale, a cui può aggiungersi la presenza 
■di giunchi, canne, balsamo selvatico, argentina , edera ter- 
restre, ecc. Altro segnale alcuni vogliono trovarlo nello sviluppo 
e sollevamento dal suolo d'una colonna di vapore molto patente. 
Questo sviluppo ha luogo principalmente nel mese di agosto, e 
può facilmente osservarsi al levare ed al tramontar del sole, 
da chi, sdraiatosi a terra, si mette a guardarlo. Anche il trovarsi 
vicino alla superficie del suolo, una nube quasi stazionaria dì 
moscerini, l' hanno alcuni per buon segno. 

Fatto quivi lo scavo e trovato il letto della ghiaia, se i notati 
pronostici ci dissero il vero, le acque cominceranno a rampollare, 
ma per aiutarne lo sgorgo occorre di ficcare a perpendicolo del 
letto della buca, alquanti tini senza fondo della forma espressa 
dalla fig. L^ i quali adempiono l'ufiìcio di larghi tubi, fra le cui 
pareti e la circonfusa ghiaia sembra restino interstizi più liberi 
^1 passaggio dell'acqua. 

In oggi vengono sostituiti ai detti tini, veri e propri tubi di 



208 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

ferro, dei quali pochi anni or sono un tal Bignami , che li metteva 
anco in opera, teneva un deposito fuori di Porta Venezia presso- 
la proprietà Brivio, denominata Cascina 
di Castelletto : questo fondo serve anzi 
come podere d'osservazione per la scuola 
di agrimensura del R. Istituto tecnico a 
S. Marta. Cotali tubi noi che scriviamo 
gli avevamo già fatti conoscere fino dal 
1868, dandone nel giornale / Contadi 







Fig. 1. 



del ] 5 febbraio di quell'anno (serie I.^ tom. I/^ 
N. 5 pag. 44) il disegno e la descrizione: e 
qui la riportiamo a maggiore schiarimento 
di una materia cosi importante per il nostro 
circondario. 

Lo scopo a cui in allora dirigemmo la no- 
stra notizia nel suddetto giornale, che coadiu- 
vante io all'amico Luigi Boldrini fondavasi in 
Milano e a cui successe, ereditandolo, Y Italia 
Agricola, non era semplicemente diretto a 
servire alla succitata sostituzione dei tini pei 
fontanili, ma ad improvvisare una sorgente in 
qualsiasi punto della nostra Milano, esperi- 
mento che riuscì felicemente ed a primo 
acchito sia in piazza Castello, sia a ponte 
Seveso, fra la stazione e lo stabilimento Pi- 
storius, sia fuori di porta Venezia entro l'ora 
alienato Lazzaretto. È per questo che^ allora 
demmo il titolo all'articoletto da noi redatto 
di Pozzi all'improvviso. — Ecco per descri- 
verli le stesse nostre parole d'allora. 

Nel presentare il disegno di un ordigno 
che dal nome del suo inventore, chiamasi 
Pozzo di Norton, non intendiamo dare una 
grande novità, ma di richiamare l'atten- 
zione dei pratici agricoltori sull'importanza 
di ottenere un getto d' acqua , diremo quasi 
Fig 2. all' improvviso e con apparecchi spediti e 

semplicissimi : e ciò nel Milanese, non solo, ma anche nel basso 



LL 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 209 

Novarese e nella Lomellina, come dovunque siavi scioltezza di 
terreno, applicando una tubulatura verticale consistente in una 
serie di tubi lunghi m. 2.50 con 5 cent, di diametro interno, 
a pareti grosse dai 10 ai 12 millim. Tali tubi si congiungono 
ermeticamente a vite l'uno all'altro, in modo da formare un tubo 
continuo impermeabile all'aria, lungo da 8 a 9 metri. Il palo 
colla sua punta a (vedi figura 2), deve penetrare per primo e 
aprire così la strada ai successivi. Esso ha questa punta di 
jfino ben temperato acciaio, e la parete di essa, pel tratto di 8 a 
12 cent., è crivellata da fori spessissimi e capillari, che lasciano 
penetrar l'acqua nell'interno di questo palo-tuhulare tosto si 
raggiunga lo strato di quella. 

Un uomo, innalzando e facendo ricadere il primo tubo così 
conformato sempre nello stesso punto del suolo, come si ado- 
pera quando si vuol piantare un palo o un pinolo qualunque, 
finisce per fargli aprire una strada attraverso la densità del 
terreno. Confitto di tal maniera per buon tratto, all'altezza di 40 
cent, dal suolo, vi si fissa una maglia a cerchio o manicotto, 
stretto con vite come dimostra il disegno in h e che serve di 
ostacolo e di appoggio ad altro cilindro cavo e di ferro, del peso 
di chilogram. 50. Questo, accogliendo il palo, trova in esso la 
sua guida e, scorrendo lungo il medesimo, fa, cadendo da una 
data altezza, come un martello sul capo d'un chiodo, progredire 
il palo sempre più nel suolo. Per ottenere un tale efietto, si con- 
nette mediante due funicelle il bordo superiore del grosso cilindro, 
munito di due anellini con due carruccole fissate in alto ad al- 
tro cerchio di ferro in d che le sostiene , e che rimane in alto 
ben aderente al palo per mezzo di viti, come per l'altro. Esso 
cilindro diventa per tal modo un ariete (gatto o berta) che, por- 
tato a sufiìciente altezza e slentate le corde, cade ad un tratto 
sul manicotto di base, infiggendo sempre più il palo nel suolo. 
Ciascuno di tali colpi nel primo esperimento a Levallois ha 
fatto penetrare il palo di un quattro o cinque centimetri. Sot- 
terrato completamente il primo tubo, alla sua estremità supe- 
riore se ne connette un altro, e così via di seguito, in modo 
che in meno di un par d'ore si è ottenuto un condotto artesiano di 
otto metri, congiungendo palo a palo, e via via rimovendo di 
un 50 cent., sia il cerchio alla base, sia quello alle carrucole. 

.Milano. — Voi. III. 14 






210 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

A questo punto viene estratta l'acqua a mezzo di una pompa 
che è raffigurata in f nella fìg 3, e che può congiungersi al- 
l'estremità deirultimo palo opportunamente. 

Questo pozzo può servire a trar partito dall' acque del nostro 
aves in modo più spiccio di quello che 
facciano i tini comunemente usati, 
potendosi adoperare anche tubi di ghisa, 
o di rovere ferrati a dovere, come ha 
eseguito e proposto il Calandra. 

Ma il merito incontestabile e tutto 
pratico di questa invenzione è di pro- 
curare in molte circostanze acqua in 
pochi momenti, sia per gli uomini, sia 
per il bestiame, tanto in luoghi ari- 
dissimi, quanto dove i veli più superfi- 
ciali siano corrotti dalle infiltrazioni 
di latrine, di stagnanti pozzanghere, 
di paludi e di risaie circostanti. Si 
potrebbe anco chiamare pozzo porta- 
tile, imperocché i pali confitti, svitati 
che sieno, possonsi anche rimuovere, quando non siano profondis- 
simi, mediante Targano differenziale chinese che si trasporta 
con se, e che è rappresentato nella fig. 4; in cui vedesi in r/ 




Fis. 




Fig. 4. 



il :palo che l'argano trae fuori del terreno. Or mentre da co- 
desti pozzi si potrà sempre attingere facilmente acqua, nelle 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 211 

pianure sane come la nostra, sarebbero poi un incontesta- 
bile mezzo di prosciugamento verticale negli alti piani fri- 
gidi , e mercè loro verrebbero ridonati all' agricoltura certi 
tratti dei nostri Apennini , ove non cresce che qualche cespo ma- 
grissimo, in causa del suolo infrigidito da acque sotterranee 
latenti. Tali acque, assorbite in codesta foggia di drenaggio 
verticale, potrebbero essere sparse sui terreni inferiori permea- 
bili, bellamente raccolte in ampli gozzi o bozzi, come per le 
colmate montane si usa, laonde diventerebbero così altrettante 
cisterne risanatrici dei piani superiori. 

In altri casi l'acqua incarcerata fra lo strato permeabile e 
l'impermeabile, che è il fatto più frequente dei terreni acquitri- 
nosi e di difficile scolo, uscirebbe da codesti pozzi come da altret- 
tanti fontanili, recando, volendolo, per naturali e più bassi deflussi 
altrove la fecondità, d'onde ristagnava malefica e infesta a ogni 
coltura: il prezzo di questo arnese non sale che a 125 franchi; 
così almeno dicevano i giornali inglesi d'allora. Crediamo che si 
debba usare sempre in qualcuno dei molti casi da noi indicati, 
ma specialmente per cercare acque potabili dove o le nega la 
deficienza di polle superficiali, o le inquina l' infiltrazione mal- 
sana di contigue paludi. 

Che se, come tutto il dimostra, la coltura a vapore si an- 
dasse ampliando, l'apparecchio Norton diverrà un accessorio 
indispensabile della medesima, come lo potrebbe divenire fin 
d'ora nei vastissimi possessi ove l'acqua è lontana, o nei luoghi 
ove essa scarseggia. 

Ma ritorniamo al caso nostro dei fontanili. 

Ciascuna di queste singole scaturigini chiamasi occhio di fon- 
tana e il risultato del deflusso di vari occhi viene incanalato 
in ampio fossato, che ha forma come di pera o meglio di clava : 
tal forma è irregolare, secondo il numero e la postura di questi 
occhi. Essi devono essere tutti inscritti entro l'argine che delimita 
•questa maggior largura del fossato stesso, la quale come più ampia 
all'origine, prese il nome di testa, e quello di asta nel primo 
tratto. Tale tronco prolungasi per poi divenire egli stesso un 
«anale regolare di distribuzione di acque : tuttociò vedesi espresso 
nella fig. 5. 

L'estensione maggiore o minore della testa di fonte, la qua- 



212 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

lità e l'irrigazione dei fondi adiacenti, il maggiore o minore 
declivio della gora influiscono sulla quantità d'acqua scaturente da 
un fontanile. Quello che vedesi fuori di Porta Vittoria oltre la 
Senavra, lungo la strada che reca a Malnoè, quantunque non abbia 
una testa molto estesa per la condizione in cui si trova e per il 
forte declivio dell'asta, rende costantemente cinque onde d'acqua 
anche nei tempi di maggiore scarsità. Basti il dire, circa alla copia 
di tali acquo nascoste, che nel solo distretto di Melzo contansi 
centonovantasei teste di fontanile. Inoltre nel fontanile della Casa 

Annoni presso Greco, sulla 
sinistra della strada che da 
Milano conduce a Monza, ii 
Breislak dice di aver contato 
a' suoi tempi (1822) ben ven- 
tinove tini, ciascuno dei quali 
somministrava una piccola, 
ma continua quantità di fluido. 
Ma cosa è mai questa oncia 
d'acqua qui sopra indicata, di 
cui i Milanesi si servono onde- 
misurare esattamente l'acqua 
corrente per la dispensa ai 
rispettivi utenti, che la trag- 
gono da una origine o da un 
corpo d'acqua comune? Essa 
è rappresentata dal volume 
di questo liquido che esco 
per pura pressione da una 
bocca aperta in lastra ordi- 
nariamente di granito, dello spessore di once 3 del braccio mi- 
lanese (-J2-) pa^i a 0, m. 1487, larga once tre milanesi, alta 
once quattro (0, m. 1983), e col battente di once due (0, m. 099). 
Tale volume, che esce da questa bocca rettangolare in un minuta 
primo, è un prisma paraboloide d' acqua, che De-Regis calcola. 
a me. 2, 43 ossia brente milanesi 32 circa. Secondo il prof. Bru- 
nacci me. 2,48, l'ing. Merlo me. 2.68, l'ing. Mazzeri e Co- 
lombiani me. 2, 07, la direzione delle pubbliche costruzioni dei 




Fig. s. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 213 

Governo Lombardo me. 2, 80. Queste dissonanze che l'ingegnere 
Parrocchetti con più recenti esperimenti riaccordò alquanto, dimo- 
strano la necessità in cui da gran tempo si era di costruire un edi- 
ficio, il quale metta al coperto di tutte le circostanze che possono 
influire sulla uniformità del deflusso in tempo dato, e quindi sulla 
quantità d'acqua fruibile estratta. Esse circostanze, oltre alla 
forma della bocca e sue dimensioni, sono parecchie. Prima il 
diverso battente, ossia la varia profondità cui giace la bocca sotto il 
pelo d'acqua che serve alla derivazione: quanto maggiore sarà 
il battente, maggiore sarà anche la quantità dell'acqua estratta. 

Inoltre la presenza di pescaie o chiuse a monte della corrente, 
la contrazione della vena, la diversa velocità derivante dalla 
maggiore pendenza con cui l'acqua scorre nel fiume o nel ca- 
nale, pur esse influiscono sulla portata, diminuendosi la quantità 
estratta coli' aumentare di questa velocità. 

Importava quindi rendere stagnante l'acqua il più possibile in 
vicinanza della bocca, per modo che sia obbligata ad agire pel 
proprio peso 'dall'alto al basso, senza che questo venga in parte 
diminuito dalla velocità in senso orizzontale. 

Visto che a raggiungere tale intento non bastava ed era imbaraz- 
zante il costruire inferiormente alla bocca d'estrazione , delle spor- 
genze con piantoni o speroni, o pennelli tanto di legno che in 
muratura, l'ing. Giacomo Soldati dal 1571 al 1580 immaginò e 
perfezionò quell'edificio che ancora rimane, e chiamasi modulo 
bocca magistrale milanese. V'è anco il modulo officiale se- 
condo il codice Albertino, ma ci sembra che fin qui non sia 
nient' altro che un'espressione indeterminata nell'atto pratico, 
cioè cento litri d'acqua erogati in un minuto secondo da una 
bocca qualunque, di cui occorrerebbe verificare scientificamente 
la portata in ogni singolo caso. L'edificio Soldati invece è co- 
nosciuto tradizionalmente, e il non averlo ancora cambiato dimo- 
stra l'intrinseca sua bontà. Quindi non possiamo dispensarci dal 
darne qui una succinta descrizione e disegno, essendo esso, per 
così dire, il monumento su cui si basa la distribuzione delle utenze, 
secondo la ragione civile delle acque lombarde. Consta di quattro 
parti cioè, della bocca, della tromba coperta, del modulo propria- 
mente detto e della tromba scoperta. La sua lunghezza totale è di 
braccia 19 e oncie 6 (m. 11,60). 



Yoi^at^''* 



214 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

In margine al canale che deve fornire l'acqua, si costruisce 
un incastro con paratoia, che serve a regolare l'impulso del- 
l'acqua che deve avere accesso in quella parte in forma di ba- 
cino detta tromba coperta, lunga braccia 10 (m. 5,95). 

L'apertura di questo incastro 
ben si fa manifesta nella sezione 
verticale dell'edificio rappresen- 
tato nel suo assieme dalla fig. 6, v \ \\\ 
che esprime una bocca speciale di \ 
estrazione della portata di once 8 \ 
perchè in questo caso è larga 
braccia 2 (m. 1, 19). Dopo le 
braccia 10 si arriva per una soglia 
acclive al m.odulo, il quale non è 
altro che una parete lissa in cui 
si trova l'orificio modulato largo 
nel caso presente braccia due, 
ed alto once quattro (m. 0,1983), 
il lembo inferiore del quale è allo 
stesso livello del fondo della 
tromba coperta. Questa tromba 
coperta è, come dicemmo teste, 
un bacino rettangolare largo 
once 10 di più della larghezza 
del modulo, il fondo di essa è 
una soglia acclive indicata pur 
essa dalla figura. 

Questo bacino poi è coperto 
col cielo morto di legno o di pie- 
tra il quale è disposto orizzontal- 
mente all'altezza di once 2 (0. 099) 
sul lembo superiore del modulo, 
altezza che corrisponde al bat- 




.oi imi 



Fig. 6. 



tento normale. Serve a mantenere l' altezza e la tranquillità 
dell'acqua che costituisce lo stesso battente. Sui fianchi o spalle 
del detto bacino e superiormente al cielo morto è impostata una 
volta di mattoni che copre questa parte dell' edificio. Uscita 
l'acqua dal modulo, entra nella tromba scox>erta lunga braccia 9 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 215 

{m. 5 35). Il fondo di questa porzione comincia un'oncia sotto la 
soglia allo sbocco del modulo, ha una pendenza di un'altra oncia 
sulla lunghezza delle braccia 9, e termina con un salto di oncie 
una sul piano del cavo di estrazione. La tromba scoperta co- 
mincia con una larghezza di once 28 (m. 1, 39) dopo il modulo 
e divarica un poco , in modo da presentare allo sbocco una 
larghezza di oncie 34 (m. 1,68). A maggiore schiarimento della 
succinta descrizione diamo il disegno, in rilievo, dell'edificio me- 
desimo (fig. 7), visto nell'interno, e nel quale facile sarà al let- 
tore, anche profano nella materia, di riferire le parti sue a quelle 
già nomenclate nel precedente disegno, osservando in F il fiume 
o canale somministratore, in A l'apertura o bocca d'estrazione 
colla relativa paratoja, alzata quanto occorre per determinarne 
l'ampiezza, in C i due fianchi o coscio o spalle che delimitano 
il tratto del bacino costituente la tromba coperta, in B il fondo 
acclive della stessa, di cui si omette il cielo-morto e la volta 
per vederne appunto l'interno, in D il modulo propriamente 
detto, in E la tromba scoperta. 




Fig. 7. 

È poi da avvertire che in questi edifici si mantengono sempre 
costanti le altezze, e si variano le larghezze della bocca A, della 
tromba coperta B C, e del modulo D in proporzione della quantità 
d'acqua da estrarsi. Per il volume di ogni oncia d'acqua la lar- 
ghezza del modulo è sempre di once milanesi tre (0,1487) e l'al- 
tezza di once quattro (m. 0,1983) come fu indicato in principio. 

Altro dei nostri colleghi di redazione essendosi occupato della 
parte idrografica, ci dispensa dall'entrare qui nella monografia di 
(iuelle acque vive, alla di cui abbondanza e ben regolata distribu- 



216 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

zione nel modo già detto, devesi cotanta ricchezza agricola. Riflet- 
teremo non pertanto che il territorio nostro non ha fiumi naturali 
d'importanza geografica tranne i sopraddetti Ticino, Adda e Po 
circoscriventi la Provincia , che deve la sua fisionomia agricola 
all'abbondanza dell'acqua; ma una cosi spiccata specialità è sola 
opera d'arte e non favor di natura. 

In fatti di non grande importanza è l' Olona che, originandosi 
nei monti del Varesotto, non lungi dal lago Ceresio, scorre in 
profonda e larga valle fra alte coste sino a Nerviano, e, diffusasi, 
irrigando alcune campagne di Rhò, sempre innavigabile, giunge 
povera d'acque sotto le nostre mura a pie delle quali perde il 
nome entrando in quella Darsena ove fanno ricapito comune i tre 
navigli Martesana, Grande e Pavia. Risorge però alcune miglia 
più sotto a Binasco d'onde si dirige verso il Po, rientrando poi 
presso Corte Olona fra coste elevate; ma l'arte forse la corresse e 
non la natura, dirigendola dalle vicinanze di Rhò a quelle di Mi- 
lano, da cui forse si allontanava smarrendosi per quelle campagne, 
in cui si vedono tuttavia disseminate le Cascine dell" Olona. 

Ma questa Olona però, che è per Milano quel che il Po è 
per Torino, l'Arno per Firenze e per Roma il Tevere, cioè il 
natio fiume, non basterebbe insieme all' Arno, alla Lura, al 
Bozzente, al Gra doloso , alla Molgora e al torrente detto il 
Fontanile di Tradate, ai bisogni dell'agricoltura, se le acque 
dei fiumi maggiori non fossero state cotanto utilizzate. 

Che se a ponente della città scorreva pure un tempo il fiumi- 
cello Nirone, nel quale sembra che si raccogliessero i torrentelli 
delle Groane e delle vicinanze, rivolti poi a fecondare coi loro 
depositi terrosi le brughiere primitive, bonificandole, pare che 
anch'esso presso Villanterio venisse poi deviato , e con subita 
inflessione diretto a sinistra verso S. Angelo e quindi immesso 
nel Lambro, come tuttavia si vede. 

Il derelitto suo tronco inferiore però, che ha ritenuto in alcuni 
luoghi r antico nome di Nirone, scorrendo in condizione di co- 
latore sotto il colle di S. Colombano, dal lato opposto a quello 
che è bagnato dal Lambro, cosa sarebbe mai anche coll'aggiunta 
del Seveso diretto naturalmente verso Milano, e percorrendo al 
disotto della città quell' alveo che ora si chiama Vettabbia, se 
r arte antica e poderosa dei padri nostri non fosse venuta in 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 217 

^soccorso dell'avara natura, derivando tanti e sì importanti ca- 
nali da quei grandi depositi lacuali e da quei grandi fiumi, che 
■quasi per disdegno par si allontanino dalla nostra città? Ed in- 
vero sono frutto solo dell'arte e degli immensi capitali, il Navi- 
glio Grande che con più di 50 chilometri di percorso unisce il Lago 
Maggiore a Milano, il Naviglio di Paderno e della Martesana 
€he apersero pure una via navigabile fra il Lago di Como e Milano, 
<iuello di Pavia, che accogliendo le residue acque di tutti i sopra- 
indicati canali, mette foce nel Ticino presso questa città, aprendo 
facile accesso all'Adriatico mediante il Po. Finalmente la Muzza 
■che, uscendo dall'Adda presso Cassano, dopo svariate ramifica- 
zioni, serve ad irrigare il Lodigiano, correndo in parte parallela 
all'Adda, ove si versa dopo aver percorso 58 chilometri circa. 

Il Lambro stesso non è fiume importantissimo per l'irrigazione. 
Pigliando esso l'imbocco nel lago di Pusiano, bagna Monza, e, in- 
grossandosi tosto, serve, sebbene molto incassato, agli opifici di 
<iuesta industriosa e ridente città, che potrebbe appellarsi la nostra 
Manchester : indi, traversando il naviglio della Martesana in vici- 
nanza di Crescenzago, si spinge a Melegnano e, ingrossato col 
Redefossi, unito alla Vettabbia e colla Addetta, entra sul Lo- 
digiano e dopo ricevuto il Lambro meridionale, formato dal su- 
perfluo dei colatori limitrofi, pigliando le mosse da Gaggiano, 
sbocca in Po presso Corte S. Andrea. 

Ora dunque, ritornando col discorso là dove mi ha disviato 
un po' il desiderio di stabilire un confronto fra il reciproco 
-aiuto che si danno in Lombardia le acque di fiume e di fontana, 
per raggiungere lo scopo di un sì cospicuo sistema irriguo, ridirò, 
.avendolo già appena accennato più addietro, che un altro gran 
beneficio della nostra specialissima plaga di fronte alla rima- 
nente Italia, è quello che le acque diventino qui più copiose nel 
tempo di loro maggior bisogno, vale a dire in estate, mentre 
il contrario avviene nelle altre regioni e specialmente in quelle 
di mezzo, ove i letti si guadano a pie asciutto da Maggio a 
Settembre. Tale differenza di condizioni e di perennanza di acque 
è dovuta, in quanto a noi, alle origini alpine delle acque me- 
desime ed alla postura dei nostri grandi depositi lacuali e dei 
nostri grandi fiumi, non che alle nevi copiose e ai ghiacciai 
<ì\ie stanno in grembo di quelle giogaie , che di conserva coi 



218 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

fiumi predetti circoscrivono e cingono la milanese provine la, la 
quale pare da questo lato benedetta e privilegiata da Dio. 

Venezia nel tempo di sua gloria sposavasi con solenne rito 
alle malfide onde del mare; con quanto più di ragione non 
potrebbe aver luogo la cerimonia fra la Lombardia e le tanto 
più fedeli sue acque, le quali, non contente d'intrecciare i propri 
canali allo scoperto nel modo predetto, vi si distendono anche* 
sotterraneamente, per quindi tornar pronte alla mano in estate 
fresche, in inverno tiepide? 

Se tali irrigazioni son quivi singolarmente mantenute dalla 
copia delle acque di cui abbiam fatto rassegna, la sanità di esse 
acque, derivante dal continuo lor moto (1) è un fatto incontra- 
stabile ed incontrastato, poiché, giova pure ripeterlo, l'acqua è 
elemento di vita o di morte, secondo che si muove, o stagna.. 
Cotale vitalità viene facilmente mantenuta dal forte declivio de- 
gli aves, di che abbiam già fatto menzione. È in grazia di così 
fatto declivio se le acque, vuoi di fiume, vuoi di fontanile, de- 
rivate dai letti rispettivi, possansi, temperandone acconciamente la 
discesa, incanalare per modo da recarle dopo breve corso a fior 
di terra sopra i campi. Non così però nell'Italia del centro che ha 
pianure di troppo scarso pendio, ond'è che l'acqua, tirata su da una 
fondura di qualche metro, non può per mera virtù di gravita- 
zione recarsi alla superfìcie dei campi, o lo può solo dopo un lun- 
ghissimo corso, con grande perdita di fiuido e dispendio di ampi 
canali, l'una e gli altri sovente ineseguibili e sempre dispendiosi. 

Ma non ha qui termine l'utilità del mentovato declivio. Un corpo 
d'acqua che tu hai condotto sopra un terreno acconciamente predi- 
sposto a riceverlo vi si distende da prima equabilmente, ed indi 
a poco, adempiuto l' ufficio, mediante i colaticci si riforma in 
prossimo fossato, il quale è tutt' insieme di scolo per quello 
già irrigato, di irrigazione per un altro, che sul confine gli sta. 
tanto più basso da permettere la continuazione del medesimo 
giuoco. Sistema questo che è reso manifesto dall'ispezione della. 



(1) É ovvio osservare in Lombardia radici dì morogelso messe a nudo sulla guancia 
di una fossa vivere prosperose , sebbene continuamente bagnate , quasiché si trattasse 
di una pianta aquatica. Rallentate, rendete inerte quell'acqua, e tosto vedrete imputridirà 
quella radice, ingiallire le foglie, inaridirsi la scorza di quel gelso, che i licheni tosto- 
invadono o in poco tempo la pianta senmuorj. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 219^ 

appresso fig. 8 che mostra in A il modo di ripresa delle acque 
colatizie, che si fanno adacquatrici nel secondo scompartimento^ 
ove pur si vedono punteggiati gli altri tronchi di colatori, le 
linee non punteggiate esprimendo le alternanti roggette adacqua- 
trici. Per questo ingegnoso accoppiamento alternante di colatori 



u ì 



\ 




Fig. 8. 

e di adacquatrici e viceversa, si è chiamato un tal modo di trac- 
ciamento delle fosse a maschio e femmina. 

L'entità di tale vantaggio apparisce maggiore nell' adacqua- 
mento delle marcite, dove la continuità e la velocità del correre 
che al bisogno si richieggono, giungono a tale da domandare 
di molta acqua scorrente sopra piani di assai forte inclinazione. 
Laonde l'arte dei nostri fittabili sta appunto nell' approfittare 
di questo notevol declivio del suolo, per dare alle ali fiancheg- 
gianti le adacquatrici e formanti con esse schiene d'asino, appena 
la pendenza di m. 0. 20 sulla larghezza di quasi 8 metri. K 
ciò vedesi nell' appresso fig. 9, che rappresenta lo spaccato di 
sei ali e di tre adacquatrici. 



220 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

All'oggetto precipuo di risparmiare molta acqua, ed adacquare 
•COSÌ collo stesso corpo di fluido una assai maggiore superfìcie di 
quella che si adacquerebbe se i dossi fossero più salienti, si sono tra- 
sformate e continuamente si trasformano in così dolci declivi, tutte 
le antiche marcite, che non erano ordinate e disposte colla simme- 
tria ed il bell'ordine di un vero ragguagliamento a riprese, come 



Fig. 9. 

al presente. Nell'antico, o come suol dirsi, preadamitico sistema, 
tanto le adacquatrici che i colatoi seguitano le sinuosità del suolo, 
assecondando le irregolarità, col fare seni e coseni più o men 
tortuosi, che, ripiegandosi bellamente, rientrano nelle depressioni 
e sporgono in avanti nelle prominenze. Nelle pigole poi, e in 
certi punti ove l'irregolarità dell' inclinazione lo comanda, si dà 

luogo al così detto richiappo 





r. 
1 1 [ 





Fi-- 10. 



(reciap) onde smaltire il deflusso 
dell'adiacente irrigatrice a valle, 
nel più prossimo colatore. 

Il che puossi fare appunto in 
grazia d'una velocità così grande, 
per la quale le acque di scolo 
di una prima filata di campetti 
volgonsi a profìtto di una se- 
conda, ed anco di una terza e 
quarta filata ; idea che ci dà com- 
pleta l'appresso fig. 10, nella 
quale le linee punteggiate rap- 
presentano i colatoi, le altre 
tre non punteggiate le adacqua- 
trici col relativo fosso distribu- 
tore di testata, di cui la freccia 
indica l'andamento trasversale 
dell'acqua che si distribuisce via 
facendo nelle adacquatrici se- 
"condarie, di una marcita e prato con colature comuni. Queste 
■comuni colature si raccolgono nel fossato B (vedi stessa fìg. 10), 



MILANO AGRICOLA E SUA TROVINCIA 221 

il quale, come il primo gicà menzionato, distribuisce l'acqua co- 
latizia nelle adacquatrici secondarie della seconda filata di cam- 
petti, e così via via per altre riprese successive, come si è detta 
di sopra. 

Il viandante, fin dal suo primo mettersi dentro alle pianure 
lombarde, resta attonito alla vista di tanti canali scorrenti 
sopra a letti di vario livello e fra loro intrecciantisi. Qui si 
annestano; là vanno l'uno accosto all'altro, o si intraversano,. 
ma senza mai tramescolare il proprio umore. Questo mena acqua 
viva di fontana, un altro reca acqua di fiume, stata già neve 
pochi dì innanzi sull'aspro dorso delle Alpi. Nella estate poi 
per immense estensioni tu vedi l'acqua formare nei ^pelaghetti 
delle risaie indicati nei numeri 1, 2, 3, 4, 5 e 6, nella ap- 
presso fig. 11 , cento e cento come specchi piani e lucenti, i 
quali rimangono sempre invasati (ossia pieni d'acqua) perchè 
comunicano costantemente fra di loro mediante le bocchette o. 



7e 



E 



4 



."E 



Fi?, n. 



e col cavo distributore di testata AC non che col cavo distributore 
mediano BD, mediante altre bocchette maestre E. Laonde tutta 
questa risaia viene ad essere, quaderno per quaderno, regolata 
come un orologio dal così detto Camparo (Campé). Esso camparo,. 



222 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

passeggiando sugli arginelli delimitanti i quaderni, ed indicati 
nella figura dalle doppie lineette, cresce o scema a piacimento 
suo, col mezzo del badile che porta sempre in spalla, la luce delle 
bocchette o, ed E, o col mezzo di una zolla che calca col piede 
calzato di enormi stivaloni, o col badile stesso riallargandone 
i bordi, o inalzando od abbassando il fondo di esse bocchette. 

Ma di tutto questo moto di acque dove è mai la prima origine ? 
€erto nelle ricordate disposizioni da cui derivano le risaie, i prati 
stabili, le marcite. Or queste tiransi dietro il corredo delle ber- 
gamino di 160 e più fiati, la fabbricazione in grande del 
formaggio e del burro. Tal prevalenza dei prati, rendendo più 
«empiici e più facili le faccende agrarie, conduce alla gran cul- 
tura intensiva, di cui la Lombardia è dopo l'Inghilterra, l'esempio 
più splendido che 1' Europa possa vantare. Questa grande cul- 
tura intensiva si ricongiunge all'ampiezza delle possessioni, alla 
importanza dei fittabili, provveduti di ben mezzo milione di ca- 
pitale, alle macchine, alle locomobili, alle piste e al bramino, 
mosse da ruote idrauliche, con quelle stesse cascate che servono 
ad irrigare i campi. Di qui i cascinali che formano qualche volta 
un intero paesello, in cui le famiglie son suddite al proprietario, 
che ne trasmette il dominio al suo luogotenente, fattore o fittabile 
ch'esso sia ; ciò che s' intreccia a cento altre particolarità non 
solamente proprio delle aziende rurali, ma delle leggi, non che 
delle civili consuetudini di tutto il paese. 

Ed invero le zolle sono qui in realtà , ciò che per la favola 
furono le pietre, che quella buona coppia di Deucalione e Pirra 
gittavansi dietro alle spalle, per moltiplicare il già dal diluvio 
troppo assottigliato genere umano. Gli stessi visi, soff'usi di lieve 
giallore, le gigantesche stature, quella complessione che sta in 
ThIìco tra il forte ed il fiacco, ti fanno risalire alle risaie, alle 
marcite, alle bergamino, e tutte queste cose alle disposizioni 
proprie della gleba lombarda, compendiate sopratutto nella pre- 
valenza delle irrigazioni. 

Per cui può concludersi terminando, che il lombardo, dopo aver 
preso, con tutte queste opere d'acqua, il possesso di tutte le terre 
facilmente irrigabili, ad ogni condizione di terreno adattò un 
ordine proprio di coltivazione. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 223 

Clima. — Discorso a sufficienza, e forse ad esuberanza, del- 
l' acqua, principalissimo elemento di ricchezza agricola nella 
provincia milanese, non potremo omettere in questo ragiona- 
mento un qualche dato di climatologìa agricola, oggi che questi 
studi tanto s'immedesimano cogli studi agricoli. L'applicazione 
che ne iniziò a tal riguardo il celebre Gasparin nel suo Trattato 
di agricoltura, al quale dedicò quasi l'intero volume 2.^, ossia 
450 pagine delle 568 di cui si compone, ci rende ciò quasi d'ob- 
bligo. Come è naturale, egli non trascura Milano in queste 
osservazioni meteorologiche, e circa alle pioggie dice, fra le molte, 
una cosa, che il Cattaneo gli contrasta, cioè che Milano va col- 
locato nella plaga delle pioggie estive, mentre secondo lo scien- 
ziato lombardo la massima pioggia cade in ottobre e novembre, 
la minima in febbraio e marzo. Secondo il medesimo, adunque, la 
maggior pioggia a Milano cadrebbe nell'autunno, la minima nel- 
l'inverno, e sarebbe pure maggiore in primavera che in estate, 
-con di più che in maggio si appaleserebbe la tendenza d' un 
secondo massimo, ed in luglio d'un secondo minimo. 

Per le quali circostanze il nostro paese collocato, fra la plaga 
delle pioggie invernali e quella delle estive, ha un andamento di 
pioggie con doppio massimo e minimo doppio, e nella quantità 
•complessiva dell'acqua cadente non vi è in Europa, come dice 
lo Schouw, altra regione che le si possa paragonare tranne la 
Scandinavia (Cattaneo pag. 104): circostanza questa che non 
influisce di poco nel far della Lombardia, anche senza conside- 
rare l'irrigazione, il paese classico delle praterie, le quali, come 
appunto afferma anche il Cuppari, trovano nelle condizioni na- 
turali il più grande favoreggiamento. Ed invero è noto a tutti 
gli agronomi pratici che la pioggia è fra i diversi modi di dis- 
setar le piante, il modo più vantaggioso di qualunque altro; 
per cui sogliono dire i nostri campari, che si ha un bel fare 
-col regolare più o men bene le bocchette e le paratoie, ma 
se non piove a tempo, o piove troppo, l'erba ed il fieno non son 
iìiai quel che ci vuole per una normale alimentazione del bestiame. 
E da aggiungere, per completare questa deduzione, che un'estate 
asciutta è una delle condizioni favorevoli alla stagionatura dei 
fieni , se andò abbastanza piovosa la primavera. Il Carlini 
poi dimostrò che le medie quantità decennali d'acqua caduta 



224 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

a Milano, rimuovono l'opinione annunciata già da De Cesaris, 
che l'incremento dell'irrigazione abbia portato alla nostra re- 
gione un aumento progressivo di pioggia. Anzi se si confron- 
tano le massime e le minime pioggie di tutta la Lombardia, la 
variazione delle annue quantità d'acqua si palesa maggiore per 
Milano, il che sembra fare un'eccezione alla legge, che la piog- 
gia aumenta colla prossimità dei monti. Ciò che è confermato 
anche dall'osservazione, inquantochè le influenze alpine non 
si manifestano più dirette per Brescia che per Milano, come la 
maggiore vicinanza delle montagne potrebbe far supporre. Del 
resto a Milano si cominciò a misurare l'acqua cadente dal cielo 
fino dall'anno 1764, e si prosegui regolarmente fino ad oggi, come 
risulta dalle regolari pubblicazioni fatte per cura degli astronomi 
del R. Osservatorio della Specola di Brera, alle quali noi riman- 
diamo i nostri lettori. Essi troveranno nei Rendiconti del R. Isti- 
tuto Lombardo (Serie 2^, Voi. 13^ fas. 16. Tip. Rebeschini 1880)^ 
le osservazioni meteorologiche più recenti eseguite all'altezza di 
m. 147. 11, sul livello del mare di Paolo Frisiani (Juniore) per 
tutto l'anno 1879. Vi troveranno altresì la quantità della pioggia 
e neve sciolta, i dati relativi alla direzione del vento, allo stato 
del cielo, alla temperatura, all'umidità, e relativa tensione del 
vapore, alle indicazioni barometriche. Questi specchietti che il so- 
lerte astronomo vorrà proseguire colla tradizionale diligenza dello 
stabilimento a cui appartiene, ci dispensano da qualunque altro 
ingombro di cifre; tanto più che in questa stessa opera vennero 
maestrevolmente trattati la topografia e il clima della nostra 
Milano, dall'illustre Schiaparelli, che nella scrupolosità di siffatti 
lavori non ha chi gli stia a petto in Italia e fuori. 

Del resto, per chi voglia tornar indietro sulla storia di que- 
ste cifre, che ha un'importanza agricola incontrastabile, è da 
sapere che quanto alle osservazioni barometriche presso la stessa 
Specola, furono intraprese fino dal 1763 dal P. Lagrange e con- 
tinuate sempre dai suoi successori nel primo periodo, vale a dire 
dal 1763 al 1834 due volte al giorno, al levare del sole la prima, 
e la seconda dodici ore dopo; e nel secondo periodo, dal 1835 ad 
oggi, sette volte il giorno, di tre ore in tre ore, dalle 6 antimeri- 
diane a mezzanotte. Da tali osservazioni ne risultò che le medie 
altezze barometriche salgono al massimo nell'inverno, scendono 



MILANO AGRICOLA E SUA rROVINCIA 225 

subitamente al minimo nella primavera e quindi, aumentando gra- 
datamente in estate ed in autunno, ritornano al massimo neirin- 
verno. Le medie altezze estive ed autunnali poco si scostano 
dall'annua. Il massimo sopravviene in dicembre e si approssima 
in gennaio; il minimo cade in aprile. 

La media tra le massime tocca il sommo suo punto tra gen- 
naio e febbraio, e l'imo suo punto in estate, durante la quale 
stagione rimane quasi inalterabile. La media tra le minime tocca 
il sommo tra luglio e agosto, e l'imo in inverno, oscillando fino 
all'aprile per risalire a mezza estate. Quindi è in inverno che si 
riscontra la massima delle medie, la massima delle massime e la 
minima delle minime. 

La temperatura poi fu regolarmente pure osservata ed annotata 
dal 1763 in avanti nel primo periodo due volte al giorno e dal 1835 
ad oggi sette volte al giorno di tre in tre ore come abbiam detto 
per il barometro, e determinate le massime e le minime con ter- 
mometro ad indice. Da tali annotazioni risulta che le medie tem- 
perature soffrono le più grandi variazioni dall'aprile al maggio, 
e dall'ottobre al novembre, cioè nei mesi più lontani dalle mi- 
nime e massime temperature, e viceversa le loro variazioni più 
circoscritte cadono dal dicembre al gennaio , e dal luglio al- 
l'agosto, cioè nei tempi delle temperature estreme. Le massime 
e minime variazioni delle medie temperature succedono dunque 
di tre mesi in tre mesi. 

Così la temperatura media annuale a Milano è di -f- 12,24, 
e nella lunga serie di 118 anni non si ha sicuro indizio che essa 
sia andata crescendo o diminuendo. Osservando la sua distribuzione 
secondo i mesi, ciò che importa moltissimo all'agricoltore, ab- 
biamo un'oscillanza di poco più di un grado centigrado nel tri- 
mestre giugno, luglio e agosto (vedi questa medesima opera v. I, 
pag. 6). Il massimo freddo in gennaio fra l'il ed il 12 (-{- 0^, 23); 
im salto fortissimo fra ottobre e novembre cioè da H- 12,64 
a 4- 6, 31 : un'estate capace di qualsiasi vegetazione europea, meno 
quella dell'ultima infocata falda d'Italia, comecché di -f 21,90; con 
massima il 20 luglio di 23,69 : un autunno mite come rappresentato 
da 4-8,79: un inverno tutt'altro che crudo rappresentato da + 2,78 
ed una primavera piacevolissima di -\- 15,21. La differenza adun- 
('■ uè fra le medie del mese più caldo e quelle del mese più freddo 

Milano. - Voi. IIL 1S 



226 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

per Milano è di 22,93, mentre per Cracovia è di 24, e per 
ICieff di 25, ad Oremburgo di 37, e per Nercinsk 47^,3. 

Il nostro clima adunque, per riguardo ad eccessi di tempera- 
tura, occupa una posizione intermedia fra i climi più costanti ed 
i più eccessivi, il che sarebbe per l'agricoltura una condizione 
assai disastrosa, se non vi rimediasse appunto la doppia irriga- 
zione iemale ed estiva, la quale acquista un valore tanto più 
grande di fronte a questi rilievi e raffronti climatologici. 

Nel resto però, senza dilungarci in altre applicazioni rispetto 
alle cifre riportate, il cliina di Milano può dirsi calunniato dai 
suoi stessi abitatori. Poiché, fra le altre cose, può affermarsi che 
la temperatura media annua della Tremezzina non differisce che 
j)oco da quella media di Milano , sebbene vi siano grandi diffe- 
renze fra le temperature massime e minime delle due plaghe, 
compensandosi cosi fra loro e producendo quel grande riavvi- 
cinamento delle medie annue di entrambe le località, mentre 
gli eccessivi calori si temperano, ed i crudi rigori del freddo 
si mitigano alla Tremezzina dalla presenza di una massa enorme 
d'acqua, e dai monti che la circondano, i quali la difendono dai 
freddi venti nell'inverno, e mantengono una ventilazione piut- 
tosto fresca nell'estate. 

Alle estreme temperature riparano l'estate in città per periodi 
l)en lunghi le confortanti ombre dei nostri pubblici giardini e 
bastioni, e nell'inverno un ben inteso sistema igienico di area- 
zione e riscaldamento. In campagna poi e negli orti suburbani 
potrebbero giovare l'introduzione della vite condotta in alta spal- 
liera maritata agli alberi per l'estate; per l'inverno poi l'in- 
troduzione e l'uso più esteso di tepidari, e per l'orticoltura i 
h'tti caldi (letturini) e le campane di vetro, come nei dintorni dì 
Parigi. Il clima di Milano può adunque sotto questi rispetti qua- 
lificarsi per uno dei più propizi all'avvenire della orticoltura e 
floricoltura fra noi, del che in questi giorni appunto ci ofi&*ono 
prova non dubbia le esposizioni permanenti e settimanali, am- 
manniteci dalla solerzia della nostra Società orticola nei locali 
della mostra nazionale. 

Si fa un grande strombazzare sulle invasioni di vapore acqueo 
nell'atmosfera di Milano, senza riflettere che esse non durano 
mai molto e la media del luglio che è il mese di maggiore 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 227 

umidità assoluta, non sorpassa i 14 grammi per metro cubo, 
mentre a Batavia la media di ottobre, che è il mese più 
secco, ci dà grammi 20,6 e quella del mese più umido, che è 
l'aprile, gram. 22,8 sul complesso di dieci anni. È dunque male 
a proposito che si dice da alcuni, esser Milano l'Olanda d'Italia. 

Ad una sola osservazione limiteremo ciò che è a dirsi sulla 
neve, meteora che tanto interessa l'agricoltura, come lo provano 
i numerosi proverbi che la riguardano. Or bene, a Milano la neve 
è madre anziché matrigna, perchè cade a tempo : infatti delle 365 
nevicate osservate in 38 anni si ha per ogni anno il numero me- 
dio di quasi 10 nevicate, le quali cadono appunto più di frequente 
nei mesi che è bene siano nevosi, cioè in dicembre e gennaio, 
che sono quelli appunto in cui l'agricoltore può senza danno, non 
riposarsi, ma raccogliersi, ed esercitare la sua attività nelle iemali 
faccende entro casa, che non son poche, ne di poca importanza. 

E che diremo quanto alla luce? Gli esseri organici si può dire 
coir agronomo marchigiano Rastelli che se la bevono, perchè 
anco Galileo asseriva che il vino è composto di umore e di 
luce, ribadendo forse la sentenza dell'Alighieri , che gli è 

Il raggio del sol che si fa vino 
Misto all'umor che dalla vite cola. 

E ben lo sanno i nostri ortolani quando vogliono imbiancar se- 
dani, gobbi, cavoli, lattughe, cicoria. Li tolgono all' influenza chi- 
mica della luce sotterrandone i cespi; e gli adornatori dei sepolcri 
fanno lo stesso, quando mettono a germogliare le veccie in cantina 
per averne bizzarri cespi di candidissimi filamenti, su cui collo- 
cano gli emblemi di nostra redenzione. Inoltre tu vedi qualsiasi 
pianta messa più o meno all'oscuro, od all'ombra, protendere i suoi 
rami verso il benefico spiraglio. E i preparatori di asparagina 
.sanno, che solo in abbondanza si forma tal principio negli aspa- 
ragi cresciuti all' ombra : mentre l'orologio di Flora, ideato da 
Linneo, indirettamente ci dimostra, come la cachessia e la clo- 
rosi, abbiano nella mancanza della luce un aiutatore potente. Ma 
il bel verde delle nostre marcite che ti danno la primavera in 
mezzo alla neve, e il fosco verde de' nostri colli Briantei non ti 
confermano forse il manzoniano detto, che il cielo lombardo è 



228 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

COSÌ hello quando è hello? detto che il ciottissimo vate intuì, senza 
punto raccoglierlo dalla tavola che il Berti-Pichat rapporta a 
pag. 87 del lib. 2.^ cap. 3.^; la quale tavola assegna a Milano 205 
giorni di sole, cifra che quasi collima coi dati che i più recenti ed 
autorevoli osservatori ci danno per Milano nel periodo 1838-1865, 
portando al 55 Vo ^^ serenità del nostro cielo. Ora la suindi- 
cata cifra supera quella assegnata da essa tavola a tutti i paesi 
continentali, salvo Firenze che ne ha 222 e l'Algeria che ne ha 
225, essendole inferiore la stessa capitale del regno che non 
ne conta che 193. Confronti questi che debbonsi intendere rela- 
tivi alla proporzione fra i giorni sereni e nebulosi secondo il 
Gasparin, il quale afferma essere maggiore il numero dei giorni 
nebulosi nell'Europa, sotto il medesimo parallelo, quanto più si 
procede verso l'ovest ; minore quanto più c'inoltriamo nell'interno. 
Le Alpi però e i Pirenei, siccome masse refrigeranti, porgono 
favorevole eccezione, mentre, secondo lui, essendo nel medesimo 
grado di latitudine Pietroburgo e Stocolma, Copenaghen e Mo- 
sca, Palermo e Algeri, Ginevra e il San Gottardo, si comprova 
la maggiore serenità dei paesi continentali su quelli delle co- 
ste occidentali e delle montagne: il quale risultato emerge an- 
che se si pon mente ai soli giorni d'estate. 

La questione della grandine è troppo indefinita e complessa 
per trattarne in un lavoro di questo genere, tanto più che la 
funesta meteora, che tanto pregiudica talora gli interessi dei 
privati, risulterebbe tutt'altro che governata da leggi costanti 
nei procedimenti delle sue terribili corse; e non si può neppure 
asserire che sienvi contrade più o meno avventurose o sventu- 
rate, rispetto alle sue capricciose invasioni. In quanto a ciò, Milano 
non si trova in condizioni peggiori d'altri paesi continentali, e 
quando ciò fosse, il rimedio non ci sarebbe punto, avendo fallito le 
esperienze sui paragrandine, istituite su vasta scala dall'Orioli nel 
Bolognese fino dal 1825 (Vedansi i 3 opuscoli stampati per cura 
della Società Agraria di Bologna nel Marzo 1825, con annessa 
carta e specchio dimostrativo della spesa occorrente. Bologna 
presso Annessio Nobili e compagni). Laonde, volendo salvarsi, 
non vi sono che le molte Società di assicurazione, le quali sono 
una grandine permanente e sicura, sulla quale, fatti bene i conti, 
le partite si pareggiano e non v' è che il vantaggio di sminuz- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 229 

zare il danno, per non trovarsi al caso di un disastro totale in 
un solo e dato anno, insopportabile tutt' assieme dall' economia 
rurale di una azienda. 

Seneca asseriva non poter mai grandinare in inverno; però 
il 13 febbraio 1843 insieme a pioggia e neve qui ne cadde, e una 
vsola volta si ebbe temporale in novembre dal 10 all'I 1 del 1848. 
La grandine adunque è calamità estiva e parziale, e qualche 
volta segnacolo di anno ubertoso, laonde non è da considerarsi 
come un disastro pel paese intero, che lo statista e il fdosofo 
devono esaminare nel suo complesso. Del resto il numero medio 
delle grandinate per la nostra provincia è di 1, 8, cioè circa 
ogni cinque anni; due volte ogni cinque anni si possono ri- 
guardare come devastatrici, le altre essendo minute e di poca 
conseguenza. Tali deduzioni appartengono al Prof. Schiaparelli, 
il quale dà un gran peso alle osservazioni del dott. Siro Sera- 
fini di Vigevano, che le proseguì 38 anni. 

Questa meteora fatale ed inevitabile ha dato luogo qui in 
Milano ad uno degli Istituti che potrebbe dirsi di previdenza 
della massima importanza — come movimento di denaro. — In- 
fatti la nostra Mutua, come risulta dalla Memoria storica ed illu- 
strativa dei quadri esposti alla mos'ra nazionale dalla Presidenza 
del Consiglio d'Amministrazione, ci dà (v. p. 22) che in 24 anni 
di vita la Società ha assicurato il valore di oltre un miliardo 
e 23 milioni di lire, ciò che rappresenta la media annuale in va- 
lori, di L. 42,655,823 col premio di L. 2,401,095. La media degli 
assicurati annualmente ammonta a 7726, con numero 8822 
contratti, che nel complesso ascendono in 24 anni a circa 210,000. 
La grandine è dunque un male necessario per gli agricoltori , 
un bene indispensabile per gli azionisti. 

Terreno. — In quanto al terreno, dopo il già detto sulla 
stratigrafia, che presiede alla condizione idrologica della nostra 
•pianura, poco crediamo dover aggiungere dal lato geoscopico sulla 
nostra regione campestre, la quale dapprima arida e sassosa 
nella parte superiore , più sotto era piena di scaturigini e di 
ghiaie acquidose, interrotta da dossi di bosco, asciutta ed aprica 
lungo gli alti greti dei maggiori fiumi, ma in preda alle libere 
inondazioni nelle bassure e fra le curve dei loro serpeggiamenti. 



230 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Come vediamo tuttavia, esclama l'illustre Carlo Cattaneo , nelle 
sparse reliquie della vegetazione virginea, sorgevano nude le 
vette alpine, ammantati di pascoli naturali i larghi dorsi della 
regione calcare, irte di selve conifere le somme pendici ; più 
sotto frondose di faggi e di betule, poi di querele, d'aceri, e 
d' olmi, che ampiamente scendendo univano i monti ai colli e 
all'altipiano vestito d'eriche e sparso di rara selva. 

La campagna oliginosa e le pingui golene dei fiumi dovevano 
essere dense di salici e d'olmi; lungo le tiepide scaturigini delle 
correnti sotterranee doveva qua e là verdeggiare, e forse anche 
nel verno, qualche spontaneo lembo di prato; ma sui clivi e- 
retti al vivo sole si manifestava, come oggi, la soavità d'una 
flora naturalmente australe, ma pur sempre temperata come 
oggi dalla presenza di tante acque e dalla difesa dell' eccelsa 
catena delle nostre Alpi, a cui fan contrafforte le prealpi che 
ne derivano , e quindi le morene. Ora, a giudizio dello stesso 
Stoppani, le morene costituiscono i terreni più fertili , perchè 
più multipli d'elementi. 

So noi adunque mettiamo di fronte la condizione naturale della 
vegetazione spontanea testò tracciata, con la natura delle roccie, 
dal cui detrito deriva il terreno, onde risulta la superfìcie pro- 
duttiva della nostra provincia, ne dedurremo di leggieri che i 
cataclismi e le alluvioni, die lo formarono in antico, dovevano 
darci un impasto svariato e saltuario, i di cui elementi pre- 
dominanti dovevano essere l'humus, la silice, il calcare e l'ar- 
gilla , che è, come appunto si esprime il sig. Albino Parca nel 
Milano e suo territorio voi. 2,o, pag. 124, il più favorevole im- 
pasto alla vegetazione. 

Ed invero tutta questa vegetazione spontanea che ha pre- 
ceduto il diboscamento, preparava il terriccio colla caduta 'or- 
dinaria delle foglie, dei raminuli, dei rami, che via via deperivano 
per l'azione del tempo. Le roccie granitiche preparavano la potassa, 
gli schisti ammannivano l'argilla, né d'elemento calcare v'era di- 
fetto, né poteva mancare la magnesia, essendo sviluppatissima la 
dolomia sulle cime delle prealpi, che certo furono mai sempre nude 
e quindi in balia del dilavamento coadiuvato dall'azione del gelo 
e del disgelo. E questo sia detto per ciò che spetta al tributo di 
quelle melme che soprapponevansi alle ghiaie che oggi formano il 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 23i 

primo aves già descritto più indietro. Queste condizioni naturali^ 
favorevoli anzi che no alla coltivazione, vennero messe a profìtto 
coll'inalveazione delle acque, coi dissodamenti, prosciugamenti, ecc.; 
in una parola, con tutti quei lavori che costituiscono l'utilizza- 
zione di queìVim2Jasto terroso, detto anch'esso dai geologi ter- 
riccio, e che è prodotto dalla degradazione meteorica. Formato 
che sia, esso diviene da per sé un ausiliario potente ed un 
grande fattore dei suoli arabili. Imperocché, imbevendosi d'umi- 
dità e trattenendola a guisa di spugna , opera sì che la roc- 
cia sottoposta è di continuo impregnata dall' acqua d' infiltra- 
zione, e soggetta quindi continuamente all'azione dei solventi, ed 
alle alternative del gelo e del disgelo, e degli altri agenti de- 
gradatori, fra i quali tengono certo il primo posto 1' acido car- 
bonico, l'ossigeno e il clivaggio, nel processo dell'erosione mie- 
teorica, senza della quale, noi possiam dire, non esagerando 
punto, che sarebbe stata impossibile 1' agricoltura. La quale si 
esercita, su questa come pellicola formata da detriti più o meno 
sminuzzati delle roccie circostanti o sottogiacenti: laonde è forse 
una delle più esatte denominazioni , fra le molte che hanno 
dato gli scienziati al terreno agrario, quella di terreno di tra- 
sporto adottata dal Breislak, nella citata sua opera. 

Seguendo questo autore che, come tutti gli esatti osservatori, 
dice cose vecchie sempre nuove, facile ci riuscirebbe il compito 
di dar qui una esatta idea delle ghiaie, delle sabbie ed arene , 
delle argille, delle puddinghe, e dei tufi calcarei, non che delle 
composizioni dei terreni dei monti della Brianza più propinqui 
a Milano. Ma su questa rassegna, che riuscirebbe, con una traccia 
così sicura, non molto difficile il compilarla, vogliamo sorvolare, 
comecché l'indole del presente lavoro non consenta dettagli troppo 
scientifici , ma comandi eziandio una parsimonia dialettica, che 
deve afiarsi con lettori eruditi sì, ma in fatto di geoscopia agri- 
cola , tutt' altro che versati. Adunque a questi, più che co- 
noscere i processi singoli della formazione degl'impasti terrosi 
propriamente detti e della loro classificazione agrologica, preme 
il sapere quali sieno i dati statistici desunti dai catasti dei 
singoli comuni censuarì, e delle Ditte intestate componenti ki 
nostra Provincia , sia quanto alle superfìci , sia quanto alla 
rendita parziale dei beni censibili come o a quella censibile com- 



232 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

plessiva, e questo per la sua parte alta, non che per la bassa. Ora 
rispetto a ciò siamo in grado di offrir loro un esatto lavoro, clie 
noi dobbiamo alla solerzia d'un intimo amico, il Comm. Antonio 
Canova, il quale a bella posta e nell'interesse di questo scritto, 
ce lo preparò nei due seguenti prospetti (Allegati A. B.). 

Bestiame vaccino. — Nell'agricoltura il terreno esercita sva- 
riati uffici; ma fra questi non sono ultimi quelli che riguardano 
il nutrimento delle piante, il quale consiste nelle materie solide 
alibili, e nell'acqua che il suolo racchiude. Ora rispetto agli ani- 
mali rurali la terra continua in certa guisa questo benefico suo 
ufficio, non già direttamente, ma bensì indirettamente, cioè colle 
erbe di cui si copre e che servono di cibo ai detti animali; i 
quali possono considerarsi come il mezzo, o la macchina, mediante 
la quale si trasformano queste erbe in letame, che è alla sua 
volta la materia prima, che alla terra ritorna per esservi tra- 
sformata in prodotti commerciabili. In tal caso la materia prima 
l'erba verrebbe somministrata alla macchina bestiame dalla terra 
stessa, e gli animali non farebbero altro che dare ad essa erba 
una nuova forma, quella di concime, il quale è appunto non il 
solo, ma il precipuo prodotto della macchina animale, e sta ai 
terreno come l'erba sta agli animali. Terra ed animali sono adunque 
in tal caso due macchine che concomitantemente ed incessante- 
mente si aiutano , l' una non potendo senza l' altra funzionare 
in un modo intensivo, rispetto ad una azienda agricola bene 
ordinata. Infatti se l' agricoltura non prepara con tante e sì 
dispendiose cure, come avviene appunto in Lombardia, i foraggi 
agli animali, non si ha più la zootecnia propriamente detta, ma 
una pura e semplice pastorizia, come nell'agro romano e nelle 
maremme toscane, ove gli animali domestici son bradi. 

Per altra parte cosa sarebbe l'agricoltura lombarda, segnata- 
mente della bassa^, senza le numerose sue bergamino? Le man- 
cherebbe, per così dire, il santo protettore dei suoi principali 
prodotti e dei prati medesimi, e sarebbe non più intensiva ma sem- 
plicemente estensiva, come nelle due regioni sopraddette, ove il 
caseificio non ha nessuna importanza e i due fattori della produ- 
zione, si riducono al pascolo naturale ed al maggese cui succede 
ogni tre, cinque, o sette anni un raccolto di frumento. Dal fin qui 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 233 

Jetto ne emerge chiaro, che il paese meglio coltivato e che 
liroduce di più è sempre quello che possiede il maggior 
numero del miglior bestiame, riferibile ad una superfìcie data, 
per esempio all'ettaro, unità di misura questa che esige per lo 
meno un capo di grosso bestiame, onde la terra non sia spos- 
sata dalla produzione. Laonde si giudicherà subito, se si tratti 
di una buona o cattiva agricoltura, dal solo dato, se un ettaro 
di terreno in cultura può alimentare colle risorse in foraggio 
che gii dà un determinato avvicendamento, o rotazione, un capo 
^li-rosso di bestiame. 

Se confrontiamo il dato relativo alla media generale per il 
nostro regno, troviamo ch'esso non alimenta che 16, 79. capi 
grossi per chilometro quadrato, mentre nelle Fiandre sulla stessa 
superfìcie vivono ben 58 capi grossi. Ma se la condizione di tutto 
il regno, ci mette, sotto questo rapporto, tanto al disotto dello 
straniero, è cosa lusinghiera per noi il raffronto della nostra 
provincia in particolare con questo paese straniero distinto 
sopra ogni altro per capacità di produzioni , per intrapren- 
denza umana e per fermezza di volere sopra un suolo ribelle; 
dappoiché la provincia di Milano gli sta assai d'accosto da questo 
lato, contando per ogni chilometro quadrato 48 capi grossi bovini, 
e rispetto alla popolazione 142 per ogni mille abitanti. 

Onde può dirsi che non solo superò in ciò tutte le provincie 
del regno ma ben anco quelle d'oltr'alpe più celebrate. A Pavia 
l)erò come a Milano nei fondi dominati dalle marcite può collo- 
carsi la cifra eccezionale di oltre una bestia e mezzo per ettaro. 
Questo risulta dalla nostra relazione sui poderi del Pavese con- 
correnti al premio d'onore nel Concorso del settembre 1877, dalla 
quale può rilevarsi altresì a pag. 88, 93 e 116 che nei poderi 
Cascina Grassa, Granzetta, e Filighera, la quota per ettaro va 
da 0,75 a 1,18 e più per ettaro , come succede quasi sempre 
nei fondi irrigati dalla Yettabia, ed in altri in vicinanza della 
città da porta Vittoria a porta Magenta. 

Del resto ognuno sa che non solo la nostra provincia, ma 
tutta quella parte feracissima della valle del Po, che sta com- 
presa fra la Sesia ed il Mincio, assume sicuramente la massima 
importanza, per il numero e per il reddito degli animali che ali- 
menta. A questo certo contribuiscono le condizioni naturali , 



234 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

perchè mentre le cime delle Alpi ed il vasto labirinto dei monti 
prealpini forniscono nell'estate pascoli di erbe aromatiche ed acque 
limpidissime fino oltre il livello della vegetazione arborea, mentre 
rimangono stazioni ancora adatte pel bestiame lattifero, 1' arte 
concorre, come abbiam visto, ad aiutare grandemente queste con- 
dizioni naturali, poiché si veste, mercè sua, di una costante ve- 
getazione erbacea il sottoposto piano lombardo ed in ispecie 
milanese, originariamente arido e brullo. Tale abbondanza di 
produzione foraggiera del piano, lascia campo ad alimentare i 
bestiami che vi trasmigrano durante l'inverno. 

Esso bestiame trasmigrante però appartiene a mandriani di 
professione abitanti delle valli, il cui reddito consiste nei lat- 
ticini. Alla fine dell'estate infatti tu vedi grosse mandre discese 
dalle Alpi bergamasche e della Valsassina pascolare le erbe quar- 
tirole e consumare alcuni fieni dei tenimenti, ove non v' è mandra 
stabile. Così procacciano un esito ad alcuni prodotti, e arricchi- 
scono di letame i poderi stessi; i quali senza né l'esborso né i 
rischi del capitale a bestiame possono procurarsi quella materia 
prima che la terra trasforma in prodotti commerciabili, come 
abbiam detto di sopra, cioè il concime. Il capitale a bestiame si 
riduce in questo caso per il proprietario alle sole bestie da 
lavoro (bovi e cavalli); sistema invero assai antico e pri- 
mitivo, biasimato quindi dai teorici, ma al quale occorrerebbe 
applicare una razionale scrittura agricola , per vedere se real- 
mente egli rappresenti l' inizio di quella divisione del lavoro 
che il celebre Gasparin segnava come l'ultima fase del perfe- 
zionamento agricolo, la quale deve separarci gl'interessi della 
zootecnia e pastorizia , da quelli dell' agricoltura propriamente 
detta, avvenendo del fieno come della massima parte degli altri 
prodotti, i quali si vendono in natura senza il bisogno di costosa 
trasformazione. 

V'é solo una obbiezione a fare ed è grave, quella cioè, che 
in un tale sistema di separazione fra la pastorizia e l'agricoltura 
vi è ammanco di letame. Infatti i proprietari ed i conduttori di 
queste mandre nomadi, che diconsi con vocabolo proprio Ber- 
gamini, forse dal tedesco Berg, e che riforniscono il loro be- 
stiame allevando vitelli propri, e cedendo il latte in molti casi 
al conduttore del fondo o ad industriali di caseificio, per farne 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 235 

in genere quella qualità di formaggio che dicesi stracclmio, non 
soggiornando Testate nel fondo, il letame manca per tutto questo- 
tempo sì favorevole alla sua formazione. Ma chi dice a noi che- 
questo non fosse appunto il caso, in cui l'aggiunta al letame df 
stalla dei così detti ingrassi chimici, o artificiali, potesse trovare- 
la massima convenienza? Non tiriamo innanzi il discorso, perchè 
questo non è il luogo per sollevare una siffatta ardua questione 
attinente all'economia rurale lombarda. 

La più grande quantità di vacche è ripartita nel territorio mi- 
lanese in grosse mandre da 30 a 120 capi sui grandi poderi ov& 
tengonsi in ampie cascine. Sono queste le mandre a stabula- 
zione perpetua che in massima generale non rifornisconsi con 
allievi propri; giacché, non ostante i lodevoli tentativi di alle- 
vare vacche sul luogo, fatti dal Secondi e da altri, neppure nel 
Lodigiano, che pur conta nel solo suo circondario ben circa 27 
mila vacche da latte, pare convenga questa rimonta casalinga ,. 
perchè vien a costar troppo il foraggio di scelta qualità che fa 
d'uopo adoperare nell'allevamento, facendo a questo concorrenza 
il caseificio e non potendo servire per un normale allevamento 
stesso un foraggio scadente, ed occorrendo molto latte per l'alle- 
vamento dei vitelli. Da qui l'uso dei nostri fìttabili e proprietari 
di derivare le vaccine all'età di due anni e mezzo dai cantoni 
svizzeri di Svitto, Vaud, Lucerna, Uri, Untervald, Zug, Zurigo,. 
Argovia, Glarona, S. Gallo, Appenzell, Vallese, Grigioni ed una 
parte di quello di Berna, cioè dell'Oberland. Queste vacche eso- 
tiche coi feraci pascoli del Lodigiano divengono più grosse o 
sommamente lattifere. Se tutto ciò è vero in tesi generale, noiì 
può dirsi però che qualche utile tentativo non s' incominci a 
fare d' un allevamento paesano , segnatamente mediante incroci 
di vacche nostrane, o per dirlo esattamente, di vacche svizzere- 
acclimatate, con sangue svizzero puro, a dimostrare il che, basti 
la mostra zootecnica avvenuta testò e della quale noi che scri- 
viamo rendemmo minuta rassegna nel giornale il Pungolo del 
settembre nei numeri, 249, 250, 257, 258. 

L'acquisto delle vaccine svizzere ha luogo anche alla fiera. 
di Lugano e nell'interno della Svizzera, ma molti agricoltori 
fanno le provviste spingendosi perfino sulle montuose praterie 
d' allevamento, ondo potere fare una miglior scelta. Quelle se- 



230 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

gnatamente di Svitto e di Lucerna per prodotto più copioso 
e durevole di latte, e per la maggior robustezza, sono le più con- 
facenti ai poderi un po' oleaginosi e molto pingui. Ivi per l'ab- 
bondanza delle marcite vengono le vacche ad esser nutrite quasi 
costantemente di foraggio verde, ad eccezione di uno od al più 
due mesi dell'inverno, in cui consumano fieno agostano e terzuolo, 
il quale ultimo le fa meno copiose ma capaci del miglior latte 
in paragone di altri foraggi secchi. È inutile il provare scienti- 
ficamente come il latte proveniente da alimento secco, sia più 
^ano e più sostanzioso e dia anche in formaggio prodotto di mi- 
glior qualità, in confronto dell'alimento verde, più acquoso e 
sfiancante le facoltà digestive. Il nutrimento secco però è il più 
costoso di tutti. 

Oltre il prodotto del latte, di cui si farà cenno in appresso, 
qualche utile si ritrae anche dai redami che se ne ottengono 
e che annualmente può ritenersi di poco meno d' un capo per 
ogni vacca, pochissimi essendo gli aborti, se la madre vien cu- 
rata con diligenza durante la sua gestazione. I redi destinati al 
macello vendonsi d'ordinario di quindici giorni, ed è buona re- 
gola dopo che hanno succhiato il colostro di non far loro più ve- 
dere la madre; ma di nutrirli al mastello, abituandoli a bevere 
coll'immergere nel mastello stesso la mano destra in modo che 
sporga appena appena dal livello del liquido il pollice. Il vitello 
crede di poppare il capezzolo, e ingannato così, succhiando ei 
beve, e dall'inganno suo vita riceve. Tale inganno suo ci per- 
mette altresì di unire al puro latte del the di fieno e del siero, 
la quale aggiunta contribuisce ad un tempo, all'impinguamento 
ed all'ossatura. QuCvSta carne bianca di vitelli lattoni che non è 
certo della migliore per l'igiene, ma che è assai delicata ed ap- 
pettitosa, quarant'anni fa si vendeva da 15 a 18 soldi ogni 800 
grammi, dedotto il 28 per cento di tara: ma ora i macellai la 
vendono L. 2.50 il chilogramma. 

Il numero delle vacche esistenti in tutta la nostra provincia 
può calcolarsi, secondo l'ultima statistica ministeriale, a 109,333 
o i tori da monta a 2019, per cui se ne deduce che tocca ad ogni 
toro una cinquantina di vacche. È però questo un numero ecces- 
sivo di mogli, e si avrebbe anche nel vitellame da macello un 
maggior risultato, se si assegnasse un numero doppio di ripro- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 237 

duttori, e se questi si mettessero in funzione non dai 12 ai 18 
mesi, ma un poco più provetti, senza lasciarsi intimorire dalla 
pesantezza del maschio e dalla ferocia sua, la quale è più im- 
maginaria che reale, nella mansuetissima razza a mantello scuro 
affine a quella di Simm (Oberland Bernese) a mantello bianco 
rosso e giallastro, non che alla Bernese e alla Friburghese che 
ha la sua culla nell'alta valle della Sarina. Il Bue tipico però 
pel lavoro, a nostro avviso, lo potremmo ottenere da un ben 
inteso incrocio fra il maschio svizzero puro sangue a manto 
bianco il più possibilmente deciso e da lavoro ed ingrasso, colla 
vacca chianina puro sangue, che sono i duo sangui più puri e- 
meglio stabiliti, la fusione delle cui forme avuto sempre riguardo 
al pelame ci darebbe il vero ideale del Bue da lavoro e da in- 
grasso, che presentiamo al lettore nella seguente figura tratta 
dal vero e risultante da un tale incrocio, congiunto a razionali 
selezioni delle femmine (Vedi fig. 12). 




Fk. 12, 



Di vitelli non sanati sotto i sei mesi, secondo la stessa sta- 
tistica, confermata dall' annuario ministeriale da noi ricevuto 
il 15 maggio a. e, ne esistono in provincia 1035 e di vitelline 
e vitelli ce ne sono pure sotto i sei mesi 11,721. 

Per la coltivazione dei terreni nutronsi molti buoi, alcuni dei 
quali si tirano già pronti al lavoro dalla Svizzera e propria- 
mente dal cantone di Lucerna, ma gran parte provengono da 
vitelli svizzeri comprati ogni autunno di quattro a sei mesi circa, 



238 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

-c mandatici in abbondanza dai Grigioni e da Glarona, come pure 
dal Voralberg. Tali giovenchi vengono tirati su pel lavoro nelle 
nostre provincie di collina, e, con cura più speciale che da per 
tutto, nel nostro altipiano milanese, dove si amministrano loro 
l^)ersino le uova, quale addizione plastica dell'ordinaria e scel- 
tissima razione, fatta secondo i migliori suggerimenti tecnici 
•dei libri moderni, che i nostri coloni non hanno al certo mai 
letti. Questo vitellame viene, a completo sviluppo, acquistato 
dai coltivatori del Basso Milanese; ma secondo alcuni i vitelli 
cresciuti sul Varesotto e nella provincia Bresciana gli fanno 
concorrenza. Anzi questi ultimi si reputano assai pregevoli 
per forme, robustezza e tolleranza a fatiche più rudi, ed anche 
per buona qualità delle carni. Sa non che in quella parte 
della provincia che volge al Pavese, e che, come abbiam detto 
di sopra , da Bereguardo , Vigulfo e Corte Olona dovrebbe 
•essere nostra fino al Ticino, le razze bovine da lavoro e da 
latte sonvi affatto specializzate ; le prime nell' indigena razza 
Piemontese ed in quella pregiatissima delle Langhe, che è piut- 
tosto sotto-razza, e la Bresciana, o per dir meglio Tirolese, 
perchè la sotto-razza Langarda partecipa più che altro delle 
qualità della Piemontese. Quest'ultima va pure dotata di un certo 
:grado di utile riuscita, che è un pregio della razza a manto 
grigio e bianco, di alta statura e nerboruta, chiamata impropria- 
mente Bresciana , poiché s' importa allo stato di giovenca e di 
vitello dal Tirolo (1). Le vere lattaie però sono quelle dei can- 
toni sunnominati, quali bestie voraci, e buone assimilatrici, e 
quindi macchine atte a trasformare fieno ed erba in prodotti 
•commerciabili ed in concim.e; non vi ha dubbio però, che miglio- 
rerebbero molto quelle allevate nelle prealpi bergamasche e bre- 
sciane e in generale nel piedimonte lombardo, se in tanta asprezza 
di luoghi si sapesse dar loro una specie di educandato, atto 
-a far acquistare alle nostre produzioni indigene i pregi cli^ loro 
juancano, onde far concorrenza alle matronali svizzere pro- 
priamente dette. 

La Svizzera però è a nostro avviso una fonte di classica im- 
j)ortazione, quando realmente si sappia e si voglia ricorrere alla 



(1) Vedasi la relaziona dello scrivente sulle aziende pavjsi, citata in addietro, ed insorta 
1131 N. 102 degli Annali del Ministero. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 239 

specie bo vina brachicefala, cui appartiene la razza giurassica, o 
giurese (Fleckvieh) così detta poiché ritiensi originaria della 
regione meridionale della catena del Jura. Questa occupa i 
cantoni occidentali della Svizzera, Neucliàtel, Berna, Friburgo 
e Vaud. Caratteri generali della razza giurassica sono la statura 
grande, lo scheletro voluminoso, pelle in generale molle ed ela- 
stica^ mantello sempre pezzato di due colori fra i quattro se- 
guenti, nero, bianco, rosso e giallo. 

Del resto il nostro bue dopo sette anni di lavoro ci dà una 
carcassa adattatissima a ricevere un impinguamento convenien- 
tissimo senza ricorrere per V oggetto della sola carne ai tipi 
precoci inglesi e francesi Durnahm e Charollais, affatto ina- 
datti per il lavoro. Ciò che è tanto più vero considerando 
che la carne del bue maturo ingrassato dopo il lavoro, supera in 
qualità igieniche e gastronomiche sempre quella del bue grasso 
specializzato. A Modena ed altrove, come ci ha mostrato l'Espo- 
sizione zootecnica nazionale, si stanno facendo tentativi in senso 
diverso, e noi li lodiamo, ma aspettiamo prima di cambiar parere. 

Ed a proposito dei buoi da ingrasso, diremo che fra noi, ter- 
minato che abbiano la vita agricola, si sogliono vendere come 
magroni ai macellai, quando non si vogliono ingrassare nella 
propria stalla. I macellai, specialmente milanesi, li pigliano tali 
quali dagli agricoltori e li tengono in riposo in apposite stalle, 
fornendo loro abbondante fieno maggengo e panello di linseme, 
-ed oggi la così detta burlanda, che è un cascame liquido delle 
fabbriche di alcool Sessa, Branca ed altri. Così ottengono i ma- 
<;ellai quel che suol dirsi un bue di alta grassa, il cui peso 
dedotte la testa e le interiora, ecc. (Frattaglie), può giungere sino 
a 700 chilogrammi. Oltre a queste stalle da ingrasso, esistono 
in vicinanza della nostra città dei veri e propri stabilimenti 
per r impinguamento delle bestie da macello. Uno di questi è 
sito fuori di Porta Vigentina e precisamente alla cascina Alta- 
-guardia, condotto dai signori Nolli e Guzzeloni. Capace di ben 
otto grandi stalle, ricovera sino a 400 buoi che vi stabulano 
da 2 a 6 mesi colla dozzina di L. 1, 50 al giorno per conto di 
quei macellai che non possono o non vogliono avere proprie 
stalle per tale completamento dell'ingrasso, poiché molti dei buoi 
che comprano alcuni macellai, sono già ad un certo punto in- 



240 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

grassati. L'introduzione però della hurìanda come componente 
principale della razione addizionale d'ingrassamento, non è un'in- 
novazione che abbia certo migliorato la qualità delle carni mila- 
nesi ; le quali, se nell' utilizzazione di tal cascame non hanno 
certo scapitato in facoltà nutritiva , bensì non guadagnarono 
punto per l' aromaticità del rost-heaff e del lesso, che non fan 
più concorrenza all'eccellente muscolo del bue Chianino, che sulle 
piazze di Roma e di Parigi, sebbene alimentato di rape ed 
erbai temporanei, oggi può considerarsi come la carne più squi- 
sita di tutta Europa. 

Altro stabilimento congenere e che si regge colle stesse norme^ 
però su scala men vasta, esiste alla Fontana, ed appartiene a 
certo signor Bianchi. La profenda che si adotta in questo ingras- 
satolo è precisamente quella da noi qui sopra tracciata. Rispetto 
alla statistica, per i buoi può ritenersi che nella nostra Pro- 
vincia ne esistono 18825 divisi in 1252 da macello e 17573 
da lavoro. Sommando questa cifra colle precedenti, relative alle 
diverse categorie di bovini, di cui abbiamo discorso fin qui, ve- 
niamo ad una totalità di 143,043 capi. 

Equini. — La Provincia milanese non ha razza propria e 
molto meno indigena di cavalli; né l'allevamento le converrebbe 
in grande, per la mancanza di estesi pascoli di poco valore, e per 
il prezzo altissimo dei terreni, e per la presenza dell'irrigazione 
e per la qualità troppo pingue delle essenze erbose e delle pra- 
terie monofìte , che prevalgono alle prime. Vi sono però ca- 
valli in gran numero e non meno al certo, nel solo circondario 
di Milano, di un 12 a 13,000, dandoci le statistiche del censimento 
generale eseguito alla mezzanotte dal 3 al 10 gennaio del 1876 
il numero di 12,385 cavalli e 609 muli , cifra quanto ai primi 
che non supera quella che il già citato più innanzi ing. Albino 
Parca ci dava nel 1844; nella quale però non venivano com- 
presi gli appartenenti alla in allora milizia austriaca. Al dire di 
questo scrittore, 700 circa di questa totalità servivano ai lavori 
agricoli, mentre oggi nei comuni del circondario milanese, risulta 
quasi costante il fatto che al numero dei proprietari è all'incirca 
eguale il numero dei cavalli esistenti, il che vuol dire che 
pochi sono i proprietari che posseggano un solo cavallo. Que- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 241 

sto fatto deriva da ciò che i coloni che coltivano terreni presi 
•cA affitto sono pure possessori di cavalli, il numero dei quali 
e significante in campagna, perchè i possessi qui si dividono in 
})iccolissimi apprezzamenti, per modo che un solo cavallo basta 
al servizio, sia dei trasporti che della coltivazione , e negli 
orti suburbani è uno stesso cavallo che la mattina riposa, il 
l^norno fa girare il bindolo adacquatore, e la notte alle 3 tras- 
l)orta verze, zucchi, ed altri ortaggi al Verziere, procurandoci 
qr.el monotono rumorio notturno che tanto contrasta col cin- 
guettar degli augelli, che rallegrano i cortili piantati e i giar- 
dini civici. 

Ove la coltivazione s'esercita in più vasta scala e resta af- 
fidata ai grossi fìttabili, questi divengono proprietari di un 
eerto numero di cavalli, in quanto loro occorrono ai lavori di 
campagna in sussidio ai buoi, dei quali ultimi i cavalli sono 
sempre migliori per le scarificazioni, per le cilindrature e in 
genere per tutti quei lavori secondari di adattamento nei quali 
^"impiegano gli arnesi , che agiscono a colpo secco , quali ad 
esempio gli erpici e gli estirpatori , che tratti dal lento e pe- 
santissimo bue non danno neppure la metà di quell'effetto utile 
di cui son capaci i cavalli. E venissero pure i Milanesi imi- 
tati dall'altre provincie italiane nel far passare il cavallo nei 
loro lavori agricoli: tanto più che nei paesi aridi, l'acredine 
dei fieni secchi tanto meglio si adatta al cavallo che al bue. 
E presso questi fìttabili dove succede qualche tentativo di al- 
levamento anche nel nostro circondario milanese, ove comples- 
sivamente vennero numerati ben G4 allevatori, cifra bensì che 
non oseremmo dare come un preciso termine statistico; perchè 
molte commissioni comunali, e fra queste quella della città nostra, 
jìongono in dubbio che realmente esistano cavalle state indicate 
dai denuncianti quali destinate alla riproduzione : e vige l'opi- 
nione che possano essere accaduti sbagli di applicazione nelle 
colonne della scheda. 

Si può osservare intanto che il proprietario di una cavalla, 
quantunque essa si trovi gestante, raro è che la lasci inoperosa 
e non l'adoperi fino all'ultimo mese di pregnanza, essendo opi- 
nione fallace che nulla ne soffre e anzi ne tragga vantaggio 
l'cl momento del parto. L'allevamento adunque del cavallo in 

AllLAAO. — \0\ III. 16 



242 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

dettaglio presso i fìttabili, potrebbe per la nostra Provincia es- 
sere tutt' altro che un' utopia, quando l' istruzione zootecnica 
entrasse nel concetto dei coltivatori, e questi se ne valessero 
più di quello che fin ora hanno fatto. In tal caso vedrebbonsi 
anche gli stalloni governativi, che fin qui non diedero impulso 
molto sensibile all'allevamento, produrre i loro incontrastabili 
vantaggi. Il che non ammetteranno i selezionisti ad ogni costo, 
i quali potranno bensì sostenere che la selezione deve precedere 
ed accompagnare l'incrocio, ma, per ottenere risultanze serie, 
estese, pronte ed opportune a ciascuna plaga, non potranno mai 
escludere questo mezzo potentissimo e pronto ad introdurre nelle 
razze o indigene, o importate, o guastate da prima, quella ria- 
bilitazione del sangue cavallino, che all' Italia è mancato nel 
tempo del suo servaggio, ma sulla quale hanno e possono gran- 
demente influire gli stalloni governativi e i depositi, che la mu- 
nificenza dei nostri Re cavallereschi e guerrieri ha sempre con 
amore pari alla loro generosa indole coadiuvati e protetti. 

Il totale dei cavalli della città di Milano è 5253, e in questo 
quantitativo vi portano un buon contingente le varie imprese 
pubbliche di trasporti, ecc. La sola Società anonima degli om- 
nibus conta (pag. 7 Censimento Cavalli del 1876) 474 cavalli, 
e le altre imprese cadauna da 20 ad 80 cavalli. Che se vogliasi 
tener conto del rilevante numero dei proprietari di cavalli di lusso, 
può quasi stabilirsi che non v'è ricca famiglia, e in MiLmo 
son molte, che non possegga il suo cavallo da carrozza, mentra 
havvene di quelle borghesi e patrizie molto ricche che ne man- 
tengono nelle proprie scuderie molti, senza contare per esempio 
i depositi dei cavalli da commercio, che i mercanti tengouD 
nei pressi della città e fra i quali merita nota quello fuori porta 
Romana dei sigg. Corbella e Lainati e l'altro dei sigg. fratelli 
Huber mercanti che hanno succeduto, dicono, alla Ditta Valerio. 
I cavalli che servono all'agricoltura nell'agro milanese trag- 
gonsi per la più parte dalla Svizzera, molti anche dal Mantovano o 
dal Cremonese; pochi dalle altre razze Cispadane e Traspadane. 
La provincia di Cremona nell'ultima esposizione si affermò in 
modo così splendido e favorevole anche agli effetti dell'incrocio ben 
inteso consociato alla selezione, da farci presentire la sua grande 
importanza come sede di allevamxento equino, mantenendo non 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 243 

solo quel credito, che pur seppe acquistarsi anche nell'esposiziono 
nazionale di Firenze, ma superando l'aspettativa stessa del Re 
nostro, che tien dietro con tanta intelligenza e con tanto inte- 
resse all'incremento agricolo e zootecnico della comune patria. 
Fin qui però noi siamo, come nel 1844, tributari allo straniero 
per i cavalli da tiro e da sella di mero lusso, che annualmente 
arrivano in gran numero a Milano, mercato principale d'Italia 
per i cavalli stranieri. Provengono questi principalmente dall'OI- 
denburg, dall' Annover, dal Meklenburg ed anche dall'Inghil- 
terra; fra quelli del Meklenburg specialmente sonvi di razze in- 
crociate con mezzi sangui e puri sangui inglesi, che sembrano 
affarsi meglio di tutti gli altri al nostro clima ed alla qualità 
■del nutrimento. È questo, a base di fieno maggengo de' prati di 
Ticenda pei cavalli da tiro e da sella; fieno maggengo di mar- 
cita od agostano in abbondanza ed erba nell'estate per quelli 
di campagna, con poca avena in addizione alla profenda. 

Asini e muli son poco adoperati nella nostra provincia, la quale 
comecché piana non sente i vantaggi di questi pazienti somieri 
nella sicurezza delle cui spalle, sta appunto il pregio che li fa 
prediligere ai cavalli stessi al monte ed al colle. 

L'asino dispiega i suoi altissimi pregi come animale da lavoro 
nelle regioni meridionali e tropicali, nelle quali ultime può ga- 
reggiare perfino col cavallo in quanto alla forza e all'intelligenza, 
sebben gli rimanga sempre al disotto in quanto alla velocità, 
alla sveltezza ed alla generosità del carattere. Presso di noi e 
nei posti un po' freddi l'asino vien valutato solo per la sua par- 
simonia e frugalità, contentandosi ivi degli scarti della greppia di 
qualunque altro quadrupede domestico. Per ciò stesso non può 
avere a Milano importanza di sorta, dove è così abbondante il 
foraggio e cotanto apprezzato il tempo, che l'asino certamente 
non risparmia. 

Il mulo figura sotto i grossi fardelli nel servizio succursale ai 
grandi mezzi di trasporto ferroviari, fra le stazioni ed i piccoli 
centri di produzione, segnatamente di granaglie, di farine e di 
commestibili in genere. Il mulo però sarebbe un prezioso dono anchj 
per l'agricoltura, ove se ne riconoscessero i pregi fra i quali 
primeggia 1' estrema sicurezza delle sue spalle , ereditata dal- 
l'asino, ma è forse troppo caparbio e talvolta traditore. 



244 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

La provincia conta ciò non pertanto 2822 muli e 6794 fra 
asini, asine ed asinelli. 

I.a nostra provincia inoltre possiede in cavalli castrati da 4 
a 14 anni inferiori all'altezza di m. 1. 40, ben 5229 capi, e su- 
]ì3riori a questa altezza 9776: di cavalli vecchi, cioè superanti 
idi anni 14, ne ha 5050. In quanto ai cavalli interi, che non 
vanno confusi coi veri stalloni, ne ha inferiori e superiori al- 
l'altezza di in. 1. 40 numero 149, e degli stravecchi, ossia superiori 
ai 14 anni, ne contava la mezzanotte dal 9 al 10 gennaio 1876' 
ì\.^ 66. Mentre di stalloni approvati, cominciando a contare dalla 
loro capacità virile ne aveva soli 13, i quali è presumibile che 
attualmente siano cresciuti, anziché diminuiti. 

Delle cavalle di servizio da 4 ai 14 e piìi anni inferiori e su- 
riori all'altezza di m. 1.46 ne possiede 8052, e di quelle de- 
dicate esclusivamente alla riproduzione quali fattrici distinte ne 
])ossiede 409. Pei puledri e puledre sotto i 4 anni abbiamo la cifra 
(li 4533. Laonde, riassumendo tutti questi dati in una cifra com- 
plessiva, noi abbiamo un patrimonio cavallino di 33277 capi. 

Ovini. — La razza ovina, come mezzo zootecnico coadiuvante- 
l'azienda rurale è, si può dire, sconosciuta nella provincia di Mi- 
lano. Però fino dall'anno 1837 il prof. Bonora {Bollettino della 
Società Agraria del 15 gennaio 1874) in un estratto di statistica 
ri dava per la provincia di Milano, a cui noi aggiungiamo quella, 
di Lodi comecché oggi aggregata per la massima parte, un 3000' 
capi ovini, mentre Brescia ne contava, secondo lui, a quell'epoca 
11982, Como 26631, Sondrio 36898 e Bergamo 63302, quindi 
Vìi totale in allora per le lombarde provincie di 141,813. Vi sa- 
rebbe un incremento ben lieve, dandoci l'ultima statistica mini- 
steriale per Milano montoni indigeni e forestieri 705, pecore 3292,, 
becchi 160, capre 529, quindi un complessivo di 4688 ovini. 

Da tutto questo si deduce che il bestiame ovino lombardo in 
cui figurano principalmente le provincie ora nominate trovasi 
] er la maggior parte nelle vallate del territorio montuoso, e- 
] resse le cime dei maestosi monti che a Milano fanno non lontana 
corona ; sulle quali, comecché erte ed ingombre di roccie e macigni,, 
non ])onno accedervi che pecore e capre a pascolare quelle erbe 
finissime ed aromatiche, che la falce non saprebbe utilizzare. 



MILAXO AGRICOLA E SUA PRaVINCIA 245 

Questi piccoli animali, sicuri del loro passo, non dirupano facil- 
mente. 

È altresì vero che mentre vi son dei luoghi come questi, chà 
•escludono la vacca, la pecora non è esclusa da alcuna condizione 
ne di clima né di terreno. Di ciò è prova la Francia nelle Ca- 
marghue, pianure basse e marazzose, ove si allevano moltissima 
pecore (Lavergne Franco, pag. 172). Neir estuario veneto la 
grossa pecora bergamasca, sotto il nome di Padovana, utilizza 
quei terreni pur marazzosi, dove il pie del cavallo e del bue affon- 
«derebbe. Vero è che, volendo una pecora per la bassa Lombardia, 
bisognerebbe, come hanno fatto gli Inglesi, farla apposta coU'in- 
crocio nostrale della padovano-bergamasca predetta, già abituata 
air umido, ed il montone vissano o bergamasco (che in fondo 
sono quasi fratelli) già abituato al freddo. Ove poi volessimo 
avere ricorso all'incrocio straniero, occorrerebbe cercarlo nei 
Dishley ou Neìc-Leìcester di cui offriamo la figura (vedi fig. 13). 




13. 



Potrebbero anche servire i Merinos dei dipartimenti setten- 
trionali francesi a grossa taglia o le vecchie razze di Lìncol, 
colle Dishley delle contee di Cambrige, Huntington pure umidi 
•e paludosi, come asserisce il già citato Lavergne {Economie 
rurale de V Angleterre , pag. 255); il quale dottissimo pub- 
blicista aggiunge inoltre: « Des touts les animaux doméstiques 



245 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

le mouton est celui qui se prète le mieux à toutes les condi- 
tions économiques comme à toutes les climats; il s' accomode- 
de la colture la plus arsièrée comme de la plus parfaite, ayant 
l'admirable proprieté de se prèter à touts les sols, mais ses 
produits sont bien differents daiis les differents cas » {France, 
pag. 133). 

Ora la provincia di Milano, non rappresentandoci neppur per^ 
sogno condizioni sì estreme, si presterebbe benissimo al grosso 
montone da carne meticcio, il quale né potrebbe costituire quel 
vecchio cespite di ricchezza, che fece fra gli Egizi un sacro 
idolo della pecora, e che i Romani adottarono come impronta delle 
loro monete, poiché 2^ecimia deriva da pecus, mentre l'intera 
Italia fu celebrata per tutto il mondo per la sua ricchezza in 
armenti. 

Se si considera la Lombardia, fatta astrazione dal lieve aumento 
succitato di Milano, abbiamo un complessivo di 203,585 ovini 
distribuito come appresso: per Brescia 52,861, per Como 39,644,, 
per Sondrio 63,832 e per Bergamo soli 42,560. Sono pur sempre 
però le valli Bergamasche e Bresciane, che ci danno i pastori 
nomadi, i quali coi loro branchi da 50 ad 80 scendono l'autunno 
a svernare nella bassa pianura non esclusa quella di Milano, per 
ritornare ai loro focolari alpestri sul principiare del maggio. 
Son questi branchi che ancor ci danno quel pecorone bergamasco 
gigante che i Prussiani vengono a comprare qual riproduttore 
di razza forte da carne sui mercati di elusone, e che formò la 
meraviglia dei doganieri francesi, quando ne cominciò l'espor- 
tazione a Parigi. Costoro nel vedere i nostri buoi, i nostri 
suini, ed i nostri montoni, esclamavano: Pare impossibile che 
. tali bestie vengano d'Italia, ed il sommo Ridolfi stesso dopo 
aver girato tutta l'Italia in cerca di un tipo da incrociare 
colla miglior pecora toscana, onde averne razza da carne, si 
fermò a pie delle Alpi, preferendo a tutti il da lui chiamato orec- 
chiuto pecorone bergamasco di puro sangue, di cui diamo qui a 
tergo l'effigie (vedi fig. 14) tosato, ondosi apprezzi meglio la statura 
di un animale tipico, da carne da latte e da redami. Ed oggi il fi- 
glio Ridolfi Senator Luigi, è sul meticcio così ottenuto dal padre, 
che istituisce le sue interessanti esperienze per ridurre a stabu- 
lazione perpetua ed alla cavezza la pecora d'ingrasso, come può- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 247 

rilavarsi leggendo la sua bella relazione sul sesto quesito pro- 
l)ostoal Congresso degli allevatori di bestiame, tenuto in Fi- 
leiize nel 1879, inserta poi negli atti del medesimo Congresso. 




Fig. n. 

E poi per farsi un'idea dell'importanza dei nostri ovini mi- 
lanesi e dare una smentita a quel certo Tedesco, che all'espo- 
sizione di Vienna sbertò tanto le pecore italiane, fatto che ci 
narra l'avv. Bersani (vedi Bolleiimo della Società Agraria, 26 
marzo 1874) basterebbe condursi al macello pubblico, o da uno 
dei nostri beccai per carne ovina milanese, per esempio quello 
in via San Clemente, per persuadersi che i nostri castrati, come 
animali da carne, non hanno da invidiare ai migliori dei ma- 
celli di Londra e Parigi : ciò che ci fé rilevare un agronomo in- 
glese, col quale prendemmo le dimensioni di una di quelle bestie, 
che qui non riportiamo per brevità e che superano quelle dei 
famosi moutons, che danno alle mense britanne e parigine il 
celebrato gigot. 

Il Bersani infatti conviene con noi che le nostre razze in 
quanto alla carne sono buone, e noi aggiungiamo che sono anche 
migliori delle inglesi , perchè non manca loro che la parte so- 
verchiante di quei filetti adiposi , che interponendosi d' infram- 
mezzo ai fascetti di fibre muscolari, che costituiscono la vera polpa, 
danno alla costoletta inglese quella mostosità adiposa che diviene 



248 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

nauseante, e che nel nostro gigot è sostituita da un voluttuoso 
aroma, che è la conseguenza eli tante erbe aromatiche , che i 
montoni inglesi non possono pascere nei pingui terreni su cui 
sono ingrassati. Conveniamo certo che la lana vai poco, e non 
è da paragonarsi a quella finissima della Disley, altrimenti New- 
Leicester, di cui demmo qui sopra l'effigie e che vien prescelta anco 
in Francia per incrociare coi Merini, e della razza Soutdown 
i cui arieti riproduttori si vendono al prezzo di due e tremila lire 
cadauno, e il di cui nolo per gli accoppiamenti è di lire sei- 
cento, e fino a 4500, come narra il Robiou de la Tréhonnais 
{Revue Agricole de l' Angleterre T. I.^ p. 109). Questi prezzi 
devonsi principalmente alla qualità della lana, perchè la sta- 
tura segnatamente dei Soutdown è media, ed inferiore di gran 
lunga alla grandezza dei nostri. Per migliorare in questo senso 
la lana del nostro meticcio, non bisogna neppure ricorrere agli 
incroci de' tipi da carne esagerati e quasi senz'ossa, che da noi 
non prosperano a causa della brevità e sottigliezza negli arti, 
come ha provato il Ridolfì. 

Bisognerebbe, come appunto hanno fatto i Toscani ed i Roman i 
per le loro masserie, procurarsi un tipo stabile meticcio. Tale 
è appunto il così àQiio pecorone Sottovissano affine al nostro, e 
ciò ne' modi ventilati nelle Conversazdoni agricole da noi te- 
nute presso la Società Agraria nel 1873. Essi Toscani e Ro- 
mani, e prima forse d'ogni altro il Collachioni di S. Sepolcro, 
al pari del Gallucci, del Taffuri, del Borano, dell' Angeloni, del 
Namnarone, ecc. per le Provincie meridionali e dei fratelli Bruno 
pel Piemonte , hanno avuto ricorso al merino spagnuolo puro 
sangue, Ovis aries hispanica. Esso viene distinto coll'appella- 
tivo di viaggiatore od ambulante (transhumantes), vivente in 
estate nelle montagne Castigliane ed Arragonesi, ecc. d'onde alla 
line d* autunno , come appunto avviene fra noi per il già detto 
disopra, trasmigrano nelle pianure della Mancia, dell' Estrema- 
dura e dell'Andalusia, per dimorarvi tutto l'inverno. 

Così facendo e mandando da parte le massime preconcette, che 
furono da noi vittoriosamente confutate nelle or ora accennate 
Conversazioni agricole (vedi Bollettino della Società Agraria, 
Marzo e Aprile 1874), la provincia milanese potrà bene e meglio 
mettere accanto alla sua preziosissima vacca, la pecora gigan- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 249 

tesca da carne, condannandola senza danno, al pari della vacca 
medesima, alla stabulazione perpetua, coma si fa in mezzo ai 
pingui pascoli d'Inghilterra e come sta facendo il succitato 
Senatore Ridoliì a Meleto. Del resto, che la speculazione della 
pecora anco da lana non è fra noi un' utopia, lo dimostra a ca- 
pello l'elaborato calcolo dell'Ingegnere Carlo Scalini di Como, ri- 
portato nel bollettino dell'Agricoltura succitato (29 gennaio 1874Ì, 
a corredo della 4.^ Conversazione agricola tenutasi, da noi che 
■scriviamo, presso la sede della Società Agraria nel 19 maggio 1873. 

Suini. — I maiali sono importante ed estimato prodotto nel Mi- 
lanese irriguo, ove, senza di loro, non saprebbersi utilizzare gli 
ultimi cascami del caseificio. Non molti afiittaiuoli nel Milanese 
ne hanno razza propria, e se ne introduce buon numero dal 
Piacentino. Dai due ai sei mesi si comprano al prezzo oscillante 
•di un sedici lire: giunti a 15 mesi circa, si stallano in appositi 
porcili in oggi costruiti quasi con lusso, e chiamati baste, ed 
ivi si lasciano circa sei mesi nutrendoli con crusca, pula di riso, 
siero, scotta ed altri residui del latte, ed aggiungendovi più tardi 
anche saggine e melgone inferiori, ridotti in farina. Così im- 
pinguati, raggiungono anco il peso di 200 a 250 chilogr. ciascuno, 
ma in quest'anno se ne macellò qui qualcuno di 300 a 350 chi- 
logrammi. 

La razza a ciò destinata è l'italica, non discendente recente- 
mente dal cinghiale (aper) ma da una razza selvaggia di cui 
non si sa forse rintracciare le origini, poiché la domesticazione 
del nostro porco è riconosciuta nell'Odissea, nel Deuteronomio, nel 
Ohiccking; e sui riflessi di Tacito, quasi potrebbe ammettersi 
che Mosè proibisse agli Ebrei l'uso del maiale, perchè il sover- 
chio abuso provocava la lebbra, sotto la cui generica ed elastica 
denominazione, chi sa se a quei tempi, ignari del microscopio, 
non si comprendesse anche la trichinosi, sebbene la sua forma 
non sia esantematica. Però anche gli Egizi vedevano di mal 
occhio questi preziosi animali, tanto cari al gusto dei Greci, 
dei Galli, dei Germani e degli stessi Latini. Fatto sta, che che 
ne sia di ciò, tale razza, che si ripete nel superiore Val d'Arno 
e nelle pianure dell'Umbria, è una razza eccellente, che sembra 
•quasi esente dalla trichina, tuttoché perpetuamente domestica 
■e raramente brada. 



250 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Essa va distinta dal porco macchiaiolo setoloso maremanno- 
e romano, ed altresì da quello quasi spelato porco meridionale, 
non che dal Parmense e Casentinese a pelo rosso, razze nos- 
trali tutte superiori alle vantate importazioni Berhsires, Jork- 
sliires, Middlesex e Anglo-chinesi. Queste razze straniere negli 
svariati loro pregi, fra' quali certo primeggia la precocità di 
sviluppo (vi si comprenda pure anche il porco russo pregevo- 
lissimo), non daranno mai quell'eccellenza di carni che rende così 
ricercati anche all'estero i famosi salami di S. Secondo , delle 
Romagne tutte, del Casentino e della nostra stessa Milano, 
sebbene quivi non si faccia uso di gManda; alimento questo che 
per la ricchezza che ha in tannino conferisce ai lardi conservabilità 
inarrivabile e notevolissimo aroma, come ce ne avvertono in 
estate le nostre pizzicherie cosi eleganti , da disgradarne una 
vetrina di chicche o di liquori ma al certo poco olezzanti. 

La provincia di Milano conta sopra a 30D00 capi suini così 
divisi: verri 356, scrofe 2015, magroni da ingrasso 1666, lat- 
tonzi tempaioli 11498. 

Ingrassi. — È una legge del destino che vuole che tutti i corpi 
nei quali cessa la vita divengano polvere. Questa è la parte 
minerale di cui erano forniti i corpi stessi; perchè i principi 
organici, carbonio, idrogeno, ossigeno ed azoto, fecero ritorno al- 
l'aria sotto forma di acido carbonico, di acqua, e di ammoniaca. 
Tale metamorfosi si compie nei principi organici più o meno 
lentamente, a norma che l'azione del calore, dell'aria, dell'acqua 
agiscono più o meno liberamente. Allorquando uno di tali agenti 
vien meno, la trasformazione non ha punto luogo; e se la loro 
azione non avviene collettivamente, la materia che ebbe vita 
passa per diversi stadi particolari, fra i quali si trova quella 
sostanza, che tutti conoscono sotto il nome di terrìccio. 

Esso non è pertanto che uno stato transitorio dei corpi orga- 
nizzati che sono in via di decomposizione, e questo è tanto vero, 
che il terriccio dell'oggi non è eguale a sé stesso nell'indomani: 
infatti esso si compone essenzialmente, primo, delle parti che 
sono in via di decomposizione ed alle quali si dà il nome di 
timo humus, secondo delle parti che sono il prodotto della 
decomposizione, e che si avvicinano alla natura ^eWacido umico^ 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 251 

terzo, finalmente di quelle parti che non sembrano più suscettibili 
di modificarsi, e perciò si chiamano fracidume o marciume. 

Il terriccio è quindi il concime od ingrasso più universale 
e più facilmente ottenibile. È il concime della natura: laonde 
è ben naturale che tempi addietro venisse considerato da tutti 
come l'alimento vegetale per eccellenza. Fornire il terreno di 
Jiumus fu pertanto il primo precetto teorico; e i sovesci e i cosr 
detti composti vegetali o terriciati lombardi ( Mede), che così 
appunto appellaronsi, perchè ne è il paese classico la Lombardia, 
furono anche per le altri parti d'Italia ed all'estero le prime 
ricette agricole per far concime senza o con poco sterco. Queste 
composte ebbero facile diff"usione, forse perchè promettevano il 
molto per poco. 

Saussure, Sennebier, Priestley e De Bonnet furono i primi 
apostoli dell'humus; Sprengel e Risler lo sostennero dappoi. Ma 
accortisi in appresso che le terre ricche di solo humus ci danno 
forse più foglie che grano, che non sono del tutto improduttive 
quelle che ne contengono poco e chela vegetazione primitiva aveva 
fatto senza humus, lo Sprengel e il Thenard e soprattutto Risler 
posero in campo la teoria dell'acido umico ; questo era il solvente 
di tutti i materiali incombustibili, che dovevano entrare nell'orga- 
nismo vegetale, donde rimaneva sempre in voga il principio che la 
maggior produzione delle terre era dovuta alla maggior propor- 
zione dell'humus. Le esperienze di Solm-Horstmar, Weicman, e 
Polstorf dimostrarono poscia che le piante possono produrre seme 
anche quando siansi prese le maggiori cure per toglier loro ogni 
traccia d'humus; per cui dice Anderson, che se l'humus dovesse 
mantener da solo la vegetazione agricola, dovrebbesi, come succede 
in natura, ritornare al suolo l'intera pianta. Infatti l'elemento che 
entra in più gran dose nel tessuto vegetale è il carbonio, il 
quale sebbene venga restituito all'atmosfera dalla respirazione,, 
dalla combustione, dalla putrefazione', dai vulcani e da mille 
altri fenomeni, che nel fatto lo mantengono costante nell'atmo- 
sfera nella quantità di quattro a sei diecimillesimi, pure molti 
prodotti della vegetazione, convertendo continuamente 1' acido 
carbonico in carbonio fìsso, questa dovrebbe grandemente dimi- 
nuire ed alla fine cessare. Humboldt, Boussingault e Schleiden 
asseriscono la stessa cosa. Per tanto a poco a poco l' humus 



"252 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Tenne considerato come un materiale, che la vegetazione istessa 
introduce nel terreno , dove agirebbe colla propria presenza 
siccome fermento atto a promuovere ulteriori scomposizioni e 
composizioni più complesse e meno stabili. Le parti organiche 
vegetali vennero anche da Malaguti considerate piuttosto com- 
Ì3Ìnazioni di materiali più facilmente alterabili ed assimilabili, 
'die non fosse lo stesso terreno che le aveva prodotte. 

Il valore dell'humus venne adunque così scemato d'assai, o, 
per dir meglio, ridotto al suo vero valore. Ciò avvenuto, e quasi 
•che gli agronomi non ne potessero fare a meno , andarono in 
cerca di un altro idolo, e questa volta toccò il culto all'azoto. 
Tale culto fu spinto sì oltre da ammettere perfino d'aver trovato 
,^3iante (le leguminose in ispecie) atte a prendere azoto dall'aria, 
per restituirlo al terreno coi loro avanzi. Il magazzino della 
fertilità era dunque trovato altrettanto inesauribile quanto fecondo ; 
così ebbero origine le così dette piante miglioratrici o reinte- 
^granii, e tanta fu la smania di consegnare azoto al terreno, che 
fuvvi un tempo nel quale, incrostato un seme della sostanza 
•azotata ed innaffiata poscia la pianticella con soluzioni di ammo- 
niaca e di acido nitrico, si credette tutto ciò bastare al suo completo 
sviluppo. E forse in qualche caso bastò ad una esperienza di 
^gabinetto, per piante coltivate nel vetro pesto, le quali giunsero 
•a fiorire ed a fruttificare; ma è facile l'ammettere che con un tal 
metodo non si sarebbero riempiti i granai. Pure, come vi furono 
umisti accaniti, vi furono azotisti arrabbiati, e guai adii per giudi- 
care della bontà di un terreno, di un foraggio, di un seme, di 
^un concime qualunque, non avesse preso l'azoto per unità di 
misura. Donde nacquero le tavole degli equivalenti dei concimi, 
<;ome degli equivalenti degli alimenti, basate sull'azoto, ed ap- 
poggiate da analisi organiche dei più autorevoli ed abili chi- 
jnici moderni. 

Però chi vuol provar troppo finisce col suscitare il dubbio. 
E il dubbio sorse, ed anche gli azotisti vennero rimproverati di 
incongruenza segnatamente dal Liebig, il filosofo fra i chimici, 
-che potè inaugurare, all'ombra della sua grande autorità, una 
terza scuola, o partito, quello dei mineralisti, lasciando intendere 
^he all'azoto come al carbonio potea su per giù provvedere da se 
•anche madre natura, e che gli agronomi dovevano piuttosto e 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 253^ 

Fopratutto preoccuparsi, che alla vegetazione agricola non man- 
cassero gli elementi incombustibili minerali, i quali potevano 
solo esser forniti dal suolo. Disse che V atmosfera era eguale- 
Fopra qualunque punto della superficie terrestre, laddove il ter- 
l'eno variava di molto anche entro ristrettissimo spazio; disse- 
che i materiali aerei al pari dei tellurici, i combustibili al pari 
('egli incombustibili non entravano isolatamente nell'organismo- 
vegetale, ma (a pari condizione di temperatura) gli uni propor- 
7Ìonatamente agli altri. Di qui i due grandi principi che si man- 
tengono ancora inconcussi della complessità e della solidarietà 
fra i materiali, che col concime debbono offrirsi al terreno, onde 
costituire la vera fertilità, la quale può ritenersi il prodotto di 
Gue fattori; la potenza cioè e la ricchezza F = p X r. 

Liebig veniva così a riabilitare il sistema inaugurato dall'In- 
glese Jethvo-Tull fino dallo scorso secolo, cioè la massima già 
contenuta nella parabola biblica di quel padre, che diede ad inten- 
dere a suoi figliuoli, che nella vigna v'era sotterrato un tesoro, 
onde la lavorassero profondamente; massima che il nostro Ottavi 
tradusse felicemente nei suoi Miracoli della terra vergine, ren- 
dendo popolare in Italia, forse con maggior frutto che in Inghil- 
terra il Tuli noi facesse, i vantaggi dei lavori profondi. 

Questo turno dei mineralisti che aveva per obbiettivo l'uso 
e forse l'abuso della calce, del gesso, delle marne, dei fosfati e 
dei coproliti, ed oggi dei noduli pseiido-copr olitici, venne a com- 
battere gli azotisti fin nelle idee loro men vulnerabili, e nelle 
conseguenze meno incerte del loro modo di vedere. Volevasi quasi 
\ orre all'indice il prato ed il bestiame. Il letame di stalla lo si 
incolpava di contenere poco azoto e meno fosfati, in confronta 
del sangue, del guano e delle ossa : dicevasi che in fin dei 
conti questo famoso stallatico tipo, era già un prodotto trasfor- 
n:ato dal terreno, e che poco concludeva il ritornarvelo. Opinione- 
che il Leibig venne accreditando, spaventando l'Europa col suo 
Vampiro, che doveva secondo lui, in un'epoca non lontana suc- 
chiarsi la fertilità dei suoli arabili, per ridurla tutta negli abissi 
<!el mare. Questo grido d'allarme del grande uomo di Geissen, trov6 
un eco potente nel XXIV Congresso degli agricoltori tedeschi , 
ove fu posto ad esame se T azoto non era altro in fin dei conti 
che l'agente, il quale liquida al più presto i capitali disponi- 



254 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

hìVi, cioè le materie minerali del suolo scomponendosi poi con esse. 
L'ammoniaca e l'acido nitrico introdotti nel terreno col concime, 
o presi dall'atmosfera, non avevano altro utile per questi signori, 
'Come l'acido carbonico, l'acqua e l'aria stessa, fuorché quello di 
rendere solubili le sostanze minerali di cui abbisognano le piante : 
tutto il resto in fatto di alimentazione vegetale era per essi 
■devoluto alla sostanza minerale incombustibile. 

Tale esagerazione non ebbe, come tutte le esagerazioni dei partiti 
e delle scuole esclusive, migliore fortuna delle altre due. I minera- 
listi puri, al pari degli azotisti e degli umisti esagerati, furono 
messi alla porta, indovinate un po' da chi? Danna considera- 
zione semplicissima sul significato scientifico della pratica secolare 
dei Lombardi citata di sopra, vogliam dire la Meda lombarda 
Essa si compone così: prima si fa uno strato di terra vergine C 
^vedi fig. 15), poscia si mette il mucchio del concio B, indi un altro 







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Fig. lo. 

strato di terra A a guisa di cappello conformato in tazza, dando 
all'intero mucchio la forma di un tronco di piramide. Nella tazza 
si versano a più riprese concimi liquidi d'ogni sorta, e putre- 
fatto che sia il concio fino al punto di divenir vischioso quale 
un burro nero o caviale (cosi lo ha chiamato con voce scultoria 
il Ridolfì), si disfà col badile il tutto rimescolando terra e concio 
e riformando il mucchio, che, stagionato che sia a dovere, si distri- 
buisce poscia a palate sulla superficie dei prati, ove si conduce in 
inverno a mezzo di slitte e a primavera si sminuzza in sottile 
strato, passandovi collo struso o coWerpice a catena. 

Vediamo adesso se può realmente attribuirsi a questa meda 
lombarda un significato scientifico così importante, da conciliare le 
■divergenze di queste tre scuole, così accanite l'una contro l'altra. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 255 

Quando si pensa che la cultura secolare , e non al certo 
miglioratrice , quale è quella della Bassa Insubria, mantiene 
ancora prospere le nostre marcite, fa tutt'altro che deperire le 
nostre mucche, senza scemare il pregio dei nostri latticini e delle 
nostre derrate, bisogna o per forza o per amore, arrendersi a 
concludere che da qualche parte , passata quasi inavvertita 
da tutti questi teorici esagerati , scenda pure nei terreni lom- 
bardi la preziosa sostanza minerale, tanto decantata dai mi- 
neralisti, i quali, non giova nasconderlo, erano e sono ancora 
i meno esagerati. Ora questa ricchezza fosfatifera non è forse 
•curata instintivamente dal fittabile lombardo al pari che dal 
chimico, quando esso mi va a cercare per formare gli scagni 
alle sue mede nei ruderi della vecchia Lodi macerie che paga 
a peso d'oro, senza curarsi né dei lunghi trasporti, né del di- 
sagio de' suoi cavalli? E fra terra e terra, che incetta al pari 
della formica, per le stesse mede non fa esso forse quelle di- 
stinzioni di qualità e di costo, che l'agricoltore francese usa 
per le marne più o meno ricche di conchiglie e d'azoto? Ne 
consegue adunque da ciò che le terre vergini di cui l'agricoltura 
lombarda fa tesoro per le sue mede secolari, sono oggi la chiave 
^he deve schiudere la via all'accordo definitivo delle tre Scuole 
scientifiche sopraddette; sono la soluzione del gran problema, 
della reintegrazione del suolo mediante il suolo stesso, dei prin- 
cipi di cui le culture incessantemente lo depauperano. 

Il fin qui detto non vuol dire che noi si sia contrari alFuso 
degli ingrassi chimici artificiali propriamente detti, poiché anzi 
consideriamo il nero animale , la mescolanza dell' orina colla 
torba, l'ingrasso Joufiret, i nitrati e i sali ammoniacali, le ce- 
neri vergini e lisciviate di torba e di litantrace, i warechs e 
tutto quanto oggi sa preparare l'industria a larga mano, come 
-dei veri e propri complementi allo stallatico. Vorremmo anzi 
■che agii ingrassi umani liquidi o disseccati (poudrette) insieme 
al sangue, alle carni, ai crini, ai peli, agli avanzi di corna ed 
a quelli di pesce, di lane e di quant'altro i Bolognesi incettano 
da tempo immemorabile sotto il nome di ingrassi da stadera, 
fosse aggiunto alla polvere d'ossa e ai sali minerali fertilizzanti 
d'ogni genere, e il tutto mescolato nella meda allo stallatico, 
<;ome fa alcuno dei nostri fittabili progressisti. 



256 MILANO AGRICOLA E SUA FROVINCIA 

Senza credere però alla sminuita importanza dello stallatico^ 
ci sembra che i lavori stessi che fa il fìttabile in tante occa- 
sioni, segnatamente in quella in cui riforma prati, appiana 
dossi, raddolcisce il declivio delle ali delle sue marcite, siano 
per noi altrettanti mezzi di compensazione fra il suolo arabile 
depauperato di acido fosforico, e il suolo inerte non ancora 
tocco. 11 Bolognese co' suoi ravagli, il Marchigiano co' suoi 
cavaticci , 1' Umbro colle sue ripuntature , il Valdarnese coi 
r':flttamento del sottosolco , il Mantovano colle doppie pun- 
tate, fanno un'operazione senza addarsene dispendiosa, ma in- 
formata allo stesso principio che presiede alla formazione dèlia 
meda lombarda, quello di restituire al terreno le parti minerali, 
di cui la cultura reiterata lo aveva smunto. L' incetta delle ossa,. 
la ricerca dei noduli pseudo-coprolitici e di altri complementi 
minerali, come i perfosfati e i superfosfati per ridare i fosfati- 
ai terreno , è dunque anche per noi studio gravissimo. Quindi è- 
che ove una più chiara spiegazione di questa, non venga a. 
confortarci sul fatto irrepugnabile della permanente floridezza 
lombarda, congiunta alla perpetua e necessaria sottrazione di fo- 
sfati, ci sentiamo in diritto di credere, che la nativa ricchezza dei 
sottosuoli italiani, più universalmente e diligentemente adoperata^ 
possa tener per assai tempo a bada il vampiro liebigiano. 

In somma le terre vergini, non però quelle sole del nostro 
Ottavi, di cui l'agricoltura lombarda fa tesoro, in tante delle 
occasioni citate di sopra, sono per noi altrettanti mezzi di com- 
pensazione fra il suolo arabile depauperato di acido fosforico,, 
di potassa, di calce, di magnesia e di acido solforico, ed il suolo 
inerte non ancora tocco. Se non che, sarebbe in vero qui esa- 
gerato il sostenere che non vi sia molto da migliorare nella 
bassa Insubria per il governo dei conci appena escono dalla 
stalla, cioè lasciati sulle concimaie fino al momento in cui 
vengono adoperati ad insaporire lo scanno dei terricciati, o mede. 
Che se per la meda si è potuto sostenere, che ciò che i Lombardi 
praticano sta in perfetto accordo colle più rigorose prescrizioni 
del Davy, del Carradori, del Gazzeri, del Taddei, del Lambru- 
schini Giuseppe, del Boussingault, del Karpt, dello Stokardt, 
del Ridolfi, del Malaguti, del Liebig e dello stesso Giorgio Ville 
(vedasi su questo soggetto una memoria dello scrivente inti- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 257 

telata la meda lombarda e la concimaia normale, inserita nel 
I.^ numero del Giornale agrario italiano sorto nel 1873), certo non 
può egualmente sostenersi per nessun titolo, che ciò che succede 
in quanto alla meda succede del pari in quanto alla concimaia, 
poiché appunto succede precisamente il contrario, e si può dire 
€he in Lombardia la concimaia non c'è. 

Essa ci presenta infatti presso i famosi cascinali della Bassa, 
anche alle porte di Milano, l'aspetto di un ammasso informe e di 
una lurida pozzanghera di orina e di colaticcio (sugo di letame), 
nel quale s'impillaccherano le vacche quando vanno alla vasca a 
•dissetarsi, certo non con loro vantaggio igienico. Ora a noi sembra 
€he i Lombardi potrebbero, al pari dei Romagnoli e_dei Toscani, 
governar meglio i loro concimi anche in questo primo periodo di 
manipolazione e confezione, ciò che alcuni pochi proprietari in- 
cominciano a fare, costruendo troppo dispendiose concimaie alle 
quali mai non manca l'inutilissima tettoia; mentre i più se la pas- 
sano acquietandosi nel considerare che il concio sta poco tempo in 
tanto disordine ed abbandono presso la stalla esposto al sole, 
dilavato dalle acque, razzolato dai polli, scomposto dai vitelli 
che ruzzano, ed in verun modo ne ammonticchiato ne compresso, 
ma anzi lasciato soffice a prosciugarsi senza bagnarlo ne curarlo 
in alcuna guisa; imperocché non sì presto, come si dice comu- 
nemente, viene trasportato al campo per farne la meda. Nel frat- 
tempo la evaporazione mesce gli effluvi nell' aria , quando non 
defluiscono i colaticci nei pozzi, fra i mal connessi mattoni. 
Fortunato ^abitatore di quei cascinali, esclama il Prof. Cantoni a 
questo proposito, quando il cortile non è un'ampia pozzanghera 
e che le piogge non trasportano altrove il miglior sugo, sper- 
<Iendolo nella fossa e lungo il campo e le strade adiacenti al 
podere! Quando si pensa a tutto questo, non par vero che ciò 
avvenga in quella stessa Lombardia, dove ai fìttabili suoi assai 
prima che a Decombècque (agricoltore di Leuz, pas de Calais) 
venne la felice idea di immedesimare la terra secca al concime 
formandone i terricciati, nei quali si riassumono per il fin qui 
detto i canoni dei chimici più moderni sulla manipolazione dei 
conci. A compimento dell' argomento notiamo qui i particolari di 
alcune fabbriche di conci artificiali, quali ci venne fatto di rac- 
coglierli nella fretta incessante di questa pubblicazione. Eccole: 

Mila:vo. — Voi. III. n 



-258 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Luigi Fino e C. Milano, via Savona 50, fuori porta Genova: 
pongono in vendita diversi concimi, specializzati, come essi di- 
cono, a ciascuna coltivazione, quali per foraggi, per canapa, per 
cereali, viti e piante fruttifere, ecc. 

La ditta Angelo Curletti (Milano, strada Alzaia alle Conchette, 8 
fuori porta Ticinese) ha fabbrica in Milano, ed altra ne istituiva 
nel 1868 in Trevi glio. Oltre allo smercio di diversi concimi ar- 
tificiali, questa azienda ha la preparazione del perfosfato di calce,, 
e venne premiata dal R. Istituto Lombardo nel 1870, con me- 
daglia d'argento e L. 3000. 

Presso il sig. Gustavo Gasquis, Milano, via Lauro, 8, trovasi 
il deposito dei concimi chimici della ben conosciuta Società di 
S. Gobain, Chauny e Cirey, casa antichissima, e con produzione 
di concimi ed altri prodotti chimici. 

La mutua associazione dei proprietari per lo spurgo dei pozzi 
neri in Milano, oltre lo spaccio delle materie fecali che mette in- 
vendita in natura, ne prepara porzione in modo da imitare la 
così detta poudrette. 

La società Vespasiana (Palazzo Arcivescovile, piano terrreno)» 
utilizza gran parte delle orine ed altre materie congeneri della, 
nostra Città, ed oltre a produrre il perfosfato di calce, gode molto 
credito presso gli agricoltori, procurando a questi cenere e fu- 
lìgine satura di orina, e torba orinosa. 

Non vuoisi passare sotto silenzio la preparazione di concimi ar- 
tificiali, fatta in Busto Arsizio dall'intelligente Medico Carlo Tosi. 

Macchine, Istrumenti ed Attrezzi. — La meccanica agraria, 
acquista ogni giorno maggiore importanza. Nondimeno il direttore 
della rurale intrapresa, se i fondi siano a mezzadria, pare noi^ 
abbia grande uopo di rifornirli di istrumenti ed attrezzi rusticali,. 
il bisogno dei medesimi facendosi meglio risentire se il proprie- 
tario conduce a mano propria i suoi tenimenti, conciossiachè la 
famigliuola colonica proporzionata al fondo, eccetto qualche ope- 
raio di sussidio nella stretta del falciare, del mietere o strameg- 
gìare, basti in tutte le agrarie faccende a se medesima. 

Il proprietario coltivatore, nei latifondi in ispecie della Bassa^ 
od il fitt abile in sua vece, sempre ha uopo di braccia, e quando 
l'emigrazione de'villici dalle campagne alle cittadinesche dimore 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 250 

Ogni giorno stramoggia, naturai cosa è, che di macchine agricolo 
debbano farne tesoro; quindi stragrande la differenza tra il ca- 
pitale di scorta necessario per gì' ingegni e congegni richiesti 
dalla coltivazione a mezzadria e quello dei fondi condotti a mano 
propria indispensabile. Nella nostra provincia, come in tutta 
Lombardia, però, può ritenersi pel momento sconosciuta questa 
massima fondanientale dell'utilità delle macchine. Infatti poco c'è, 
se ne togli qualche raro esempio di aratro perfezionato, o d'erpice a 
catena da sostituirsi all'adamitico strv.so, e parecchie locomobili 
battitrici, sostituite al vecchissimo modello già descritto dal Low, 
che è quello appunto che il più spesso s'incontra anche presso i 
fittabili più colti e progressisti. Suppellettile meccanica adunque ne 
trovi poca dovunque, e potrebbe anzi asserirsi che in ciò la piccola 
cultura ha dinanzato la grande: poiché oggi nella parte asciutta 
del nostro territorio, incominciando dai Corpi Santi, si diffonde con 
lodevole e crescente gara la piccola battitrice a mano di foggie 
diverse, nonché i vagli ventilatori, nella diffusione dei quali attrezzi 
ha certo avuta non piccola parte il Cav. Pistorius, il quale é a la- 
mentarsi che siasi lasciato adescare da altro miraggio industriale, 
quello della attuazione dei tramway, abbandonando la meccanica 
agraria. Esso ha fatto anche moltissimo per la diffusione della 
falciatrice meccanica W. Anson Wood, tenendola a proprie spese 
in azione per due o tre settimane qui presso Milano nel fondo 
della Cascina Pozzobonello, dove noi colla scolaresca potemmo ve- 
derla agire (Vedi Perseveranza N.^ 6325, 5 giugno 1877. Relazione 
degli alunni del 3.° Corso del R.'^ Istituto Tecnico di S. Marta). 
Prima però del Pistorius e delle altre ditte per la meccanica 
agraria importatrici di congegni meccanici inventati all'estero, 
ed in gran parte applicati alla coltivazione e di cui daremo 
qui sotto una nota, esistevano a Milano depositi ragguardevoli : 
se l'Italia non potè nella sua esposizione nazionale del 1861 
a Firenze, presentare come la Francia nella sua mostra del 1860 
ben quattromila macchine agricole, offrì ciò nondimeno bella 
p?ova di sé, per motori ed altro, applicabili anche alla piccola 
coltivazione. Notavansi infatti, come può riscontrarsi dalla re- 
lazione che noi stessi facemmo in quei giorni di tutta la mo- 
stra fiorentina nel giornale la Perseveranza, che fra le provinci o 
italiane sopra tutte si distinsero la Toscana e la Lombardia. 



260 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Infatti il Rullimele e C. di Milano, presentarono una locomobile 
della forza di tre cavalli con trombe per irrigazioni e prosciu- 
gamenti; il Suffert, pure di Milano, una locomobile di sei cavalli; 
la R. Fonderia di Follonica in Toscana, altra locomobile di quattro 
cavalli ; il Callegari di Livorno, una macchinetta a vapore della 
forza di un cavallo. Ne mancarono all'appello quelli di Torino, 
di Genova, di Napoli, di Novara, di Vercelli, di Bologna, di 
Treviso, di Venezia, ecc. Il che dimostra essere la Lombardia 
per la meccanica agricola, inizio di ogni miglioramento ulte- 
riore (1), piuttosto un emporio di costruzione , che di consumo 
il quale viene piuttosto dal di fuori che da qui. Ma perdio non 
dovrebbe essere così, e dei nostri fìttabili della Bassa, comin- 
ciando da quelli alle porte di Milano , che hanno appunto in 
Milano, il più grande deposito di macchine agricole che sia 
in Italia , dovrebbe anzi potersi dire quello che il Moli disse 
nel suo rapporto suU' esposizione di Londra rispetto allTn- 
ghilterra « ce pays est sans contredit de touts les pays dii 
monde celui qui a les instruments les plus coynpliqués ». 
Qual contrasto adunque fra queste parole e quelle da noi 
dette di sopra. Ed ohimè qual miseria di suppellettili meccaniche ! 
Se ne togli fra i più antichi raccoglitoi la falce fienaia, qui detta 
ranza sì abilmente maneggiata dagli uomini cosiddetti del ferro, 
e la falciola a corto e lungo manico, connessa al rastrello 
che raduna le spighe, chiamata seghezzo, t'accorgi che a far 
sostituire questi primitivi arnesi non valse, oltre il citato esem- 
pio del Pistorius, quello del Sig. Grimaldi di Milano, che con- 
cedeva macchine agrarie a prova gratuita: e tuttociò di fronte 
ad una economia fra la mietitura a mano e quella a macchina 
che sta come 4 e 5: 15 e 20. 

Né per il riso si è creduto ancora opportuno il pettine racco- 
glitore, e i ventilatori a paletta ed a tramoggia, ne i vagli a 
buratto, mentre, il brillatojo per romperne le vesti, sbucciarne le 
glume, levarvi la testa, non si è molto perfezionato, e ancora 



(1) Il sommo RiJolfi lasciò scritto negli aurei ricordi ai suoi giovani alunni, risfam- 
pati nel 18i2 nel giornale il Facchino di Panna, questa massima capitale: « Migliorate 
prima gli strumenti, poscia le piante e quindi gli animali. O^ni altro ordine nì\ processo 
dei miglioramenti agricoli d'un pa:3se è falso. » E facile sarebbe dimostrare con solidi 
argomenti, la verità assoluta di questo aforismo economico. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 261 

si spoglia il risone coi bramini adamitici, né affatto si pensa 
di comunicare al chicco quella lucentezza vitrea chiamata glacé 
e tanto curata in Francia; la quale se per i nostri usi italiani 
non va, potrebbe benissimo servirci a far concorrenza ai nostri 
vicini d'oltre Alpe. Se fra noi non sono, come al settentrione, una 
vera necessità i forni, per essiccar le derrate, le stufe, e gli asciu- 
gatoi in genere, le aje murate di cemento sono necessarissime; e 
queste ancora, neppure alla Bassa, le incontri per regola, ma 
solo per lodevole eccezione. 

Anco per gTistrumenti da trasporto, come cariole, barelle, cane- 
stri, gerletti, slitte, 6'ò«re/^^(tambouroux) si sono fatti gran passi, da 
che non vediamo funzionare ne lo Spianapoggi, ne l'antichissima 
ma tuttora utilissima raggia o ruspa, quantunque il benemerito 
Prof. Moretti l'abbia disegnata e descritta a pag. 52 della già più 
volte citata sua Biblioteca (voi. 3.°) fino dall'anno 1835. I gioghi 
perfezionati, cotanto reclamati dall'utile impiego della forza e dal 
benessere del bue, di cui non si utilizza punto la potenza che 
ha nelle corna, sono qui inferiori a quelli che si usano nell'Um- 
bria e nelle Marche. E cosa sono i rozzi e sconci veicoli a due 
e quattro ruote di fronte ai Carrvmatti e barocci, non vogliam 
dire dell'Inghilterra, ma della stessa Toscana e della Romagna '^ 
Quando questi indecenti veicoli traversano le vie più popolose 
delle nostre città lombarde, con enormi masse di fascine e fo- 
raggi, i passanti corron il rischio di fare la morte del sorcio. 
Eppure è tutt' altro che trascurabile l'economia e la sicurezza 
che deriva dal loro perfezionamento. E perchè non lamentare 
l'assenza assoluta, anche presso i fondi di 500 ettari di esten- 
sione, dell'erpice a rombo di Valcourt, dell'estirpatore a cinque 
o sette vomeri, del rincalzatore ad orecchie mobili, della zappa 
a cavallo, o sarchiatore. 

E la scarificazione dei prati, che non v'è agricoltore inglese che 
si rispetti che non la pratichi due volte all'anno, perchè deve 
essere nel paese classico delle praterie, un'operazione non solo 
sconosciuta, ma quasi messa in ridicolo, quantunque lo scarifica- 
tore Mesmaron-Dombasle, esistente nella collezione del R. Isti- 
tuto Tecnico a S. Marta, siasi da qualche Lombardo con successo 
cimentato? Eppure nell' Enciclopedia Vallardi pag. 270, voi. X, noi 
stessi fino dall'anno 1879 parlammo dei vantaggi di questo impor- 



262 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

tantissimo arnese, di cui ad incitamento degli agronomi che 
ancora non lo usano, non potendo ripetere qui la lunga descri- 
zione, ne riportiamo il disegno (fig. 16) senza Tunita analisi delle 
diverse sue parti, rese automaticamente atte a moderare ed anco 
sospendere affatto il lavoro. 



"^, 




Fig. 16. 

Ci rimarrebbe a parlare dell' Aratro , ma Y entrare nei par- 
ticolari relativi alla generazione della curva da darsi all'orec- 
chio, onde adattarlo alle nostre condizioni svariatissime di suolo, 
dire i tenta ivi empirici e pratici non che razionali, che si sono 
fatti anco in Lombardia da vari per migliorarlo, onde ottenere 
lo scopo supremo di questo arnese fondamentale, che è quello 
di rivoltare la fetta di terra die smuove senza punto compri- 
merla, ci porterebbe si in lungo che preferiamo cavarcela dando 
l'effigie dei due tipi che crediamo più adatti l'uno per la pianura 




Fig. 17. 

(fig. 17), l'altro per la collina; tipiche alcuno fra i più intelli- 
genti agricoltori già adottò in qualche luogo di Lombardia. 

Anzi quello per la collina (vedi fig. 18 a tergo) fu fatto con 
i^ran successo conoscere nel Piacentino dal Docente locale d^Aprra- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 263 

ria Cinelli fin dal 1873 e venne modificato sul tipo americano dal 
Oraziani, costruttore in Asinalunga (Toscana). Questa foggia di 
Aratri aquila con orecchio girante è quella che prevale su tutte 
le altre nostrali e straniere nei nostri copiosi depositi di Mi- 
lano , dove le varie montature di questo genere passano tutte 
»sotto il nome dì aratri americani, mentre lo smercio ne dimostra 
la preferenza che le danno gli agricoltori anco lombardi. 

Non così del precedente tuttoché meccanicamente più per- 
fetto. Milita forse in favore di quest'ultimo la condizione della 
mobilità deirorecchio, che tanto si presta anco in pianura ai 
lavori di stradass amento. 

L'aratro volturecchio del resto è anco ottimo per abbreviare 
la costruzione delle fosse in genere, delle roggie e delle ali delle 
marcite, coadiuvato dalla Ruspa. In Lombardia però , e bene 
a ragione, alla httre rigida come questa che qui si vede, si 
preferisce più razionalmente la bure spezzata con regolatore in 
•cima come ha Taratro comune. 




Fig. 18. 

L'aratro comune lombardo s'è oggi anch'esso molto perfezionato, 
•sostituendo il ferro al legno nelle sue parti essenziali, e fu lodato 
troppo dal C. Pictet di Ginevra, biasimato troppo dal G. Burger 
•di Vienna, mal giudicato da G. Moretti di Pavia, che lo proclama 
preferibile ai meglio perfezionati in Francia ed in Inghilterra 
{Vedi Agricoltura del Consig. Burger tradotta da V. P. con. 
note del Prof. Moretti. Milano 1843). 

Terminiamo la presente rassegna meccanica, col dar la lista 
<ii quelle ditte commerciali che sono a nostra cognizione e che 
|)OSSono ridursi alle seguenti: 



2G4 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Ingegnere P. Bosisio e C.j Milano Via Alzaia, 34. fuori Porta Ticinese 
e in citlà Via S. Eufemia. — Stabilimento per costruzione di macchine- 
agricole locomobili, molini, macchine per la lavorazione del riso , torchi,, 
vagli ventilatoi, sgranatoi per mais. È uscita da questa officina la motrice 
che funziona all' Esposizione e che fu acquistata dai Sessa. 

Baie ed Edvards^ Milano Via S. Marco, 18. Angolo Montebello. — Depo- 
sito di macchine Inglesi ed Americane con costruzione di trebbiatrici pic- 
cole a vapore. Vogliamo ricordare la falciatrice Walter A Wood da com- 
binarsi anche a mietitrice, il rastrello o spigolatore automatico, il divi- 
sore pulitore del grano a crivelli mobili, ecc. 

Ditta ingegnere Giovanni Schlegel _, Milano, Via Filodrammatici, 1 e 8, 
rappresenta la fabbrica dei Sig. Clayton e Shuttleworth per mietitrici lo- 
comobili, e locomotive stradali, sgranatoio mosso dal vapore. 

I Signori Mackenzie e C. sono gli agenti generali in Italia della Chom- 
nitzer Werkzeugmaschinen Fabrik, già Joh. Zimmermann, non che della 
casa Davey Paxmanet C. di Glochester costruttrici di macchine agrarie. 

Ingegneri A Imici e Coinp., Milano Via Solferino, S. — Deposito di loco- 
mobili. Rappresentano la casa costruttrice Brown e May di Devizes. Ci 
piace accennare la trebbiatrice a vapore del costruttore M. Eppsle di 
Sonthofen, destinata al servizio delle piccole possidenze e per località dii 
collina, della casa E. S. Hindley di Bourton, la falciatrice Johnstones. 

Ingegnere Alberto Riva, Milano, Via Monte Napoleone, 2. — È rappre- 
sentante della Casa Morshall Sons e G. di Gainsboroegh, e possiede esso la 
Locomotiva stradale agricola per l'aratura a vapore per trazione diretta,, 
sistema del D.r Cerosa di Piacenza, e che funzionò nel cortile della mostra 
regionale Agraria Cremonese in presenza del Re (vedi la nostra relazione- 
nel Bollettino della Società Agraria N. 30. del 30 settembre 1880). 

Janssen Guglielmo, Milano, Via Carlo Farina, 1, sobborgo di Porta Te- 
naglia. — Pompe centrifughe per l'irrigazione e prosciugamenti. 

Giovanni Viganoni, Milano, Via Amedei, 3. — rappresentante coi> 
deposito delle macchine agricole della Casa Rosbey e C. Ingegneri di Lincei,, 
della casa Warder Mitchell C. e di Springfield nelF Ohio. 

Di molte altre omettiamo il nome, perchè site fuori di questa provincia,, 
e perchè da noi non visitate come queste. 

Caseificio. — L'industria del caseificio è troppo intimamente- 
legata all'agricoltura, ne segue troppo le vicende, rasenta troppo 
i difetti di questa, perchè noi ci possiamo dispensare dal farne^ 
qui un breve cenno. Né parleremo però in modo assai generico 
e sommario, sembrandoci che non si addica ad un lavoro dì- 



I 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 265 

questo genere 1' entrare nei particolari della fabbricazione, seb- 
bene nel Milano e suo territorio del 1844, lo facesse il chia- 
rissimo redattore di quel lavoro, per l'agraria , Ingegnere 
Albino Parca (vedi 1. e. p. 145 voi. 2). Essa industria del 
Caseificio, come tutte quelle che son dette rurali, perchè eser- 
citate nelle campagne e dal coltivatore , è ben lontana anche 
in Lombardia dall'essere così razionale e cosi profittevole, quanto 
le altre industrie, cui le scienze ora forniscono la base, ora 
r appoggio, ed ora l'impulso. 

Sullo studio del latte fino dal 1836 venne pubblicata, come- 
ognuno sa, da Luigi Cattaneo una bella memoria che risente^ 
dello stile attraente di Carlo Cattaneo economista , e che fu 
premiata dall'Istituto Lombardo sul programma pubblicato il 
28 giugno 1834. Quel lavoro per l'epoca in cui fu scritto è 
ancora molto pregevole, e venne , diremo quasi, riprodotto ed 
ampliato nel 1839 dal Dott. Antonio Cattaneo professore privato 
di agraria, col titolo, il Latte e i suoi prodotti, nella Biblioteca. 
Agraria del benemerito professore Moretti, della quale forma, 
il XXIII volume. 

Lasciando da parte il Peregrini, certo è che il Nava nel 1857 
coi suoi studi sul latte e sul presame; il Selmi nello stesso^ 
anno coi suoi scritti sul presame, sul latte e sulla coagula- 
zione che il presame opera nel latte, e finalmente il Besana in 
questi ultimi tempi col suo Manuale di chimica applicata al 
caseificio, stampato nel 1876, tennero sempre viva così impor- 
tante questione; la quale, diciamolo pure, è ancora a' suoi primi 
passi nelle stazioni di caseificio, le quali però se gli saran con- 
cessi i mezzi ed il tempo, potranno con sicurezza sempre mag- 
giore giovare alla pratica. 

Gli stranieri hanno tutt'altro che trascurato questo soggetto, 
e basta consultare sul medesimo i lavori di Bayle-Barelle al prin- 
cipio di questo secolo e ai tempi nostri quelli di Dumas, Boussin- 
gault, Buchardat, Quevenne, Marchand, Muller, Chevreille, e mol- 
tissimi altri che lunghissimo sarebbe annoverare, per persuadersi 
che la chimica tentò e tenta d'illuminare co' suoi poderosi mezzi il 
misterioso processo del caseificio. E lo diciamo misterioso, av- 
vegnaché nei molteplici fenomeni, che in esso si compiono e 
nella natura dei componenti del latte, del caglio e della tras— 



2(36 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

formazione del coagulo in buon formaggio, v'ha ancora moltissima 
parte la sorte, come appunto la si chiama con appropriata 
espressione la riuscita di una forma sana e durevole. Tale riu- 
scita è ancora sì incerta, pure in mano dei casari piìi esperti, che 
ne essi né i chimici non sanno pur troppo suggerire quella for- 
mula positiva ed invariabile, che deve fare, del formaggio granone 
specialmente, un'industria tutta nostra, e fin qui non imitata e 
forse anche in appresso non imitabile dallo straniero. 

Al progresso del caseificio perciò stesso sarebbe di grande 
vantaggio che i pratici concorressero, facendosi osservatori ra- 
zionali dei fenomeni più variabili, che diuturnamente a loro soli 
cadono sott' occhio. Sarebbe assurdo il suggerire loro di fare 
della scienza, e nelle circostanze attuali sarebbe forse anche 
tempo sprecato il dire a' casari di fare esperimenti. Gli espe- 
rimenti non li può fare che il dotto colle bilancio di preci- 
sione, coi reagenti chimici ed apparecchi che solo lo scienziato 
sa maneggiare: ma non sarà però impossibile che presso i diversi 
fabbricatori di cacio si facciano osservazioni giornaliere sulle 
condizioni in cui si compie la caseificazione. Questa proposta 
•è tutt' altro che una novità dei moderni, mentre appartiene a 
Bayle-Barelle che fino dal 1808 consigliava di tenere una tabella 
sulla quale giorno per giorno si notasse la qualità del pascolo, 
il numero della mandria, la condizione del latte, il tempo in cui 
■è stato nel ripostiglio, la quantità della crema sottratta e del 
burro ottenutone, la temperatura atmosferica, il grado di calore 
-occorso per il caglio, la quantità del caglio, il grado di calore per 
la cottura, la quantità del sale, il peso del cacio stagionato e 
nell'ultima colonna l'esito della sorte e le osservazioni empi- 
riche del casaro. 

Tali annotazioni evidentemente non alterano le pratiche agrarie, 
non esigono grande studio ed occupazione dell'agricoltore pratico, 
il quale dovrebbe inoltre tener nota delle condizioni meteoriche 
■del giorno e dell'ora in cui si fa la forma; poiché è notissima 
Tinfluenza del sereno, della pioggia e del vento, ecc. sulla matu- 
ranza del latte, e quindi sulle pratiche del casaro. Né sarebbe 
meno utile il misurare il grado dell'acidità del latte, al momento 
in cui si converte in formaggio, non che quello di essa acidità 
«del latte appena munto. Del resto, anche con tutte queste belle cose. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 2G7 

congiunte altresì agli immensi vantaggi, clie potremo anche in tal 
■caso raccogliere dal desiderato connubio della pratica colla teoria, 
mai a nostro credere potrà trovarsi quel non so che cosa, 
trovato il quale i formaggi riescirebbero sempre bene e non si 
g-iiasterebbero punto nella stagionatura. No, dalla mungitura del 
latte alla completa stagionatura del formaggio, accade una serie dì 
trasformazioni chimiclie-fìsiologiche, tutte aventi grande influenza 
sul risultamento finale, e questo sarà sempre sfavorevole, se una 
sola di queste trasformazioni non sarà riuscita secondo un com- 
plesso di circostanze concomitanti, che a qualunque pratico, 
■come a qualunque scienziato, sarà impossibile di riunire sempre. 

Infatti nell'esaminare la fabbricazione del formaggio, segnata- 
mente di grana, ci si presentano alcuni punti salienti che sono come 
;il centro a cui raggruppare le diverse cagnizioni collegate fra loro. 
'Ora queste cognizioni appartengono onninamente alla chimica la 
più scrupolosa, e si riferiscono alle proprietà fisiche del latte, alla 
sua analisi chimica, ai processi della sua conservazione, alla 
natura della chimosina, all' identità di essa colla pepsina e quindi 
all'esame microscopico del caglio vitellino e alla determinazione 
della sua forza. Fra la delicatezza e la precisione di queste ri- 
cerche, e quel fare sicuro e noncurante di un casaro, che si tira 
su le maniche della camicia ed opera più secondo il suo buon 
umore, che sotto l'impressione di quella trepidazione che dovrebbe 
avere nell'imprendere un'operazione si ardua, vi è un abisso, e 
que?to abisso come potrà scomparire, se l'uomo rozzo dell'opera 
e del mestiere, non acquista per lo scienziato una venerazione 
direni quasi religiosa? Dagli uomini non si possono aspettare 
dei miracoli , e tuttoché si abbia fiducia che l' ossequio per la 
scienza si faccia strada attraverso le tenebre della campagna, 
consideriamo poco meno come un miracolo questa duplice abne- 
gazione del casaro nel ritenere di aver bisogno costantemente 
del concorso e dell'insegnamento del chimico, e nel chimico la 
pazienza di tener dietro diuturnamente ai fenomeni eccezionali, 
che possono succedere per le predette molteplici circostanze sotto 
gli occhi e fra le mani dell'esecutore rozzo ed empirico. 

Ma non ci sconfortiamo, che la luce discese sempre dall'alto, 
-e giunse in altre bisogne ad illuminare i luoghi più riposti e 
t)assi. Speriamo anzi che un raggio di questa luce moltiplicato 



2C8 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA. 

dalla fiducia e dalla stima reciproca, possa fare in ogni future^ 
tempo del ca2:)o di casone una larga applicazione più che una. 
appendice del più vicino laboratorio chimico, d'una stazione di 
caseificio. Allora il caseificio, oltre Tincertezza dei processi, non 
ignorerà più le esigenze commerciali, alle quali anco in Lom- 
bardia non si pensa ora abbastanza, nò si considera che il 
commercio ha bisogno di nomi conosciuti indicanti dei tipi,, 
che mantengono costanti le loro qualità visibili o no, e noi> 
cambino ad ogni passo e ad ogni stagione. Ciò che ha consolidato- 
le latterie sociali oltremonte ed oltremare, fu il buon esempio- 
dei tornaconto. 

Ed è giustizia dire che l'iniziativa privata e il valido im- 
pulso dato dal Ministero colle premiazioni stabilite dalla cir- 
colare 25 aprile 1872 e susseguenti e l'istituzione in Lodi di 
una R. Stazione esperimentale di caseificio, di cui può leggersi 
il regolamento nell'Annuario del 1880, pubblicato dall'attuale suo 
direttore, nonché il lodevolissimo tentativo coronato da buoni 
risultati avuti per la fabbricazione dei formaggi dolci dal cav.. 
Andrea Ponti in Cornaredo (1), sono fatti che lasciano sperare 
anche per la nostra provincia che i voti fatti nel Congressi 
per l'incremento del caseificio, tenutosi in Milano nel marzo deL 
1874, otterranno in un prossimo avvenire un qualche risultato.. 

Pertanto nella nostra Provincia le latterie sociali non trovarono 
né forse troveranno il loro ambiente; imperocché la grande 
metropoli lombarda assorbe una immensa quantità di latte che. 
vien consumato in natura; mentre in tutto il Lodigiano, che è. 
l'emporio della fabbricazione del formaggio di grana, le grandi 
bergamino, per la loro stessa importanza individuale, vivono di, 
una vita propria, e più che sentire il bisogno dell' associazione,, 
reclamano quello dell'introduzione dei metodi razionali, cui ap- 
pellavamo testé. 

E perciò non ci dilungheremo ulteriormente su questo argo- 
mento, limitandoci qui a notare che le ditte Antonio Zazzera^ 
Polenghi, Lombardi e Cirio ; Emilio Bignami e C. di Codogno ; Gae- 
rano Verganti di Corsico, acquistano il latte dai fittabili, e fab- 



(I) Di questi buoni risultali ottenuti a Cornaredo ci siamo noi medesimi accertati, in. 
una visita fatta appunto alla tenula Ponti , da una speciale Commissione della Società. 
Agraria, di cui avemmo l'onore di far parte nel passato jgosto 1881. 



M.LANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA. 2G9 

'l^ricano per proprio conto formaggi, burro e stracchini, con ra- 
zionali processi, ed hanno esteso commercio anche coli' estero. 
A tale commercio, tralasciando l'industria, prendono parte le ditte 
Lamberti, Biancardi ed altre di Codogno; e fra i principali ne- 
rgozianti di Milano e Corsico voglionsi pure accennare le case 
Modesto Galloni, Eredi Mezzanotte, Giuseppe Verganti, fratelli 
i^azzati, Guglielmo Pessina, Rizzi e C. e Alessandro Faccioli. 
-Essi sono noti altresì per l'esportazione del burro su vasta scala. 

Né è da lasciare in silenzio l'importanza della fabbricazione e 
susseguente commercio degli stracchini di Gorgonzola, tenuta in 
^ran credito dallo Zucconi e dal Vergani, che in quella località 
approfittano per tale industria del latte acquistato dai bergamini, 
-che all'avvicinarsi della rigida stagione hanno abbandonato i pa- 
scoli alpini, rifugiandosi alla pianura in cerca d'alimento per le 
'loro mandre. 

Anzi può dirsi che lo stracchino di Gorgonzola, che nell'ultima 
•esposizione in Inghilterra ottenne a Birmingham su tutti i for- 
maggi d' Europa il primo premio di medaglia d' oro, ha preso 
grande sviluppo anche nello smercio internazionale, perchè du- 
rante tutto l'anno si spediscono in quantità ingentissima le partite 
-che si ottengono, non più col solo latte bergamino, ma con quello 
di qualsiasi mandra di Lombardia, confezionandoli durante i 
periodi autunnali e primaverili. Il citato sig. Zazzera intrapren- 
<lente industriale, cui appartiene la distinzione meritamente ag- 
giudicatagli all'esposizione di Birmingham, tenta attualmente la 
fabbricazione del Gorgonzola anche nella stagione estiva ; e se vi 
riescirà , come ne abbiamo fiducia , potrà aggiungere nuovo 
incremento ad un genere d'esportazione, che fa oggi una seria 
concorrenza ai formaggi affinati esteri più accreditati. 

Ma ciò che costituisce una vera novità nella storia del- 
l'odierno lattificio lombardo, è la fabbricazione del latte con- 
densato in Locate Trivulzio dei sigg. Bòhringer, Mjlius e C. 
diretta dall'abilissimo sig. dott. Ferdinando Springmuhl il quale, 
da noi officiato, ci forniva sulla medesima in una sua lettera 
del 30 aprile a. e. i ragguagli seguenti. — Lo stabilimento 
■impiega il latte prodotto da 2000 vacche che nell'estate danno 
da' 15000 a' 18000 litri al giorno, e da' 12000 a' 14000 nella 
■stagione invernale. Dello stabilimento di Locate fanno parte gli 



270 MILANO AGRICOLA E SUA PORVINCIA. 

spacci siti nelle città di Genova, Torino, Venezia, Trieste, Bo- 
logna, Roma, Verona, Como, Lecco, Firenze, S. Remo, i quali 
tutti sono esclusivamente dipendenti dall'amministrazione cen- 
trale. Addetti ai lavori di questa sono 100 operai. In quanto poi; 
alla Latteria lombarda propriamente detta, la quale è sotto ogni 
rapporto separata e per nessuna parte inerente alla fabbricazione 
del latte concentrato, vi s'impiega il prodotto di 270 vacche che. 
danno in estate ben 2700 litri ed in inverno 2000 litri al giorno. 
Esso latte viene esitato nelle 16 succursali poste qui in città^ 
le quali sono solamente figliali della Latteria lombarda. 

In questo stabilimento la fabbricazione dei latticini è cosa di 
eventualità molto secondaria, poiché viene usata nel solo caso 
che parte del latte acquistato non abbia esito nei relativi spacci. 

Il fabbricato sorse per incanto presso la grandiosa villa della 
compianta e benemerita illustre Principessa Cristina Trivulzia 
di Belgiojoso, che anche negli ultimi anni di sua vita v'ebbe 
diletta dimora, ed ove con splendidezza veramente principesca 
accoglieva il fiore dei cittadini, e quanto di meglio in fatto di 
persone distinte capitava fra noi. Vi teneva il suo medagliere, 
la ricca sua biblioteca; ed un ombroso parco di platani e re- 
sinose alla villa faceva corona. Ora è trasformato in un puro 
e semplice sebbene grandioso, capo di casone. Ciò vorrà dire che 
questa nuova industria, che costituisce un utile traffico per la 
nostra Provincia, venne anco dai gran signori in ogni modo 
facilitata e favorita. 

V'ò bensì da riflettere, nò sfuggì il riflesso a molti fittabili, 
che la vendita diretta del latte alla Società, escludendo i cascami 
del caseificio, che non più concorrono per 1' ingrasso dei porci 
ad aumentare i letami della tenuta, indurrà a lungo andare uno- 
smanco di fertilità. Questo però può essere colmato col largo- 
impiego di concimi chimici o artificiali in relazione al disquilibrio 
segnatamente dei fosfati, di cui il latte è così ricco; disquilibrio 
tanto più sensibile fra ciò che si esporta dal campo e quello che- 
gli si restituisce sotto forma di puro e semplice stallatico, il quale 
trattandosi di vacche, non è certo il più ricco di questo principio: 
laonde potrebbe verificarsi parzialmente ciò che il vampiro Lei- 
bigiano , di cui sopra parlammo, minacciava all'Europa. Ad 
attenuare questi timori si può però riflettere , che nelle vi- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA. 271 

cinanze di Milano anche prima il latte si consumava in natura^ 
e che la fabbrica non dà luogo ad un consumo molto maggiore^ 
ma che piuttosto meglio degli spacci ordinari ne garantisce la 
pulizia e la genuinità. Inoltre il lucro diretto dei venditori e 
la vicinanza della città, possono porci in grado di colmare una 
tale lacuna mettendo meglio a profitto tutti gli agiamenti civici, 
/ utilizzando le orine e quant' altro può dare un centro di popo- 
lazione di oltre 300,000 abitanti. 

Bachicoltura. — Parlare del territorio e della provincia di 
Milano senza toccare di bachicoltura, sarebbe tale ommissiono 
della quale non ci sentiamo di portare il pondo, anche a costo di 
rendere più lungo questo lavoro, fatto in ogni sua parte a fiamma 
e fuoco. 

Pur troppo ciò che dobbiamo dire in proposito è anzichenò* 
doloroso, avvegnaché la situazione fatta a questo cespite, così 
importante per noi, da venti anni e più a questa parte non è 
che una storia lugubre di malattie, d'insuccessi, d'illusioni sva- 
nite, di conati dispersi, nel buio dell'arte e della scienza. La 
nostra città, che per tradizionale abitudine trovò forza e corag- 
gio, anche in negozi più gravi, nella sventura medesima, con sorvo- 
la sua maschia imperturbabilità anche di fronte ad una calamità 
economica così grave, e non vi fu cimento ingegnoso e sottile- 
suggerito da qualsiasi scienziato d'Europa e, dobbiam dirlo, non 
ci fu suggerimento empirico anco un po'strano, che non venisse- 
messo in prova, con una perseveranza e una costanza merite- 
vole al certo di più larghi compensi. 

Correva l'anno 1858 ed era una bella giornata di settembre, 
quando, stando noi nel podere annesso alla cattedra che in allora co- 
privamo nell'Università di Perugia, ci venne innanzi un giovane 
signore altrettanto simpatico che garbato, presentandoci una lettera 
del compianto e celebre bacologo Raffaele Lambruschini. Era Enrico 
Andreossi di Bergamo, che dopo aver cimentato per due o tre anni 
la confezione del seme della bella razza gialla pestellina Brianzolo- 
Yaldarnese, nei due centri di sua maggior produzione Figline e 
Montevarchi, s'era ridotto a Levane, paesello poco distante da 
Montevarchi, scoraggi to dalla sua intrapresa, che aveva coi suoi 
ampi mezzi già messa su larga scala, ma che intendeva arre- 
starla, poiché la sua onestà gli impediva di andare innanzi. 



■272 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA. 

I sintomi pebrinosi cominciavano anche nelle razze Toscane a 
farsi allarmanti, le quali d'altronde, anche indipendentemente 
'dalla pebrina, non avevano giammai avuto una gran fortuna fra 
noi. Qui non è il luogo di discutere le cause che riteniamo influenti 
.su questo relativo insuccesso, (vedi su ciò il sunto della confe- 
renza tenutasi al Circolo agricolo, inserto nel Bollettino Agrario 
jV. 4. e. an.), laonde torniamo all'Andreossi. Esso aveva deciso 
di tentar nuova prova nell'Umbria, e si era combinato un locale 
apposito nel palazzo della scuola, ex-convento di S. Bevignate, e 
fatte costruire ben 500 arpe, abboccandosi coi principali pro- 
•cluttori di bozzoli del Perugino. 

Inutile il ricordare qui il carteggio che avvenne fra l'An- 
"dreossi e me in quella occasione. Io m'ero già fissato qui, quando 
egli si decise per uno dei primi di tentare in persona il viaggio 
<ìel Giappone nel 1863, dopo essersi costituita in Bergamo 1' 8 
ottobre di quell'anno, una società di allevatori colla gerenza del- 
l' Andreossi. Già nel 1861 e 1862 si erano tentate riproduzioni 
di seme bianco giapponese dal Ruspini di Brescia e dal Duca Melzi 
<li Bellaggio, seme che fu coltivato dallo stesso nostro Manzoni, 
il quale come che agronomo (vedasi la commemorazione dello 
scrivente intitolata Manzo7ii Agronomo ; Giornale d' agraria 
di Bologna di I. L. Botter Anno X, voi. XIX, 1873) era tut- 
t' altro che estraneo a questi conati. Intanto anche il Go- 
verno francese, o per meglio dire, il vero amico d'Italia Na- 
poleone III, aveva fatto pervenire al nostro Governo una cin- 
-quantina di cartoni originari giapponesi, che furono allevati a 
tozzi e bocconi dai principali bachicoltori di Milano. L'esito 
di queste piccole prove superò l'aspettativa. La nuova razza, 
sebbene segnata in modo molto leggiero da un tre o quattro per 
cento di corpuscoli, traversò la stagione dando un buon risul- 
tato. Questo segnacolo di un possibile riparo, unito al tracollo 
già avvenuto sotto questo rapporto nelle razze a bozzolo giallo 
Dalmate, Montenegrino, Macedoni e dei principati Danubiani, 
additava il Giappone quale un faro di unica riparazione. 

Né a sminuire l'importanza di un così fatto obbiettivo, valsero 
le temerariamente patriottiche spedizioni nella Tartaria indi- 
pendente intraprese da Tasca Vittore, Meazza Ferdinando e 
-Sartirana dott. Giuseppe, e 1' altra posteriore del 1863 nei 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 273 

Kanati, tentata da Gavazzi Modesto e Pompeo Litta Biumi e dal 
sempre intraprendente Meazza. Questa spedizione era la conse- 
guenza della precedente ed accennava appunto a Bokara, dove i 
nostri pionieri incontrarono le tristi vicende che tutti conosconj 
o la di cui storia è consegnata nel giornale la Perseveranza, 
Sorte migliore non raggiunsero per gli effetti finali la spedizione 
nel Kaschmire, intrapresa dal dott. Carlo Orio, ne l'altra dei già 
troppo noti Castellani e Freschi, appoggiata dal Governo, ed a 
cui appella Y Istruzione pratica dettata da Casalta il I." aprile 1860 
(Firenze tipografia Barbera 1860) dallo stesso Castellani. 

I bozzoli chinesi del Castellani ebbero per breve tempo nella 
Toscana e nell'Umbria, quel succes^so che la novità accorda anche 
alle cose incerte, e molti tentarono l'educazione di questi cerei bi- 
gatti. 1 bozzoli bianchi godevano in allora del credito e il loro alleva- 
mento fruttò a noi che scriviamo, un Diploma d'onore con medaglia 
all'Esposizione nazionale di Firenze nel 1861, ^er bozzoli bianchi 
ben mantenuti (vedi cenno sommario sui giudizi emessi dalla com- 
missione dei giurati della classe 3.^' sotto-sezione 2.^, pag. 15). 

Intanto uno dei nostri più ricchi patrizi, dei propri interessi 
meglio curanti, il marchese Giacomo Brivio, senza consultare 
che la propria iniziativa, recavasi chetamente in Olanda, per 
commettere seme bachi a qualche Casa Olandese, che da tempo 
teneva commercio col Giappone. Il suo viaggio fu coronato da 
un esito felice, e la Casa accettò l'incarico. 

Sul principio del 1864 ricevette 500 cartoni che gli furono 
mandati da Kanagava, e che noi vedemmo per primi assieme ai 
professori Cornalia e Padulli, due o tre giorni dopo l'arrivo. II 
tentativo del Brivio può dirsi il primo che riuscisse bene, im- 
perocché questi cartoni acquistati dai bachicoltori più autorevoli 
giunsero ad assodare nel paese il credito per il Giappone ; alla 
qual cosa certo grandemente contribuì la Ditta Andreossi sopra- 
detta, che conta oggi 18 anni di vita prosperosa e che fu la prima 
a mandare incaricati al Giappone. Anco la Ditta Paladini e Ce- 
retti, sebbene posteriore seppe sempre distinguersi per la qualità 
della merce. Ma lunga sarebbe la lista cronologica di queste 
ditte che si dettero alla ricerca di questo, come vello d'oro, 
ad accreditare il quale contribuì l' appoggio che venne alia 
-nuova coltivazione da coloro che erano già saliti in fama di 

Milano. — Voi. III. 18 



274 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

distinti allevatori razionali, quali il Belletti Cristoforo, il Casati 
conte Camillo, il Marchese Giovanni Cornaggia, Tlng. Pietro Ma- 
crretti, Tlng. Amanzio Tettamanzi, il Marchese Brivio suddetto, il 
Marchese Luigi Crivelli, il Prof. Guido Susani, il Marchese Mi- 
chele Balsamo-Crivelli e l'illustre filosofo prof. Pestalozza, il quale 
ultimo ci diede un'eccellente guida per l'allevamento dei bachi giap- 
ponesi, nei suoi opuscoli editi dal Radaelli nel 1863 e successivo 18G4. 

Intanto Guèrin-Meneville mandava al nostro Museo del seme 
giapponese di razza bianca, che fu trovato quasi immune di corpu- 
scoli, ed anche questo fatto, per l'autorevolissimo punto dì partenza 
da cui moveva, ebbe grande influenza sul credito già accordato 
alle razze giapponesi. 

Mentre avveniva tutto questo, nella diremo quasi evoluzione 
commerciale, la scienza non rimaneva inerte spettatrice di co- 
tanta calamità; e prima il Vittadini, fino dal 1859, annunziava l'e- 
sistenza di alcuni corpuscoli vibranti nelle uova, mentre Cornalia, 
nella Monografia del 185G, accennò ai corpuscoli nelle farfalle 
che cominciavano a vedersi torpide e grosse ( Vedi Monografia^ 
pp.g. 332. — Idropisia delle farfalle). Questa osservazione però 
l'aveva fatta il Meissner nelle sue indagini ?>\x\V Ascaris Myxtax. 
Ad essa appella una nota del professor Cornalia a pag. 327 della 
suddetta Monografia. È un fatto però che il Meissner l'osserva- 
zione l'aveva fatta, ma senza cavarne alcun partito. L'esimio 
prof. cav. Filippo De-Filippi s'era pure occupato dei corpuscoli 
moltissimo, senza però aver travisto egli stesso nella loro esi- 
stenza nel baco, un indizio morfologico di quella condizione mor- 
f)osa che doveva tanto affaticare scienziati e pratici. Fra questi 
rOsimo rinforzando l'opinione del De-Filippi, attribuiva netta- 
mente ai corpuscoli vibranti il segnacolo della pebrina e quindi 
dava il mezzo, non di combattere, ma di prevenire fino a un- 
certo punto le conseguenze terribili della medesima, consigliando 
agli allevatori di gettare il seme che ne fosse inquinato. 

Tutto questo lavorio d'indagini però non costituiva finora 
che una serie di consigli senza indirizzo, di congetture in una 
parola, a cui mancava il pratico e deciso apprezzamento, quando 
Emilio Cornalia, intuendo con dialettica veramente lombarda l'ap- 
]ilicazione alla pratica di tutti questi conati, dettava il vero 
processo d'osservazione, che anche oggi è in uso, e confermava 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 2/0 

siffattamente l'esistenza dei corpuscoli pebrinosi, da meritar essi 
il battesimo del suo nome, per cui oggi non v' è scienziato ne 
pratico che non riconosca nel nome stesso di Corpuscoli Cor- 
nalia, accettato e divulgato universalmente, il merito principale 
che spetta in questa scoperta al nostro nobile amico. 

E qui per non portar nottole ad irtene, non descriveremo per 
filo e per segno il processo Cornalia, avendo esso affidato ad \v.\ 
opuscolo ciò che si riferisce alla soggetta materia (1). Esso pro- 
cesso è conosciuto universjilmente e ritenuto ancora come il 
migliore , sebbene altri abbia suggerite alcune modificazioni, 
che poi non hanno retto nel pratico esercizio di una tale micro- 
scopica manipolazione, che divenne mezzo di lucro. Perciò stesso 
tutti si dettero ad esplorare sementi col microscopio, previa una 
quotizzazione per ciascun campione, di cui si esaminavano dalle 
50 alle 100 uova, divise in dieci alle venti osservazioni. Il Padre 
Cavalieri professore|di fisica a Monza, pretese, scostandosi da que- 
sto sistema, di facilitare l'operazione collo schiacciare un indeter- 
minato numero di uova, riducendo tutto ad una poltiglia unica 
ed omogenea. Di questa egli esaminava uiia goccia, e dal nu- 
mero dei corpuscoli che ritrovava in ciascun campo osservato, 
ne deduceva una proporzione per determinare lo stato sano o meno 
della semente sottoposta all'ispezione microscopica. Wlacovich, 
adottando tal metodo, v'aggiunse di poi maggiore esattezza. 

Le cose camminavano di questa guisa, mentre gli scienziati se- 
guitavano i loro lavori, ai quali ci è impossibile tener dietro in una 
rassegna dell'indole della presente. Questa lacuna potrà bensì da 
chi lo voglia facilmente colmarsi, ricorrendo agli atti e memorie dei 
congressi bacologici internazionali tenuti in Gorizia 1870 , in 
Udine 1871, in Rovereto 1873, in Montpellier 1874, in Milano nei 
giorni 10 al 15 settembre 1876, nei quali figurarono i nomi illustri 
di Belletti, Berti-Pichat, Bolle, Cantoni, Pasteur, Quayat, RauUin, 
Verson, Cornalia, De-Cobelli, De-Ginestous, De-Lachénede, Du- 
claux, Freschi, Levi, Magaki, Sasaki, Nakasima, questi ultimi tre 
giapponesi, Wlacovich e Susani. A quello di Milano fece se- 
guito quello di Parigi, tenuto durante l'ultima esposizione mon- 



;;i) Norme pratiche, per l'esame microscopico delle sementi crisalidi e farfalle del baco 
da seta. Op in S^ con parecchie figure. Milano 1870. 



276 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

diale, ed a esso l' ultimissimo di questi giorni tenutosi in Siena 
da un centinaio di intervenuti. Ora in queste tornate si agita- 
rono, come è naturale, le quistioni più interessanti per la storia 
bacologica, e facile sarebbe rintracciarne la cronologia, seguen- 
done i verbali delle sedute e le relazioni presentate sui singoli 
quesiti, proposti dai comitati ordinatori. 

Ci rimane solo a notare che Cantoni primo emise l'opinione che 
vi fosse correlazione tra i corpuscoli nelle farfalle e la malattia 
vigente, fatto che fu poco dopo dimostrato da molte esperienze 
di Pasteur; laonde da qui innanzi prese una grande impor- 
tanza la selezione microscopica delle farfalle, come criterio di 
immunità dalla pehrina. Tale argomento dette luogo alla pub- 
blicazione delle due interessanti lettere del Cornalia a Pa- 
steur e viceversa, inserite nei NN. 3432 e 3433 della Perseve- 
ranza, maggio 24 e 25 del 1869 (1), ed agli interessantissimi 
studi dello stesso Pasteur, consegnati a due volumi sulle ma- 
lattie dei bachi da seta e stampati a Parigi nel 1870. 

Il Cav. Susani in ossequio air illustre Bacologo francese, fon- 
dava presso la sua ridente villa di Rancate, un apposito e 
grandioso stabilimento intitolandolo Cascina Pasteur. Era og- 
getto precipuo di tale fondazione la selezione microscopica delie 
farfalle, di cui noi che scriviamo rendemmo minuto conto nel 
giornale la Perseveranza 15 luglio 1871 , e 16 e 17 gennaio 1874. 
"A questi primi edifìci tenne dietro nel marzo 1878 altro fabbri- 
cato di ben 400 metri cubi. Tale stabilimento può facilmente 
custodire il seme, riparandolo dagli sbalzi di temperatura fino 
al momento dell'incubazione. Noi visitammo in quell'epoca questa 
che diremo camera di custodia, ed alle 2 pomeridiane mentre la 
temperatura esterna ed all'ombra era di 14*^, quella dell'in- 
terno della camera di custodia si approssimava a ', rimanendo a 
soli 5^ nei locali circostanti; i quali servono di presidio e nel- 
l'estate di laboratorio per la confezione e selezione della se- 
mente. Ma qui non possiamo diffonderci su tal costruzione, 
né in quella della macchina frigorifera di Pictet e negli ap- 
parecchi relativi ad essa, avendolo già fatto nel N. 6604 



(1) Lettera a M. Pasteur sur la méthole propisée ponr régénerer les races des 
Vers a Soie; Comptcs rendus de l'Accademie des Sciences. 15 mars 1859. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 277 

13 marzo 1878 della Perseveranza, al quale rimandiamo chi 
ne volesse sapere di più. Lo stabilimento Susani figura in pic- 
colo, in tutto il suo assieme, alla Esposizione nazionale fuori di 
concorso, ma fu già premiato dal R. Istituto Lombardo col premio 
Brambilla di L. 4000. 

È a notarsi che nel commercio del seme e particolarmente 
di quello giapponese si era insinuata, ed esercitavasi sopra vasta 
scala, la frode, agevolata e dall'indole stessa del commercio e 
dalla distanza dei paesi fra i quali avveniva lo smercio. Si prese 
a esitare seme falso per seme originario del Giappone, seme bi- 
voltino per seme annuale, seme di pessima qualità per seme delle 
migliori provenienze, d'onde insuccessi sopra insuccessi, ire, diffi- 
denze, scoraggiamento. Per porre un freno a tale stato anormale 
di cose, i 1 Ministero , confortato dal parere di corpi compe- 
tenti, dispose che il Regio Agente Consolare a Jokoama, appli- 
casse il bollo d'ufficio ai cartoni che si esportavano. Successi- 
vamente la bollatura obbligatoria fu resa facoltativa a richiesta 
dei semai, e poi s'ottenne che per distinguere i bivoltini dagli 
annuali, la bollatura fosse assunta dal Governo giapponese. Del 
resto il Governo fece quanto stava in suo potere per agevolare 
ai semai l'ingresso nei luoghi di produzione nel 1871, e più par- 
ticolarmente nel 1872. Udito il parere del Comizio agrario di 
Milano, lo stesso Governo fece chiedere al Governo giapponese 
ed ottenne, che i cartoni non potessero essere portati sul mer- 
cato di Jokoama, prima che il seme fosse perfettamente stagionato. 
Ma non la finiremmo più, se qui si volesse riferire tutte le pre- 
videnze e provvidenze più o meno utili prese dalla solerzia dei pri- 
vati, dai Comizi e dal Governo in prò della bachicoltura; laonde 
per la inesorabile necessità di esser brevi, rimandiamo per 
questa parte di storia, quasi contemporanea, o almeno recente, di 
esperimenti e cimenti correlativi, non meno che per i dati statistici, 
agli A'ìinali, Atti e Relazioni del R. Ministero d'Agr. e Coni, del 
quinquennio 1870-1874, voi. 2, pag. 396-411, e seguenti ed allo 
Notizie e Studi sidV agricoltura 1877, pure del Ministero dalla 
pag. 745 alla 782. Rispetto a questi ultimi ragguagli potranno ivi 
rinvenirsi cifre a bizefFe, che si riferiscono alla quantità e valore del 
seme bachi importato ed esportato dal 1862 al 1877, secondo i paesi 
di provenienza e di destinazione; sulla importazione in Francia dal- 



2^C> MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

l'Italia, dalla Spagna e da altri paesi; sulle vendite dei cartoni 
segnatamente nel 1872; sui risultati del mercato serico a Jokoama 
nel 1874, 1875, 1876, ecc.; sul valore attribuito alle esportazioni 
del 1877, al cambio di lire 5 per ogni Jen; sul movimento dei 
mercati serici di Jokoama dal 1867 al 1877, col prezzo di ciascun 
cartone e valore totale in dollari; per l'esportazione totale in 
Europa degli anni 1863 al 1872. V è pure una statistica sul 
prodotto dei bozzoli per ciascuna provincia del regno, rispetto 
alla quale è inutile di dire che la Lombardia figura per prima, 
con una quantità in chilogrammi 15,060,350 pel valore di lire 
italiane 67,247,845, e ciò fino dall'anno 1864; finalmente sulla 
quantità e valori dei bozzoli d'ogni sorta, importati ed esportati 
in e dall'Italia dal 1862 al 1877. 

Fabbricati. — Fino dal 1820, il Conte Lasteyrie alla prima 
pagina del primo volume della siia storica Collection des machines, 
instrumens, utensiles, constructions, apparèilles, ecc, dedicò la 
sua prima tavola ai cortili e stalle del Milanese, e le dichiarò bea 
calcolate per l'economia e per le comodità, proprie a tutti i paesi, 
ma singolarmente a quelli sovrabbondanti in foraggi come il 
nostro. Lamenta fin da quei tempi la scarsa altezza delle 
stalle per la necessaria cubatura d' aria, senza forse riflet- 
tere che il non dare gran dimensioni in altezza ai ricoveri per 
gli animali ha qui un triplice oggetto. Primo; di risparmiare 
nelle tettoie, mettendo anche il fienile sopra la stalla: secondo; 
risparmio nei trasporti del foraggio dalla capanna alla stalla me- 
desima, il quale avviene sul posto mediante un comodissimo ab- 
battifieno, che lo fa precipitare quasi può dirsi dall'assito alla 
greppia: in terzo luogo vuoisi considerare che una tal quale 
limitazione di spazio è il mezzo di raggiungere un certo grado 
di calore, che vuoisi in inverno mantenere negli ambienti prin- 
cipalmente destinati alle mungane, sapendosi come cosa certa 
che il tepore della stalla, tutto che un po' carico di acido car- 
bonico e di vapore acqueo, conferisce grandemente alla facile 
secrezione del latte e alla economia dei foraggi. Il calore infatti 
è un forte eccitante della vita degli 'animali. 

Con tutto questo non vogliamo dire che le vecchie nostre stalle 
non siano da questo lato difettose, poiché sappiamo anche noi 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 279 

i€lie, oltrepassati certi limiti di temperatura, la traspirazione di- 
Tenta smodata e la macchina si snerva per eccesso di stimolo; 
ma sappiamo altresì che l'aria fredda intirizzisce e che la calJn 
«imida che tanto favorisce la vegetazione delle piante, nuoce gran- 
demente agli animali, di cui rilascia singolarmente i tessuti. In 
modo diverso però, ma sempre notabilmente, occorre evitare il 
freddo umido, il quale induce quella cotale tendenza generale alla 
dissoluzione organica, che si manifesta colle malattie scrofoloso. 
La macchina animale dunque non si diletta che in aria tempo- 
rata quanto al calore, e che inclini piuttosto al secco. 

Tali considerazioni hanno indotto i nostri proprietari milanesi 
ad una riforma radicale dei vecchi ricoveri e dei così detti 
barcM-stalle, buoni per l'estate e per l'inverno. Infatti, rimovendo 
alla calda stagione le imposte de' larghi fìnestroni che vi sono 
praticati, l'animale può usufruire di una cubatura d'aria anche 
maggiore di quella ritenuta necessaria per una bestia grossa 
/cavallo bue) ad una regolare respirazione, la quale è fissata 
<G-asparin, tom. 2." pag. 479) da Vogel a 42 metri cubi, dal chi- 
mico Dumas a 25 metri cubi soltanto , e da una Commissione 
<li dotti dell'Accademia delle Scienze di Parigi, per l'organo 
di M. Clievreuil, da 25 a 30 metri cubi. 

Ili altri casi la stalla die succede al portico non ha siflattì 
jfinestroni amovibili, ed in allora è il portico stesso che fa da 
stalla, destinato alla stagione estiva e denominato harco. T.ile 
«istema però procaccia nelle ore caldissime della giornata agli 
animali edalle abitazioni, il fastidio delle mosche, ed è per questa 
e per molte altre ragioni, che al barco puro e semplice è sempre 
preferibile il barco-stalla, o la stalla molto arcata propriamente 
dotta. Questa, per un 70 vacche circa, è della lunghezza netta 
di metri 57. 50, di larghezza metri 8. 10 ed a doppia let- 
tiera posta, con la greppia presso i due muri laterali. A taK; 
disposizione sarebbe però preferibile quella colle due greppie in 
mezzo alla stalla ed una triplice corsia ; ma. pur troppo questa 
nuova disposizione, per tanti titoli preferibile alla prima, non venne 
fin qui adottata nella nostra provincia milanese, se togli il bel- 
l'esempio che ne diede a questo proposito 1' or annientato Istituto 
di Corte Palasio, dove noi pure fummo Docenti in sullo scorcio 
dell'ultimo biennio di sua esistenza. 



I 



280 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Del resto il lusso moderno nei fabbricati della circoscrizione della. 
provincia milanese quale è ora, noi lo abbiamo riscontrato in una 
tenuta della Congregazione di Carità visitata presso Limito, molti 
anni addietro, col compianto amico nostro Ing. Villoresi, che hi 
un tempo addetto all'ufficio tecnico di queir amministrazione. 

Ma parecchie altre ne esistono, ed assieme ad una Commi s~ 
sione della Società agraria di Lombardia, ne visitammo due ulti- 
mamente. L' una è il vasto tenimento di Villa Maggiore e- 
Crosina posto pure in prov. di Milano e di ragione del Barone 
Sabino Leonino; condotte dai bravi fìttabili Antonio e Carlo- 
Bonasegaìe, e Signor Luca Preti. Ivi si osserva adunque la co- 
struzione di un nuovo ricovero capace di 110 vacche, largo 
metri 9 e cop&ck) da voltini in cotto fra travi in ferro. Questa, 
stalla a cui corrisponde 1^, superiore capanna , ha nel mezzo- 
una spaziosa corridoia carreggiabile, ed è arieggiata mediante 
opportune aperture e convenienti condotti che s'innalzano a tetto. 
Due porticati stanno contro il medesimo nel senso della sua lun- 
ghezza. Una infermeria disgiunta dalle stalle è collocata sul pro- 
lungamento di essi, e nel cortile interposto ai medesimi trovansi due 
abbeveratoi. Hannovi porticati pel deposito esclusivo dei foraggi 
a piano terra, dove si conservano meglio che in ogni altra guisa,. 
e che sarebbero sempre preferibili quando fos.^ero anco economici. 
A poca distanza sorgono le baste capaci di 160 maiali. Una mac- 
china a vapore funziona per la fabbricazione del formaggio, mentre 
lina ruota idraulica dà il movimento alle zangole. Il fabbricato colo- 
nico è sano, comodo e capace di ricoverare ben 80 famiglie, diviso 
in varie sezioni e fornito di agiamenti, mediante una corridoia. 
centrale. Non mancano ne il pozzo, ne il forno, ne la fornella 
per il bucato, né i pollai; il tutto collocato in uno spazio chiuso- 
ed affatto disaggregato dalla corte dei fìttabili. V 'è pure una. 
scuola con asilo infantile, mantenuta a spese del proprietario. Il 
■costo dell'opera ascende a L. 281,737, di cui i conduttori corri- 
spondono l'interesse al locatore, per quella somma che riflette il 
brillatoio, le baste ed il caseificio. 

Riassumendo poi le cifre relative al costo dei fabbricati di 
fronte a ciò che fu speso per le bonifiche dei terreni, si conclude 
che la spesa totale occorsa per la sistemazione di gran parte del 
sol) tenimento di Villamaggiore di pert. 8000,22,10 pari ad et- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 281 

ari 523.67, più quella abbisognata per la riforma del caseg- 
giato, ascende al complessivo di L. 599,689.92; il che basta a 
dimos-trare T affermazione da cui siamo partiti, cioè che nella 
nostra Provincia non mancano esempì di proprietari, che noi> 
meno dei lord britanni comprendono, che il solo mezzo di ri- 
staurare l'agricoltura è pur sempre quello della larga associa- 
zione del capitale all' industria ed al lavoro. 

L'altra di queste tenute che ci conduce alle stesse deduzioni è 
quella che visitammo il 27 aprile di questo anno appartenente al 
fratello Giuseppe del predetto Barone Leonino, diretta ed ammini- 
strata dal bravo Rag. Guzzelloni. Questi lavori furono diretti dallo 
stesso esimio Ing. Luigi Robecchi, che ideò ed eseguì il precedente- 
progetto di Villa Maggiore ed uniti. Tale riforma fu eseguita in con- 
corso degli affittuari fratelli Banzoni, ma l'analizzarla ci condur- 
rebbe troppo per le lunghe. Questo possesso, detto Cascina Nuova di 
Filigìiera, viene bagnato dall'Olona, che riappare nella provincia. 
di Pavia, vivo fiumicello occupante l'alveo naturale in cui con- 
voglia le colatizie, che frequenti e copiose gli abbandona l'irriga- 
zione delle terre fino alla foce del Po. Essendo questo fondo fuori 
della nostra Provincia, non ne terremo altra parola, bastandoci 
la citazione, a conferma del detto di sopra. 

Qui invece riportiamo uno schizzo delle diverse parti di cui 
si compone un grosso cascinale lombardo nella bassa, il quale- 
ci fornisce un'idea completa di questo genere di costruzioni. La. 
pianta delineata nella pagina seguente (vedi figura 19), ci venne 
offerta dall'amico nostro Ing. Antonio Cantalupi che ha trat- 
tato, bene e a lungo, di questa interessante materia in due 
volumi editi dalla Ditta Galli e Omodei, Milano 1874. 

All'esaurimento del presente argomento che non possiamo ii> 
verun modo ulteriormente protrarre, basterà, per la parte non irri- 
gua, fermarsi colla sola descrizione ad uno di quei Cascinali, che il 
Cuppari paragona per la Brianza a vere arnie umane, che richia- 
mano un po' alla mente i fantastici disegni dei falansteri del troppo- 
immaginoso Fourrier. Enumeriamo qui le parti di cui su per giù si 
e mpone ciascuna delle piccole abitazioni, capace di alloggiare una 
d 'Ile famiglie, il di cui aggregato costituisce l'intero Cascinale. 
Eccone pertanto la disposizione. Ricetto d'ingresso costituito 
per tutte da un comune Porticato, che in alto sorregge una. 



JJafco 




Fig. VJ. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 283 

jpure comune terrazza coperta {loggia). Al piano terreno soa 
tutte cucine, che hanno da un lato l'ampio camino e l'acquaio, 
■dall'altro un'erta scala che non ingombra, il più spesso di legno, e 
che conduce ad una specie di botola per la quale si entra alle due 
tre stanze superiori, che hanno tutte accesso alla loggia. Il 
porticato in basso, oltre a servire- di comodo accesso, serve pur 
anco di ricetto per gli arnesi, e nell'interno, rimane la stalla a due 
o più poste, che offre anche un po' di comodo pel mangime, e dove 
"dovrebbe stare pure il faìcioyie a gramola od a ruota, che pur troppo 
in Lombardia il più delle volte manca. Il Castro de maiali è situato 
nella stessa stalla, mediante la sola separazione di un basso assito 
di legno. Il loggiato in basso accoglie qualche volta anche il pollaio, 
adattandovi una specie di stia, ma in oggi si fa in muratura in 
luogo appartato. Il terrazzo poi, che mette in comunicazione tutte le 
parti del piano superiore della casa, ed a cui si accede per comoda 
scala, diventa alla stagione de' filugelli l'accesso comune alle bigat- 
tiere superiori, in cui si trasformano per incanto, non solo le camere 
•dei giovani della famiglia, delle vecchie e delle ragazze quando stanno 
separate, ma le stesse camere dei maritati, che presso al letto ma- 
trimoniale innalzano i castelli di stuoie improvvisati. L'aereazione 
ed il rinnovamento dell'aria, non che il sufficiente riscaldamento, 
quivi vuol essere mantenuto da una stufa par le prime età, mentre 
nel piano inferiore, tale importantissimo ufficio viene adempiuto dal 
già esistente camino, di cui le fiammate sono nei giorni di soffoco, 
insieme al cloro, allo zolfo, alla calce sfiorata in polvere e poscia 
difi'usa sui letti, il salvaguardia dei buoni raccolti (vedi Decalogo 
bacologico dello Scrivente, edito dalla Società Agraria di Lom- 
bardia, tipografia del Patronato 1880). A tutto ciò si aggiunge nelle 
belle giornate la rimozione delle stuoie dalle stanze interne al 
.porticato ed al terrazzo, dove spesso vedemmo le solerti mas- 
saie {regiore)^ imporre al personale loro soggetto il nettamento 
Tino per uno delle zampe dei bigatti, che giacciono spesso di 
troppo ammonticchiati sui loro graticci. 

Veri modelli di queste costruzioni rurali, son quelli delle te- 
nute del Conte Arese, amministrate con tanto senno e con tanto 
-zelo dall'ing. Amanzio Tettamanzi. Del resto, tal maniera di al- 
loggiamento dà luogo ad un intimo contatto, e ad una solidarietà- 
fra le famiglie coloniche. Queste se hanno l'agio così di rin- 



284 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

iiirsi un po' più spesso a meriggiare sotto i portici , e a cian- 
ciare nelle lunghe sere d'inverno al non sempre malefico tepor 
della stalla, non è poi un gran male, poiché, in fin dei conti^ 
anche il colono ha diritto alla reciproca comunicazione delle 
idee, che è fonte anche per lui di perfezionamento e di civiltà. 
E questo è tanto più vero oggi, che il nostro valoroso esercito 
riceve nelle caserme quella nazionale educazione, che i baldi 
giovani congedati e fatti a mano a mano più sagaci , e a ciò- 
condotti da chi sa più di loro , fra i loro compagni , portana 
tra queste brigate domestiche quella come aura di scienza pae- 
sana, che spira dai loro discorsi e si spande e vola sotto a quei 
portici e in quelle stalle, penetrando negli intelletti dei minori 
fratelli e dei padri loro. Così le idee nuove, presa una volta forma 
e vita di parola in mezzo a questi rustici convegni, ne com- 
muovano e ne mutano senza che appaia il radicato pregiudizio,, 
fatalmente coltivato da que' cotali, che dicono star bene le cose 
come sempre furono e come ora sono. In questa guisa si tra- 
sformerà lentamente e tacitamente, ma pur si trasformerà, l'agri- 
coltura anche nelle mani dei rozzi, per quel bagliore e quel- 
l'alito di cognizioni nuove che si spande per tutto, e che arriva 
perfino in mezzo ai campi. Così per questo lentissimo influsso,, 
forse più presto e meglio che per l'influsso non sempre benefica 
dei libri mal fatti e dei cattivi giornali, s' arriverà a qualcosa. 
Ecco perchè noi vorremmo, non solo nelle scuole magistrali e 
comunali maschili e femminili, ma nelle stesse caserme, la diff'u-^ 
sione di qualche buon precetto di agricoltura; ed ecco perchè 
troviamo i cascinali lombardi, che fra le altre cose risparmiano i 
tetti, e quindi una forte quota di spese di mantenimento e di 
capitali in fabbricati, preferibili alle meschine capanne isolate- 
dell'Umbria, ed alle troppo voluttuose case coloniche della Chiana 
e dei due Valdarni. 

Associazione dell'agricoltura all'industria. — A chi os- 
serva superficialmente l'attuale agricoltura della nostra contrada,, 
la rinverrà di leggieri in apparenza floridissima; ma chi si fa a 
rivolgere nell'animo l'origine di tanto vistosa perfezione, la dovrà 
appellare miracolosa. E qui dobbiamo dire che non a caso ci la- 
sciammo sfuggire la parola apparenza, dappoiché se riguardo alle. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 285 

origini di tali risultati pratici di miglioramento, l'agricoltura 
milanese dovrà dirsi, più che lodevole, portentosa, ciò non toglie 
però che in quanto alle condizioni in cui versa attualmente, non 
■solo molto lasci a fare e a desiderare , ma in qualche parte 
•può essere e deve essere necessariamente restaurata, non solo 
■nell'alta, ma nella bassa Insubria. 

Il che non vuol dire che noi riteniamo, come altri, che tutto 
oggi debba apprendersi dallo straniero e che si sia, noi qui, in fla- 
grante contraddizione, confrontando queste nostre parole con ciò 
-che abbiam detto e ridetto nella Perseveranza ed altrove, sul pri- 
mato che spetta all'agricoltura lombarda, di fronte ai tipi stranieri 
meglio perfezionati. Ciò vuol dire soltanto che i perfezionamenti 
noi non dobbiamo cercarli tutti oltre l'Alpi, ma dobbiamo rin- 
venirne l'attuabilità negli stessi nostri sistemi, che al postutto 
t?ono intrinsecamente meno imperfetti degli stranieri. Per per- 
■suadersi di ciò, basterebbe ben ponderare l'opera di /. .V. ScJiwerz : 
Sistèmes de culture ou assolemens connus (Metz 1830). 

Perciò stesso i nostri sistemi rurali sono più suscettibili di 
minuti raffinamenti, ai quali con tanto maggior diritto possiamo 
aspirar noi lombardi, così favoriti da una condizione molto propi- 
zia, vogliam dire l'intreccio dell'industria agricola colle altre in- 
<lustrie, che possono ad essa associarsi. In Lombardia in fatti, 
lo dice lo stesso Jacini, alcune industrie manifatturiere e l'agri- 
coltura si danno la mano in modo singolare. Imperocché la pro- 
prietà agricola vi è stata fondata con grandi capitali, e non può 
essere continuata senza i grandi capitali, chela sola terra si ri- 
fiuterebbe di porgere, almeno nella forma in cui sono richiesti. 

Il nostro paese, è vero, da parecchi anni si trova afflitto da una 
crisi che oggi, in quanto principalmente al deprezzamento delle 
derrate ed alla concorrenza dell'Asia per le sete, si accentua a di- 
smisura. Circostanze queste che già a quest'ora sarebbero riu- 
scite micidiali all'agricoltura se, come il Jacini predetto fa os- 
servare, altre industrie per infinite vie dirette ed indirette, non 
fossero venute in soccorso degli agricoltori capitalisti, a cui né la 
parsimonia forzata, né l'amore della patria terra, né la perseve- 
ranza nelle avversità, avrebbero potuto impedire che le gravissime 
imposte sottraessero i mezzi per far fruttare la terra stessa ; cioè 
i capitali circolanti necessari dovunque per creare , conservare ed 



286 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

utilizzare i capitali stabili. D'alti^onde, l'attività manifatturiera del? 
paese nostro, passando dai setifici ai lanifici, cotonifici, linifici, 
canapifici e lattifici moderni, non che alla fabbricazione di mac- 
chine d'ogni genere e dandosi alla costruzione di mobili, di ser- 
ramenti, di utensili; e similmente, al difuori della nostra Provincia,, 
anco alla coltivazione delle miniere di ferro, l'industria è venuta 
a stabilirsi, abbandonando le città, nelle aperte campagne ; dove^ 
trova qualche volta le materie prime e sempre l'abbondanza delle 
braccia a buon mercato, relativamente ai paesi stranieri. 

Così sono sempre più cresciute le industrie manifatturiere nella 
Provincia di Milano, che si presta ancora in mirabil modo per ogni 
lor forma. Infatti la fìtta popolazione, i combustibili che (meno il- 
carbon fossile) si possono trovare a non grandi distanze copiosi,, 
la forza dell'acqua per le frequenti e perenni fughe e cascate, sono 
tutte circostanze che grandemente favoriscono l'industrialismo. 
Pel commercio poi, anco la relativa vicinanza delFAdriatico e dei 
Mediterraneo, ci è favorevole, imperocché questi due mari, de- 
caduti negli scorsi secoli dall'antica importanza, ora la ripren- 
dono rapidamente e promettono di diventare l'emporio del mondo 
incivilito. Tali circostanze in aspettativa dei grandi destini eco- 
nomici a cui sembra chiamata la nostra Milano e di cui parla 
in questo stesso volume l' illustre ed antico nostro Collega L. 
Luzzatti, rendono manifesto e incalzante il bisogno di perfezio- 
nare la nostra organizzazione agricola e di depurarla da tutto 
ciò che in essa s'incontra di contrario ai buoni sistemi. 

Che se si potesse riuscire a bilanciare il maggior prezzo che 
dobbiam pagare il carbone, con l'economia che possiam fare sulla 
mano d'opera, la via sarebbe appianata per preparare un solido 
piedistallo su cui potere innalzare il nostro monumento industriale; 
poiché non é assolutamente vero che, dirigendo i nostri capitali 
all'industria, l'agricoltura ne sofira e viceversa: dacché, impiegan- 
doli dall'una e dall'altra parte, si viene a costituire quell'aiuto re- 
ciproco, che potrà essere la salvezza di entrambi i rami della nazio- 
nale ricchezza. Su tal proposito, diceva il sommo Ridolfi: a questo 
mondo bisogna fare un po' di tutto, per poter vivere come si può. 

È in subordinazione a questo concetto che qui, entrando a 
parlare della cultura propriamente detta, vigente nella nostra 
provincia, movemmo dairaccenno a questo ben augurato incardi- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 287 

namento fra ragricoltiira e l'industria, al quale assai meno si pre- 
stano le meridionali e medie provincie: le quali hanno a che fare 
con un inverno più mite, con un terreno più forte, con una coltiva- 
zione più minuta e frastagliata. Laonde ivi la coltivazione jemaìe 
assume un carattere più intensivo, tutto che in effetto quesia 
intensità di faccende non si traduca sempre, meno nei due Val- 
darni, nel Lucchese, nel Genovesato e nella terra di Lavoro, in 
una corrispondente intensità di prodotti e quindi di redditi. 

Il che ci consiglia onninamente a non proporre riforme, che 
soverchiamente impiccino il colono lombardo e la sua famiglia 
in inverno, per non togliere né ad esso né ad essa il modo di 
correre alle fabbriche manifatturiere, e nei giorni d' inverno più 
crudi, e quando i ghiacci e le nevi non permettono di utilmente 
stuzzicare la terra; ciò che é appunto permesso nelle terre bagnato 
dall'Arno, dal Tevere, dal Garigliano, dal Volturno, e se vogliamo 
dal Potenza, dall'Aso, dal Tronto, dal Pescara, dal Trigno. Guar- 
date il versante Calabrese: esso non ha invidia ai colli di Fie- 
sole ed ai contorni di Napoli, per fittezza di bianchi casolari e 
per frequenza di pampini, d'ulivi e d'agrumeti. 

Or che mal c'è che il nostro gran baluardo alpino, che confondo 
i suoi versanti coi men rudi declivi appennini che assieme di- 
scorrono al doppio mare, ci presenti nella sua forte popolazione 
agricola un'attitudine così spiccata alle manifatture ed industrie ? 
Questa doppia attività viene anzi in aiuto ai favori climatologici, 
che con degradante sfumatura Iddio concesse dall'Alpi al Lilibeo 
a tutti i figli d' Italia, ma non nello stesso grado, volendo forse 
nella sua sapienza infinita creare così quella graduale dissimi- 
glianza di bisogni, d'indoli e d'attitudini, la quale deve rafforzare 
il cemento delle svariate parti della penisola, che par fatta appo- 
sta per essere unica ed una, sebbene alquanto diverso nella maggior 
sua lunghezza, si mostri l'aspetto delle sue valli e convalli. 

Far spiccare la qual cosa ci riuscirebbe assai facile , met- 
tendo in rilievo quelle differenze una ad una, che costituiscono 
r esser proprio di ciascun tipo organico della azienda rurale 
italiana, la quale appunto si atteggia nelle diverse valli, colle 
sue varianti, a questa stessa variabilità orografica. 

Ma il mettere ciò in mostra, per quanto potesse conferire alla 
coerenza ed ampiezza dell'assunto preso, non può patirlo quella 



288 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

brevità che è legge inviolabile e da noi fin qui inviolata, se si ha ri- 
guardo all'indole di un lavoro, che necessariamente risente da ogni 
passo di quella angustia di tem pò , che a compierlo ci fu imposta. 

Indole agricola della gente lombarda. — Cons deraHdo 
ora la singolarità di questa gran valle, nel cui bel mezzo gi- 
ganteggia la nostra Milano, e che è la più ampia di tutte, 
chiaro emerge esser quella che voleva dagli Italiani di buona 
volontà il maggior tributo dei loro sudori, che sono, per de- 
<;reto della prov videnza, l'unico mezzo per render la terra oggi 
•abitabile ed abitata. 

Laonde in questa valle, par che natura creasse un popolo 
fatto apposta per lei. Erano gli uomini che più tardi sotto le 
mura di Pavia, ed a pie del castello di Binasco andavano senza 
armi ad affrontare Bonaparte, vincitore di Montenotte e di Lodi. 
Ed in vero, per gli abitanti di questa valle non vi era forse via 
di mezzo: o dovevano vivere una vita miserabilissima tra pa- 
ludi e sterilissimo sabbie e ghiaie , o a gravissime fatiche do- 
vevano crearsi un suolo feracissimo. 

Era quasi la questione tra la morte e la vita : ma la virtù 
vinse: e questo è ora uno dei più feraci paesi del mondo. Il basso 
Milanese coU'adiacente bassa Lombardia è un suolo reso fertile 
a forza di fatiche e di capitali, un suolo di tal natura che al- 
trimenti poco nulla avrebbe mai prodotto , e che , al dire di 
Lombardini, ritornerebbe un marazzo, se solo per cinquant' anni 
fosse abbandonato a se stesso. Le pratiche e la legislazione 
lombarda delle acque, ci porgono il più certo argomento della 
sapienza e della operosità dei padri nostri. 

Che se saliremo dal fondo della pianura ad analizzare quella 
parte che chiamano alto Milanese e più in alto ancora, valicando 
per un momento i confini della Provincia, saremo condotti alle 
stesse conclusioni. Questi confini non hanno ad essere pel nostro 
discorso le colonne d'Ercole, altrimenti il carattere sociale delle 
nostre genti milanesi non può ritrarsi a cappello. Or bene : mirate 
quelle ripide pendici, ridotte in simmetriche gradinate a mo' di un 
anfiteatro? Sostenute con muri di sasso, il colono vi porta 
■a spalle la poca terra che basta a interrare il piede d'una 
vite, senza curarsi che l'immane lavoro gli paghi appena la 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 289 

stretta mercede della manuale fatica. Se il coltivatore dividesse 
gli scarsi frutti con un padrone, appena potrebbe viverci. Ivi la 
terra non ha quasi valore, se non come spazio su cui si esercita 
l'opera dell'uomo: è officina del coltivatore. 

Il contadino vi è spesso padrone della sua gleba, od almeno 
livellarlo perpetuo, mentre parte della famiglia, vi suda e alleva 
all'amore del suolo natio la povera prole. Altra parte di lei scende 
al piano, in città o nelle borgate più industriali, ad esercitarvi 
qualche mestiere, o si sparge trafficando oltremonte, e riporta 
alla famiglia i risparmi, che le danno la forza di continuare la 
sua lotta con la natura e colla povertà. Questa famigliuola è beata, 
in tanta strettezza della sola compiacenza di poter dire, questo 
frustolo di terra dì io calpesto è mio. Laonde la ricchezza non 
vien tutta dal suolo, ma, come appunto dicevamo testé, vi si in- 
veste come frutto delle arti e del traffico. Vi si vede quindi una 
singolare mistura di costumi rusticali e di esperienza mondana, 
l'amore del lucro e l'ospitale cordialità, la facilità di saper vi- 
vere in terra straniera e l'inestinguibile affetto al proprio pae- 
sello, ed alla intera nazione, che presto o tardi fa pensare al 
ritorno. 

In alcuni dei nostri monti la possidenza privata è ancora una 
eccezione. Il Comune possiede vastamente i pascoli e le selve. 
Ma scendiamo da questi casi speciali, che talora fan parte e 
spesso son fuori del circuito della nostra Provincia, alle belle 
colline nostre coltivate meglio che il monte, ubertose come il 
piano. 

Colonia. — Quivi è una contadinanza, la quale non possiede 
la sua terra, eppure non emigra nella stessa misura dell' abita- 
tore dei monti del Verbano e del Lario. Può tributare al padrone 
il frumento, divider seco il poco vino ed i bozzoli, non che le 
scarse frutta, e serbar tanto per se da vivere colla piccola fami- 
gliuola, ed allevarla nel semplice tenore de' suoi padri. Quivi un 
Comune è disseminato in 20, in 30 casolari di vario nome, che la 
Chiesa madre imparziale e pietosa, posta sul poggio più ameno 
raccoglie nel comun sentimento dell'aspirazione ad un'altra Pa- 
tria, dove le tribolazioni non arrivano, ed 1 gaudi futuri, premio 
sicuro di quelle, incoraggiano incessantemente alle abnegazioni 

Milano. — Voi. 111. 19 



290 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

più eroiche, ed a quella virtù, di cui è solo capace il sentimento 
religioso, che alcun altro sentimento mondano, non potrà mai 
efficacemente sostituire. Se il padrone si muta, il colono subisce 
la legge del nuovo; e talvolta una famiglia dura da tempo 
immemorabile sullo stesso terreno. Tutto Tanno è un continuo 
lavoro, le viti, il gelso, il frumento, il melgone, i bachi, la 
vaccherella, le vangature, la messe, il bosco e Torto, danno una 
perenne vicenda di cure che desta Tintendimento, la previdenza 
e la frugalità. 

Lavorando sempre in mezzo alla famiglia senza comandare 
ne obbedire, il colono cava dalla terra il pane quotidiano, non so- 
lamente come cosa sudata, ma come cosa propria: ciò il più spesso 
lo libera dai pericoli morali e corporali della miseria, che non a 
caso Virgilio chiamò turpe [tiirpis egestas),e gli conferisce dignità 
d'uomo libero e dignità di proprietario. Vero libro d'oro in cui il la- 
voratore della terra è ascritto a cittadinanza la colonia, collega il 
contadino al lontano commercio pel prezzo de' suoi bozzoli e per 
il lavoro che la seta porge alle sue donne. Inoltre nei siti meno 
lieti e più ripidi dove, il cittadino ricco non investe capitali, 
il colono come accennammo è spesso il padrone del suo terreno 
e rappresenta quello stato sociale, che era così sparso negli 
aborigini , quando furono i secoli della maggior forza d' Italia 
e del più puro costume. 

Noi non sappiamo quali segreti racchiuda in sé T avvenire, 
né per quali modi la Provvidenza Divina, che non abbandona mai 
i suoi figli raminghi sopra la terra, sia per ricomporre a forma e 
vigore nuovo questa società moderna, che alcuni utopisti vor- 
rebbero ridurre senza famiglia, senza patria, senza nazione. ]\Ia 
quel che sappiamo é, che se oggi in questa società medesima 
così procacciante pei mutamenti più radicali ed azzardosi, ri- 
mane la colonia a ricordare come ad esempio, un ordine sociale 
eminentemente partecipante dei beni e delle sorti di tutti gli altri 
ordini, volerlo distruggere, o patire solamente che sia distrutto,. 
o che venga meno per misera vita, è durezza di cuore, e nimistà 
di noi stessi. Or questa parte dell'antico edifizio che alcuni or 
gridano caduta essa pure in rovina, questa parte che ancora è 
in vita e che può rimanervi, ove il vogliamo, é il patto coloìiicoj. 
e sotto la sua forma più perfetta, la mezzeria. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 291 

Mezzeria. — Ora in quanto la mezzeria più che qualunque 
altra forma colonica, congiunge insieme per vincoli più intimi d'in- 
teressi e di affetti il contadino col padrone; e molto più in quanto 
ella congiunge con lui e fra loro i contadini di un sol cascinale, 
di una sola fattoria, ella ci rende immagine d'uno dei più per- 
fetti ordini popolani, e del modo con cui vorremmo collegare ed 
amicare questi ordini, coi più alti del popolo grasso e dei signori. 
E ce ne rende immagine, perchè nel patto colonico sotto forma di 
mezzeria come appunto vorremmo ridotto esso patto anche in 
Lombardia, i contadini non hanno alcun privilegio che' li faccia 
sovrastare, e non hanno ad un tempo carichi di umiliazione ser- 
vile. Ve sodalizio fra loro ma indiretto, in quanto cioè coltivano i 
beni d'un padrone medesimo e dividono con esso tutto a metà: per- 
ciò non è compagnia possente di forza sua che valga a contrastare , 
ma è compagnia di protetti a' quali è necessario d'obbedire a chi 
possiede la terra, e cosa cara il poterlo stimare ed amare. Nobile 
maniera di società e di sudditanza, nella quale il nome di pa- 
drone, che il buon Malenotti spiegava per grande padre e che 
Gino Capponi voleva chiamare patrono, non suona dominio e 
non risponde a servitù, ma dice consorteria d'interessi, dice 
protezione e quasi paternità. Sciogliete l'unione, strappate i vin- 
coli, rendete il mezzaiuolo giornaliero come in città, o come il 
pigionale campestre (proletario), ed eccovi la moltitudine scompi- 
gliata, eccovi i turpemente miserabili, gli invidiosi, i servi , i 
ladri. Il patto colonico sotto forma di mezzeria pura è adunque 
un ordine, una istituzione, un'arte nel cui gonfalone è scritto 
alleanza fra gli abbienti e chi non ha. 

Necessità di mantenere il patto colonico nell'Altipiano 
ASCIUTTO. — La colonia pericola dicono alcuni, ma pur troppo 
neir alto piano Lombardo, a somiglianza dell' Italia di mezzo 
non se ne può far senza. Mancano ai possidenti i capitali, manca 
il sapere, manca la potestà e la volontà di abitare continua- 
mente in campagna, come fanno i fìttabili, alla bassa, per col- 
tivare a propria mano, e coi loro vistosi capitali le terre altrui, 
che i padroni non curano e qualche volta neppure conoscono. 
La colonia anche dopo la depressione in cui caddero le nostre 



202 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

sete resta e resterà per un gran pezzo nell' altipiano Lom- 
bardo, dove ad un capitalista non potrà molto convenire d'eser- 
citare la potenza della propria personalità, perchè dove manca 
l'acqua, manca la sicurezza del raccolto, manca il prato ed 
il riso, cardini precipui ed indispensabili, del tipo dell'agri- 
coltura Lombarda, ivi quasi ridotta al regime di una vera ma- 
nifattura. Ma l'altipiano non ha in grande né prato né riso, perchè 
non ha acqua per formarli (salvo alcune località privilegiate), 
dunque come si fa ad abolire la colonia? 

Ma si dirà : la colonia resti pure, ma resterà come inciampo 
ai progressi agricoli, e non come aiuto all' invadente foga dello 
spirito d'associazione, facile fra i proprietari ma non fra i coloni ; 
come inciampo all'attuazione delle macchine su larga scala; come 
inciampo alla specializzazione del vigneto, e come impedimento 
alla sostituzione delle piante tecniche (tessili, oleifere, colo- 
ranti, aromatiche) le quali vogliono essere coltivate in grande, 
con tutti i più minuti perfezionamenti che l'arte sa suggerire. 
Il gelso disautorato, il melgone pasto scarso e non sempre si- 
curo del colono, non potranno essere sostituiti dalle culture più 
ricche, che vogliono il concorso dei larghi capitali, e la grande 
e non la piccola cultura. 

Queste massime che a prima vista in bocca dello scienziato 
possono avere il prestigio d'una momentanea persuasione, non 
reggono né air esperienza di tutti i giorni, né a quella dei se- 
coli, né tampoco alla dialettica di un più modesto ragionamento. 

Istruite i possidenti della parte asciutta in modo che sappiano 
sempre se il contadino erri e come erri, e se bene o male si 
apponga in quello che fa e in quello che dice; fate che tutti i 
proprietari grossi e piccini sappiano insegnargli a far meglio, 
e non si accontentino di ripetere come la rupe i suoni che non 
intendono, accasciandosi nel lamento che il contadino a tutto 
si oppone, e che è un ostacolo insormontabile alle savie e frut- 
tuose innovazioni: fate tutto questo, affratellate velo , e, sopra- 
tutto istruite i Fattori, i quali tolti dalla vanga e nulla più, non 
possono accettare volonterosi e persuasi le utili novità. Accreditate 
la facile burbanza di un antiquato Ragioniere, che spesso d'a- 
gricoltura ne sa meno di loro, coli' esigere che abbia seguito 
al pari dell'Ingegnere e del Perito agrimensore, che pretende 



MILANO AGRICOLA. E SUA PROVINCIA 293 

sostituire nella amministrazione delie aziende rurali asciutte, un 
corso di agronomia, e vedrete che anche i contadini cangeranno 
natura. Attualmente nel nostro floridissimo Istituto tecnico a 
S. Marta, dove è puro una scuola d'Agraria incardinata alla 
sezione di agrimensura, i Ragionieri escono senza saperne un'acca; 
mentre a noi sembra che tale insegnamento dovrebbe, pei ra- 
gionieri che si dedicano alla direzione delle aziende asciutte, 
essere il precipuo e più solido insegnamento. 

Fino a che tali difficoltà non saranno rimosse, i contadini 
ei fattori rimarranno quello che oggi sono, e l'agricoltura non 
sarà per essi che un mero lavoro, un'arte trasmessa di gene- 
razione in generazione; ed anziché credere al loro ragioniere, 
guarderanno se abbia fatti i calli alle mani , ed insieme al fat- 
tore ridotto qui all'umiliazione di castaido, gli dimanderanno chi 
gli abbia insegnato a Milano l'arte di coltivare i campi. Insegnate 
ai contadini e sopratutto mostrate loro con l'esempio che l'intel- 
letto può quanto la mano, e che il sapere non disdegna in agricol- 
tura, ma accetta, amplia, corregge le tradizioni ; allora il contadino 
vi ascolterà quando pur sappia che voi nascete da gentiluomini, 
e quando pur vegga che avete le mani morbide e bianche. 

Il che varrà ad aumentare i proventi delle vostre possessioni 
tuttoché asciutte, e la professione di semplice fattore diventerà 
onesta e desiderabile cosa. Ma (cosa più bella e desiderabile 
ancora) varrà a riabilitare al bene della patria, alcuni giovani 
signori cui piace in città il dolce far niente, e che vanno 
nelle villeggiature delFaltipiano lombardo, solo per passatempo 
e per diporto. Pregustino questi giovani generosi e capaci di 
più alta missione, pregustino i diletti sani dello studio e del 
fruttuoso operare; escano dalle vie murate della città per an- 
dare nell'aere purissimo e saluberrimo dell'alta e anco della 
bassa campagna, ove i httabili fan vita lieta, larga e sanis- 
sima tuttoché in mezzo alle marcite ed alle risaie: pregustino 
l'aperto aere e il vivo sole delle colline, e di tutti quelli altipiani 
ove il corpo ingagliardisce, e lo spirito s'inalza, si dilata e 
si riconforta, dinanzi agli splendidi tramonti, ed alle albe me- 
ravigliose, che scorgonsi sulle Alpi che ci fanno corona. Ciò varrà, 
non ne dubitiamo a conservar salva, onorata ed amata la mez- 
zadria e la colonia in genere, della quale accora, possa dirsi 



294 MILANO AGRICOL.V E SUA PROVINCIA 

da alcuno, che ella impedisce od attuta i progressi dell'agricol- 
tura asciutta, che ha ancora in se tante risorse, se non da ga- 
reggiare colla irrigua, certo da assicurare quella opulenza, che il 
lilugello oggi ci nega, ma che l' ubertà del suolo asciutto , può 
darci senza distruggere la colonia, ma coll'inalzare anch'essa 
alla civil perfezione, a cui mira incessantemente il secolo in cui 
viviamo. 

Varietà, nei Contratti Colonici. — A. confronto d'alcune opi- 
nioni da noi emesse sulla cultura asciutta ci piace qui il ci- 
tare l'opinione di un distinto Lombardo, il cav. Giorgio Giu- 
lini, il quale in un suo lavoro edito nel giornale della Società 
Agraria Lombarda nei num. 7, 9 e 10 del 1867, a pagina 9 
dello speciale opuscolo in cui riunisce il suo dettato non dubita 
asserire che « Se la nostra agricoltura irrigua può dirsi vera- 
mente un'industria, non meno lo è l'agricoltura asciutta. È, 
egli prosegue, su questo sistema che è compito nostro di porre 
l'occhio per provare il carattere industriale e dimostrare che 
questo per le celesti e terrestri sciagure va mano mano a lan- 
guire, e minaccia di ritornarci all'agricoltura primitiva se non 
le veniamo in soccorso coi capitali ». 

L'uso della proprietà, egli continua, qui assai più divisa che 
non sia alla bassa, viene ceduto mediante contratti di affitto che 
variano a seconda delle località, ai contadini stessi che eser- 
citano una coltivazione, la quale si estende in proporzione della 
forza di ciascuna famiglia. Quindi nelle località dove è d' uopo che 
r aratro segni i solchi del suolo, due categorie di contadini si 
riscontrano, i massai ed i pigionanti. 11 massaio è capo di una 
l'ami glia che raccoglie parecchi matrimoni, e tiene ad affitto in 
media da sei a sette ettari di terreno. 11 pigionale, ne coltiva 
in media da uno a due ettari e più; nei terreni di vanga tutti 
i contadini sono in eguali condizioni di terreno e di obblighi 
verso il padrone, e quantunque con vario nome chiamati, la loro 
posizione è identica a quella dei pigionanti del Milanese, e dei 
mezzajuoli del Bergamasco e del Bresciano. 1 rapporti fra il col- 
tivatore e il proprietario variano a seconda dei contratti in uso 
nelle singole località. In alcune località predomina la colonia 
parziaria, in altre l'affitto a denaro, altrove la mezzeria. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 29 

Quale sia il preferibile di questi contratti il chiaro autore non 

10 dice in modo preciso; sembra però che a tutti preferisca la 
colonia parziaria anziché la mezzeria perchè, secondo lui questa 
« ammette i vantaggi ed esclude i danni degli altri due sistemi ». 
È da riflettere però, senza entrare in alcuna discussione a questo 
proposito, che se nel sistema di colonia parziaria a frumento e 
segale, il proprietario ha una probabilità maggiore di percepire 
dal colono una determinata misura di derrate, non ne ha però 
la certezza, oggi specialmente che non può esser sicuro di rifarsi, 
come prima, sui bozzoli e sul vino, avendo di qui a Magenta 
ed altrove sperperata la vite, che pur dava un vino non dispre- 
gevole, e che poteva, come altrove risorgere benché ammalata, 
dopo che l'oidio trovò nello zolfo un nemico da stargli a fronte. 

Dal che ne consegue pertanto che il Quadernuccio dei saldi, 
fa da spauracchio al colono, che non vede che nel frumento la 
sua salvezza e diventa nemico di ogni altra cultura e consente 
volenteroso al bando del così detto soprassuolo ; laonde vedonsi 
vaste estensioni non di rado spopolate anche di gelsi, per cui 
si è perduto in qualche parte il pregio dell'agricoltura arbustiva 
industriale, per ridurla esclusivamente granifera. 

Avvicendamenti. — Infatti qual'è l'avvicendamento che ancor 
vige fra noi? È il primo passo del sistema fisico e naturale, 
come il Gasparin lo chiamerebbe, quando non si avevano che 
pascoli e boschi, al sistema andrò fisico misto, il quale ci rap- 
presenta l'antico sistema dei Greci, descritto da Senofonte nelle 
sue Economiche cap. XVI, XVII e XVIII, ereditato dai Romani, 
e che potremmo chiamare g reco- latino ; in cui il maggese ed il 
pascolo alternavano col frumento e la segale e talora coli' orzo. 

11 ristoppio, restihilis dei Romani era fin d'allora recisamente 
proscritto : Resiibilis ager fit, qui continuo biennio seritur fer- 
reo spico, id est aristato; quod non fiat, solent qui proedia 
locant excipere (Festus voce restibilis). 

Ora chi il crederebbe! che questo errore di massima dovesse 
essere ritenuto dal generale Garibaldi un progresso da introdursi 
nell'Agro Romano, dove ei biasimava ifìttabili (mercanti di campa- 
gna) perchè lasciano incolto il terreno, e seminano poco frumento ? 
Ma al gran Condottiero forse sfuggì, che quei fìttabili così fanno,. 



29G MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

perchè il fare come vorrebbe lui, è loro impedito dai proprietari. 
Questi razionalmente impongono a quelli la terzieria eia. quarteria 
per lo meno, cioè il non ritorno del depauperante frumento sullo 
stesso terreno, che ogni tre o quattro anni; avvertiti forse tra- 
dizionalmente, quei proprietari romani, dal detto di Varrone al 
Cap. 44: Quce mimis sitgunt terram ; detto che Catone meglio 
esplicò con un sillogismo appellante ad un vero progresso, quello 
cioè della interealazione ed alternanza del frumento colle piante 
leguminose, che pigliano, dal magazzino atmosferico inesauribile 
al pari che fecondo, parte del lor alimento, che nulla costa al ter- 
reno. — Segetem stercorant lupina, faha, vicia, Cap. XXXVII. 

Ora vedete un poco che razza di progressi si è fatto, nelle teorie 
d'alcuni, sulle rotazioni. Siamo ancora indietro ai primitivi sistemi 
romani, che si conservavano senza dubbio nelle parti d'Europa, 
che furono meno desolate dall'invasione dei barbari. Siamo ancora 
al medioevo, e come nella Provenza e nella Linguadoca a quel- 
l'epoca, abbiamo anche adesso l'avvicendamento bino pure e sem- 
plice: il frumento alterna in qualche luogo col maggese completo, 
che è appunto la pratica dei piani centrali dell'antica Gallia. 

Il che avviene altresì oggi in parte, in alcuni luoghi della nostra 
Provincia, dove anche senza concimi, o con scarsi ripieghi di 
magri terricciati, si mandano innanzi le cose con un praticello 
stabile a loglietto, o fieno naturale. Dunque la gran migliorìa 
ha consistito nel sostituire alla maggese morta e più o meno 
completa, su alcuni poggi dell'altipiano, senza neppure un so- 
vescio di lupini di favette, il melgone. Tale sostituzione del 
melgone al maggese ed al riposo però, non dà in certe località 
più di una mezza raccolta, quando non sia soccorso da un paio 
di pioggie a tempo, o da una irrigazione artificiale, come l'ab- 
biam vista praticata a Bareggio sui fondi Radice, e quale è da 
noi descritta nella Perseveranza del 26 agosto 1880. 

Questa sola comparazione ci fa sentire il vizio del nostro si- 
stema, e ci avverte che il Bresciano Tarello parlò invano per 
noi fino dal 1566, nel suo Ricordo d'agricoltura; sebbene altro 
non facesse che proclamare la vicenda delle terre, in terre a 
frumento, e terre a foraggio, generalizzando una pratica spe- 
ciale , che conteneva il segreto dell' agricoltura moderna e che 
era sfuggita a Virgilio, che pur ci disse venendo in appoggio a 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 297 

Catone « lascia riposare i tuoi campi d' anno in anno , eppoì 
spargici il frumento seguito da una raccolta di legumi, o lu- 
pini, ma guardati dal metterci lino, avene o papaveri, perchè 
spossano il suolo ». 

Alternis idem tonsas cessare novaleSj 
Et segnem paiiere silii durescere campum: 
Aut ibi flava seres mutato sidere [arra 
Unde prius Icetum siliqua qnassante legumen^ 
Aut tenues fwtas inciae, tristisque lupini 
Sustuleris fragiles calam.os^ sylvam.que sonantem ; 
Urit etilm lini campum seges, urit avenae^, 
Urunt lethaeo per fusa papavera somno. 

Virgilio. Georg. Lib. I. 

Eppure il lavoro del Tarello, ebbe un gran numero di edizioni 
italiane e fu tradotto liberamente in francese, ed inserito nelle 
Memorie della Società economica di Berna dell'anno 1761. Così 
nel sedicesimo secolo, troviamo rotazioni di più anni con succes- 
sione di piante foraggiere, alimentari ed industriali, stabilite nei 
paesi ove la ricchezza era più sviluppata. La Toscana, che non pos- 
sedeva questi vantaggi, si ripiegò col sistema di cultura arbustiva, 
consociando la vite maritata agli alberi e l'olivo colle erbacee 
derrate, mentre le Romagne preferirono l'olmo allo stucchio {acer 
campestris) per utilizzarne 1' ottima foglia. E Virgilio stesso 
cantò l'olmo come il preferibile fra tutti i mariti, cui potevasi 
sposare la vite. Intanto i protestanti della Fiandra perseguitati 
dal duca d'Alba, introducevano nel Palatinato il trifoglio pratense. 
Esso doveva essere la base della Ridolfìana riforma, che oggi è 
la bandiera di tutti i progressisti Toscani, i quali seguono l'avvi- 
cendamento quadriennale alterno di Norfolk, che in fin dei conti, 
è pur esso un avvicendamento Italiano, praticato a Vicenza, certo 
prima che a Norfolk. Ma pur troppo i progressi agricoli cammi- 
nano lentamente. Infatti non fu che un secolo più tardi, che questa, 
pianta benefica venne conosciuta in Baviera , in Alsazia ed in 
Inghilterra, ove fu introdotta dal conte di Portland fino dal 1633 
{Gasparìn, tom. 4, pag. 445, articolo trifoglio). La vera riforma 
agricola però, non prese mai un cammino rapido, che quando 
fu proclamata a sistema dagli autorevoli agronomi Arturo Yung 
in Inghilterra, Thàer in Prussia, Gilbert, Yvart, Bosc, ecc. 
in Francia e Pic'et a Ginevra. 



298 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Questi nomi restarono alla testa di questa riforma, ma Thàor 
fu il primo che cercasse di portare la precisione del calcolo 
nella speculazione agricola, fondando la pratica degli avvicen- 
damenti su principi scientifici. Toccava però al sig. De-Woght, 
cominciando la sua carriera agricola ad Hamburgo , a sanzio- 
nare il metodo di Thaer quale un sicuro modo, onde giudicare l'ali- 
quota che le piante prendevano dall'aria e dalla terra e quel che 
lasciavano in quest'ultima di parti fertilizzanti, sotto forma di 
detriti e di escrezioni. Ciò condusse naturalmente alle analisi 
■delle ceneri delle piante incominciate da T. Saussure, ed alle 
esperienze fisiologiche sulla vegetazione di Senebier e di In- 
genhausz. Questi lavori importantissimi sarebbero però rimasti 
per l'Italia lettera morta se il Crud, ne' suoi due volumi di Eco- 
nomia rurale teorico-pratica, (tal libro, tradotto dal prof. Codelupi 
€ stampato in Venezia fino dal 1842, vide la luce a Parigi nel 
1839 pei tipi Bethune e Plon), non li avesse applicati al rendi- 
conto del sistema di economia agraria, da esso adottato nel con- 
durre la tenuta Caseina di Massa Lombarda, nel bel mezzo 
della Romagna. 

Il Ridolfi gli tenne dietro e fondò su questo libro la riforma, 
oggi in Toscana ridotta a fondamentale precetto dall'apostolato 
degli alunni dell'Istituto agrario di Meleto, divenuti proprietari 
coltivatori, fattori o Professori in diverse provincie italiane. 
La quale riforma consistette principalmente, nel cambiare il tradi- 
zionale avvicendamento bino, melgone e frumento, frumento e 
melgone con pochissimi prati e qualche secondo frutto, nell'avvicen- 
damento quadriennale alterno con doppio cereale così composto : 

l.'^ anno: melgone, con forti lavori di rinnovo e larga con- 
cimazione. 

2.'^ anno: frumento con trifoglio pratense (seminato in esso 
frumento all'epoca della sua prima sarchiatura). 

3.^^ anno : spianata di trifoglio, che può dare un maggengo 
ed un agostano. 

4.° anno: secondo frumento sulla cotica del prato di trifoglio. 

Formula questa a cui proprio non manca nulla, per essere 
raccomandabile e raccomandata, per gran parte del nostro alti- 
piano asciutto. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 299 

Secondi frutti. — È di questa precipua riforma applicabile 
al nostro territorio, che appunto si occuparono una eletta di in- 
gegneri, agronomi coltivatori e specialisti docenti in chimica e 
agronomia, non che alcuni avvocati, in due successive tornate, 
promosse dal Circolo Agricolo Milanese, nei giorni 17 dicembre 
1879 e 29 gennaio 1880, cominciando dal porre il quesito. « Se 
■ed in quali casi i secondi frutti, debbono entrare a far parte 
della rotazione nell'altipiano asciutto ». Si cominciò dal riferire 
l' importanza e la possibilità di questi secondi raccolti, carote, 
rape, verze, panico, miglio, melgonino, e di quell'altre che i fran- 
cesi chiamerebbero recoltes derohés, in relazione alla condizione 
economica agricola di tre plaghe diverse, in cui può dividersi il 
nostro altipiano. Si fermò la massima, che la possibilità, l'utilità 
non che l'innocuità di questi secondi frutti, è costantemente subor- 
dinata all'abbondanza dei concimi ed ingrassi, che il colono ha, 
■0 può avere a disposizione. 

Si fece opportunamente rilevare che il periodo estivo fra la 
messe e la sementa della pianta maggenga, che col nostro sole 
costituisce un fattore potentissimo di produzione, ad altre pla- 
ghe non concessa , va indubbiamente utilizzato. Posti questi 
canoni, sui quali tutti convennero e tenuta a calcolo la distru- 
zione delle male erbe, di cui si fanno ministri i secondi frutti, 
■era da ricercare se e quali altri vegetali potrebbero figurare più 
utilmente nella ruota, in luogo dei secondi raccolti attualmente 
in uso (miglio, melgonino, ecc.), riconosciuti pure da tutti come 
poco rimuneratori, nelle condizioni attuali. 

Chi scrive, riassumendo le risultanze della discussione e posto 
in rilievo l'utilità in genere delle ferrane, e dei così detti 
foraggi autunno-vernini, ed estivo-autunnali, propose la tra- 
sformazione del turno bino attuale , melgone maggengo e 
frumento, in quello detto al terzo, o turno trino o triennale così 
composto: 

Un terzo frumento. 

Un terzo melgone maggengo. 

Un terzo promiscuità di foraggi annuali, oppure pratense solo. 

A tale proposta furono fatte (vedi Perseveranza 30 gennaio 
1880, N. 7283) alcune obiezioni dal Cantoni, dal Pavesi, 



300 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

dal Terenghi, dal Marezzi e da altri, ma la conclusione fu una- 
nime nel proporre una modificazione al patto colonico, la qualo 
permettesse l'adozione del turno triennale, propagato ed esteso 
a poco per volta e senza scosse, mediante la transazione per 
parte dei proprietari, di ridurre almeno per un triennio l'affitto, 
in frumento, per dare il tempo al terreno di riprodurre su minor 
superficie le stesse staia. 

A questa conclusione noi ci fermiamo anche col nostro discorso,, 
ritenendo di un gran peso, e quale una data storica, l'accordo in 
cui si venne di questa massima, sull'indirizzo da darsi al mi- 
glioramento radicale della nostra ruota agricola della parte- 
asciutta. 

Specificazione delle rotazioni della parte irrigua. — 
Venendo alla rotazione della parte irrigua il tipo più spiccato den- 
tro la nostra provincia, noi lo abbiamo indubbiamente nelle terre 
circostanti a Lodi, e più particolarmente in quelle, che da Lodi 
si stendono a Casalpusterlengo, ossia in quella zona bagnata 
dalla Muzza, detta impropriamente Muzza Piacentina. 

Osservate lo strato vegetale di quel ricchissimo terreno ! 
troverete che non ha uno spessore maggiore di 35 a 45 cent. 
Donde tanta ricchezza di vegetazione in un terreno vege- 
tale cosi esile, e il di cui sottosuolo non è che un continuo 
ghiareto, almeno per una gran parte, mancando ogni vestigia di 
suolo inerte : il quale come ognun sa, è quello strato che trovasi 
interposto fra il suolo arabile ed il sottosuolo. Ebbene! cotanta 
ubertà è figlia dell'arte ed ha per precipua base l'irrigazione; ma. 
non va meno attribuita ad un metodo speciale, direm quasi unico,. 
di lavorazione, di solerzia, di assiduità, che, a detta dell' il- 
lustre Cuppari, troverebbe un riscontro solo in quel tratto 
di pianura Lucchese bagnato dal Serchio e detto delle sette 
valli, ed altresì in alcune piccole valli della provincia di Messina, o 
nella Conca d'oro coltivata ad aranci presso Palermo, ove esiste 
un' irrigazione devoluta alle aranciere, ed altrettanto ammirabile 
quanto quelle di Lombardia. 

L'uso delle acque siculo, esclama infatti l'illustre agronomo, si 
differenzia dall' uso delle lombarde in quanto, che quelle adope- 
ransi massimamente alle irrigazioni estive, queste alle invernali. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 301 

Ma nel modo stesso che in Lombardia giovano ancora in estate, 
per simile , in Sicilia son volte in qualche valletta all' irriga- 
zione invernale. Vi è una specie di vera marcita di fnwiento, ed 
erbai primaticci, sementati nel gennaio tramezzo alle dilavate 
ghiaie di quei letti di torrenti, e coperti di un velo d'acqua 
continuamente rinnovellato, dallo spuntare dei seminati insino ad 
una settimana avanti il raccolto. Questa continuità, di acqua sempre 
nuova, la quale bagna il terreno, tien luogo di concime, come si 
fa nel Novarese rispetto al riso. E se la marcita Lombarda non 
ne ritrae egual vantaggio, è a parer nostro per altre ragioni, 
che non tocchiamo, perchè sarebbe fuori di luogo lo estendere 
più oltre, questo piccante ed opportunissimo cenno d'agricoltura 
comparata. 

Tornando al coltivatore lodigiano diremo che in dodici anni 
sommuove interamente e quasi, ardiamo dire, porta in casa gran 
parte della superficie produttiva del proprio suolo. Egli usa senza 
posa della forza dei cavalli, dei quali fa scialacquo mediante 
carri troppo pesanti, pur di raccapezzare sulle strade maestre, 
sull'aia, nella corte e dovunque sia battuto dal pie delle bestie, 
dal passaggio dell'uomo, o dallo stillicidio delle acque grasse, 
un gruzzolo di sostanza fertilizzante. I quadrupedi domestici, 
il pollame ,' le scopature, le influenze atmosferiche , tutto serve 
a ingrassare quel suolo , il quale riammassato in altrettante belle 
mede, o terricciati, di cui parlammo sopra, nella susseguente 
stagione viene riportato al campo così insaporito e ricco, dove 
si sparge non più come terra, ma come vero e potente ingrasso. 

Il fin qui detto rispetto alla coltivazione del Lodigiano viene 
pienamente confermato dall'intensità della sua ruota. Questa, 
salvo poche differenze tra plaga e plaga, si compone come diremo 
ora. Però nella Geradadda propriamente detta prevale la risaia 
in vicenda, e questa viene lì per lì quasi improvvisata, costru- 
endo gli arginelli delimitanti i quaderni senza guardare a sim- 
metria, ma seguendo via via le sinuosità del terreno, come si 
praticava anche nel fondo sperimentale annesso al grandioso 
Istituto di Corte Palasio. 

Generalmente però nel liodigiano per tre anni consecutivi il 
campo si tiene a spianata, ove predomina, senza competitore 
alcuno, il trifoglio ladino, che vi si ingenera spontaneamente 



302 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

insieme ad altre erbe, le quali prevalgono anche nelle marcite 
e sono le seguenti presso a poco: 

Anthoxanthuiii odoratam. Paieino odoroso. — Cynosiirits crista- 
tus. Gramigna canajola. — Lyslmachìa numinularia. Erba solda. — 
Poa trivialis. Sciammia. — Lotus corniculatus . Giiiestrina. — Pamcitm- 
selariuni. — Panicum crus-gallL Giavone. — Oxalis strida. Ace- 
tosella. — Ra?iuncuttcs, di più specie. — Taraxacum officinalis. Pi- 
sciacane. — IIolcus moìHs. Fien canino. — Medicago liipuiina. Luppolina. 
— Leontodon hastile. Cicoria matta. — • Plantago lanceolata. Lingua- 
canina. — Rumex aculiis. Acetosa minore. Rumes. — Bromiis mollis. 
Forasacco peloso. — Ranu?iculus acris. volg. Peé de nibii. — Campanula 
rapunculus. Raperonzolo. — AcliUlaea millefolìwn. Erba pennina. — 
Stenactis bellldiflora. — Dacty lis g lomerata. — Polijgonum aviculare. 
Poligono degli uccelli. — Chrisanthenmm leucanthemuni. Bellide maggiore. 
Margherita. — Anagallis arvensìs. Terzanella. — Agrostis stolonifera, 
Agrostide. — Poa annua. Fienaruola annuale. — Cerastlum vulgatum. 
Orecchio di topo. — IIolcus lanatiis. Segale selvatica. — Panicum glaucuni, 
Panicastrelia, ed altre molte fra cui i logli e trifogli prevalgono. 

Dopo questi tre anni di prato, si mette sulla cotica il lino, susse- 
guito nello stesso anno dal melgonino, miglio, panico od altro^ 
qual secondo frutto. 

Il quinto anno si semina il frumentone con abbondante con- 
cime e buona aratura, ed all'occasione della rincalzatura vi si 
semina in parte il ravizzo, risparmiando così la piantonaia. 

Nel sesto anno si semina il frumento o la segale e spesso 
l'avena e sullo stesso campo a marzo può anche seminarsi il pra- 
tense, ma nei terreni forti è inutile, perchè viene soffocato dal 
trifoglio ladino spontaneo. A questo punto ricomincia per così 
dire il triennio del prato, che inizia il periodo di una identica 
rotazione. 

Talvolta però si mette in molti luoghi il riso, che vi dura anco^ 
tre anni; non dirado sostituendo al primo anno di cotal risaja il 
lino, che reciprocamente si giovano. Quando il riso non vieno 
messo direttamente sulla cotica del prato, la quale si riserva 
al lino, si compensa il campo gettando nella risaia dei semi di 
lupino come ingrasso. Il riso però, presso gli agricoltori più 
razionali, non rimane che un solo anno, od al più 2 con il 
che si evita ogni suo danno igienico. In ogni caso alla risaja 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 303 

succede sempre il melgone maggengo, la di cui calorìa scrudisce 
il terreno e lo dispone meglio a ricevere il frumento, comò 
prodromo alla spianata, che ricomincia la rm)ta solita. 

Questa rotazione, a chi bene la esamina, sta a significare ^ 
che la pratica aveva già trovato utile, quanto la scienza in se- 
guito doveva proclamare per vero. Difatti 1' avvicendamento in 
questione soddisfa a tutte le leggi fondamentali che presiedono 
a questa pratica, e il complesso di tal ruota potrebbe benis- 
simo affarsi alla applicazione teorica delle leggi , dottamente- 
svolte dal celebre Gasparin, nel suo Corso di Agricoltura al 
tom. V della sua classica opera. 

Vediamo appena di volo, se vi è davvero tanto razionalismo f 
Forse che i terricciati, o mede, o gli ingrassi forniti dalla ber- 
gamina (resa possibile dalla spianata e dalle marcite) non ri- 
tornano al suolo i fosfati, i nitrati, ecc.? Forse che i cereali 
coltivati non danno abbondanti stocchi e paglie per le lettiere 
ifaletti), che vanno poi ad incremento della massa del letame 
a cui danno in grado eminente l'elemento carbonato? Forse 
che i prodotti di questa ruota, non sono in grado massimo 
ricercati dal mercato ? Forse che le piante che si succedono non 
han per base principi tellurici diversi, per non produrre il depau- 
peramento di un solo elemento? E facile il persuadersene ri- 
flettendo che al trifoglio, pianta a potassa, succede il lino a base 
di calce, ed a questo il melgone ed il frumento, piante a si- 
lice e a potassa: mentre il riso, pianta amidacea, meno si cura 
di tutti questi elementi! Al contrario le piante ricche di azoto 
si alternano, in questo avvicendamento, con quelle che lo sona 
meno, mentre a due piante soffocanti (per replicata falciatura o 
fittezza) succede la pianta purgatrice per eccellenza, il riso. I 
lavori minuti e diligenti del lineto, quelli profondissimi del mel- 
goneto, preparano alla cereale vernina ed alla susseguente 
spianata un terreno soffice nettissimo e sminuzzato; mentre il 
riposo della terra dal lato dei lavori, che pochi ne richiedone 
il prato e il frumento, si alterna coll'attiva cultura a cui danno 
luoiio il melgone ed il lino. 

Finalmente le piante a foglie esigue ed a radici striscianti^ 
s'alternano con quelle a foglie sviluppate ed a radici a fittone, 
nel mentre che a quelle che prendono molto dalla terra e poco- 



304 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

dall'aria, ne succedono altre che prendono molto dall'aria, e sono 
quindi miglioratrici. 

Laonde considerando, che questa sorta di ruota non lascia il 
terreno un'istante in ozio, mentre non lo dimagra, l'avvicenda- 
mento lodigiano, viene a costituirci uno dei tipi più salienti 
dell'agricoltura più intensiva dell'Europa. 

Fatta astrazione del Lodigiano in particolare, che come di- 
cemmo sul muovere di tale argomento consideriamo come il ter- 
ritorio tipo in fatto di rotazioni; circa ai terreni soggetti 
ad irrigazione abbiamo nella nostra provincia stessa altre for- 
mule. Eccole: L^ anno; melgone concimato. 2.° anno; frumento 
con trifoglio rosso o bianco. 3.^, 4.^ e 5.^ anno; prato. Sul quale 
spesso si butta del pagliccione di concime poco smaltito. Le 
nevi e le pioggie iemali lo dilavano: alla primavera si rastel- 
lano le parti grosse non scomposte e solo un pò immorbidite da 
un'incipiente imporrimento, e si riadoperano per giaciglio co- 
modissimo (falet). C'è poi la formola settennale con un sol anno 
di riso in vicenda assai commendevole ed è questa: L^ anno; riso. 
2P anno ; melgone con ravettone. 3.*^ anno ; ancora melgone lar- 
gamente concimato. 4.^ anno; frumento. S.'', 6.^ e 7.*^ anno; prato. 
Non volendo o non potendo mettere riso nel 1.^ anno, vi si so- 
stituisce il lino. 

Però la ruota agraria meglio e più spesso usata nei terreni 
fuori delle porte Vittoria, Romana, Vicentina e Ticinese, al di 
là del raggio in cui non viene impedita la coltivazione del riso 
è la seguente: 1.° anno; melgone, fortemente concimato e lavorato 
profondamente: 2.^ anno; frumento, segale od avena, com- 
misti a trifoglio e loglietto bulato (derobé) senza concime. 3.^, 4.^ e 
5.*^ anno; prato, concimato in inverno con letame grosso, come 
abbiamo detto di sopra; in estate con ganga (pozzonero). 6.° anno; 
lino. 7." anno; riso senza concimazione. 8.'' anno; riso conci- 
mato. 9.° anno; pure riso ma senza concime. 

Nelle ruotazioni 1.''^ e 2.^ v'è poco o punto riso: nell'ul- 
tima, come in altre che omettiamo, il cardine fondamentale è 
il riso, la cui difesa ad oltranza non ci vien qui consentita né 
dall'indole deirargomento che si tratta, nò dallo spazio concessoci. 
Essa difesa però venne altresì fatta, non solo nella discussione 
del Consiglio Comunale tenutosi nel prossimo passato giugno, ma 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 305 

svolta con diffusione nella quarta Conversazione agricola del 22 
aprile 1874 tenutasi alla Società Agraria di Lombardia , col con- 
corso di distinti agronomi e medici e presieduta da chi scrive , 
nella quale si additarono pur anco le precauzioni ed i mezzi 
preventivi a scongiurare completamente i danni delle risaje, così 
a torto calunniate (1). 

Cultura del circondario Monzese. — Rispetto ai fondi 
asciutti, dopo quello che abbiamo detto, parlando qui indietro 
del sistema colonico e delle rotazioni, crediamo più che esaurita 
la tesi, aggiunti che sieno i dati statistici e censuari sul circon- 
dario Monzese, i quali potranno di leggieri raccogliersi dalli 
allegati o prospetti A e B di questo volume. Questo circondario 
è un tipo assai complesso, e che racchiude il sistema di conso- 
ciazione del gelso e del prato, in parte irriguo. Ci dà quindi una 
idea esatta dell'agricoltura intensiva della parte più industriosa 
dell'altipiano Lombardo, sul che direm poco perchè non e' è 
permesso di ulteriormente dilungarci. 

Le culture che figurano principalmente in questa plaga sono il 
frumento, il melgone, i foraggi in genere, il melgonino, il miglio, 
la patata, il ravettone, la segale, ecc. Dell' avena se ne semina 
assai poca; né il panico vi è molto esteso. Vengono coltivati i 
fagioli, il sorgo, ecc., mentre l'ortaglia investe spesso pezzi a parte : 
tali le verze, i lupini, le fave, i piselli non che gli asparagi, 
e ciò astrazion fatta dagli Orti suburbani alla Città, e di quelli 
propinqui ai più grossi paesi e borgate. 

Le importazioni su larga scala anco da lontane regioni, con- 
trariano lo smercio a minuto nella vicina Milano di molte der- 
rate. Fra le tante varietà di frumento prevale il grano tenero 
per pane; gentil rosso dei toscani (Triticum hyherìium spica 
rufd), sebbene oggi si vada introducendo, con molto vantaggio, 
quello di Rieti ed altre qualità più o meno esotiche, che meglio 
resistano alle nebbie e che danno un provento superiore al nor- 
male, e ciò per quel fatto generalissimo che cambiando sementa, 
si guadagna sempre per lo meno nella qualità del prodotto. 
La segale per quel poco che se ne semina, i contadini la 



(1, Bollettino dell'agricoltura della Società Agraria: l'ò maggio 1874, N. 19. 

MlLASO. - Voi. III. 20 






306 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

consumano in casa per impastarne la farina, con quella gialla 
di melgone, onde avere un pane più saporito , più sostanzioso^ 
e che si mantiene più fresco. Se questa consuetudine, oggi assai 
ristretta, venisse più estesa, l'igiene ci guadagnerebbe d'assai,, 
ma a ciò contribuiranno i forni sociali, di cui si è fatto propa- 
gatore operosissimo non solo in Lombardia, ma in altre parti 
d'Italia, l'amico nostro, P. Rinaldo cav. Anelli, parroco di Ber- 
nate sul Ticino. 

In quanto al melgone quarantino ed agostano, che si mett& 
come secondo frutto, viene piuttosto largamente ingrassato, nel 
tratto specialmente fra Milano e Monza con feci umane, che le- 
si amministrano come si fa a Pietra Santa, a Lucca ed a Li- 
vorno alla circostanza della rincalzatura, la quale viene prece- 
duta come d'ordinario da una o due zappature. 

Il maggengo, che rappresenta la pianta sarchiata di rinnovo,, 
o come altri direbbe la caloria, viene posto giù verso S. Giorgio 
e durante tutto maggio secondo la stagione : quindi tien luogo 
di prima raccolta o come qui dicesi di pianta maggenga. 

Il buon raccolto del melgone è alquanto incerto negli anni ^ì 
ostinata siccità come il presente. Ciò solo però nella parte del 
circondario che è asciutto , dappoiché diventa raccolto sicuro ,. 
come alla bassa quando vien sussidiato dall'irrigazione: ma 
questo non succede che nei fondi degli utenti del fiume Lambro 
e delle roggie Gallarana e Ghiringhella. 

I foraggi in genere che rendono abbastanza bene risultano da erbe- 
ladine e loglietto pei prati stabili e in vicenda, ma in oggi si va. 
estendendo anche il trifoglio pratense in rotazione e qualche altra 
prato leguminoso, segnatamente di erba medica ; la quale, al pari 
del trifoglio, si semina a marzo con buona rastrellatura nei campi 
di frumento, od avena, per avere così una 'prateria artificiale le- 
guminosa. Il fieno, sia pei molti cavalli che sono in Monza e 
nei dintorni, sia per la vicinanza di Milano, è in discreta ricerca. 

II ravettone che o si semina nei melgoni maggenghi all'ultima 
zappatura, o si trapianta in file in autunno, non viene general- 
mente, come pur troppo succede anche alla bassa, curato a dovere, 
e raro è il caso in cui a marzo s' ingrassi con stallatico e cene- 
raccio, misto a feci umane; la zappatura e la purgazione del 
ravettone dalle male erbe, viene pochissimo usata anche dai. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 307 

più diligenti. Può adunque dirsi, che questo secondo frutto olei- 
fero vien su da se alla meglio, sebbene facciasi gran conto del 
suo frascame, che serve ottimamente per fare le piccole siepi che 
costituiscono il così detto bosco pei bigatti. In quanto al seme 
ridotto ad olio, viene questo consumato in casa dai contadini, i 
quali l'usano non solo per il lume, ma anche come condimento. 
Dà fra noi quintali otto a dieci in media di seme per et- 
taro, prodotto veramente meschinissimo, poiché secondo Mala- 
guti (voi. 3° pag. 106) si raccattano nella Baviera Renana, 
nel Calvados, e in alcuni dipartimenti francesi, non mai meno 
di 30 ettolitri per ettaro, ossia chil. 2000 di seme, pesando l'et- 
tolitro da 68 a 69 chilogrammi. Il Pegoretti, a pag. 55 della 
sua Opera sulle stime, ci dà per una soma metrica del nostro 
ravizzo chilg. 11,80 d'olio buono, 7. 10 seconda qualità e 33.25 
panello. 

Il colzat, fratello carnale del ravettone , o ravizzone , o ra- 
vizzo , rapaccione , Brassica campe stris ; per alcuni è la 
Brassica napuSy che forma al Nord d'Europa una coltivazione 
tanto accurata. Qui fra noi viene coltivato pochissimo, sotto il 
nome di ravettone francese: esso sarebbe molto più resistente 
al freddo e di maggior rendita, ma di minore rusticità e più esi- 
gente del ravettone propriamente detto. Però noi abbiamo visto 
il vero co/^a^ prosperosissimo in quel di Niguarda, presso la strada 
regìa, nei terreni del Cav. Terenghi, da esso coltivato nel modo 
stesso del ravettone. 

Il lupino avrebbe fra noi molta importanza come sovescio, 
ma pur troppo poco si usa. Seminato insieme col frumento nasce 
al suo piede in autunno e vi marcisce in inverno sorpreso dal 
freddo, metodo questo, per usare un ingrasso verde il più conve- 
niente di tutti; ma nell'Italia centrale non potrebbe adottarsi 
perchè il freddo non giunge a distruggerlo, e crescerebbe insieme al 
frumento. Il seme di questa leguminosa è pure un eccellente 
ingrasso per il riso. Marcisce fra le due terre nell'epoca del 
germogliamento della pianta acquatica e vi si butta alla ra- 
gione di stala tre per ogni pertica: sulla buona granigione del 
riso come del grano, esso ha straordinaria influenza. Ne altro 
vogliam dire delle piante di minor conto, che si coltivano nella 
l>arte asciutta della intera provincia perchè ripetiamo, tal scritto 



308 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

non comporta roccuparsi dei processi di coltivazione. Piuttosto ac- 
cenneremo che nella parte a levante del circondario Monzese la 
rotazione è quella già accennata di sopra, per l'altipiano lombardo 
in genere, ma nella parte a ponente su due terzi circa del terreno 
si mette frumento, nell'altro terzo ricorre il melgone con qualche 
lievissimo accenno alla cultura della segale, del ravettone, del- 
l'avena, ma sulla stoppia del frumento stesso qualche volta si 
usano i secondi frutti quali il miglio, il melgonino, ecc. 

I terreni asciutti affittati a denaro con abitazione pel conta- 
dino, stalla e fienile, pagano una quota di L. 12 e più circa, 
alla pertica milanese. 

Nella zona irrigua, che, comprende i comuni a levante del 
circondario, quali Agrate-Brianza, Carugate, Brugherio, e che 
vengono bagnati colle acque del Lambro e delle roggie predette 
G-allarana e Ghiringhella, prevalgono i prati stabili, ma non 
mancano quelli di vicenda in rotazione coi cereali, aventi qualche 
filare di gelsi, nonché d'alberi da gabba ad alto fusto, circuenti gli 
appezzamenti. Ivi la rotazione è questa: 1.° e 2.° anno; prato: 
S.*"* melgone: 4.*^ frumento; e poscia ricomincia il prato per al- 
tri due anni e così di seguito. 

Le due roggie più volte succitate si formano nel piano d'Erba 
con acque di fontanili, le quali vengono immesse nel fiume 
Lambro, per derivarle poi vicino a Monza, con utenza affatto 
separata. 

Dei gelsi, e delle viti di questo circondario non ne parliamo 
punto, rimandando a quello che diremo in genere su queste due 
piante più innanzi. Notiamo però, che molti proprietari di questa 
plaga hanno assai sviluppato nei punti più adatti i vigneti a 
spalliera bassa sul filo di ferro, seguendo da principio scru- 
polosamente il così detto sistema Gruyon, ma poi fatti accorti 
saviamente, che un tal metodo comprimeva troppo la vite, 
hanno come nel Comasco, sostituito al medesimo la doppia 
spalliera Umbro-Toscana con due bracci fruttiferi, e due rìscoìi 
(ariscoli, saeppolo, cornetti) a legno per la futura fruttificazione; 
imperocché nei nostri terreni che non son quelli di Francia, valor 
tira valore, come ben dicono gli Umbri e la vite vuole ampio 
sfogo, altrimenti va tutta in legno e converte i grappoli facilis- 
simamente in viticci (gavi'ieu) nelle stagioni anche non soverchia- 



MILANO AGRICOLA E SUA TROVINCIA 309 

mente piovose, ciò che non avviene col metodo italiano ed anco 
col comune usato in Lombardia. 

Gelsi. — Il dott. Giuseppe Moretti professore di botanica o 
d'economia rurale dell'Università di Pavia, fu quello senza con- 
trasto che fino dal 1829 ci dette, riassumendo i più celebrati 
trattatisti, la storia, i sinonimi e la descrizione monografica del 
morogelso in Lombardia; stabilendola su studi che servirono po- 
scia di sicura scorta a distinguere le qualità del gelso bianco, 
di cui egli trovò può dirsi, il vero tipo primitivo, al quale Tn- 
nanime consenso degli scienziati accordò il di lui nome, appel- 
landolo Morus Morettiana. È appunto questo, quello a cui fan 
ritorno tutte le varietà bianche, meno il Filippino, il Lhou, ed 
il Cattaneo, non che il Cipressino, che sono forse non semplici 
varietà, ma specie distinte dello stesso moro bianco. 

Detta monografia può trovarsi, per così dire, scritta in sul 
terreno, recandosi all'orto agrario annesso all'università di Pavia 
fin dall'epoca dello stesso Moretti. Fu lui anzi che gli diede il 
maggior incremento, dipoi seguitato da' suoi successori, che rispet- 
tarono quelle aiuole ove tu puoi scorgere anco al presente i tipi 
diversi di tutta la famiglia del morogelso bianco comune, morus 
alba, detto anche m. tatarica, od anche m. pumida, che sono 
varietà tanto identiche che si confondono col morus alba predetto. 

A questa sezione del morus alba appartengono anche le va- 
rietà più stimate nella nostra Provincia, quali il piaceìitino, u 
foglia stretta copiosa e lucida, il giazzoìo che è quello a foglia dop- 
pia generalmente coltivato nell'alto Milanese, lo Spagnolo detto 
qui Veronese, molto diffuso sulla destra e sinistra riva del Po. 
Possono raggrupparsi a questo stesso tipo il gelso a foglia grande 
detto di Toscana, l'altro a foglia più gentile detto di Tartaria, 
che si vuole introdotto nel Milanese da Antonio Porto Barbaran, 
che lo vide coltivato in quel di Vicenza ad Arzignano. Forse è 
quello stesso, che da quasi un secolo si diffuse in Piemonte 
sotto il nome di moro di Spagna, a foglia larga, succosa, bruna, 
ed adattatissimo ai terreni argillosi. Questa stessa varietà ve- 
demmo coltivata e coltivammo noi con profitto nei terreni mat- 
tajonosi dell'Umbria e delle Marche, sotto il nome di moro rosa, 
dategli appunto dal colore assai scuro della sua foglia incartata. 



310 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Una seconda sezione sempre della grande famiglia del moro 
bianco, può essere capitanata dal morus macrophylla Nob., mo- 
rus indica del Zappa, molto affine al vero morettiano, e a cui 
si assegna origine chinese. Ha tronco alto e scorza cinerea oscura 
ed è di rapido accrescimento ; per cui fino dal 1780 od in quel 
torno, il citato Zappa milanese fondò un giardino, o vivaio a 
Sesto S. Giovanni di Monza, per farne commercio coll'Olanda, 
dove il fratello aveva contratto corrispondenze con case com- 
merciali di colà non solo, ma colle Indie Orientali, e in altre 
contrade dell'Asia. 

Il custode dell' Orto Botanico di Pavia, Giosuè Scannagatta, 
avendo, per mezzo dello Zappa, piantato tal gelso nel bosco di 
esso orto, trovarono alcuni scienziati una relazione assai intima 
fra questo individuo e quello descritto da Clayton e da Linneo 
sotto il nome di morus rubra, nome certamente errato, perchè 
il vero moro nero non esiste che in Sicilia, e secondo il Cuppari 
neppure colà è buono alimento pei filugelli: basta guardarlo 
per crederlo. E noi lo abbiam guardato bene e trasportato dalla 
Sicilia in Corfù con nessun buon risultato. Del resto, tornando 
a questo moro indiano o chinese come più piace chiamarlo, pare 
secondo gli esperimenti fatti dallo stesso Moretti, che la foglia abbia 
per i filugelli gli stessi vantaggi di quella del moro selvatico co- 
mune, senza avere gli inconvenienti che ha il comune, cioè l'ecces- 
sivo fruttificare e la poca rendita, in causa delle profonde incisioni 
e della poca espansione della sua piccola pagina fogliacea. 

Il Moì^us italica, è precisamente quello che meno si coltiva 
in Italia, per cui non sembra appropriato il nome, datogli dal 
Poiret, che come pianta da collezione lo ha trovato nell' orto 
botanico di Parigi, ove pervenne dalla Tartaria anziché dall'Italia 
com'egli suppose. Non manca però di pregio eia nostra Provincia 
lo possiede in quei gelsi a foglie larghe ed ovali, trilobifide, lucide 
al punto che paiono inverniciate, leggermente pelose sulle ner- 
vature, coriacee più delle due precedenti: specie-tipo con amenti 
maschili e femminili a peduncoli cortissimi, ha frutti di color 
roseo che si fan neri alla maturanza. Il legno alla superficie si 
tinge pure in roseo, per cui è falsamente appellato da alcuni moro 
nero; lo incontrammo noi stessi in quella parte del Pavese che 
s'interna nella nostra provincia di qua del Ticino fra Bereguardo, 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 311 

Vigulfo e Villanterio, ivi forse arrivato dall'orto botanico o da 
quello agrario di Pavia. La sua foglia a nostro avviso sarebbe 
ottima pei bigatti e dovrebbesi diffondere : costituisce la terza 
«pecie-tipo, ossia la terza sezione. 

La quarta sezione è costituita dal Morus Costantinopolitana 
Poiret, detto da Sieber, che incontrollo in Praga, Bizantino. Ha 
rami corti, midoliosi, foglie Cuoriformi, picciuolate, intiere, spesso 
più lunghe che larghe, crenate, lucenti, di un verde-chiaro, come 
il giazzolo. La foglia di questa specie, che non è estranea 
alla nostra provincia, produsse per ibridismi avvenuti la tanto 
apprezzata varietà detta dai Marchigiani moro a foglia a maz- 
zetto, i quali le attribuiscono appunto origine Lombarda, e il 
dottore Loiseleur che ciò conferma la dice' appetitosissima dai 
bachi, al pari della selvatica. 

La quinta specie formante una sola sezione, a cui forse potrebbe 
annettersi il moro Lhou, per la proprietà comune che hanno fra 
loro a queste due individualità di potersi moltiplicare facilissi- 
mamente per talea, è il già noto a tutti in Lombardia sotto il 
nome di gelso delle Filippine, Morus multicaulis, o sÌ7iensis, o 
tatarica, o buttata dell'Ortoi. 

■ È troppo noto a tutti fra noi per doverne parlar a lungo, e 
■solo lamentiamo che sia poco diffuso, come pianta da siepe, e 
direi quasi da prateria, perchè appunto in Lombardia soltanto 
può e fu coltivato a guisa di prato, seminandone le gemme 
isolate su buona aratura e poscia aiutandolo coll'irrigazione pel 
pronto e facilissimo sviluppo dei primi virgulti, che si falciano 
a mò di erba con la frullana {ranza). Gli si è apposto il difetto di 
una soverchia acquosità, ma noi possiam dire di fatto proprio, che è 
questa una esagerazione dappoiché vedemmo, a Figline da Lambru- 
schini, a Meleto da Ridolfi, a Pisa da Cuppari, ottenere da bachi 
nutriti esclusivamente per tutto l'allevamento con foglia Filippina 
superbi bozzoli sotto ogni aspetto. E noi potemmo, giunti a Corfù, 
improvvisare una bigattiera il secondo anno di nostra gestione 
nell'istituto agrario di Castellanus, con boschetti pure improvvisati 
x3on talee di questo moro, educati a ceppaja bassa; pratica subito 
afferrata dai più distinti agronomi dell' [sola quali il Grolle, ilVas- 
silacchi, il Pelila, il capitano Lorents, il Capodistria ed altri. 

Laonde potrebbe questo moro, essere preziosissimo da bel 



312 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

principio in una lontana Regione ove non esistesse il gelso, e 
ciò per la celerità del di lui sviluppo, per la rustichezza e forza 
delle sue radici, per la tolleranza grandissima ad ogni più tra- 
scurato trattamento. 

Lo scredito a questa fortissima specie di morogelso, gli è 
venuto dallo sbaglio commesso in principio di innestarlo sulle 
varietà comuni, alle quali non si adatta punto, pel contrasto 
che nasce fra il soggetto e l'innesto che non muovono i succhi 
di pari passo, e perchè per il suo contegno multicaule, innestarlo 
su un alto fusto è lo stesso che impostare un suffrutice sul fusto 
di un vero albero di prima grandezza, che non si presta punto 
alla degradazione dicotoma, o tricotoma, propria di una chioma 
di vero albero. Né altro vogliam dire in sua lode, per non urtare 
la suscettibilità dei molti nemici che ebbe e che ha tuttora, perchè 
non seppero metterlo al suo posto. 

E perchè non servirsene per le spagliere destinate ai cosidetti 
jìTOvini, sull'importanza dei quali, qui non vogliamo discutere per 
amore di brevità ? Questa brevità ci fa desistere dal descrivere 
qui le altre specie-tipo, comechè non diffuse nella nostra provincia. 
Tali sarebbero il Aforw^ indica oppure tatarica, originario di Am- 
boina dell'Isola di Giava, nella Cocincina, dove cresce sulla riva 
dei fiumi ; del Morus ìiervosa del Delille e del Murtinel, coltivato 
anche a Pavia dai prefato prof. Moretti e che ha il difetto, come 
porta il suo nome, di dar foglia troppo nervosa. 

La stessa ragione ci dispensa dal parlare del Morus rubra 
detto anche Americano, assai avvicinantesi al Papirifero {Brous- 
sonetia papyrifera), pei suoi fiori dioici e talvolta monoici por- 
tati, i maschili su amenti lunghissimi, i femminili disposti in- 
vece ad amenti ovali brevi, che maturando danno frutti subacidi 
assai graditi. Le sue grandi foglie secondo Duhamel resiste- 
rebbero molto al freddo, come che conosciuto nella Luigiana. 

Sul gelso fiero basti il già detto di sopra tanto più che nella 
nostra Provincia non ne vedemmo; mentre ne incontrammo in gran 
numero fra Messina e Catania, isolati, a campo e presso le abita- 
zioni. Questa specie s'incontra nelle vallate della Savoja e del 
Tirolo, mentre, secondo l'ingegnere Fagnani di Mortara, ne sa- 
rebbe esistito anni addietro qualche individuo a Borgofranco 
in Lomellina sulle rive del Po, colà conosciuto sotto l'improprio 
nome di moro di Spagna. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 313- 

Non termineremo questa frettolosa monografìa senza de- 
dicare una parola sola alla decima specie Morus scabra. 
Arbusto più che albero non s' inalza al di là di quattra 
piedi e i suoi tronchi sono nodosi, raggrinzati, ramosissimi 
con vermene tortuose le quali producono foglie picciuolate tre- 
quinquilobatifìde, qualche volta intiere, dentate solo sui mar- 
gini. Possedemmo questa specie a Jesi, nel podere annesso alla, 
cattedra che coprivamo fin dal 1850 in quella Città, dove venne 
introdotto dal nostro benemerito antecessore Padre Prof. Rinaldi,, 
che lo aveva avuto dal Veneto. Se la foglia fosse più appetita, 
dai bigatti, sarebbe una specialità molto adatta per investirne 
pezzi di terra abbandonati, onde convertirli in boschetti na- 
turali assai durevoli, perchè la sua bassa statura ci risparmie- 
rebbe la compressione artificiale, che è una necessità per tutte- 
le altre razze non esclusa la Filippina, quando vogliasi asso- 
lutamente una coppaia a fior di terra, che è l'unico modo ra- 
zionale per educare anche la vera siepe. 

Ma che diremo del gelso su cui faticò tanto il nostro Gottardo 
Cattaneo, dandogli il nome di originario e ^primitivo ? Rispetto- 
alle opinioni che noi teniamo in proposito rimandiamo i no- 
stri lettori, se ne han vaghezza, a ciò che di lui pubblicammo 
sia nella Perseveranza, sia nel Bollettino dell' agricoltura, sia 
neìVAiinuario scientifico 1879, edito dal Treves, anno XV. Ne- 
gare a questa fortissima specie di gelso la precocità, e sopra- 
tutto il pregio di dar la foglia più robusta che si conosca senza 
alcun bisogno d'innesto, sarebbe negare la luce del sole, e a chi 
fosse in dubbio quanto alla forza straordinaria di questa pianta,, 
basti il visitare nel nostro gabinetto dell' Istituto Tecnico a 
s. Marta, una cacciata di un solo anno, che ha alla base una 
circonferenza di metri 0,80 per una altezza di 4,40. 

Poco diremo sulle particolarità della coltivazione del gelso,, 
limitandoci a considerare che nella nostra Provincia, come in 
tutta la Lombardia i difetti si riducono al piantar l'astone troppo- 
profondo, al rimettere nella buca la terra vergine scavata, an- 
ziché sostituirci quella tolta dalla superfìcie del campo e già. 
influenzata dall'azione atmosferica e già concimata: di non so- 
stituire il forinone andante drennato alle buche isolate che non 
scolano mai bene, al servirsi di piante educate negli orti subur- 



514 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

baili, anziché di quelle dei vivai formati in mezzo al podere , 
iìnalmente a metterli troppo spessi rispetto alla distanza dei filari ; 
mentre spazieggiando le piante un po' meno lungo il filare si ren- 
derebbe possibile il maritamento alla vite compensando così la mag- 
gior distanza de' filari stessi. È poi mal fatto di non usare, rispetto 
all'impalcatura, il così detto sistema dicotomo. Esso consiste nel 
biforcare di due in due le tre prime cacciate, e di due in due 
le successive, onde al terzo anno della piantagione si ha un ca- 
stello così formato :aì.^ anno : soli tre rami ; b 2.° anno: sei verghe ; 
<? 3.° anno: dodici vette. Ciò abbastanza dimostrano i diseg-ni che 
qui tracciamo, mettendo in confronto 
il taglio del 1.^, 2P e 3.'^ anno visti 
XI volo di uccello (fig. 20 a, b, e). 

b 



'D' 




Fig. 20. 

Del resto finche il gelso rimarrà fra noi in mano al colono 
^n dal suo primo anno di piantagione, resta inutile il suggerire 
metodi razionali per la sua buona educazione. Il colono che paga 
il fitto a frumento, sarà sempre il suo più acerbo nemico, mentre 
•si prevarrà dei concimi che il padrone gli mette al piede, per pro- 
<ìurre invece qualche quarta di più di frumento. Pianterà inoltre 
il melgone quasi a contatto del fusto, ne considererà la pota- 
tura divenuto adulto , come il mezzo più pronto per raccapezzar 
legna per i suoi bisogni, spinto a ciò anche dal fastidio dell'om- 
breggiamento. L'educazion e della pianta in mano del solo colono 
«ara sempre imp erfetta, e cadrà ogni proposta di miglioramento 
'della medesima, s e i propretari non si decideranno, come già fanno 
gli Umbri, i Marchigiani e i Toscani, per es so gelso e per le viti a 
oppolo consociate alle culture erbacee, che non vengono consegnate 
■ai contadini che all'epoca in cui incominciano a dare i frutti. Bene 
>è vero che là si tratta di mezzeria e non di fitto a frumento, 
ma di ciò discorremmo anche troppo in addietro. 



mila:n^o agricola e sua provincia 315 

Il sistema di educare le giovani piantagioni d'ogni sorta a 
<3onto del proprietario ne conveniamo, è dispendioso, vuol vigilanza 
^Daziente per parte del fattore, non parliamo del fittabile della 
Imssa, altro nemico del gelso, e forse con ragione; ma questo 
ripiego è il solo che può rallentare la mortalità spaventosa che 
fa ogni giorno maggiori progressi, e della quale la rachìtide, la 
•igracilità, il secchereccio, il languore, l'emidistrofia, la melata, 
la carie, l'ulcera, la lebbra, la moria (rhyzoctoma mori), la rug- 
.gine, la vecchiezza precoce, non sono cause impellenti, e pri- 
mordiali piovute dal cielo, ma conseguenze immediate sebben 
lunghe di un sì perfido trattamento. Ommettiamo egualmente la 
parte economica riguardante la cultura del gelso perchè di fronte, 
•alle condizioni che fa oggi a quest'albero il mercato della seta 
•e l'incertezza del raccolto, le sarebbero cifre facili a riferire, ma 
poco fide quanto al loro significato aritmetico. Imperocché il 
hsico sia, al pari della vacca per l'erba, nient' altro che una 
macchina atta a trasformare la materia prima, foglia, che ci dà 
il campo, nella materia fatturata qual'è il bozzolo, dal prezzo 
del quale deriva onninamente il valore della foglia. 

Né porgerebbe grande interesse la discussione teoretica, che avesse 
per obbiettivo il problema: qual sia ]a foglia che per un dato peso 
vi dà la m.aggior quantità di filo serico. La foglia secondo noi 
quando è colta con diligenza, quando é trasportata con le do- 
vute cautele in cestoni anziché in sacchi senza comprimerla, uè 
colla macchina che oggi viene proposta, né colle mani rustiche 
del colono, sarà cibo sempre sano, e più o meno grato secondo 
la qualità, a cui però i filugelli si adattano, dopo i primi pasti, 
quando anch'essi sieno sani. 

Altro inconveniente che si riscontra nella cultura di questa 
pianta é la troppa frequente maggenga, potatura estiva, rifor- 
anante la chioma, la quale dovrebbe essere consigliata od imposta, 
non dalla pedanteria di un periodo fisso ed invariabile di tre in 
quattro anni, ma dal vero bisogno che il gelso ne presenta. Questo 
■ci viene indicato dal prevalere dei frutti, dall' impicciolir delle 
foglie e dalla spinosità, come i Marchigiani la chiamano delle 
ultime sue vermene, non più facili alla sfrondatura pei raminuli 
•che sono divenuti corti e spessi e che s'inseriscono quasi ad an- 
;golo retto. Bisogna aver in mente che la potatura in genere è 



316 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

un mezzo industriale per avere lo sviluppo direi quasi, esagerato 
di alcune parti della pianta a detrimento delle altre, laonde la 
potatura può ritenersi fisiologicamente dannosa. È questo tanto 
più vero nel gelso, a cui togliendo le foglie nel momento in cui 
ne ha maggiore bisogno, si contraria in esso la respirazione, la 
traspirazione, l' assimilazione , in una parola 1' elaborazione dei 
succhi, ed ha quindi bisogno di reintegrarsi, e a ciò non l'aiuta 
sicuramente l'amputazione di molti de' suoi rami. 

Il gelso fu proposto da parecchi agronomi , principalmente 
lombardi e veneti come il Verri, il Bottari. il Moretti, il Bellani, 
il Peroni ed altri, quale marito della vite. Esso (vedi figura sche- 
matica seguente 21) può esserlo senza inconvenienti, quante volte 
però il di lui fusto venga piantato distante alquanto dal fusto 
della vite ^ appoggiando semplicemente il pedale di essa sulla 
impalcatura dell'albero nel punto di biforcazione o triforca- 
zione I, e stendendola in festoni T lung'esso il filare. 1 festoni T 
fanno capo a mo' di colocchia ad un frascato o sostegno morto 
C, che regge il peso massimo dei festoni stessi per sgravarne 
alquanto i due contigui sostegni vivi, ossia i gelsi. Un tal si- 
stema di consociazione di queste due piante arboree colle erbacee 
culture, potrebbe facilmente sostituirsi a quello da tempo nel- 
l'altipiano già praticato, quando lungo appunto i filari dei gelsi 
vedevansi com'oggi pur vedonsi in minor estensione distese le 
viti condotte o a gabhiolo, o a foppa andante, o a pantera, o 
a gìdrlanda, o a pergola. Un maritamento in festoni molto 
analogo a questo, oggi viene seguito con sommo vantaggio, dal 
zelante agronomo Namias in Carato Brianza. 

In quanto alla intensità di tal cultura (Vedi allegato A) essa 
raggiunge il suo massimo nei mandamenti di Vimercate, Busto 
Arsizio, Saronno, Rho, Cugionno. Nel Lodigiano, secondo la 
relazione del locale Comizio per Tanno 1870, il gelso ha acqui- 
stato un grande apprezzamento. Laonde molti agricoltori ab- 
batterono altre piante, che circondavano i diversi appezzamenti 
coltivi per sostituirvi il morogelso, che nel circondario medesimo^ 
bastava nel suddetto anno alla produzione di 300,000 chilogrammi 
bozzoli. L'incremento di tali piantagioni proseguiva ancora nel 
1873, ma dopo l'invilimento avvenuto sul mercato delle nostre 
sete, non ritenendosi probabile un rialzo, e quindi un prezzo ri- 



318 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

muneratore nei bozzoli, tale slancio per la coltivazione deì 
gelso, si è anche in questa parte fecondissima della nostra pro- 
vincia estremamente rallentato, e si pensa piuttosto all' incre- 
mento dei boschi. 

Viti e Vino. — E da che ci venne fatto di accennar della 
vite, non sia detto che in questa rapida rivista dell'economia 
rurale della nostra provincia si taccia di lei, sebbene a confronto- 
dei gelso possa ivi dirsi quasi negletta, o poco estesamente 
coltivata per quella mania d'estirparla, di cui già toccammo 
e che mal si saprebbe e si potrebbe spiegare. Forse l'avvi- 
limento in cui il vino lombardo era caduto fino da quarant'anni 
fa, forse la scomparsa delle barriere daziarie del Piemonte, e- 
l'enorme concorrenza che le tenne dietro, ma sopratutto la com- 
parsa dell'oidio, qui 'combattuto malamente, fiaccamente, e tar- 
damente collo zolfo, influirono su questo deplorevole sperpera- 
mento di vitigni; al quale mal sopperisce, la specializzazione dei 
vigneti alla Guyon, o in spalliera bassa, che qui chiamansii 
vi^ne spesse. 

Queste sebbene abbino dato in vari punti della nostra provincia, 
buoni risultati in quanto alla qualità dei vini, in poche località 
del milanese , secondo la vernacola espressione , si fa correre,, 
o lavorare sul vecchio la vite; ciò che vuol dire prolungare 
a poco a poco i tralci che già diedero frutto invece di po- 
tarli, adoperando come tralci fruttiferi, i numerosi rimessiticci 
laterali, raccorciandoli però alquanto, invece di tenderli a tutta 
lunghezza. Questo sistema nella provincia milanese è serbato 
quasi unicamente pei pergolati, ma sarebbe appunto quello, che 
ci vorrebbe col istema di consociazione e maritamento della vite 
arborea al Gelso come s'è visto nella fig. schematica alla prece- 
dente pagina. In quanto poi al maritamento di essa vite allo Stuc- 
chio Testucchio (Acer campestris) come lo si pratica in tutta. 
Toscana , nelle Marche e nell'Umbria, e del quale vedemmo un 
esempio presso ad Osnago, nei fondi del Gargantini, noi cre- 
diamo che la vite arborea, meglio di quella bassa delle vigne spesse 
resisterà ai danni della filossera, per mille ragioni che qui sarebbe 
lungo dare, ma che noi abbiamo dato altrove (sulla Filossera 
vedansi vari nostri scritti neW Annuario Treves nei Voi. XIL. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 319 

XIV, XYI). Questo maritamento della vite arborea allo stuccliio 
vieae schematicamente raffigurato nel seguente disegno qui sotto 
tracciato (fìg. 22), il quale ci mostra l'albero adulto e la vite ma- 




Fig. 22. 

ritatagli nella pienezza della loro forza, e fatta astrazione dalle così 
dette penzane (1) che volendole raffigurare anch'esse, rendereb- 



(1) Chiamasi penzana la coppia di due contigui sermenti, che volgonsi in archi più o 
meno curvi verso terra come si usa nelle viti basse, ma i cui tralci cosi capovolti si in- 



320 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

bero imbarazzante e confuso il disegno stesso, che qui ci da una 
idea chiarissima del vero maritamento della vite, non solo allo 
stucchio , ma a qualsiasi albero , si reputi in Lombardia per 
essa conveniente quale marito. 

Relativamente all'importanza della coltivazione della vite nel 
Milanese, non che per quella del gelso e per tutti gli altri pro- 
ciotti, di cui noi abbiamo parlato accennando ai sistemi di ro- 
tazione, valgano i prospetti censuari, cioè gli allegati A, B (1), 
i quali a colpo d'occhio ci additano la proporzionalità delle di- 
verse culture fra loro, e i relativi spazi che ciascuna di esse 
occupa nel suolo provinciale. Rimandiamo quindi ai detti alle- 
gati A e B il lettore, per tutti quei titoli di questo lavoro, in 
€ui non sono riportate cifre statistiche. 

In quanto alla vite aggiungeremo qui soltanto che l'ingegnere 
Albino Parca, nel più volte citato libro Milano e il suo terri- 
torio, fa ascendere il reddito in vino della provincia milanese a 
quell'epoca 1844 a circa 240,000 brente, che dice di qualità varia- 
l)ilissima secondo i diversi luoghi, ma iutt' altro che scadente. 

Il Ministero nelle sue Notizie e studi del 1879 nulla ci dà 
di preciso sulla provincia di Milano sotto tale rapporto, e tutto 
quello che ne dice a pag. 378 è questo: « Lenti sono i miglio- 
ramenti nella provincia di Milano, dove pare che per la produzione 
dei vini, non si possa vincere la concorrenza di altri paesi » 
ciò che noi non riteniamo affatto vero, pensando anzi tutto il 
contrario ; poiché assaggiammo i vini che si producono da di- 
ligenti proprietari in quel di Monza, di Magenta, di Boffalora, e 
li trovammo eccellenti. E la famosa collina di S. Colombano 



trecciano l'un con l'altro a mo' di spirale, legandoli assieme e recidendoli alla lunghezza di 
«ei ad olto occhi; quindi si fissano al bracciolo del sostegno vivo o morto che sia, in ma- 
niera da formare, col prolungamento ideale dello stelo o fusto diretto di esso sostegno, 
un angolo poco meno che retto. 

(1) Questi prospetti indicano la superficie complessiva dei terreni e fabbricati, non che 
•dei beni esclusi dall' estimo, e quella totale compresa nel catasto, non che la rendita 
parziale dei gelsi e dei beni censibili, non che quella censibile complessiva, non che la 
superficie in pertiche metriche occupata dai terreni aratori adacquativi e vitati , dei 
prati vitati, adacquativi e marcitorì . dei castagneti, boschi in genere e pascoli boschivi, 
«d altresì delle vigne, dei ronchi, degli orti e giardini, dei prati sortumosi, delle bru- 
ghiere boscale, delle paludi da strame, canne e zerbi, e degli stessi terreni al tutto in- 
fruttiferi, non che quella delle strade, piazze pubbliche, ed acque; e tutto ciò riferibile 
altresì al totale della superficie per ciascun circondario della provinci.u 



1 • 



lente comp^l^ Provìncia di Milano. 



{Allegato A.). 



U P E R F I Cp 

uelia dei Beni escluj^ 


PARZIALE RENDITA DEI BENI CENSIBILI 


RENDITA 


e segnali con lette "^ 


degli 
Ulivi sparsi 


dei terreni 

compresi i gelsi 

e gli ulivi 


dei 
Fabbricati 


censibile 
complessiva 


Terreni 


Infruttiferi | 


t.|pert. Metr. 1 


Cent. ^ 


Lire Aust. 


Cent. 


Lire Ansi. Cent. 


Lire Aust. | 


Cent. 


Lire Aust. Cent. 


3 


07 ) 






1 

157,571 77 


153 632 


44 


311,204 


21 


) 9 


05 ) 


— 


— 


447,811 96 


79,762 


28 


527,574 


24 


7 1 50 


62 ^ 


— 


— 


239,423 49 


61,653 


75 


301,077 


24 

j 


ì 58 


26 , 





— 


574,129' 67 1 


81,111 


60 


655,241 


27 


) U 


23 , 


— 


— 


279,329 09 


77,181 


41 


356,510 


50 


1 124 


43 , 


■ — 


— 


329,649 28 

1 
1 


61,623 


04 


391,272 


32 


j 65 


02 , 




1 

! 

— 309,814 93 


115,613 


11 


425,428 


04 


3 106 


61 , 





— 418,305 64 


156,930 


79 


585,236 


43 

1 


1 41 


09 g 





— 


484,648 — 


108,537 


1 63 


593,185 


63 


4 2 


21 ^ 





— 


390,359 


96 


85,643 


22 


476,003 18 


5 627 


29 n 


1 — 


— 


316,844 


56 


76,263 


26 


393,107 


.. 82 


8 442 


03 


) — 


— 


520,248 


29 


95,761 


49 


616,008 


78 


9 1,594 


1 

1 81 


) — 


. 


4,468,136 64 


1,163,714 02 


5.631.85C 


) 66 


- — 


— -^ 


^ ^-^ 





^— — 


—— 


^ — ^-^ 


■^^ " 


.._ ^ 


~m^ 



PROVINCIA DI MILANO 



(Allegafo A.). 



PROSPETTO degli infrascritti dati censuarì risultanti dal Catasto definitivamente compito dai singoli Comuni censuarì componenti la parte alta della Provincia di Milano. 



MANDAMENTI 


NUMERO 

dei 
Comuni 

per 

\lnnd." 


NUMERO 
delle Dille 

inlcslale 

nel Libro 

delle 

parlile 


TOTALE 

Ti 

map,„ 1 


TERRENI 


hABBRICATI 

Numeri ._ 

J, 1 1 
mappa 1 | 

1 


BENI 

esclusi 

dall' estimo 

Lettere 
majuscole 


N U M E U 

dei '''" 
Ulivi 
Gelsi 

sparsi 


«> V P E R F 

Oramessa quella dei Beni 


I C 

esclu« 
leltei 


I E 

i dah' esumo 


SUPERFICIE 1 

complessiva j 

fabbrica,. 


SUPERFICIE 

dei Beni 
esclusi dall'eslimo 

segnali con lellera 


SUPERFICIE 

totale 

compresa 

nel 

r.alaslo 


SUPERFICIE 


RENDI 


TA PARZULE 


RENDITA DEI BENI CENSIBILI 1 


RENDITA 


Numeiì 

di 
mappa 


i 

5 


e segnali coi 




fabbricali 

soggelii 

all' imposta 

Perl. Mclr.lCfnl. 


dei Gelsi 


degli 
Ulivi sparsi 


dei terreni 

compresi i gelsi 

e gli ulivi 


dei 
■r'abbricati 


censibile 
complessiva 


dei Terreni 




dei 
Habbricali 


l'-rulliferi 


InfrnUiferi 


Perl. Mflr.,CLiil. 


P.rl. Mctr.lConl. 


Perl. Mclr 


_Cenl_ 


Peri. Mclr.] Ceni. 


Perl. Melr. | Ceni. 


Perl. Melr.] Cem. 


Lire Ausi. Ceni 


Lire Ausi. Cent. 


Lir.' .\uil. ] Coni. 


Lire .\ii5l. 1 r.pnl. 


Lire .Visi. C-nl. 




Circondario di Monza 


























1 










i 


i 


! 




j 








1 1 1 

! ; 1 






1 I 


Monza-Città 


1 


osi 


3,233 


S 


2,018 


_ 


1,215 


5 


32 


1 


43,018 


- 


26,333 67 


3 


07 


774 


78 


27,111 52 


57 


26 


27,168 


78 


27,108 45 


15,056 


30 


- 


- 


157,571 77 1 163 632 44 


311,204 


21 


FI 


Monza 


18 


704 


6,207 


12 


4,897 


— 


1,310 


12 


72 


— 


98,053 


— 


76,824 15 


9 


05 


1,072 


94 


77,906 U 


37 


82 


77,943' 96 


77,897 09 


33,536 


70 


— 


— 


447,811 96 ! 79,762| 28 


527,574 


2i 


NI 


Desio 


9 


9oa 


4,908 


11 


3,614 


— 


1,294 


11 


52 


— 


69,068 


— 


48,139 87 


50 


62 


663 


64 


48,834' 13 


31 


93 


48,866 06 


48,805 SI 


22,980 


75 


— 


— 


239,423 49 01,653 75 


301,077 


24 


IV 


Vimercate 


26 


928 


11,866 


16 


9,884 


— 


1,982 


16 


108 


— 


125,267 


— 


116,100 88 


58 


26 


1,362 


47 


117,521 ' 61 


56 60 


117,578* 27 


117,405 35 


47,265 


85 


— 


— 


57.4,129' 67 ' 81,111 60 


6ii5,241 


27 


V 


Carate 


26 


1150 


10,726 


11 


9,019 


— 


1,707 


11 


99 


— 


83,912 


— 


65,1531 50 


84 


23 


1,016 


65 


66,254 38 


53 24 


66,307, 62 


66,170 15 


25,410 


85 


— 


— 


279,329 09 | 77,181 41 


356,510 


50 


fV 


Barlassina, ora Seveso . . 


18 


̻i0 


11,306 


Iti 


9,83S 


— 


1,561 


15 


87 


- 


83,835 


- 


90,024 91 


124 


43 


1,014 


68 


91,164 02 


39 07 


91,203 09 


91,039 59 


29,421 


15 


'- 


- 


329,049 28 61,623 04 


391,272 


32 




Cirrondarìo di Gallarate 




















































1 
1 


1 






1 


Gallarale 


17 


48K6 


26,332 


74 


22,701 


- 


3,631 


74 


107 


- 


75,016 


- 


86,807 85 


65 


02 


1,090 


14 


87,963 01 


83,02 


88,046 03 


87,897^ 99 


23,928 


70 


- 


- 


309,814 93 


115,613^ H 


425,428 


04 


II 


Busto Arsizio 


17 


3326 


19,721 


S4 


16,3SS 


— 


3,366 


54 


97 


— 


120,540 


— 


99,865 48 


106 


61 


1,346 


59 


101,318 68 




86 


101,3881 54 


101,212 07 


39,921 


95 


— 


— 


418,305 64 


166,930, 79 


585,236' 43 


I" 


Saronno 


18 


1717 


10,891 


38 


8,671 


— 


2,220 


38 


92 


— 


147.647 


— 


9-1,029 61 


41 


09 


1,163 


29 


92,233 99 


S2 


90 


99,286; 89 


99,192 


90 


54,920 


35 


— 


— 


484,648 — 


108,537 


63 


593,185 63 


IV 


Rho 


13 


1001 


8,111 


44 


6,623 


_ 


1,488 


44 


73 


— 


100,965 


— 


81,366 74 


2 


21 


1,058 


69 


82,427, 64 


45 


06 


82,472 


70 


82,425 


43 


32,773 


35 


— 


— 


390,359 


90 


85,613 


22 


476,003 1 18 


V 
Ci 


Somma 

pcondario di Abbialegrasso 


26 


6SB8 


44,409 


1S6 


40,134 


"~ 


4,275 


156 


146 


~ 


67,258 


~ 


127,022 85 

1 


627 


29 


1,137 


28 


128,787 


42 


61 


96 


128,849 


38 


128,160 


13 


20,113 


40 


~ 


" 


316,844 


50 


76,263 


26 


393,107 82 


HI 


Cuggiono 


20 


3097 


20,491 


63 


17,532 


- 


2,959 


63 


98 


- 


125,450 


- 


147,737, 28 


442 93 


1,216 75 


149,396 


96 


47 


76 


149,444 


72 


148,954 


.3 


38,021 


35 


- 


- 


520,248 


29 


95,761 


49 


616,001 


1^'^ 


209 


26496 


178,291 


499 


151,283 


_ 


27,(1118 


499 


1,063 


1 


1,140 029 


_ 


1,063 406, 79 


1,594 81 


12,917 90 


1,077.919 


50 


636 


54 


1,078.556 


04 


1,076.324 


« 


383,420 1 70 


- 


- 


4.468.136 


64 


1.163.714 


02 


5 031 850- 66 












































r^ 







^ISf^ì I 



PROVINCIA DI MILANO (4//.r/«/o B). 

'ROSPETTO degli infrascritti dati statistici desunti per la massima parte dai Catasti dei singoli Comuni censuarì componenti la suddetta Provincia di Milano 
compilata in seguito all'Ordinanza 25 Settembre 1880 N. 113713 della Giunta del Censimento. 










SUPERFICIE IN PERTICHE METRICHE DI 


100D 


METRI QUADRATI 








CIRCONDARI 
e 


dei 

Comuni 

por 






















TOTALE 

della superficie 
per 


OSSERVAZIONI 


degli Aratori, 

Aratori adaoqiialorì, 

Aratori vitati, 


dei Prati. 
Prati vitati. 


dei Castagneti, 
Boschi in genere, 


dei Pascoli, 
Brughiere, 


dei 




dei 




Complessivo 
dei 


delle Strade, 
Piazze pubbliche 






Arai vii. adacquat., 


Prati adaeq. niareil., 


Pascoli boschivi. 


Paludi da strame. 




Fabbricai 




g 


Mandamento 




_M A X A M E N T I 


«and.» 


Vigne, Ronchi, Orli, 
Giardini 


Prati si.rliMiiosi 


Brughiere boscate 


da canne, Zerhi 










Fabbricati 


ci acque 




Ciroonilario I.' .li Milano. 








































1 


1,707 


,,,l 


29 


33 


_ 


(i9 


33 1 -28 


_ 


_ 


3,63 1 


02 


3,4-27 


93 


1,383 


16 


0,813 


Oi> 














,; 


•u.im 


07 


2t,76y 


30 


480 


23 


273 


37 


74 


11 


2,306 


38 


02,:192 


28 


3,733 


82 


66,347 


80 




IX AITori .... 

X Corsi™ . . . 










i:ì 




07 


4,732 


70 


382 


92 


44 


40 


2 


4b 


077 


IJl 


3Ì.I39 


22 


2,006 


34 


36,303 


86 












■24 






17,183 


83 


4,087 


37 


117 


11 





08 


1,100 


49 


70,203 


10 


4,372 


30 


80,777 


40 












31 


84,!)80 




41,344 


22 


0,443 


36 


1,939 


77 


222 


00 


1,701 


:ii 


130,712 


19 


8,202 


72 


144,914 


91 




MI ' Ldiali' 










■>-2 


:ì4,170 


Oo 


24,828 


80 


1,348 


83 


313 


87 


1 


13 


1,-224 


42 


82,098 


10 


4,923 


88 


87,023 


98 




\||| Biilhili' 










-27 


(l-2.!lli 


70 


11,031 


-21 


8,881 


07 


6,719 


37 


73 


09 


1,183 


7.-1 


90,833 


42 


3,430 


10 


011,283 


.32 




\IV Giii-Mm?ola 










■20 


O'J.lilKI 




13,647 


77 


11,908 


30 


1,449 


2i 


22 


80 


1,4-29 


70 


98,148 


09 


8,888 


88 


104,03/ 


.37 














13 


:ì2,:ìH. 


1 1 


6,710 


30 


7,713 


32 


630 


00 


(iO 


54 


1,100 


42 


6'<,302 


93 


4,113 


72 


72,0/0 


07 




XV( .Mcli-jinaii... . . 










-2C) 




10 


19,072 


21 


1,-279 




93 


41 


12 


41 


1,333 




90,378 


83 


3,422 


08 


93,801 


..3 




Circondario II di Lod 


i 


is.ii 




7 


22:; 


0(i 


Oli 


88 


8 


23 


36 


74 


_ 


_ 


433 


23 


823 


IO 


-334 


81 


1,037 


07 




II 


di Lodi .... 








18 


86,40.5 


23 


49,019 


97 


8,839 


32 


2,730 


01 


434 


80 


1,573 


91 


119,031 


46 


8,070 


18 


127,101 


01 




III 


n Paullo .... 








:ìl 


43,721 


34 


40,839 


05 


11,938 


2i 


2,000 


49 


071 


69 


1,346 


— 


107,1.36 


83 


7,108 


86 


114,-203 


09 




IV 


, Bcn-'hetlo . . . 








18 


47,03!) 


20 


37,210 


64 


2,094 


49 


272 


08 


113 


40 


1,387 


82 


88,716 


23 


4,971 


08 


93,087 


31 




V 


. S. Aniieln . . . 








18 


38,8o7 


22 


43,661 


6S 


2,377 


Oi 


313 


37 


93 


OS 


1,231 


90 


86,736 


41 


3,692 


41 


90,448 


S2 




VI 


- C^salpusterlengo . . 








i>2 


73,192 


30 


39,.304 


8-2 


10,473 


13 


-2,6 i7 


82 


230 


84 


2,373 


32 


148,444 


18 


G,><99 




133,344 


14 




VII 


. C.Kl.,.'no . . . 








17 


04,4.97 


Si 


37,323 


02 


11,846 


36 


1.301 


40 


1,192 


17 


3,490 


14 


119,831 


23 


9,8^0 




129,731 


87 




vili 


. .Malon .... 








IO 


a0,8(il 


21 


21,789 


28 


8,48!i 


37 


4,686 


37 


894 


24 


1,396 


01 


94,113 




8,3.8 




102,402 


81 




Circondario III di Monza 


lil 


1 


Monza-CiUa 


1 


21,983 


87 


2,392 


93 


1,899 


30 


137 


33 


3 


07 


832 


01. 


-27,168 


78 


1,316 


21 


•28,484 


99 




II 


di Monza 


18 


03,383 


02 


3,729 


19 


3,144 


88 


396 


46 





03 


1,110 


70 


77,943 


96 


3,072 


21 


81,616 


17 




. Ili 


, Desio 


9 


4-0,018 


43 


128 


33 


1,922 


34 


70 


33 


30 


«2 


693 


37 


48,860 


06 


1,6-23 


50 


30,489 


50 




IV 


n Vimercale 


21! 


93,882 


70 


2,330 


16 


16,099 


24 


3 388 


78 


38 


20 


1,419 


13 


117,378 


27 


3,604 


93 


121,183 


20 




V 


» Carale 


■ìli 


49,129 


39 


3,390 


18 


10,983 


06 


1,44^^ 


87 


8i 


23 


1,069 


89 


00,3 )7 


62 


3,077 


40 


69,388 


02 




VI 


^ Sevoso 


l'I 


01,470 


04 


1.-281 


03 


14,342 


13 


13,731 


17 


128 


20 


1,070 


06 


94,030 


47 


4,702 


32 


98,732 


99 




Circondario IV di GaUarate 


'J3 


' 1 


di Gallarate 


17 


49,1S3 


99 


4,967 


39 


12,390 


43 


20,093 


82 


63 


02 


1,173 


16 


88,046 


03 


3,631 


77 


91,677 


80 




II 


, Buslo Arsizio 




71,868 


SS 


3,269 


90 


14,103 


72 


10,621 


31 


106 


61 


1,416 


43 


101,388 


34 


3,399 


46 


104,988 


00 




III 


» Saronno 




78,691 


44 


1,920 


02 


16,118 


94 


1,298 


61 


41 


09 


1,210 


19 


99,286 


89 


3,262 


71 


102,849 


60 










69,319 
40,074 








12,143 
42,079 


32 
73 


182 
27,239 


23 

47 










87,486 
128,849 




4,393 
7,064 




92,079 
133,913 






1 ^' 


» Soumia-Lombardo 


•2U 


81 


11,008 


82 


627 


29 


1,199 


24 


38 


14 


82 




Circondario Y di Abbiategrasso 


02 


1 


di Abbialcgrasso 


14 
IO 
20 
4-3 


82,177 


37 


21,3-29 


47 


24,876 


18 


1,933 


40 


1,823 


63 


1,033 


91 


133,473 


96 


8,008 


38 


141,482 


34 






- Coggiono 


97,977 


01 


0,231 


72 


23.240 


71 


20,287 


81 


442 


«3 


1,-204 


31 


149,444 


72 


8,900 


64 


158,411 


36 




Ili 


» Magenta 


S4,.309 


1 1 


0,433 


24 


8,767 


82 


1,242 


03 


664 


21 


1,019 


68 


72,036 


11 


4,339 


36 


77,013 


47 




IV 


» Binasco 


138,397 


20 


43,861 


03 


8,270 


03 


2,400 


31 


891 


63 


3,409 


32 


197,430 


38 


1,164 


80 


198,393 


38 




ToT.tLE IJELLA PkoVI.NCIA Of MlLANU . . . 


87 


004 


1,917,312 


78 


379,009 


13 


312,3-23 


33 


133,233 


80 


8,789 


18 


48,803 


30 


3,000,272 


00 


137,637 


27 


3,1,37,909 


27 
















) 









































MILANO AGRICOLA E SUA. PROVINCIA 321 

non è forse compresa nella nostra provincia, per poter dirsi an- 
che questa, non men diletta di tutte le altre sue consorelle a 
Flora e Pomona non solo, ma anche a Bacco? 

Il modo di fare il vino, che vige nella nostra Provincia presso 
i proprietari empirici, che ancora non si persuadono dei metodi 
razionali di cui s' è fatta ricca anche l'Italia, è assai poco sussi- 
diato dagli odierni apparecchi enotecnici. Eppure Milano possiede, 
per l'iniziativa dell'ingegnere Bernasconi, una agenzia enologica 
(via Monte Napoleone 11); la quale va fornita delle macchine ed 
attrezzi perfezionati di viticoltura e di enologia, quali sarebbero 
a mo' d'esempio i seguenti : Istrumenti per tracciamento ed im- 
pianto di vigneti, per la lavorazione del terreno incominciando 
dall' aratro voltaorecchio: (vedi fìg. N.^ 18 a pag. 263), ferri 
pel taglio delle viti (pota), ed anche per le amputazioni no- 
sologiche degli alberi, non che perla vendemmia. Non vi manca 
neppure la relativa suppellettile per la torchiatura , per la 
sgranellatura, per la solforazione , pel travasamento, come per 
la rimozione dei grandi , yasi , vale a dire puleggie differen- 
ziali , montacarichi e quanta '% cl'.ùbpo per l'imbottigliamento, 
e per l' enochimica propriaménte d'otta. 

L'idea preconcetta che la Provincia, di Milano non si presti 
all'enologia perfezionata è veramente fatale ; e quella parola d'or- 
dine, che la vite non rende nulla fra noi, che i contadini sì 
mangiano tutta l'uva, e che a tutt' altro deve pensarsi fuorché a 
far vino milanese, é cosa, che anche a costo di essere contra- 
detti ad oltranza, non vogliamo in verun modo ammettere. Quando 
si pensa che la Provincia di Ravenna, in condizioni non certo 
migliori della Provincia di Milano sia per l'impasto terroso, sia per 
la condizione igroscopica dell'aria e della terra, sia per il modo di 
condurre la vite, che ivi si pota solo ogni tre anni, potè miglio- 
rare i suoi vini al punto da renderli oggi prelibati e durevoli, 
dire che Milano non può essere vinicolo é una fola. Tale miglio- 
ramento vinicolo ravennate, dove spesso non sono neppure possibili 
le cantine sotto terra, noi non vogliamo attribuirlo all'iniziativa 
che ci appartiene fino dall'anno 1865, quando per incarico del 
Ministero d'Agricoltura, demmo mano ad una riforma radicale 
sul modo di fare quei vini. Tale riforma bensì, per l'appoggio 
di cui ci furono larghi i principali proprietari, Pasolini, Rasponi, 

MlLA>0. — Voi. III. 21 



322 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Fiisconi, Guiccioli, Ghezzo, Santucci, ecc. ebbe sì positivi risultati^ 
da divenire popolare in quelle campagne ed in quelle cantine- 
la così detta formala Galanti. Del resto accennammo questo» 
fatto, che ha a suo documento la lettera Ministeriale n. 503,. 
datata il 25 novembre 1865 da Firenze, a solo scopo di dimo- 
strare, che ciò che fu possibile a Ravenna, bisogna che sia fat- 
tibile anche nella provincia di Milano. 

li tedesco Burger nella sua bella relazioncina sull'agricoltura, 
del Regno Lombardo Veneto annotata dal prof. Moretti, e stampata 
fino dall'anno 1828, dopo aver detto peste e saette dei vini che 
si bevevano in allora da Venezia fino a Pavia, così si esprimo 
quanto alla ubicazione della nostra plaga « quando si pensa 
al caldo del clima e in molte località aìV indole adattatissima 
del terreno per questo genere di raccolto, si rimane sorpresi del- 
l'acidezza ed asprezza del vino che si dà ai forestieri, ecc. » 

Se questi precedenti ci danno il diritto di asserire la possi- 
bilità di aggiungere ai cespiti della ricchezza agricola della pro- 
vincia di Milano, anche quello della cantina, lo spazio assegna- 
toci non ci permette di additare alcuna delle norme enologiche 
adatte all'uopo, perle quali rimandiamo al nostro Decalogo (1> 
quelli a cui possa piacere di conoscere le nostre idee in proposito. 
Qui cade omai in disuso l'enorme torchio a trave col relativo- 
canale in pietra, al quale non può certo negarsi la gran po- 
tenza del suo effetto, ma 1' incomodo della manovra, ed il grai> 
spazio che richiedeva un così colossale ed ingegnoso ordigno, non 
che la tanto diminuita vendemmia, l'ha fatto oggi sostituire da 
torchi mobili, più o meno perfezionati. Anche con questi^ si se- 
guita da molti l'antica pratica che è questa: 

Separare le uve bianche dalle rosse, portare le prime addi- 
rittura sotto il torchio, spremerne a più riprese quanto mosto- 
si può, che si mette in fermentazione in botti speciali, ove di- 
venta vino bianco dopo alcune tramute. In quanto alle uve rosse,, 
esse spesso si pigiano a mezzo dei piedi. Il mosto, le vinacce 
ed i raspi riuniti in tini vi compiono la tumultuosa fermentazione,, 
durante la quale vengono follati con un rozzo bastone attraversata 



(1) Decalogo enologico con appendice sul modo di fare i Vini scelti, di A. Galanti. Ti- 
pografia Vallardi, II edizione; 3iilano 8 luglio 1871. 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 323 

(la alcuni piuoli di legno detto follatore. La fermentazione dura 
da sei a dieci e più giorni secondo la qualità e quantità dell'uva 
e la temperatura. Si svina generalmente presto, sicché il vino 
talora ancor torbido e caldo continua a bollire iielle botti di 
travasamento : questa sarebbe buona cosa, quando tal bollitura 
nelle botti venisse, anziché abbandonata a sé stessa, invigilata 
e si mantenesse costcmtemente colma la botte di fermentazione, 
come si fa coi vini bianchi. Dalle vinacce poste sotto il torchio 
si spreme tutto il vino, che esse ritengono ancora, rimovendole 
a più riprese: il primo liquido spillato dal tino dicesi cro- 
dello, quello ottenuto col torchio caspio o torchiato. 

In oggi parecchi proprietari dan luogo, alla chaptalisation pro- 
priamente detta sia per rinforzare d'alcool il vero crodello, sia, 
agendo nella stessa guisa sulle vinacce già spremute, per avere 
oltre il caspio anco i cosiddetti secondi vini, aggiungendo zucchero 
ed acqua. Nel far ciò seguono il metodo attribuito dal Tubi e dal 
Bizzarri al francese Pétiot, ma che appartiene tino dall'anno 1855 
a noi che scriviamo, come risulta dagli Atti della Società agraria 
di Perugia dispensa 1.^ di quell'anno, e dalla Gazzetta d'Italia, 
n. 298 anno 1873, alla rubrica rivendicazione del metodo per 
fare molto vino con poca uva, e, dalla Perseveranza n. 5003 al- 
l'articolo Enologia. 

Spesso le vinacce già torchiate si cedono anche a speculatori 
girovaghi, che coi loro adamitici alambicchi, si industriano nel 
trarne alcool colla distillazione. 

Assai poco si fa per la conservazione del vino dai proprietari 
empirici. Talvolta troppo tarde e sempre troppo poche le tra- 
mutazioni, poco riguardo nei travasamenti , e pochissima cura 
nella buona conservazione delle botti, che il più spesso sanno di 
muffa o di legno secco {legìiino; vin che sa de vasel) perché non è 
generalizzata, ne la. stufatura, n.^ la zolfatura delle botti stesse. 

Però i felici risultati che in questo ramo d' industria agricola 
ottengono anche nel Milanese, tutti quei coltivatori che abbrac- 
ciarono i metodi razionali, potrebbe e dovrebbe servire di sti- 
molo al maggior numero dei nostri agricoltori, che trascurano 
bene spesso, per semplice abitudine le migliori pratiche enote- 
cniche. Queste soltanto richiedono maggiori attenzioni, altresì 
qualche anticipazione di più nel capitale vasi ed attrezzi 



324 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

enoctecnici, ma fatti bene i conti, un maggiore utile netto e 
durevole ne sarebbe larga e lieta ricompensa, se sì smettesse 
di ripetere contumelie contro il vino della Provincia milanese; 
mentre è un fatto che il vino che raccattavasi un 20 anni fa, 
in tutto quel tratto di terreno che si stende da qui a Magenta, ci 
rappresentava appunto il tipo di quei vinetti leggieri, stomatici 
ed austeri, che oggi si pagono L. 2 ^/s ^^ fiasco, sotto il nome 
di vini toscani o di chianti giovane. 

Ma la luce si farà strada, ed è in noi ferma speranza che 
non sia lontano il tempo , in cui il vino dell' altipiano della 
Provincia milanese, possa figurare nell'ormai grande famiglia dei 
buoni vini da pasto italiani. 

Boschi. — Nel cominciare a dire qualche cosa delle piante 
da legname della nostra Provincia, mettiamo il piede in un 
campo vasto , che esigerebbe di molto tempo per essere con- 
venevolmente esplorato. D'altra parte saltarlo a pie pari non 
può esserci lecito, in un centro di consumo come questo, che 
per l'industria medesima, che vi si è sviluppata, il legname e 
un articolo, che assume suprema importanza. Resecheremo quindi, 
e al punto in cui siamo ometteremo del tutto, altre parti di se- 
condaria importanza, sulle quali per un lavoro completo dovres- 
simo pureentrare. Tifarlo ora qui non ci è consentito dailimiti im- 
postici, che esigono che il presente sia il penultimo argomento 
di un lavoro che costituisce una matassa, che ci si è svolta fra 
le mani via via senza addarcene, sebbene la concisione e la bre- 
vità nei singoli argomenti, sia stata indiscutibilmente osservata. 

Ragguardevole nei tempi addietro era la superficie del Mila- 
nese occupata dai boschi; ma questa andò di anno in anno dì- 
minuendo, talmente che può dirsi già ridotta ad un terzo dì 
(juello che era ab-antico , fino da un secolo fa. Infatti al viag- 
giatore che giunge in Lombardia da alcuno dei passaggi delle 
Alpi dopo aver incontrato le imponenti foreste dì abete , 
dì larice, di pino , ecc. , fino alla altezza dì 6000 piedi sul 
versante settentrionale, resta compreso da penosa meraviglia 
nello scorgere il nostro versante meridionale, quasi sfornito 
d'alberi d'alto fusto. Ei trova perfino le chine più dolci dei 
nostri monti, brulle o coperte solo da irregolari macchie, ultimi 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 325 

miseri avanzi di una magnifica vegetazione forestale, di cui ci 
aveva fatto dono natura. Si deplora a ragione che gli stranieri ci 
abbiano rubato parte degli antichi tesori artistici, ma questi 
altri monumenti stupendi della natura, li abbiamo improvvida- 
mente distrutti noi stessi. Che se questo sta per gli alti monti 
e pei più dolci declivi delle prealpi ; nella vasta pianura è suc- 
cesso ancora di peggio, e senza andar molto lungi, per per- 
suadersene basta vedere a cosa siano ridotti gli estesi boschi 
di Cavenago ed uniti, e quelli dei comuni di Gerenzano ed 
Uboldo che nel 1844 erano, al dir dell' ing. Parca, più volte 
citato, estesi per circa 40,000 pertiche di boschi di piuma an- 
tica con piante forti, specialmente roveri ed olmi, e 120,000 di 
boschi cedui, in alcuni dei quali trovavansi molti alberi di alto 
fusto, mentre ora anco nel circondario di Lodi per affermazione del 
Ministero, i boschi sono quasi tutti spariti, ed altrove sono limi- 
tati a pochi spazi lungo gli argini dell'Adda, del Ticino e del Po. 

Se si prende a considerare la cosa su più larga cerchia le 
condizioni non migliorano punto, perchè i boschi che, in ad- 
dietro, costituivano un ramo importantissimo della Silvicol- 
tura lombarda, sono stati in questi ultimi tempi orribilmente 
decimati. Infatti i monti del Bergamasco, del Bresciano, della 
Valtellina, del Comasco e del Varesotto che, una trentina di anni 
fa, somministravano un prodotto in legna di circa dieci milioni 
di quintali, oggi ne danno poco più di due milioni. Da qui la 
deficienza del legname d'opera, per il quale la Lombardia è 
costretta a ricorrere al vicino Tirolo , nell'Umbria ed altrove, 
pagandolo enormi prezzi : e si manca sempre più di legna da, 
ardere, costosamente supplita dal fuoco dei combustibili fossili, 
mentre pei grandiosi lavori d' opera, vien legname fin dalle 
lontane Americhe. 

Una statistica esatta sui boschi d' alto fusto in Italia non è 
mai stata fatta, né è a credere che lo sia finché ogni fustaja non 
abbia assunto stabilmente tutti quei caratteri, che appunto ne 
stabiliscono la natura. Si oppongono alla formazione di tale sta- 
tistica molte ragioni superiori alla volontà di chi pur vorrebbe 
compilarla, laonde noi mandiamo il lettore per formarsi un' idea 
precisa sull'attuale patrimonio in castagneti, boschi in genere, 
boschi da cima, fustaje , zerbi, brughiere boscate, pascoli bo- 



326 ' MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

schivi ed altro , al prospetto B più volte richiamato (vedi 
a pagina 232 di questo articolo) appositamente compilata per 
questo lavoro. A questi prospetti qui allegati, lo ripetiamo anche 
una volta, il lettore dovrà riferirsi tutte le volte, che nel testo non 
trovasse citate cifre ad hoc, e rispetto alle quali, noi non sa- 
premmo offrir dati più sicuri di questi. 

Non è compito nostro l'entrare, né l'abbiamo fatto neppure per 
le culture speciali , nelle particolarità riferibili- al governo , 
custodia ed incremento dei prodotti in genere del suolo; altri- 
menti il presente scritto sarebbe facilmente sdrucciolato, per la 
forma e la sostanza, in un trattato d'agricoltura milanese. 
Questo volemmo e vogliamo evitare, laonde noi passeremo qui 
sotto silenzio anche quanto si riferisce alla custodia ed impianto,, 
al fondamento e condotta del taglio delle piante di alto fusto, 
del ceduo puro e misto, e al confronto della convenienza reci- 
proca delle diverse essenze , che in Lombardia figurano. Ciò 
posto accenneremo solo quanto alla così detta rotazione dei tagli 
o ceduazione, che si scoronano ogni tre anni i boschi di piante 
dolci, ogni quattro anni quelli di piante forti, che i castagneti 
cedui si tagliano da sei in otto anni, quelli di rubinia ogni due 
o quattro anni al più. Inoltre traesi annualmente una quantità 
considerevole di pali da vite, anziché dal castagno e dalla rovere, 
dalla comune rubinia pseudoacacia, che ornai rimpiazza qua- 
lunque altro genere di piante sulle ripe boscate, lungo i corsi 
d'acqua e simili. 

Il che ha portato la conseguenza, in grazia della bontà del 
legno e della precocità di questa piantaccia, che essa, sia per 
disseminazione, sia per invasione di radici , sia per mala ac- 
cortezza dei coltivatori, abbia invaso moltissimi appezzamenti 
dei residui boschi, distruggendoli colla sua comparsa, peggio dì 
([uello che suol far la gramigna nei campi alle piante erbacee utili. E 
fante guasto e sì funesta trascuratezza sussiste ancora sotto i no- 
stri occhi, perchè le ripe boscate, investite di rubinia, si fanno fo- 
mite continuo di questa peste : e ciò é tanto vero che non ci venne 
mai fatto di vedere una selva anco ristretta, immune da un 
nemico così potente, al quale vorremmo che si facesse la caccia, 
annientandolo ovunque lo si vede qua e là per i boschi, mista 
ad altre preziose essenze. Del resto senza rinunciare ai van- 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 327 

taggi che ci può dare da sola, basterebbe relegarla sulle sodaglie 
o sui pezzi di suolo abbandonati ed isolati, che non fossero i più 
adatti ad altra utilizzazione forestale, né agricola. 

Con questi isolati e frequenti polloneti di rubinia, senza alcun 
danno sarebbe anche provvisto al bisogno di legna dei contadini, 
■che son quelli appunto ch'hanno infestato di rubinia i luoghi sud- 
detti, per soddisfare ad esso bisogno, cui non sopperiscono sempre 
gli scalvi dei gelsi, i sermenti delle viti, le fastella dei suffru- 
tici, i culmi del melgone con i suoi tutoli, le ginestre, e simili. 

Per questa e per mille altre ragioni, che qui non ci è dato enume- 
rare, noi invochiamo ardentemente una legge forestale, talmente 
razionale, da tutelare i nostri boschi attualmente esistenti, anco da 
questo lato e da favorire il rimboschimento e la creazione di nuove 
selve, le quali ci riconducano a più larga produzione boschiva, 
onde far rivivere per questo articolo altresì l'esportazione, oggi 
sopraffatta dall'enorme importazione, cui accennavamo più in alto. 

Vero è però che pensare al rimboschimento senza farlo pre- 
cedere sui monti da una buona direzione di scoli e senza dar 
luogo alle indispensabili colmate di ìnonte, è e sarà vana im- 
presa; giacche la soverchia inclinazione e il precipitar delle 
acque a rittochino, distruggerà via via in tempo di aquazzoni 
l'opera dell'uomo. Le colmate di monte al contrario eliminando 
poco a poco la profondità delle valli, e creandovi un suolo pin- 
guissimo, perchè di trasporto, ove non erano che botri, vora- 
gini, lacerazioni del fianco de' poggi, sono da considerarsi come 
la vera preparazione al rimboschimento. Quando il rimboschi- 
mento sorgerà su base sì stabile, gli si potranno attribuire tutti 
quei vantaggi, di cui si stima capace; e tali sarebbero il to- 
glier impeto ai venti, sbarrando e chiudendo le forre, il pro- 
-curarci pioggie più regolari e frequenti, mitigare le molestie 
degli ardori canicolari, scemare i danni delle non rare visite 
degli uragani, scemare i rigori j emali col mantenere nell' aria 
«na maggior quantità di vapor acqueo, infine risparmiare molti 
disastri al pianigiano, rendendo meno facili le inondazioni (1) 



(1) Vedasi a questo proposito una ^lemoria dello scrivimte inserta nel giornale d'A- 
gricoltura Industria e Commercio del Regno d'Italia, Anno XI Voi. XXI del 1874, e ri- 
portata negli atti del Club Alpino Italiano. Torino tip. Casanova 187;. 



328 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

negli ultimi tratti dei fiumi, aumentando in fine le acque vive che 
irrorano il paese. Anzi secondo Boussingault , è quest' ultimo 
appunto il massimo, e il più accertato di tutti i benefici eff'etti 
del rimboschimento, mentre l'Humboldt aggiunge senza riserva, 
che atterrando tanti alberi gli uomini di tutti i climi, preparano 
alle generazioni future due calamità ad un punto, cioè la man- 
canza di combustibile e la penuria d'acqua. 

Brughiere. — Non ostante Tubertà della Provincia milanese, 
messa in rilievo in questo lavoro non mancano ad essa le squal- 
lide lande costituite dagli criceti, o scopeti (brughiere) dai zerbi, 
dai vimineti, e canneti nella proporzione che ci viene indicata 
rispetto alla sua totale superficie dalla nota tabella o pro- 
spetto B nelle colonne 6 e 7. Laonde spenderemo poche parole 
sulle brughiere propriamente dette, che prima estese nei territori 
di Somma e Gallarate, ed in quello che chiamasi la Groana tra 
Bollate e Barlassina montavano ad oltre 150,000 pertiche, circa 
mezzo secolo fa. Ora essendo state conquistate alla cultura o alla 
silvicoltura quasi tutte quelle della Groana, occupano fra il Ti- 
cino ed il torrente Lura circa ettari 5000. 

Inutile accennare alla sterilità del suolo che costituisce questa 
landa milanese, il quale non presenta che una meschinissima e 
sempre uniforme flora. Le pioggie vi penetrano liberamente, ma 
non vi sono trattenute che in minima parte, stante la natura 
silicea del suolo cui manca plasticità; però vi fanno eccezione le 
Groane dove il suolo è argilloso e sopragiacente al ferretto. 

I ciottoli non vi mancano, e facilmente si erodono, il che 
dà luogo coi detriti delle piante ivi cresciute e morte ad uno 
strato di umo, dove senza che alcuno s'occupi di seminarlo vi 
nasce lo scopeto, costituito dall'erica, o scopa meschina, detto 
volgarmente brugo (Erica vulgaris) che si associa a due o tre 
specie di ginestra, fra cui la Molina coerulea chiamata pa- 
jetton, pajon, e trehion. Questo ultimo nome gli viene per una 
certa analogia che le sue radici hanno con quelle della trebbia 
propriamente detta {Antropogon gryllus). Essa melina cresce 
Tanno che segue all'estirpazione dell'erica, e poscia è da questa 
nuovamente scacciata. Quanto poi alla trebbia , costituisce ora 
un prodotto non dispregevole della brughiera , servendo le 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 320 

sue radici a fare spazzole, ma tale industria, esercitata malamente- 
da contadini, contribuisce sempre più a sterilizzare il terreno. 

x\ltre piante pur non vi mancano, ma neppure questi prodotti 
naturali rimangono sul terreno, perchè il contadino ogni quattro 
o cinque anni li leva e, malaccorto, non li taglia ma li scalza 
e li estirpa colla zappa, esportando cosi colle radici quel po' di 
terriccio umoso che si verrebbe formando con questi avanzi,, 
sicché il terreno rimane nudo, ed anziché migliorare gradata- 
mente deteriora perchè, l'avido colono, sebben poco, piglia dalla 
brughiera tutto quello ch'essa può dargli, ma nulla gli rende,, 
sottoponendola così ad una periodica decorticazione. 

Laonde diminuiscono in sito per fino i detriti dei ciottoli ^ 
che risolvendosi sotto le azioni esterne in impasto terroso più 
meno plastico , contribuirebbero a poco a poco ad aumentare 
e correggere lo scarso spessore del suolo arabile; per cui non 
ci rimangono che i ciottoli quasi indecomponibili. Tali circo- 
stanze aggiunte all'esiguità di esso strato di suolo arabile, che 
poggia sul sottosuolo ghiajoso, ciottoloso e sabbioso, e qua e là 
verso la periferia di terra volpina, abbiamo un complesso dì 
condizioni che fanno della brughiera una fatta di suolo , dei più 
miseri e ribelli a qualsiasi cultura molto utile. 

Eppure queste lande hanno vicino fìtta e laboriosa popola- 
zione; la quale sebbene per la massima parte esercitante lavori 
industriali anziché agricoli, non dovrebbe essere estranea del 
tutto , alla riduzione possibile di tali terreni impiegandovi ,, 
se non fosse altro, i propri risparmi, i quali, per la loro esi~ 
guità , non sarebbero sufficienti ad associare 1' agricoltura al- 
l'industria su terre più felici e quindi di un valor fondiario troppo 
alto, per essere exploité da proprietari o lavoranti di scarsi mezzi. 
Certo non è a pensare d' introdurre in questi suoli granaglie,, 
gelsi, viti ed una cultura intensiva in genere, ma potrebbe rie- 
scire possibile e conveniente l'impianto di boschi di pino silve- 
stre, di betule nella parte più elevata, e di roveri e d'alcuni 
altri ghiandiferi nei punti più depressi, come da alcuni s'è fatto. 

Coll'andar del tempo tali culture silvestri oltre il reddito di- 
retto possono creare le condizioni atte ad una cultura più ricca. 
Idea questa che dee tenersi in conto di tutt'altro che utopistica 
dopo gli esempi che ci ha dato la Francia in Brettagna, e se- 



330 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

g-natameiite nelle lande Brute per opera di Moli, di Grand- Jean per 
opera di RiefFel e a Belle-Isle sur-mer per opera di Trochu, fin 
dal 1807. Questi animosi ed accorti pionieri della riforma agri- 
cola, seppero dare l'ostracismo al vecchio proverbio di Brettagna 
« Lanu te zoubet, lanu te zou, lanu te vou ». Landa tu fosti, 
landa tu sei, landa tu sarai (Malagutj pag. 183, ultimo volume). 

Forse tempo addietro alle nostre lande s'avvisava un miragio 
di redenzione, oggi pur troppo svanito, e che sembrava potesse 
tradursi in una felice e benefica realtà. Vogliamo appellare al 
Canal Villoresi, che oggi non può più servire anco a quest'uopo, 
giacché ne fu cambiato il progetto. 

11 Canale però indipendentemente da questo, sarà costruito in 
grazia di un atto importantissimo, che compievasi dal nostro Con- 
siglio provinciale agli ultimi di febbraio del 1879. Tale atto con- 
siste nell'assunzione di una spesa preventivata di L. 11,500,000 
per la costruzione dei canali Ticino-Parabiago, Parabiago-Monza, 
sul concetto Villoresi, salvo le modificazioni dopo tanti con- 
trasti introdottevi con altre deliberazioni. Tra queste spicca quella 
di rifondersi della spesa coi pagamenti da parte dei sottoscrit- 
tori, da farsi nei termini e m.odi stabiliti nel relativo capitolato. 
Con tale deliberazione l' Amministrazione provinciale stessa , 
-entra in compartecipazione dei vantaggi dei canali e risparmia 
il suo concorso di cinque milioni a fondo 'perduto, al quale si 
era obbligata per favorire l'impresa nel 1866. 

Non sapressimo però né qui il potressimo, né il vogliamo decidere 
se il terreno di queste brughiere, quand'anche ci si potessero, 
portar le acque, il che per ora non può essere, sia suscettibile 
d'irrigazione senza un correttivo del suo impasto terroso , spe- 
cialmente in certi punti a sottosuolo permeabilissimo. 

Del resto chi volesse saperne di più, in fatto di brughiere, po- 
trà trovare di esse, vita, morte e miracoli, in un apposito libro 
contenente (Tip. P. B. Bellini e C, Milano 1881) le osservazioni 
•e considerazioni intorno alle terre coltivate ed alle brughiere 
dell'alto Milanese, dell'amico nostro T>J^ Ferrarlo Ercole. 

E così potesse almeno dire il lettore di questo qualsiasi lavoro, 
sulla Provine a che or tocca al suo termine. Ma ohimè ! che al- 
l'importanza del tema non si eguagliarono le forze, sebbene non 
mancasse la buona volontà che le nutriva. La colpa di ciò pur 



MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 331 

troppo è il tempo che sempre manca, e nel caso nostro difettò 
davvero, perchè sei mesi più tardi che agli altri collaboratori, 
•ci venne data dall' Editore la commissione di far l' articolo. Non 
basta il volere, bisogna potere. Quello era pronto, questo rima- 
neva scarso, e bene lo mostra il troppo poco che abbiam sa- 
puto ammannire al lettore. Gradisca egli quello che gli demmo: 



Ma 



Ne che poco gli dia da imputar sono, 
Se quel che potea dar tutto gli dono. 

Come quei, che con lena affannata 

Uscito fuor del pelago alla riva, 

Si volge all'acqua perigliosa, e guata ; 

ìasciate o lettori, che io pure mi volga indietro e gettando uno 
sguardo sul percorso cammino concluda che, se questo lavoro non 
sarà scevro di mende, servirà pure a qualche cosa, se non fosse altro 
a dar idea di un tentativo, non cimentato fin qui da altri, per la 
precisa circoscrizione da noi presa a considerare. Altre mani più 
abili, che trattino l'argomento più convenientemente e comple- 
tamente, facile sarà il trovarle, e forse il già fatto, potrà servire 
come di traccia. A noi questa traccia mancava, imperocché il 
ripetiamo niuno avesse fin qui preso a considerare i naturali 
confini della Provincia milanese, quali li abbiamo tracciati di so- 
pra, nel muovere di questo scritto. 

Del resto il presente lavoro altro non è che una fotografia 
descrittiva dei fatti agricoli più salienti. Sotto il rapporto sto- 
rico e critico ad un tempo, ha una impronta sua propria, che 
appunto si confà col libro per il quale fu compilato. Però solo le 
penne del Cattaneo, del Cuppari, del Berti-Pichat, dell' Jacini, ecc. 
avrebbero potuto colorire e sfumare la compage e i contorni di 
•questa gemma dell'italica corona, qual è appunto la nostra Pro- 
vincia, in modo condegno alla sua importanza. Noi cercammo di 
far spiccare l'obbiettivo , cui deve mirare l' incremento della 
nostra rurale industria , che sta nell' accrescere la fertilità del 
terreno, mediante il lavoro ed il capitale. Questi per l'indu- 
stria agricola come per qualunque altra industria, sono i due 
principali fattori, che non ponno necessariamente disgiungersi. 
Chi meglio vanga di noi? Chi più volta e rivolta la terra? 



832 MILANO AGRICOLA E SUA PROVINCIA 

Chi più la copre di piante? Chi le consacra maggiori diligenze 
e fatiche dei nostri coloni? Ma i sistemi che essi seguono, che 
pur troppo son gli antichi sistemi, son^proprio quelli, nonostante 
la bontà loro intrinseca, che ci possano condurre alla grande 
conseguenza, di ottenere dalla terra il massimo prodotto netto 
nella maniera più perfetta e più economica? Nessuno oserebbe 
affermarlo; mentre non andrebbe certo lontano dal vero chi so- 
stenesse francamente, risolutamente, senza ambagi e senza reti- 
cenze, che il maggior male non sta nei sistemi che senza cambiarli 
di fondo sono suscettibili d'immensi miglioramenti, non sta nel 
lavoro, che è tutt' altro che scarso, ma sta nella mancanza dei 
capitali, e nella bassezza del credito fondiario, e sopratutto poi 
nella sperequazione ed enormità delle tasse, con cui il governo 
in modo particolare affligge continuamente le terre, quasi non 
fossero esse le mammelle da cui si spreme qualsiasi altra na- 
zionale ricchezza. 

A. Galanti. 






LA 

SOCIETÀ D'ESPLORAZIONE COMMERCIALE 



Madre e consigliera della lodata Società Italiana di Commercio 
€oir Africa, l'Esploratrice Commerciale in Africa si è specializzata 
nell'agosto del 1879, quale una Società amica della vera scienza 
pratica, quella cioè che mira a tradurre in realtà le astrazioni 
ed a preparare er rafforzare colle indagini diligenti e colle ripe- 
tute e molteplici ricerche i lavori nobilissimi e fecondi della 
tecnologia e della industria. La Società d'Esplorazione Commer- 
ciale in Africa è per questo lato la benemerita nuova delFItalia 
militante. 

Cercare, infatti, e trovare, alla produzione paesana sfogo vero 
■e spaccio sicuro nel vicino e già conosciuto continente camitico 
fu lo scopo unico e costante del Comitato chiamato appunto nel, 
79 ad organizzare e dirigere gli studi e le spedizioni della ri- 
formata Società. A Presidente d'onore venne naturalmente ac- 
-clamato l'illustre e venerando Cristoforo Negri, il creatore della 
Società Geografica Italiana ; l'instancabile capitano Manfredo Cam- 
perio e l'abile negoziante Cesare Rossi assunsero volonterosi il 
difficile e faticoso uffizio della Vicepresidenza; il deputato Luigi 
Canzi, il conte Francesco Sebregondi, il conte Emilio Borromeo, 
il signor P. B. Bellini Direttore del Sole, il cav. Gioachimo 
Ancona, il commerciante Felice Stefanini, e lo scrivente, entra- 
rono Membri del Comitato; e al Segretariato sociale fu imme- 
diatamente chiamato il nobile Eugenio Parravicino. E, valga il 
vero, il Comitato può ben affermare senza immodestia d'essersi 
accinto subito all'ardua impresa e di avervi lavorato intorno con 



334 SOCIETÀ d'esplorazione commerciale 

affetto e fede. Né i risultati furono di troppo inferiori al desi- 
derio e insufficienti, e senza dubbio sarebbero riusciti maggiori 
e più fruttuosi se non prevedute e non provocate contese poli- 
tiche non fossero scoppiate qui e là ad inceppare e sospenderà 
le sue prime opere di geografia e commercio. Ma le tregue non 
meritaron mai il malvagio nome di sconfitta, e d'altra parte- 
animus hominis, quidquid sibi imperai, ohtinet! 

Primo lavoro del Comitato fu pertanto la compilazione delio- 
Statuto, il quale preparato infatti da una Commissione speciale- 
e subito applicato in via provvisoria venne poi approvato alla 
unanimità nell'Assemblea Generale dell' 8 maggio p. p. Dai 20 
Articoli dello Statuto appare e risulta nella sua interezza l'ob- 
biettivo tutto positivo e sperimentale della Società, la quale,, 
non potrà mai essere accusata di aver altro scopo che V unico 
suo di raccogliere, a mezzo di spedizioni esploratorio, notizie 
precise sugli scambi di merci, che possano intervenire fra 
l'Africa e l'Italia, e di predisporre tutto quanto può agevo- 
lare e rendere sicuri regolari e continui i rapporti commerciali 
fra le due regioni, studiando all'uopo le vie più opportune e 
stabilendo stazioni ed uffici nei paesi esplorati. 

Sulla vicina, classica e ubertosa Cirenaica (1) additata sin dal 
1817 all'Europa e all'Italia dall'illustre Della Cella, si erano 
intanto già raccolti gli sguardi del Comitato e in ispecie del 
Camperio. Non brevi e tutt' altro che superficiali furono in ef- 
fetto gli studi e i preparativi per le stazioni e gli uffici che- 
subito e per più ragioni si vagheggiò di piantarvi; i delegati 
Bottiglia, Mameli e Pastore partirono senza ritardi con ricco 
bagagliume e col mandato tassativo di studiare esclusivamente 



(1) La Cirenaica o Pentapoli è un vilayet della Tripolitania, provincia ottomana. Si 
estende dai 19<^ circa long. E. di Green-wich e, cioè, dalla Gran Sirte sino al confine- 
egiziano e dal Sì^' al 25 lat. N., comprendendovi le oasi di Ogila, Gialo e Knfra nel de- 
serto libico. Possiede chil. 6^0 circa di costa coi magnifici porti; naturali di Tobruk e- 
Bomba. 

L'altipiano di Barka, con fertilissimi terreni e clima sano e temperato, fu già sede 
di colonie greche e romane. Cirene, già capitale, diede il nome al paese. 

La Cirenaica conta 2^10,000 abitanti circa, arabi e nomadi, dediti alla pastorizia. L& 
moderne città sono: Bengasi con li5,000 abitanti sede d'un governatore: Derna e Merg- 
Da Bengasi parte la via delle carovane pell'Uadai, la più breve e meno pericolosa fra tutte. 
Vedasi in proposilo la mia Conferenza Le Colonie Italiane inAfricanel passato e nel pre- 
sente, Milano, Ambrosoli, 1881. 



IN AFRICA 335 

e in mede assoluto la possibilità di una colonia agricola sul 
Barka e l'impianto di fattorie mercantili a Bengasi, a Derna e 
a Tobruk, e il Governo venne invitato a favorire con amichevole 
intervento questi tentativi di ritorno pacifico a quelle coste e a 
quegli altipiani ove nei tempi trascorsi han guerreggiato gloriosi 
i nostri avi e i nostri padri. 

Il capitano Camperio, vero ed ammirabile poeta dell'azione, 
partì presto anch'esso per la Cirenaica, e con lui il commendatore 
Haimann di Roma. Il viaggio di questi due benemeriti durò 
mezzo il febbraio e tutto il marzo del presente 81; da Bengasi 
essi (il Camperio per esplorazione commerciale e l'Haimaini per 
scopo archeologico) si spinsero per via duplice e attraverso le 
valli deirinterno fino a Derna dovunque studiando paesi tribù e 
prodotti, e la succosa e corretta Relazione delle due spedizioni stesa 
colla nota sua competenza dal Camperio medesimo e pubblicata 
neìV Esploratore col Disegno degli Itinerari tracciato sulla scala 
di 1.300.000 dal bravo topografo Carlo Pedrone (Disegno loda- 
ti ssimo e invidiatoci dal signor Hassenstein distintissimo Car- 
tografo dei Mittheilungen e del Behm), ha ribadita e rafforzata, 
se ne fosse sentito il bisogno, la persuasione della importanza 
economica di quelle contrade e della necessità di riconquistarle 
non timidamente e senza indugi alle emigrazioni, ai capitali ed 
alla influenza d'Italia. 

Ed ai viaggi in Africa aggiunsero importanza e autorità le 
Conferenze in Milano. I professori Vignoli, Minutilli, e Giglioni,. 
il dottore Stoppani, il conte Marazzi, il banchiere Ammiragli, 
lo scrivente, e lo stesso capitano Camperio, più volte e sotto 
molteplici aspetti tutti e ciascuno discorsero dell'Africa e degli 
Italiani in Africa davanti ad un uditorio sempre scelto e cre- 
scente ; la sincera e calda eloquenza dei migliori di questi oratori 
rese popolari l'indole, gl'intendimenti e le speranze della Società 
e del Comitato; e da quei giorni in poi furon molti coloro eh© 
incoraggiarono e coadiuvarono spontanei l' impresa nobilissima 
offrendo i loro oboli e i loro nomi. 

Altra festa proficua e vera fu quella del 21 aprile, giorno nel 
quale a nome dell'Assemblea venne pubblicamente e con solennità 
presentata al suo Gustavo Bianchi la Medaglia d'oro decretatagli 
dalla Società d'Esplorazione Commerciale in Africa. In Abissinia 



33G SOCIETÀ D ESPLORAZIONE COMMERCIALE 

e nelle terre dei Galla il Bianchi aveva infatti poco prima ini- 
ziata intrepido « la conquista dei commerci e della civiltà » e 
•onorata due volte come cittadino e viaggiatore la gran patria 
italiana, e però giusti e fragorosamente plauditi furono gli elogi 
tributatigli con passione d'artista e sapienza di scienziato dal- 
l'eloquente e sempre giovane Negri e con parola infocata di 
siciliano e patriota dal commendatore Achille Basile Prefetto di 
Milano il quale volle giorni dopo onorare ancora una volta il 
modestissimo Bianchi brindando a lui ed a lui benaugurando 
nella gran Sala del Palazzo di Governo. 

Da Bengasi giungevano nel frattempo, e da Berna, buone 
notizie e promettevoli, e campioni annotati di merci e materie 
esportabili dalla Tripolitania e spacciabili nelle oasi del centro 
•e deirUadai. Le lettere del capitano Bottiglia e del dottor Pietro 
Mameli riferivano dettagli molto importanti sui consumi del luogo 
<3 sui prodotti agricoli, dati assai cercati sulle monete e sui prezzi, 
e descrizioni parcamente evidenti dei paesi e dei costumi. La 
stazione di Berna, in ispecie, affidata alle cure intelligenti e 
assidue dell'egregio Mameli , Stazione e territorio della quale 
questi inviò anche un buon rilievo, risulta dai carteggi in- 
camminata a larghi sviluppi ed a colonizzamento ; forse Y e- 
migrazione nostra potrà in tempo non lontano trovarvi riparo 
e lavoro; ed è davvero a far voti perchè, su per l'uadi e l'al- 
topiano, Italia sfoghi ed occupi nella regione del Drias, nella 
pianura di Reiscia e su su nell'Ogila la miseria e il superfluo 
delle sue plebi. 

La specialità e l'arrivo incessante dei campioni decisero 
anzi il Comitato a tradurre in atto il desiderio non recente 
e generale di un Museo commerciale che , come quelli di 
S. Gallo e Bruxelles, possa, rimutando periodicamente e in base 
a criteri disciplinati i suoi esemplari e le sue mostre, giovar 
davvero al ceto speculatore ed ai produttori e presentare alla 
statistica dei traffici, dei contratti e dei probabili scambi dati pre- 
cisi, continui e capaci di riflessioni scientifiche. L'annunzio che 
la Presidenza pensava l'istituzione e l'apertura del Museo bastò 
perchè altri negozianti e cultori di geografia pratica chiedessero 
d'entrare soci triennali e perpetui; il Ministero del Commercio 
e perfino quello della Istruzione Pubblica scrissero promettendo 



IN AFRICA 337 

appoggio morale e intervento pecuniario, e il saggio presenta- 
tone alla Esposizione Industriale parve esso solo al pubblico e 
ai giurati tanto scelto e abbondante che ad unanimità venne a 
lui e alla Società decretata la Medaglia d'Oro. 

Abbondante, infatti, e scelta, e arra della importanza assoluta 
del futuro Museo fu la raccolta da noi disposta nel Riparto delle 
Mostre Consolari ormai anch'esse lustro e vantaggio di Milano , 
che affidate alla custodia laboriosa della Società queste verranno 
presto aperte al pubblico col nome appunto di Museo Campio- 
nario e Mercantile. Là la nostra bella carta dell' Africa Nord-Est coi 
viaggi del Bianchi, di Romolo Gessi, delMiani, del Casati, dell'Hai- 
mann, del Tagliabue, del Fraccaroli, del Mameli, del Bottiglia, del 
Vigoni, di Pellegrino Matteucci, del Legnani, del Camperio, del 
Prada e del Medici; là le gomme, gli indachi e le piante del 
Sudan ; là il caffè, il cautciù di Zanzibar, e il colquam del Se- 
nahit; là i tappeti del Marocco, della Tunisia e di Tripoli; là 
le granaglie e le frutta secche di Bengasi e di Derna; là la 
lana e la cera del Barka; là le spugne, le madreperle e l'oro 
del mar Rosso, di Assab e dei Galla; là le stoffe africane o quelle 
d'imitazione importatevi dall'Europa; là le armi degli Akka; là 
serpi e pesci fossili raccolti dal Camperio; là, insomma, intiera 
la Esposizione di tutto ciò che può e deve essere l'oggetto degli 
studi dei merciologi e delle operazioni dei commercianti. E non 
ultimo ornamento della Mostra Sociale, là la collezione del Gior- 
nale L'Esploratore, che vivo e fiorente da cinque anni per l'at- 
tività e la costanza meravigliosa del commendatore Manfredo 
Camperio, è ora l'organo ufficiale della Esploratrice e il rivale 
simpatico del Bollettino della Società Geografica Italiana. k\- 
V Esploratore si deve ad ogni modo se la geografia d'Africa 
diventò popolare fra noi e se l'urgente e vitale questione delle 
egemonie latine su l'Africa mediterranea potè essere ventilata 
di proposito e con serietà, e mi piace constatare che ad esso e 
alle sue carte hanno non da oggi fatto omaggio di plausi nien- 
temeno che gli Schweinfurth e i Behm, i Quatrefages e i Coello, 
i Nachtigal e i Levasseur, i Chavanne e i De Steiger, i Max- 
Wirth e i Lesseps, i Tùrr e i Gravier, i Wreden e gli Aberdare. 

Non da oggi, e ultimamente al Congresso Geografico Inter- 
nazionale ^i Venezia. La Società ebbe in queirareopago di scien- 

MlLANO. — Voi. III. 22 



:^j;38 SOCIETÀ d'esplorazione commerciale 

ziati illustri onori solenni. I due Vicepresidenti , il segretario 
e lo scrivente ve la rappresentarono; Manfredo Camperio ne 
fu l'oratore efficace nelle Sedute generali e nelle parziali del 
Gruppo VI.o quello cioè di Geografia economica commerciale e 
statistica, e senza dubbio si dovette molto al Camperio se quasi 
senza contrasti ed all' unanimità venne dal Gruppo e dal Con- 
gresso emesso il voto « che si costituiscano delle Società di 
Geografia commerciale separatamente dalle Società geografiche, 
ma col loro ajuto ed appoggio; ove ciò non è possibile, si esprime 
il voto che le Società geografiche abbiano una sezione special- 
mente addetta allo studio degli interessi commerciali » — che 
« siano fondati dei musei di Geografia commerciale simili a 
quelli di Milano, Bruxelles, S. Gallo, e Venezia, per iniziativa 
diretta delle Società di Geografia commerciale e di esplorazione 
ajutate dai Governi » — che « lo studio della Geografia com- 
merciale e statistica, nell'insegnamento superiore e nell'insegna- 
menio secondario, riceva una grande estensione » — che « sieno 
fondati dei fondachi internazionali per iniziativa privata, i quali, 
facendo commercio potrebbero (come quelli del Medio Evo) tor- 
nare anche molto utili nel senso geografico » — che « i Governi 
vogliano continuare a sviluppare le ricerche sul movimento 
d'emigrg-zione e d'immigrazione, non contentandosi di raccogliere 
i dati numerici, ma spingendo le loro ricerche sulle cause di 
questi movimenti e sui loro risultati specialmente riguardo al 
commercio ed alla navigazione » — che « le Società statistiche 
e geografiche e le Associazioni stabilite pel patronato degli emi- 
granti vogliano pubblicare dei rapporti continui intorno alle 
condizioni, nelle quali queste due emigrazioni si producono, al- 
l'importo dei salari, al costo del vivere nei paesi che attirano 
l'emigrazione ed alle condizioni economiche in generale delle 
colonie d'emigrati di differenti nazionalità » — e che « si fondino 
delle agenzie d' informazione nei paesi ove l' emigrazione ha le 
sue sorgenti più importanti ». Esso il Camperio e il prof. San- 
giorgio appartennero inoltre alla Giurìa appunto del Gruppo VI^, 
e fu per l'esempio d'operosità e per i meriti reali delle Carte 
presentate a quella grande Esposizione Geografica Universale 
che la nostra Società d'Esplorazione Commerciale in Africa venne 
con voto concorde e con sincero entusiasmo insignita di un Di- 
ploma d'Onore e di un'altro Diploma d'alta distinzione. 



IN AFRICA 339 

P\i durante il Congresso che la corvetta Vettor Pisani reduce 
•dal suo lungo viaggio di circumnavigazione entrò finalmente nel 
porto di Venezia con a bordo S. A. R. il Duca di Genova. Il 
Camperio e i suoi colsero subito il buon destro di presentarsi 
direttamente al Principe, di offrirgli gli ossequi della Società, 
^ di supplicarlo d'esserne il Patrono. Il Duca accolse la Rappre- 
sentanza con gentile benevolenza e senza promettere lasciò lu- 
singa, e di fatto la speranza diventò certezza il 29 p. p. set- 
tembre allora cioè che da Stresa l'Ajutante di Sua Altezza scrisse 
lietissimo alla Presidenza che l'Augusto Personaggio aveva ac- 
cettato d' assumere il Patronato della Società. L' alta e ambita 
collaborazione di Tommaso di Savoja, il quale per i suoi viaggi 
e per l'amor grande che porta alle cose geografìco-commerciali 
nell'interesse italiano, ci sarà stimolo potente e guida illuminata 
nell'ardito, ma non facile, intrapreso cammino, deve ora spingere 
anche Milano a favorire con ogni mezzo una Istituzione che 
onora e arricchisce la patria. 

E a questo dovere Milano è tenuta non foss' altro che per 
reverenza ai molti suoi figli cui la geografia e i viaggi furono 
alloro tomba. Già negli Statuti del 1251 , e nelle storie di 
Luchino e Giangaleazzo Visconti e di Francesco 1.° Sforza , è 
alluso parecchie volte a commerci lontani e a lontane spedizioni; 
Filippo Mazzera andò in India nel secolo XVP, Quaresmio per- 
corse e dimorò missionario in Terrasanta nel XVI.'' Gerolamo 
Bengoni viaggiò l'America, ancora nel XVI.° Urbano Monti 
stampò geografie, Giacomo Baratti nel XVII.^ vide e descrisse 
l'Abissinia narrata poi da Pippo Vigoni, Salvolini fu con Ro- 
sellini egittologo esimio, un Mongero e un Carreri tennero traf- 
fici e banchi in Asia minore, Gaetano Moro meditando gl'ideali 
di Cortez e d'Alessandro Humboldt precorse Lesseps e progettò 
primo un canale attraverso l'istmo di Panama, Tito Omboni fu 
nel 1840 il Livingstone e il Serpa Finto italiano, nel 41 De 
Vecchi comparve audace in America e nell'Iran, nel 48 Osculati 
risalì intrepido e felicissimo le Amazzoni, nel 50 Forni rimontò 
il Nilo, Dandolo andò in Siria e dopo lui v'andarono Stoppani 
e Ceroli, Sacconi trafiScò fra i Somali, Leone Paladini propose 
egli solo una ferrovia transahariana, Cornalia volle contemplar 
le Piramidi, Salerio predicò e soffrì nell'Oceania, De Filippi 



340 SOCIETÀ D ESPLORAZIONE COMMERCIALE IN AFRICA 

morì nel 07 ad Hong-Kong, Gavazzi Meazza e Litta pene- 
trarono nel Turkestan, Raimondi illustrò il Perù, Ferdinando 
Dal Verme ventisettenne (1) perì scienziato a Zanzibar, Man- 
tegazza percorse l'America Sud e la nordica fu percorsa da 
Arese, Arconati attraversò l'Arabia, un Macchiavelli si cimentò' 
nel Madagascar, molti furono e sono negozianti e marinari 
al Giappone, e chissà quanti milanesi son vissuti e son m.orti 
ignoti a noi e senza pianto là fra le nebbie polari e sotto il fuoco^ 
omicida dell'Equatore ! . . . 



(l) Vedine la Vita ne' mìei Primi Scritti, Milano, Tipografia Editrice Lombarda, 1879.. 



Pì-of. Gaetano Sangiorgio. 



MOVIMENTO LIBRARIO 



Nella tipografia e nell'industria libraria, come in molte altre 
industrie, Milano occupa in Italia un posto di prim'ordine. La 
Guida di Milano per l'anno 1880 pubblicata dalla Tipografia 
Bernardoni dà un elenco di 185 ditte di tipografi, librai ed edi- 
tori, fonditori di caratteri da stampa, ecc. La Biblioteca di Brera 
nell'anno 1880 ricevè 1692 volumi e 1131 opuscoli. In queste 
cifre è compreso, ben vero, il contributo di tutte le provincie 
lombarde; ma si può calcolare che Milano dia almeno quattro 
quinti della produzione totale. 

Il progresso fatto, in vent'anni, dalla coltura pubblica e dal- 
l'amore della lettura, si può rilevare anche da altri dati. Da cal- 
coli ne' quali chi scrive ha ragione di aver fede, la tiratura com- 
plessiva dei fogli quotidiani milanesi, quindici anni fa, non su- 
perava, forse, la cifra di 24 mila esemplari. Vivevano allora la 
Perseveranza, la Gazzetta di Milano, il Pungolo, la Lom- 
bardia. — La Gazzetta di Milano cessò le sue pubblicazioni : 
nacquero e vivono invece, — oltre i fogli citati, parecchi altri 
— il Corriere della Sera, il Secolo, il Sole, la Ragione, 
l'Osservatore Cattolico, lo Spettatore lombardo, e oggidì non 
sarebbe lontano dal vero chi calcolasse essere la tiratura com- 
plessiva dei diarii milanesi ben superiore alle cento mila copie. 
Né sembra che la stampa giornalistica abbia ancora raggiunto 
la massima sua espansione in Milano, poiché sono continua- 
mente in predicato giornali nuovi, così politici che scienti- 
fici e letterarii. C è poi una fungaia di giornaletti di politi- 
chetta e di minuta cronaca, de' quali il popolino si pasce con 



342 MOVIMENTO LIBRARIO 

avidità. Aggiungasi un bel numero di giornali illustrati, e di 
moda, che sono una specialità milanese, e vengono diffusi in 
tutta Italia da' fratelli Treves, da Edoardo Sonzogno , da Fer- 
dinando Garbini. 

Per la sua posizione topografica, Milano era designata per di- 
ventare una grande officina di pubblicazioni periodiche in ogni 
genere. Essa estende la sua sfera d'efficienza da una parte fino 
a Venezia, dall'altra fino a Torino e Genova ed a mezzodì fino 
all'Appennino. Va anche assai più in là. Il nome di Milano in 
cima ad un giornale, come sul frontispizio d'un libro, è in tutta 
l'Italia una raccomandazione, sopratutto poi, quando a questo 
nome è congiunto quello di uno dei nostri editori primarii, oltre 
ai nominati, quali Dumolard, Hoepli, Saldini, Vallardi. 

L'onestà nell' adempimento degl' impegni è una necessità per 
una casa editrice che non vuol perdere il suo credito e rovinarsi. 
Più volte è avvenuto che qualcuno degli editori nominati, dopo 
le prime dispense d'un' opera in abbonamento, ha riconosciuto 
che la speculazione era cattiva, e che, volendo condurla a ter- 
mine, ci avrebbe rimesse migliaia di lire. Eppure l'opera fu 
condotta a termine, in omaggio a poche centinaia di abbonati. 
È cosi che si fonda la riputazione d'una casa editrice. 

L'industria editrice va prendendo sempre più nella nostra 
città i caratteri di cosa organizzata e viva. Qui soltanto forse si 
hanno editori che non soltanto accettano e pagano i lavori da 
stampare, ma li ricercano e si disputano gli autori. Pur troppo 
non si può dire ancora che i frutti che dà agii scrittori il lavoro 
intellettuale siano doviziosi: ad ogni modo una certa concor- 
renza fra gli editori già esiste, ed è interesse degli scrittori di 
mantenerla. Sarebbero certamente interessanti delle notizie sul 
valore de' così detti diritti d'autore, ma sarebbe molto diffi- 
cile averle esatte. Solo vogliamo dire che i libri i cui autori 
possono sperare più facilmente un compenso alle loro fatiche 
sono i romanzi ed i libri d' amena lettura. Il Costantinopoli del 
De Amicis, salvo errore, fu pagato all'autore 12 mila lire; ma 
i libri di storia, di filosofia, di critica, di scienze, tranne poche 
eccezioni, fruttano ai loro autori compensi inadeguati alla fa- 
tica che costarono. 

A dire il vero, l'industria dell'editore è certamente una delle 



MOVIMENTO LIBRARIO 343 

più arrischiate e difficili. Un foglio di carta bianca ha un valore 
intrinseco; quando è stampato, non lo ha più. Il lavoro non 
soltanto non aumenta, in questo caso, il prezzo della materia 
prima, ma troppo spesso lo annulla quasi del tutto. Mentre, nelle 
altre industrie, un magazzino ben fornito di merce è per l'in- 
dustriale una ricchezza, ed una garanzia pe' creditori , nell'in- 
dustria editrice un grosso stock giacente è un ingombro , un 
dispendio continuo e talvolta una vergogna. Il sogno dell' edi- 
tore è che ogni suo libro, appena uscito dalle mani del le- 
gatore, sia subito assorbito dal pubblico. Il libro che si ferma 
ne' suoi magazzini parecchi mesi, e non di rado qualche anno, 
segna per lui un' impresa sbagliata : e quand' anche a poco a 
poco gli esemplari ne colino fuori tutti, il suo lucro è di molto 
scemato e qualche volta distrutto dagl'interessi del capitale im- 
piegato e dalle spese di custodia. 

Or chi può prevedere con sicurezza se un libro sarà o no 
gradito al pubblico ? I pronostici , in tal materia, sono press' a 
poco tanto incerti quanto quelli sul successo d'una commedia o 
d'un melodramma. Tutti ricordano la straordinaria fortuna ch'ebbe 
la Vita di Gesù del Renan edita dal Lévy in Francia e dal 
Daelli in Italia. Orbene, dopo la Vita di Gesù, il Renan scrive 
gli Apostoli, Sonzogno s' affretta ad acquistarne il diritto di 
proprietà per l'Italia, ne fa una tiratura copiosa, fa stereotipare 

tutta l'edizione e il pubblico non se ne dà per inteso, egli 

lascia la sua carta stampata e i suoi clichés. Libri che fanno 
baccano ne'giornali e di cui tutti parlano, segnano una passività 
nei registri dell'editore; di altri invece a cui nessuno bada, le 
edizioni succedono alle edizioni. 

Eppure, chi lo crederebbe ? Abbiamo veduto negli ultimi venti 
anni, gettarsi alla professione d'editori uomini d'ingegno al di 
sotto del mediocre e di coltura talmente rudimentale ch'erano 
incapaci, nonché di apprezzare, di leggere i manoscritti di cui 
imprendevano la pubblicazione. Abbiamo veduto uomini quasi 
analfabeti pretendere d' esercitare un' industria in cui non sol- 
tanto occorre un fiuto commerciale finissimo, ma è necessario 
molto gusto letterario ed una coltura intellettuale superiore al 
livello medio! Li abbiamo veduti coprir co' loro nomi le cantonate 
ed essere proclamati da' giornali solerti, abili, intelligenti. È vero 



344 MOVIMENTO LIBRARIO 

che pagarono queste lodi a caro prezzo. Dopo aver esordito con 
speculazioni che riuscirono bene per caso, cominciò per loro 
un periodo fortunoso d' alti e bassi , dopo il quale andarono a 
gambe levate. Non diremo che oggi tutti gli editori milanesi 
siano cime d'uomini, ma certamente il tempo operò in questa 
classe d'industriali una salutare epurazione, e si vanno scartando 
i non valori. Le catastrofi di cui fummo testimoni colpirono, 
pur troppo, anche individui a cui non era mancato né l' ingegno 
né la probità, ma soltanto la fortuna ; in complesso però si ten- 
nero in piedi gli editori migliori. Ce n'é fra loro qualcuno che 
ha poche lettere, ma in compenso ha molta esperienza e perfetta 
conoscenza del campo che coltiva. Una divisione del lavoro s'è 
fatta con vantaggio di tutti, e mentre l'uno attende alle pub- 
blicazioni didattiche, un altro s'è dato più specialmente ai libri 
<li viaggi, di varietà, d' amena lettura ed a' libri illustrati, un 
terzo alle edizioni di cose ecclesiastiche e liturgiche, un quarto 
alle pubblicazioni di carattere scientifico e tecnico, e così via. 
Presenteremo ai lettori i principali fra gli editori milanesi, e 
faremo la storia delle loro Case. 

Prima però è necessario ricordare una crisi che l'industria 
tipografica e libraria attraversò nell'anno scorso. Già da parecchi 
anni un antagonismo regnava fra gli operai tipografi ed i pro- 
prietari di tipografie, lagnandosi i primi d'essere pagati in modo 
insufficiente. Un'associazione fu da essi formata allo scopo d'im- 
porre ai principali una tariffa unica per tutte le tipografie. 
Quest'associazione raggiunse già da più anni il suo scopo a Torino, 
a Genova, a Roma ed in altre città; ma in Milano non era 
riuscita a far prevalere il suo principio, appunto pel gran nu- 
mero di tipografie grandi e piccole, e sopra tutto per l'agglome- 
ramento di lavoranti, che qui affluivano da ogni parte e che 
accettavano lavoro a qualunque prezzo. Nel corso dell'anno pas- 
sato la Società de tipografi , dopo lunghe trattative co' prin- 
cipali, proclamò lo sciopero per tutti gli operai che ad essa erano 
ascritti, e mercè le somme già raccolte ed altre venute di fuori , 
potè alimentare lo sciopero durante parecchie settimane e final- 
mente obbligare il maggior numero dei principali a capitolare. 

Quello sciopero die luogo ad un processo dinanzi al Tribunale 
correzionale, nel quale figurarono come imputati i capi della So- 



MOVIMENTO LIBRARIO 345 

cietà de' tipografi; ma dopo dibattimenti che durarono parecchi 
giorni, il Tribunale mandò assolti tutti gl'imputati ad eccezione 
d'un solo, che fu condannato a pena leggiera : i considerando 
<lella sentenza giudicarono con benevolenza il fatto degli operai. 
I.a Corte d'appello, riformando la prima sentenza, mandò assolto 
anche quell'unico condannato dal Tribunale. 

Nel corso dei dibattimenti, operai e principali ebbero campo 
d'esporre diffusamente le loro ragioni. I principali le svolsero anche 
per la stampa nella Bibliografìa italiana, organo della Asso- 
eiazione tipografico-libraria italiana e gli operai nella Tipo- 
grafia milanese. L'argomento più forte che i principali posero 
innanzi fu che l'industria editrice milanese è fondata sul buon 
mercato della mano d'opera, e che, incarendo questa, l'indu- 
stria sarebbe condannata a perire. Inoltre essi affermarono che, 
se vi ha industria alla quale sia inapplicabile una tariffa, è la 
tipografica , essendovi tanta differenza di produttività fra un 
lavoro ed un altro, da non potersi fare confronti e proporzioni. 
Affermavano perciò che la tariffa icnica, aumentando il prezzo 
per tutte le categorie di lavori tipografici, avrebbe danneggiato 
gli operai anche più dei principali, giacché avrebbe obbligato 
questi ad astenersi da molte pubblicazioni che davano pane a 
moltissima gente. 

I principali, come abbiamo detto, capitolarono, ma non prima 
d'aver resistito a lungo ed accanitamente. Alcuni si provarono 
ad addestrare le donne nel lavoro tipografico, e fra essili dott. Fran- 
cesco Vallardi, e ne ebbe risultati sotto ogni riguardo soddisfa- 
centi; qualcuno vendè macchine e tipi. Oggi regna la tariffa unica; 
ma regna da per tutto? e continuerà a regnare? e gli operai che la- 
voravano prima della tariffa, hanno tutti ritrovato lavoro? Sono 
domande a cui non potremmo rispondere esattamente. Ad ogni 
modo , la catastrofe proveduta non s' è verificata , giacche la 
nostra città continua a mandare da un capo all' altro della 
penisola libri di scuola e romanzi e giornali press'a poco nella 
stessa misura che in passato. Fra principali ed operai sembra 
fatta la pace, e speriamo che duri a lungo. 

Passiamo ora in rassegna rapidamente le principali case edi- 
trici. 

Fratelli Treves. — Lo stabilimento tipografico, litografico, 



346 MOVIMENTO LIBRARIO 

zincografico, xilografico Treves ebbe ])ev uovo il Museo di Famiglia, 
un giornaletto illustrato, educativo e ricreativo, che vide la luce 
nel 1862. Quel giornale ebbe varie vicende, morì, risorse, tornò a 
morire; ed anche la ditta Treves ebbe varie vicende, finché 
nel 1871 s'intitolò dai fratelli Treves (Emilio e Giuseppe) che 
ne sono i proprietari! ed esercenti. La vita, l'ingegno, i lavori 
del fratello maggiore, Emilio, meriterebbero uno studio, che 
non potrebbe condensarsi nel poco spazio che qui è concesso. 
1 lettori curiosi potranno trovarlo nel Dizioìiario biografico degli 
Scrittori contemporanei del De Gubernatis: vi apprenderanno 
com'egli a tredici anni esordisse nel mondo letterario, a Trieste^ 
ove nacque da padre vercellese , con un dramma che fu ap- 
plaudito; — come entrasse nel giornalismo, e venuto a Milano,, 
collaborasse alla Gazzetta di Milano, slW Italia Musicale, a\- 
Y Uomo di Pietra. 11 Museo di famiglia, che fu la prima sua 
creazione, fu seguito dalla Biblioteca utile, raccolta di piccoli 
trattati popolari di morale e di scienza, — poi dalVAmiuario scien- 
tifico ed industriale, che è giunto al 17.*^ anno, ed ogni anno 
cresce di mole, e dalla Biblioteca amena, raccolta di romanzi. 
De Gubernatis, De Amicis, Verga, Tarchetti, Barrili, Gualdo,^ 
Farina, la Marchesa Colombi, Caccianiga, Bonghi, Mamiani^ 
Cantù, Camillo Boito, Giuseppe Ferrari ebbero ad editori i Treves. 

Lo stabilimento Treves, uscito dalle difficoltà del suo sviluppo, 
entrò in un periodo di completa prosperità nel 1875, quando si sba- 
razzò del giornale quotidiano II Corriere di Milano, che aveva 
creato, vendendolo a vantaggiose condizioni al Pungolo, che se lo 
incorporò. Già da qualche tempo Emilio Treves aveva allora as- 
sociato alla sua industria il fratello Giuseppe, che assumendosi 
la direzione amministrativa, in cui si dimostrò molto valente,, 
sollevò Emilio da un lavoro eccessivo , e gli permise di con- 
sacrarsi tutto alla direzione intellettuale dello stabilimento. 

Nel 1874 i fratelli Treves fondarono VIllustrazio7ie Italiana, 
tentativo già fatto invano dal Pomba e dal Sonzogno, ai quali 
riusci male. Qualche tempo dopo crearono una scuola d' incisione 
in legno diretta dal bravo Foli , un' officina di galvanoplastica, 
uno studio di fotoincisione, e giunsero a darvi tale sviluppo 
artistico ed economico che, mentre una volta non si vedevano 
nei giornali italiani che clichés stranieri , adesso abbiamo il pia- 



MOVIMENTO LIBRARIO 347 

cere di vedere i disegni italiani ricopiati molto spesso dai giornali 
stranieri; così i disegni del nostro Biseo per rillustrazione del 
Marocco del De Amicis furono riprodotti a Parigi, a Londra, 
a Madrid. I Treves pubblicano anche parecchi giornali di mode 
e giornali educativi e popolari illustrati, e fanno eziandio pubbli- 
cazioni di gran lusso, quali la Bibbia illustrata dal Dorè e V Or- 
lando furioso con disegni dello stesso artista, V Eliade, la Sviz^ 
zera , Y Italia, ecc. L' Orlando è notevolissimo per nitidezza e 
vigore di stampa e fa molto onore a quelli che dirigono la ti- 
ratura delle incisioni. 

Fratelli Dumolard. — Questa ditta, che per molti anni 
tenne il primato della libreria francese per tutta l'Italia, è fra 
le più antiche e gode meritatissima riputazione all'estero; si è 
fatta da alcuni anni editrice, e va distinta in Italia e fuori per 
la sua Biblioteca Scientifica Interna z.Ì07ìale, giunta al 31° vo- 
lume: di essa basterà dire che vi figurano autori di prim'ordine, 
quali il Blaserna, il Secchi, il Mantegazza, il Lombroso, il Ca- 
nestrini, il Vignoli, ecc. Oltre al merito intrinseco, questa rac- 
colta ha anche quello d'una veste elegantissima. 

La ditta Dumolard pubblicò inoltre opere dei prof. Fumagalli, 
De Cristoforis, Courtes e Bottini , non che lavori storici e let- 
terarii di PuUè, Arosio, De Castro, Locatelli, Montefredini ed 
altri. In quest' ultimi mesi ha impreso la pubblicazione d' una 
Rivista di filosofia scientifica a cui auguriamo fortuna. 

HoEPLi Ulrico. — Questo perspicace e coraggioso editore di- 
venuto nel 1870 successore proprietario della libreria Làngner , 
la meglio provveduta allora di libri tedeschi ed inglesi e già 
impratichito della partita dell'editore in altri paesi, sopra tutto 
in Germania, principiò colla pubblicazione di una interessante 
Biblioteca Tecnica compilata da scrittori competenti nelle varie 
materie. 

Questo ardito tentativo fu coronato da buon successo, e poco 
dopo l'Hoepli avviò una Biblioteca Scienti fico-Letteraria. I nomi 
del Rolla co' suoi Elementi di Statica, di Mayer per la chimica, 
del Sacchi, del Ferrini, per le abitazioni l'uno, l'altro per la fi- 
sica, unitamente al Vidari, allo Stoppani, ecc., illustrano la prima 
Biblioteca. — Minghetti, Cessa, Carcano, Ferrini, Belgioioso,. 
Boito, Malfatti, Vidari, ecc. onorano la seconda, che è una rac- 



348 MOVIMENTO LIBRARIO 

colia di opere di genere svariato, dalla poesia al diritto com- 
merciale, dalla fisiologia all'economia politica. 

Una più recente creazione dell'Hoepli è la serie dei piccoli Ma- 
nuali di scienze e di lettere, o tradotti dal tedesco, dal francese, 
dall'inglese, o compilati da rinomati scrittori italiani. Finalmente, 
creazione recentissima sua è la Biblioteca di Siudii Giuridici, 
alla quale auguriamo le prospere sorti delle altre. 

Bisogna anche accennare le edizioni in 4.'^ illustrate dell'Hoepli, 
alcune delle quali, relative alle arti industriali, furono lodate 
da persone competentissime. Non va dimenticato che THoepli è 
divenuto proprietario dell'edizione microscopica del Dantino, alla 
quale aggiunse la Galleria Dantesca pur microscopica (1). E, 
senza parlare di altre interessanti pubblicazioni illustrate o no, 
€ delle carte geografiche generali o speciali di costiere, di fiumi, 
di laghi, di piani, chiudiamo col ricordare che l'Hoepli, all'Espo- 
sizione di Parigi, fu premiato, unico fra gli editori italiani, con 
medaglia d'argento quale promotore dei buoni studi, tenuto cal- 
colo anche dell' eleganza delle edizioni che concorre a rendere 
meno severo l'aspetto della scienza. 

Edoardo Sonzogno. — Lo Stabilimento di questo editore nacque 
nel 1861. Dandosi all'industria tipografica e libraria, non ha fatto 
-che seguire la professione del padre, Lorenzo Sonzogno, ora morto 
•da pochi anni. Edoardo fu da principio nella Banca del sig. Giulio 
Bellinzaghi, oggi Sindaco di Milano, poi tentò il teatro, scrisse 
-alcune commedie e recitò co'dilettanti del Filodrammatico, final- 
mente creò un giornale umoristico, la Cicala politica, e stampò 
libri di poca importanza e pel commercio girovago. 

Seppe quindi abilmente profittare delle agevolezze che offri- 
Tano, per lo spaccio dei suoi prodotti, l'unificazione del servizio 
postale italiano e le ferrovie. Negli anni 1862-63-64 pubblicò lo 
Spirito Folletto, V Illustrazione universale e alcuni giornali di 



(1) A proposito di questa singolare pubblicazione, creliamo utile darne qui breve- 
mente la storia. 11 milanese Farina fu 1' incisore dei tipi 1 quali vennero poi venduti 
-al Corbetta fonditore di caratteri a Monza, poscia acquistati dal Gnocchi editore libraio 
pi Milano, che li die per la slampa del Dantino ai fratelli Salmin di Padova; e fu da 
^luesti che l'Hoepli ne acquistò un numero di copie. 

Il Wilmant, fonditore milanese, ha tipi anche più minuti, coi quali potrebbesi stam- 
ipare un più microscopico Dantino. 



MOVIMENTO LIBRARIO 34r> 

mode, con risultati finanziariamente diversi: la nascita a To- 
rino d'un giornale illustrato a due soldi, creazione d'un editore 
francese, gi'ispirò Y Emporio Pittoresco, ad un soldo, del cui primo 
numero si spacciarono 60 mila esemplari. 

Quel giorno Edoardo Sonzogno esclamò: Eureka/ ho trovato I 
— D' allora in poi il suo motto di editore fu massimo huoìi 
mercato. Creò il JRoìnanziere illustrato, la Novità, il Tesoro 
delle famiglie e finalmente il giornale il Secolo. Questo giornale 
non tardò a prendere il sopravvento sul Pungolo, altro giornale 
ad un soldo in Milano; ed il Sonzogno, aiutato dall'abile dire- 
zione amministrativa di Enrico Reggiani, dopo pochi anni dif- 
fuse il Secolo e mercè di esso tutte le altre sue produzioni non 
soltanto in tutta la Lombardia, ma anche nelle altre regioni 
d' Italia. 

Il Sonzogno deve, secondo gli uni, la prosperità della sua Casa 
unicamente alla fortuna; secondo altri, esclusivamente al suo 
ingegno. La verità è che la deve all'una ed all'altro insieme. 
Anch'egli sbagliò più volte; basta ricordare il fiasco deìY Illu- 
strazione universale, morta dopo quattro anni di sforzi, quello 
dell' Esprit follet di Parigi ed altri. Gli sbagli del Sonzogno 
furono però largamente compensati dalle sue ben concepite im- 
prese, fra le quali primeggia il Secolo, a cui fu egli che diede 
l'indirizzo politico ed il carattere popolare. 

Sonzogno ha pubblicato anche libri illustrati di lusso, quali 
la Divina Commedia, il Paradiso perduto e la Storia delle Cro- 
ciate, tutti del Dorè. Va pubblicando anche una Biblioteca 
classica, che fu già diretta dal rimpianto Camerini, poi dal 
prof. Costerò del quale pure si deplora la perdita recente, ed 
ora da Lorenzo Stecchetti. La Biblioteca romantica, raccolta di 
romanzi italiani e francesi, mediocri la più parte, conta più 
di duecento volumi. Quest'anno il Sonzogno pubblica un gior- 
nale illustrato dell'Esposizione nazionale di Milano. Tralasciamo 
di parlare dell'Emporio pittoresco, della Biblioteca per il popolo, 
del Giornale illustrato di viaggi e di altre pubblicazioni minori. 

Non trovando sfogo sufficiente alla sua operosità nr^l' industria 
giornalistica e libraria, il Sonzogno si è fatto da alcuni anni anche 
editore musicale, acquistando la proprietà di importanti opere 
estere, come V Amleto e la Mignon del Thomas, la Carmen del 



350 MOVIMENTO LIBRARIO 

Bizet, le operette del Lecoq, ecc., ma in questo ramo ha per 
competitori due stabilimenti di prim'ordine, Ricordi e Lucca, in 
Milano stessa. 

Vallardi Dott. Francesco. — Dalla carriera medica passato 
a quella di editore, ebbe a trovarsi in mezzo alle difficoltà che 
in quei tempi nefasti alla stampa (era il 1842) assiepavano 
il cammino dell'arte libraria. Incominciò col pubblicare un edi- 
zione economica (sul tipo inglese) della Bibbia secondo la Vulgata, 
tradotta ed annotata da mons. Martini; e non era dessa per anco 
compiuta che entrò nel campo delle scienze naturali e mediche, 
iniziando le sue operazioni col pubblicare il Corso di Storia Na- 
turale in 3 trattati: Mineralogia e Geologia del Beudant; Bota- 
nica del De Jussieu e Zoologia del Milne-Edwards, che, illustrati 
•da 2000 magnifiche incisioni, e tradotti dai prof. Arpesani, Bal- 
samo-Crivelli, e Masserotti furono accolti con plauso dagli 
.studiosi. 

Sul finire del 1847 pubblicò la strenna popolare pel 1848: 
Il Nipote del Vesta Verde, direttore ed anima di essa il Cor- 
renti: la sua comparsa destò una straordinaria commozione, 
ravvisandosi in essa il preludio della [nostra rivoluzione. Col 
Correnti vi collaborarono, fra i molti valenti scrittori , il Car- 
cano, il Cantoni, il Maestri, il Sala e 1' Emilio e Giovanni Vi- 
sconti-Venosta, ecc. 

Il mistico volumetto era quale fido amico che veniva letto 
colle ansietà del sofìTerente, il quale, nelle sue pagine di racconti 
e di storia, ricercava se vi tralucesse alcun che accennante alla 
:sospirata riscossa. Incominciato V anno 1848, il Nipote del Vesta 
Verde non mancò che nel 1857 per le difiicoltà facili ad imma- 
ginarsi; ricomparso nel 1858, a pag. 131 vi si leggevano queste 
])arole: « Onde esso è caro come l'ultimo sagrifìcio ad ottenere 
r intento bramato, e lusinghiero come la speranza di un felice 
dimani ». Precedeva il memorabile 1859! 

Nel 1849 il Vallardi pubblicò il primo volumetto di Gaetano 
Cantoni: U Amico del Contadino, manuale ad uso degli agricol- 
tori che, susseguito da altri dieci, fu pei campagnuoli quale amico 
e consultore. Dello stesso illustre agronomo pubblicò il Trat- 
tato teorico-pratico di Agricoltura che ebbe due edizioni, l'ul- 
tima con 400 incisioni. 



I 



MOVIMENTO LIBRARIO ÓOl 

Contemporaneamente diede principio ad una serie di pubbli- 
cazioni mediche coli' intento di farne una Biblioteca medica 
coìitemporanea; e valga a provarne il pregio il nominare fra gli 
autori e traduttori 1' Albini, il Bonfìgli, il Cantani, il Longhi, 
il Quaglino, ecc. ecc. 

Nel 1865 principiò la pubblicazione delF opera: 

« L'Italia sotto Taspetto fisico, storico, letterario ed ariistico «. 

Ricostituitasi l'Italia, il Vallardi volle porre in atto una grande 
pubblicazione in cui l'Italia fosse descritta quale è ne' suoi 
varii aspetti, con speciali trattati: quindi, nella natura e condi- 
zioni del suolo {Geologia cV Italia ; Oro-idrografia d' Italia, 
Geografia Medica d'Italia); nella sua svariatissima vegetazione 
{Flora italiana con circa 140 a 150 tavole illustrative disegnate 
dal eh. prof. Gibelli) e negli animali che la popolano {Fauna 
d'Italia). Autori dei citati Trattati sono: Stoppani, Negri, Mer- 
calli — De Bartolomeis — Marieni — Cesati, Gibelli, Passe- 
rini — Cornalia, Salvadori, Canestrini e De Betta. 

Ed in altri trattati curò l' editore che fossero narrate le vi- 
cende storiche e le evoluzioni politiche dell'Italia, e con esse le 
fasi della sua letteratura, e delle arti del disegno, estrinsecatesi 
nei suoi monumenti: quindi diede la Storia politica d'Italia; 
la Storia letteraria d'Italia, e la Storia e critica delle arti 
del disegno in Italia. Autori : Bertolini, Lanzani, Cipolla, Cosci, 
^ranchetti e Giovanni De Castro — Tamagni e D'Ovidio, Dar- 
teli, Invernizzi, Canello, Morsolin e Zanella — Selvatico e 
Paravicini. 

Inoltre, a complemento dei Trattati scientifici sull'Italia, pub- 
Ijlicò un Atlante geografico oro-idrografico-geologico , topografico e 
storico, nel quale emergono la Carta della Catena delle Alpi 
in nove fogli, la Carta Oro-idrografica della Valle del Pò, la 
Carta dei ghiacciai ; quella della Laguna Veneta e le Carte 
Storielle. — Compirà V Atlante colla Carta Geologica d'Italia. 

E perchè dell'Italia si conoscesse la vita di ciascun Comune, 
fosse pure tra i minori, e per quali vicende è passato, e 
che fossero ricordate le opere d'arte antiche e moderne che lo 
distinguono, pubblicò un Dizionario corografico dell'Italia compilato 
da A. Amati col concorso delle Deputazioni Provinciali e Co- 
munali e di parecchi valenti scrittori; e per essi si ebbe una pre- 



352 MOVIMENTO LIBRARIO 

ziosa serie di monografie risguardanti la Storia, le Arti ed il 
movimento agricolo, industriale e commerciale delle Regioni e 
dei grandi centri d'Italia. 

Il Dizionario corografico d'Italia è illustrato da oltre 1000 in- 
cisioni, delle quali metà rappresentano Monumenti, e l'altra metà 
gli Stemmi colorati dei Comuni. 

Lo stesso editore Vallardi, onde diffondere le cognizioni scien- 
tifiche e letterarie, diede corso alla pubblicazione di wxi Enciclo- 
pedia popolare, la quale è presso al suo compimento, essendo in 
esecuzione gli articoli compresi nella lettera T. — L'opera con- 
sterà di undici volumi illustrati da oltre 2000 incisioni. La com- 
pilazione venne fatta da scrittori noti per ispeciali studii, fra 
i quali Besana, Bucellati, Cattaneo, P. A. Curti, De Angeli, Ha- 
yech, Masseroli, Parrocchetti, Sordelli, Stoppani, Vitali, ecc. 

Inoltre meritevoli di menzione sono : Il Dizionario dei sinonimi 
di Tommaseo : è l'ultima edizione accresciuta e di nuovo ordinata 
dall'illustre scrittore. // i^rm/i Orientale: studi geografici, storici 
ed etnografici di P. Antonini, Senatore del Regno. Il Popolo Ita- 
liano di A. Mazzoleni, ed Una seria educazione di C.Frua; e fra le 
molte pubblicazioni scolastiche si noverano : g\ì Elementi di fisica 
dell'illustre prof. Cantoni ; la Storia del Medio Evo del prof. Ber- 
tolini, premiata dal R. Istituto Lombardo; altri trattati di Storia 
del prof De Angeli onorati di premio dal Congresso Pedagogico. 

E ritornando alle Opere mediche, il Vallardi, come era suo 
proposito, ed è detto al principio di questa relazione, è riuscito 
a pubblicarne quante bastano a costituire una : 
« Biblioteca medica contemporanea ». 

Infatti ai trattati generali fra i più riputati di Anatomia, di 
Fisiologia, di Medicina pratica, e di Chirurgia, seguono opere 
sulle Malattie speciali, dei visceri e degli organi. — Ed impor- 
tando il preciso apprezzamento dei moltissimi vocaboli introdotti 
dal progredire degli studi medici nel trentennio che ci precede, ha 
pubblicato: Il Dizionario dei termini antichi e moderni delle 
scienze mediche e veterinarie contenente 1' etimologia greca o 
latina, la traduzione francese, spagnuola, inglese e tedesca la 
sinonimia scientifica e volgare: compilatori i prof Lanzillotti, 
<lott. Pini, dott. Longhi e dott. Tirinanzi. 

Ma la pubblicazione medica del Vallardi che sopra tutte emerge, 



MOVIMENTO LIBRARIO 353 

€01116 quella che vale a dare un concetto sullo stato delle scienze 
mediche in Italia, è la Enciclopedia medica italiana, della quale ba- 
•sterà citare parecchi dei collaboratori per farsi un'idea della sua 
importanza e del suo valore scientifico. Eccone i nomi: Albertini, 
Albini, Biffi, Bizzozero, Blasi, Bonfigli, Cantani, Cantoni, Campana, 
Cesari, Chiarleoni, Cristin, Curci, De Amicis, De Cristoforis, Del 
Monte, De Pietra Santa, De Renzi, De Sanctis, Durante, Fasce, 
Frusci,Gallozzi,Golgi,Generali, Lanzilotti, Loreta, Lussana, Lemoi- 
^ne, Maragliano, Mayer, Manfredi, Monti, Morpurgo, Morselli, Pa- 
ladino, Perroncito, Primavera, Quaglino, Roncati, Schivardi, Silve- 
strini, Sirena, Tamburini, Todaro, Tommasi, Vizioli, Ziino, ecc. 

Le 294 incisioni che illustrano i 172 fascicoli, finora pubblicati, 
della Enciclopedia medica italiana, sono accurate e pregevoli, molte 
4i esse afi'atto nuove , come lo richiedeva il testo degli autori. 

Infine va ricordato YAnmcario delle Scienze Mediche redatto 
dai dottori Schivardi e Pini, e che è nel suo XII anno di vita. 

Fratelli Rechiedei. — Successori a G. Redaelli, hanno la 
proprietà esclusiva di tutte le Opere di A. Manzoni, cui fanno 
•corona le Lettere del D'Azeglio; i Cenfó ^n^i del Rovani, l'O- 
dissea tradotta dal Maspero ed altre pregevoli pubblicazioni let- 
terarie. Nelle scienze mediche, alle pubblicazioni già avviate dal 
Redaelli, ne hanno aggiunto parecchie di nuove, sicché coi loro 
tipi escono in luce i seguenti riputati giornali : — Gazzetta 
Medica italiana, Lombardia, diretta dal prof. G. Strambio e 
compilata dal dott. G. Colombo. — Archivio italiano delle ma- 
lattie ìiervose, diretto dai prof. A. Verga e S. Biffi. — Annali 
Universali di Medicina e Chirurgia, diretti dai prof. A. Corradi, 
A. Quaglino, C. Golgi, A. Scarenzio, A. De-Giovanni , A Ri- 
cordi, C. Zucchi. — Annali di Chiìuica applicati alla Medicina, 
già diretti dal compianto prof. Polli ed ora dal prof. A. Pavesi e 
dott. G. Colombo. — Rivista di Medicina Chirurgia e Tera- 
peutica, diretta dal prof. A. Corradi. — Inoltrai vuol farsi men- 
zione del ricco Catalogo delle Opere mediche, in cui alla importanza 
della materia corrisponde il valore non comune degli Autori, 
fra i quali basti citare : Ciniselli, Corradi, De-Giovanni, Gambe- 
rini, Golgi, Lussana, Parona, Porro, Scarenzio, Soresina, ecc. 

Agnelli Giacomo. — Una delle più antiche della nostra Mi- 
lano è la Tipograna e Libreria Arcivescovile della ditta Già- 

Milano. — Voi. HI. 23 



354 MOVIMENTO LIBRARIO 

corno Agnelli. Trentanni fa, la ditta Agnelli era più conosciuta 
come depositaria dei libri per le scuole approvate dal governo, che 
per edizioni proprie, le quali, eccetto il Messale Ambrosiano 
e qualche altra opera di liturgia, lasciavano molto a desiderare.. 

Oggi la ditta Agnelli ha vantaggiato nella riputazione pel- 
le sue pubblicazioni educative a buon mercato, discretamente- 
stampate, e, quel che più importa, lodevolmente corrette. La. 
sua bella tipografìa dell' Orfanotrofio maschile, seguendo pure le 
orme antiche per quanto riguarda il genere delle pubblicazioni 
ascetico-educative , può gareggiare con altre fra le rinomate. 
Nel suo catalogo si trovano nomi altamente rispettabili, quali 
Manzoni, Tommaseo, Cantù, Stoppani, Bernardi, Sacchi, ecc. È 
debito di giustizia ricordare che della ditta Agnelli è anima il 
cav. Angelo Colombo. 

Carrara Paolo. — Recente è la Casa editrice del Carrara. Egli 
cominciò la sua carriera commerciale col rilevare un fondo di 
libreria lasciato dal Gnocchi, e si dedicò quasi esclusivamente 
alle pubblicazioni educative, le quali oltrepassano il bel numera 
di cinquecento. 

Volendo fare un raffronto fra le edizioni Carrara di quindici 
anni sono e quelle d'oggi, un progresso è evidente; tuttavia le- 
sue edizioni non sono ancora fra le eleganti. — Oltre alla lunga, 
serie di opere del Fanfani, ed alle raccolte di poesie e racconti 
ed epistolari, tutte di genere educativo, in edizione comune, il 
Carrara ha anche nel suo catalogo molte opere illustrate in 8.° : I 
Promessi Sposi, Marco Visconti, Margherita Pusterla, Nicola 
de' Lapi, Ettore Fieramosca, i racconti del Carcano, i romanzi del 
Giovagnoli. A questa ricca galleria illustrata vanno aggiunte le 
edizioni, pure illustrate, del Giusti, del Grossi e di Arnaldo Fusinato. 

In questi ultimi anni il Carrara è stato felice editore di scrit- 
trici. La Marchesa Colombi gli affidò i suoi Racconti di Na- 
tale; Erminia Fuà Fusinato i suoi Scritti educativi. La Morandi 
poi , la Vertua Gentile ed altre , scrivono quasi esclusivamente^ 
pel Carrara. 

Per completare la serie degli editori , che specialmente si 
dedicano a pubblicazioni scolastiche, dobbiamo qui menzionaro 
Trevisini Enrico e Domenico Briola e Comp., che hanno stam- 
pato libri classici latini e opere scientifiche varie. 



MOVIMENTO LIBRARIO 355 

Saldini Bartolomeo. — A lui devonsi le più importanti 
pubblicazioni fatte in Italia per gli ingegneri, di cui tanto si è 
giovata la scienza nel trentennio che ci ha preceduto, e "che 
hanno riputazione anche all'estero. 

Nel 1853, l'Italia mancava ancora di un giornale che destinasse 
le sue pagine dW Ingegneria ed alla Tecnologia., e il Saldini 
ne tolse la lacuna col Giornale dell' Ingegnere Architetto ed 
Agronomo, Il nuovo periodico , ben sorretto dagl'ingegneri , 
giunto al sedicesimo anno di vita nel 1868, accettò la fusione 
col Politecnico (Parte Tecnica) il quale era già da molto tempo 
accreditato. 

Le mutate condizioni dell'ingegneria, dovute al progressivo 
sviluppo dei varii rami di essa, crearono la necessità di alcune 
variazioni, ed il nuovo giornale si intitolò: Il Politecnico, 
Giornale dell' Ingegnere Architetto Civile ed Industriale. Ne è 
direttore il prof. F. Brioschi, senatore del regno, aiutato da un 
comitato di redazione, composto dai sigg. prof. ing. G. Colombo, 
ing. A. Cottrau, ing. P. Gallizia. Ne ha fatto parte anche, fino 
alla sua morte, il compianto ing. Luigi Tatti. 

I ventinove anni di vita di questi due giornali, ora riuniti 
provano come ne fosse sentita la necessità in Italia ed all' e- 
stero. E valgano a dimostrarne l'importanza, le materie che vi sono 
trattate e le 920 grandi tavole che ne illustrano il testo : le qui- 
stioni riguardanti l'architettura, le costruzioni, la fisica, la geodesia, 
l'idraulica, l'illuminazione, la legislazione, la matematica, la mec- 
canica, la mineralogia, la metallurgia, le strade comuni, le strade 
ferrate, la telegrafia, vengono esposte nel Politecnico da penne 
non meno competenti che autorevoli. 

Al Saldini poi si deve lode per le molte altre opere scientifiche 
e di ingegneria da lui pubblicate; basta citare alcuni fra gli 
autori di esse, per attestarne il pregio: Brioschi, Cantalupi, 
Clericetti, Gabussi, Lombardini, Loria, Pareto, Porro, Possenti, 
Ratti, Saldini, C. Serra, Zoppetti, ecc. 

E ci è grato citare un' altra pubblicazione del Saldini : il 
Grande Atlante d'Architettura in 100 tavole (lavori e progetti 
di valenti architetti moderni). 

Galli Giuseppe. — Le due librerie del Galli, in gallerìa 
Vittorio Emanuele, notissime al pubblico, sono ben provvedute 



356 MOVIMENTO LIBRARIO 

di libri italiani e francesi. Il Galli è anche editore per conto 
proprio, ed il suo catalogo ha opere tecniche importanti del- 
l'i ng. Antonio Cantalupi, del Pegoretti, del Taccani, del Frulli, 
ad uso specialmente dell' ingegnere architetto e del meccanico. 
Il Galli è anche editore di libri di amena letteratura, ed ha 
acquistato opere di Parmenio Bettoli, di Fernando Fontana, 
di Angelo Mazzoleni, di A. G. Cagna e di altri. Non possiamo 
però lodarlo per la pubblicazione di certi romanzi , d' un ve- 
onsmo crudo e violento, sebbene siano forse quelli che meglio si 
vendono. 

Antonio Vallardi. — Alle svariatissime Opere d'arte e di 
industria di questa cas a aggiungansi : Trattato sulle costruzioni 
in legno, dell'Ing. L. Mazzocchi — Famiglie notabili milanesi, 
Cenni storici genealogici di Calvi, Casati. — Sulle Curiosità 
storiche e diplomatiche del secolo XVIII, per Felice Calvi. 

Maisner Vincenzo. — Successore a Carlo Turati. Alle molte 
opere per le quali andava distinto quell'editore, il Maisner ne 
aggiunse di proprie , tanto scientifiche , quanto letterarie. Fra 
quelle vanno lodate le seguenti : Viaggio intorno al globo della 
R. Pirocorvetta italiana Magenta di Enrico Giglioli, e i Trattati 
di Geologia e Paleontologia dello Stoppani e dell'Omboni; e fra 
le opere letterarie: V Educatore di sé stesso del Fava; Le 
glorie e le gioie del lavoro del Mantegazza; e fra le scolastiche 
del Ricotti, i Trattatelli di storia e geografia, ed il celeberrimo 
Giannetto del Parravicini, del quale si è fatta la 60^. edizione. 

Casa editrice Guigoni. — Essa occupa un posto distinto 
fra le case editrici d'Italia. Erede delle edizioni pubblicate dal 
prof. Guigoni, la Società, di cui fa parte il figlio, ne aggiunse 
molte altre, fra le quali meritano lode: la Biblioteca delle fa- 
miglie comprendente più di un centinaio di opere delle più 
riputate nella letteratura e nella storia; la Biblioteca illustrata 
dei viaggi, e la Raccolta di Racconti storici e morali. Nel Ca- 
talogo Guigoni si trova la tanto riputata e sopra tutte distinta 
Collana degli antichi storici greci ; e vi figurano le opere di 
Guerrazzi, di Capuana, di Gherardini, di Giordani, di Mommsen, 
di Nicolini, di Pellico, di Prati, di Ventura, di Zini ed altri, 
nonché Atlanti scolastici di geografia antica e moderna. 

Battezzati Natale. — Il Battezzati ha pubblicato gli scritti 



MOVIMENTO LIBRARIO 357 

del compianto Camerini, nonché lavori storici e letterari di 
Mauro Macchi, di Giovanni De Castro, e del prof. G-elmetti. Il 
Battezzati è inventore d'un nuovo sistema uniforme di schede 
ad uso pratico del libraio, sistema conosciuto col nome di Car- 
tjllini Battezzati, adottato con plauso dal Congresso librario di 
Napoli del 1871, lodato e caldeggiato dal Ministero della Pubblica 
Istruzione, e premiato con diploma d'onore nella mostra tipo- 
grafica milanese del 1879. 

Pietro Moretti, — Va pure ricordato, benché editore d'una 
sola pubblicazione: L'Italia monumentale. 

Boni ARDI e Pogliani. — Fra le Case editrici di opere asce- 
tiche primeggia, e ne attesta l'operosità il suo copioso catalogo : 
fra le sue pubblicazioni basterà citare quelle del Martini, del 
Missirini, dell' Ode scalchi , del Raineri, del Ravizza, del Ro- 
smini, ecc. 

Tipografia editrice di S. Giuseppe. — Devesi ad essa l'edi- 
zione accuratissima, S. Ambrosii Opera Omnia, fatta sul raf 
fronte dei nostri codici milanesi, e che è la più completa di tutte 
le precedenti e la più pregevole per appropriate note. E va lodato 
il giornale Le Missioni cattoliche, per le descrizioni dei viaggi, 
costumi, spedizioni, studi comparativi dei vari popoli, ecc., fatti 
dai Missionari sui luoghi ove esercitano il loro ministero, e 
rese più interessanti per le incisioni illustrative del testo. È questo 
un periodico che dovrebbe essere meglio conosciuto fuori del 
campo religioso. 

Un ramo dell'industria tipografica libraria in cui Milano 
primeggia assolutamente, è quello dei libri per le pratiche reli- 
giose, rilegati nelle più svariate forme, dalla più modesta alla 
più elegante. 

Si distinguono le seguenti ditte : Bontà e C.° — Messaggi 
Giocondo e figli — Ripamonti Alessandro — Ripamonti-Car- 
fano — Fratelli Sacchi, e P. Clero. — Quest' ultimo, per le 
sue edizioni ornate di fregi, fra le quali é degna di speciale 
encomio. Lo Spirito in Dio, che per le stupende incisioni, tratte 
dai quadri di Raffaello, di Andrea del Sarto, di Bernardino 
Luini, e di Guido Reni la fanno parere una vera opera d'arte, 
ebbe meritate distinzioni ed il diploma d'onore nella mostra tipo- 
grafica milanese del 1879. 



♦358 MOVIMENTO LIBRARIO 

In Milano quasi esclusivamente si pulDblicano Strenne lette- 
rarie pel capo d'anno e in più foggie anche di gran lusso, delle 
quali pure a loro, non è molto diminuita la moda. Sono notis- 
sime Il non ti scordar di me dell'antica Casa P. e G. Vallardi ; 
le Gemme d'arti italiane e la Strenna italiana del Ripamonti- 
Carfano ; V Album di belle arti e il Presagio del Canadelli, ora 
ditta Bontà e C. 

Meritano di essere menzionati, fra gli editori stimati, sebbene 
la loro produzione per alcuni di essi in oggi sia minore, Lodo- 
vico BoRTOLOTTi, ditta BoLCHESi, Carlo Barbini, che ha la spe- 
cialità delle pubblicazioni teatrali, fra le quali emerge la Gal- 
leria teatrale, figurandovi in essa i più riputati scrittori dram- 
matici; Emilio Croci, Oreste Ferrario, Ferd. Garbini, editore 
di giornali illustrati ; ditta Pagnoni, Giuseppe Civelli, Gnocchi, 
Giuseppe Ottino (editore di letteratura amena e moderna, che ha 
nel suo catalogo i nomi di Verga, Rapisardi, Capuana, Filippi ed 
altri scrittori di grido; Levino-Robecchi, Eredi Manini, Ferd.^ 
Sacchi e figli (già ditta Artaria), E. Quadrio, Carlo Simonetti. 

Neanche vanno dimenticati gli Eredi di Ernesto Oliva, vecchio 
editore che pubblicò opere teologiche ed ascetiche, e libri sco- 
lastici e tecnici. Ricordiamo specialmente le opere teologiche 
dello Scavini ; le Istituzioni chirurgiche del Monteggia, le Bel- 
lezze del cavallo del Griffini. 

Tito di Giovanni Ricordi. — Primo fra gli editori musicali 
in Italia ed all'estero, ci è grato noverarlo anche fra gli editori 
di libri, e con vera compiacenza compierne con esso la schiera. 
Poche sono, ma tutte splendide le sue pubblicazioni , a comin- 
ciare didiìV Odissea tradotta da Paolo Maspero con prefazione di 
Antonio Zoncada, che illustrata da 24 litografie disegnate dal- 
l'insigne Fanoli e dal valente Cenni è giunta alla quarta edi- 
zione. — Citiamo ancora: Giuseppe Verdi, Vita aneddotica di 
A. Pougin con note ed aggiunte di Folchetto ed illustrazioni 
di Achille Formis; — Anacreonte , tradotto da A. Maffei, con 
disegni di Hayez, Ciseri, Servi, Ribossi, Cambi, Bartolini e 
Dupré; — Cenni storici sul R. Conservatorio di Musica per 
Lodovico Melzi. 

Qui avrebbe fine il compito impostoci, ma sentiremmo di man- 
care, se non segnalassimo al lettore una pubblicazione che per 



MOVIMENTO LIBRARIO 359 

ia esecuzione tipografica dovuta al Ricordi , e per la riprodu- 
"zione fotolitografica di scritture e disegni del Della Croce, onora 
l'arte milanese. Intendiamo parlare del Saggio delle opere di 
Leonardo da Vinci, opera a cui collaborarono Carlo Belgiojoso, 
Oiuseppe Mongeri, Gilberto Govì, Camillo Boito e Giuseppe Co- 
lombo, con 24 tavole riprodotte dal famoso codice Atlantico e 
che fu pubblicata nel 1872 in edizione principe per solennizzare 
il Secondo Congresso artistico che aveva luogo in Milano, e la 
Inaugurazione del monumento al somino artista e scienziato Leo- 
nardo. — Questa bella pubblicazione giovò a dar lustro al Con- 
gresso. Essa era stata suggerita dall'on. Correnti, allora ministro 
-della Pubblica Istruzione. Egli aveva espresso il pensiero che 
« il monumento più degno di Milano e di Leonardo sarebbe 
un' edizione principe delle sue opere » e che ad una Commis- 
sione nominata dall'Accademia di Belle Arti fosse affidata « la cura 
•di raccogliere notizie intorno agli autografi ed ai disegni ine- 
diti di Leonardo, e di preparare la pubblicazione di un Saggio di 
quei preziosi cimelii dell'arte e della scienza italiana ». 

Tipografia editrice lombarda. — Ci duole non poter met- 
terla che fra' defunti. Questa casa, costituita in società anonima 
ebbe la sorte che tocca troppo spesso alle associazioni di capitali 
amministrati da terzi. Dopo una lunga serie di vicissitudini, 
malgrado il talento e l'abilità delle persone che la diressero, 
fu costretta ad una penosa liquidazione. La Tipografia editrice 
lomharda aveva stampato opere di Atto Vannucci , Salvatore 
Farina, Leone Carpi, Angelo Mazzoleni, P. A. Curti, ecc., una delle 
quali molto seria e dispendiosa. Pubblicò anche molte traduzioni 
<3 libri illustrati, fra cui meritano una speciale menzione X Egitto 
•dell'Ebers e il Don Chisciotte di Dorè. Si era fatta pure pro- 
prietaria di quasi tutti i romanzi di Giulio Verno. Buona parte 
■del suo fondo librario è passato alla nuova ditta Alfredo Bri- 
oola e C.o , che segue con maggior prudenza , le tradizioni 
•della Tipografia Lomharda, e che merita fortuna. 

Gaetano Brigola. — Ci duole, tra poco si dovrà mettere fra' 
defunti anche questa ditta che per tanti anni fu accreditatissima 
e tenne alto l'onore della libreria italiana. Ed è deplorevole che, 
morto l'intelligente e laborioso suo titolare, la ditta sia andata 
decadendo. Il suo catalogo conteneva opere letterarie e scienti- 



360 MOVIMENTO LIBRARIO 

fiche di valore : quale editore il Brigola si distinse per le opere 
del Mantegazza: delV Almanacco igienico se ne spacciavano ogni 
anno fino a 20 e più migliaia di copie. 

Queste sommarie notizie sul movimento librario milanese non 
sarebbero complete se non intrattenessimo i nostri lettori sul- 
VAssociazione tipo grafico-libraria italiana. Questa istituzione, 
come appare dal suo nome, è di carattere nazionale, anziché 
municipale ; tuttavia essa deve figurare in un lavoro sul Mo- 
vimento librario milanese, perchè ha in Milano non soltanto 
la sede, ma l'anima stessa. Nata in Torino, subì varie vicissi- 
tudini ed andò deperendo, finche i suoi membri, nel 1875, de- 
liberarono di trasportarla a Milano, ove si risanguò. I soci 
nel luglio di questo anno toccarono il numero di 2*^0, de' quali 
quasi un terzo sono milanesi. 

L'Associazione ha un Comitato direttivo composto di 15 mem- 
bri, dei quali 9 residenti a Milano. Li presiede attualmente 
Emilio Treves. I membri milanesi del Comitato tengono fre- 
quenti sedute sì per l'andamento delle cose interne, che pei 
rapporti sempre maggiori dell' Associazione. Organo dell'Asso- 
ciazione è il periodico la Bibliografia italiana compilato in 
parte sui documenti somministrati dal Ministero. — L'Associa- 
zione per altro pubblicò in quest' anno la seconda edizione del Ca- 
talogo collettivo della Libreria italiana, che, contiene 30 mila 
articoli ed è riassunto in due indici, uno alfabetico ed uno per 
materia; tutto insieme un volume del peso di oltre 5 chilo- 
grammi. 

Per iniziativa dell' Associazione un Congresso letterario fu 
tenuto a Milano nell'oiiobre dell'anno 1878, e v'intervennero 
circa trecento persone d' ogni parte d' Italia , ed anche alcuni 
stranieri. Le risoluzioni prese furono tutte relative a modifica- 
zioni della legge vigente sulla proprietà letteraria. Due risultati 
di fatto se ne ottennero. Uno è che la tassa d'iscrizione per la 
proprietà letteraria fu, da 10 lire, ridotta a 2 sole. L'altro si 
è verificato con la conclusione della Convenzione letteraria del 
25 luglio 1880 fra l' Italia e la Spagna. In essa fu soddisfatto 
ad uno dei voti del Congresso, togliendo tutte le formalità di 
dichiarazione e di deposito per l'estero, bastando aver compiuto- 
le formalità d'obbligo nel paese d'origine per godere gli stessi 
diritti nell'altro paese contraente. 



MOVIMENTO LIBRARIO 361 

Il secondo Congresso, tenuto per iniziativa della stessa Asso- 
ciazione a Milano nel settembre di questo anno, fu presieduto 
da Giosuè Carducci, e riusci importante pel numero degli editori 
e degli uomini di lettere che v'intervennero. Vi fu discussa la 
questione delle contraffazioni che da qualche tempo danneggiano 
gravemente l' industria libraria e pur troppo non vengono re- 
presse dair autorità giudiziaria col dovuto rigore. Sembra che 
nella mente di certi magistrati non sia ancora penetrato il con- 
cetto che la proprietà letteraria è una proprietà come qualunque 
altra, più rispettabile, forse, di altre. Il Congresso fece appello 
al potere esecutivo ed al potere legislativo per frenare i reati 
dei pirati letterari: e se ne videro i buoni effetti in qualche 
sentenza e sequestro. 

L'anno 1880 fu turbato, come abbiamo ,detto, dallo sciopero 
dei combinatori di caratteri. Il corso e 1' esito di quella crisi 
dimostrarono la convenienza ed utilità che l 'Associazione possa 
con autorità collettiva, pervenire a conciliare in avvenire le 
quistioni del lavoro e dell' arte tipografica ; e in questo senso 
l'Assemblea generale del 29 giugno a. p. deliberò di dividere 
l'Associazione in Sezione Tipografica e Sezione Libraria, mo- 
dificando su questa base il suo Statuto. 

Altra deliberazione importante dell'Associazione fu quella presa 
nella seduta del suo Comitato direttivo, 30 novembre a. p., di 
concorrere all'Esposizione nazionale con una Raccolta completa 
dei periodici italiani , corredata da un indice illustrativo. Se ne 
raccolsero 1280, che furono esposti nella galleria libraria, e che 
ne formarono una delle curiosità più visitate. 

Uno studio della produzione tipografica milanese non potrebbe 
essere veramente completo, e quindi veramente esatto, senza- 
eccedere di molto il numero delle pagine che mi furono assegnate 
in questo volume. Prego quindi i lettori di voler condonarmi 
le lacune, i giudizi troppo sommari e laconici, la mancanza di 
particolareggiate cifre statistiche, che, d'altronde, m'è mancato 
il modo di raccogliere. Confido però che dalla mia breve espo- 
sizione sieno riusciti a cavare questo consolante pensiero: che 
questa industria va crescendo e si va fortificando, favorita dalla, 
coltura crescente e dal progresso generale del paese. 

E. ToRELLI-VlOLLIER. 



PRESAGI 

SULLA FUTURA GRANDEZZA ECONOMICA 

DI MILANO 



L'ammirazione di questa splendida Mostra, la quale ha tratto a 
Milano gli italiani in lieto pellegrinaggio per celebrarvi le olimpiadi 
del lavoro, potrebbe avere un effetto funesto se valesse a persua- 
derci che abbiamo già toccata la perfezione o siam vicini a rag- 
giungerla. Le inquietudini di un ideale che sempre più si alza e si 
allontana quanto maggiore è l'affanno di raggiungerlo salvano 
gli individui e i popoli dalla lusinga delle facili soddisfazioni, 
le quali contrassegnano la fiacchezza dei caratteri e degli in- 
degni. 

Se r Esposizione ci affida che vi sono in noi le attitudini a 
grandeggiare nelle arti, nelle industrie e nei commerci, se ci 
affida che non manca quella nota del coraggio giovanile , la 
<iuale affronta le difficoltà colla certezza di superarle, allora 
raccogliamoci subito in virile silenzio, raddoppiamo la lena del 
Javoro, operiamo fidenti e prepariamo la nostra Milano a figu- 
rare ancor più degnamente all'Esposizione del decennio futuro. 

I popoli e gl'individui deboli oscillano fra i subiti scoramenti 
■e i subiti entusiasmi, ma Milano ha una tempra che associa la 
modestia alla coscienza della propria forza, la tenacità del lavoro 
alle soddisfazioni delle arti e ai compensi legittimi dell'agiatezza 
diffusa, la meditazione matura alle audacie di nuovi disegni; 
•una tempra che non si accascia per le sventure o per le improv- 
vise fortune, ma attinge ad esse il proposito di future vit- 
torie. Parliamo appena degli allori mietuti, delle maggiori ricom- 
pense guadagnate dai nostri fabbricanti, dai nostri agricoltori. 



PRESAGI 363 

<lai nostri istituti di beneficenza e di previdenza; le schiette 
.ammirazioni che Milano ha ottenuto la impegnano a progressi 
nuovi, più saldi e più durevoli. 

Quali e quanti devono essere per conservare il suo posto 
^ eminente in Italia ? Quale sarà il meriggio di questa aurora ? 

Milano, aperto il Gottardo, si approssimerà ai grandi centri 
•della Svizzera e della Germania; sarà distante da Basilea tredici 
■ ore all'incirca. Perchè non potrebbe aspirare a divenire Tem- 
j^)orio commerciale massimo o fra i massimi dell' Europa me- 
ridionale, un grande mediatore fra più continenti? 

Non mancano le audacie felici e vanno segnalate le ini- 
ziative della Società Commerciale africana e quelle di un gio- 
vane intelligente, il Pisoni, che invia i nostri prodotti nei 
mercati, ignoti sinora, di Sidney. Sono faville, le quali seconderà 
gì'an fiamma, se tutti aiutino all'alto fine e se avrà sede a Milano, 
che lo merita, grazie a questi esperimenti, il campionario con- 
solare abbozzato dal Ministero del Commercio con utile effetto. 

Studiato dai nostri fabbricanti con pazienza amorosa li in- 
spirerà e li spronerà sempre più a cercare ai loro prodotti i 
mercati lontani, come già tentano oggidì lodevolmente. Impe- 
rocché per tacere dell' Europa, sono ardimenti che consolano 
quelli del Bambergi (1), il quale manda in India, vincendo la con- 
correnza inglese e svizzera, i filati di cotone tinti in rosso di 
Adrianopoli, e del Cerri e Bourcard, che, nonostante le barriere 
di dazii altissimi, i quali si avvicinano ai due terzi del valore 
del prodotto, inviano con crescente fortuna agli Stati Uniti di 
America le stofl"e operate che con fine abilità artistica lavorano 
a Milano. 

E questi fatti insieme coi due pionieri del commercio afri- 
cano e australiano, dei quali si è detto, sempre più designano 
Milano a sede del museo campionario. 

Si terrebbe in continuo rapporto coi consoli dell'Africa, del- 
l'Australia, dell'America e dell'Asia; diverrebbe un vero osser- 
vatorio per le esportazioni e per le importazioni nuove. 

Per sottoscrizione di commercianti e fabbricanti il nuovo 



(1) La ditta Carlo Marra ha indicata la via di queste esportazioni di filati ro si ; il 
Biinbergi l'ha percorsa coraggiosamente. 



364 PRESAGI 

istituto, soccorso anche dal Governo, potrebbe aver sede degna 
presso la Camera di Commercio ; aperto a tutti, in continua re- 
lazione con le altre Camere di Commercio, con un catalogo' 
sempre tenuto in evidenza e tecnicamente elaborato, da Milano 
partirebbero all'uopo per qual si sia luogo d'Italia i campioni 
che fossero desiderati dai produttori italiani, come dal Museo dì 
Kensington si inviano per tutta l'Inghilterra le collezioni mobili. 
Quando i nostri fabbricanti di Milano, di Monza, d'Intra, di 
Gallarate, di Busto, abbiano l'occasione di pensarci a fondo, sor- 
geranno anche in Italia o si moltiplicheranno come nella Sviz- 
zera, neiringhilterra e nel Belgio le fabbricazioni pel Giappone, 
per la Cina, per l'India, per l'Africa, e il museo consolare, come 
se ne impromette anche il Belgio, sarà un utile rammentatore 
e inspiratore. 

Le attitudini di Milano a disciplinare le grandi correnti dei 
commerci asiani (1) sfolgorano negli effetti del magazzeno delle 
sete aperto dalla Cassa di Risparmio. Altrove i nostri magazzini 
generali sono scrigni magnifici vuoti di denaro; qui in pochi 
anni si è disciplinato in buona parte il commercio delle sete ita- 
liane e asiatiche. Né è lecito meravigliarsi che Milano abbia emu- 
lata Lione, quando si pensi che Milano è il centro morale ed 
economico della più mirabile industria italiana, la trattura e la 
torcitura della seta. Le istituzioni dei magazzini generali non 
creano, ma rinvigoriscono le attitudini preesistenti, le riflettono 
e ne raddoppiano la luce e la potenza. Data l'industria sericola, 
lombarda, date le agglomerazioni dei capitali ad essa dedicati, i 
magazzeni generali della Cassa di Risparmio doveano riuscire 
splendidamente, e coordinati con le recenti modificazioni della legge 
e con maggiori facilità di credito, si esplicheranno sempre più. 
Potrà la Cassa di Risparmio senza scrupolo alcuno gareggiare- 
col Banco di Napoli, benemeritissimo anch'esso a Milano, nelle 
anticipazioni e nello sconto dei way^rants in seta. Saranno gli 



(1) Di queste attitudini, dovute alla sua giacitura, Milano può citare esempì storici. 
Le comunicazioni per l' Oriente , la Francia e la Germania occidentale avevano nel 
)ncdio evo i loro centri d'irradiazione nel territorio dello Stato di Milano a cai facevano- 
capo le strade, che conducevano ai valichi alpini del Serapione, del Gottardo, dello Spinga 
e dello Stelvio. L' alleanza di Milano fu talora invocata dalla Republica Veneta al; 
precipuo scopo di favorire il proprio commercio. 



PRESAGI 365 

5ultimi perfezionamenti della istituzione che si può additare con 
orgoglio (1). 

Così è a Milano, e seguendo il moto delle nostre esportazioni 
in Asia, in Africa e in Oceania, che si deve studiare la con- 
venienza di ordinare in quei continenti alcuni Banchi di credito 
a similitudine di quelli che vi hanno diffuso nelle loro colonie 
gli Inglesi. L'influenza politica non si acquista se non si ac- 
<ìompagna con l' influenza finanziaria ed economica. A Milano , 
il più gran centro bancario d'Italia e dove si raccolgono già presso 
-che 400 milioni di depositi sui 1,384 milioni accumulati in tutte le 
Banche e Casse di risparmio italiane, gli istituti di credito e 
di risparmio devono elaborare le più fine e compiute loro espe- 
rienze. Ne accenniamo alcune. 

Poiché qui gravitano tanti affari di tutta Italia, segnatamente 
per i pagamenti all'estero e per le liquidazioni delle tratte, una 
Camera delle compensazioni bene istituita darà effetti inattesi. 
Non solo il dispendio delle specie metalliche e dei biglietti sarà 
ridotto notevolmente, non solo si porrà ordine nella circolazione 
babelica di tanti simboli diversi , si renderanno più precisi, 
veloci ed economici i pagamenti e le esazioni, ma, quel che 
■è più, la Camera delle compensazioni di Milano eserciterà 
sulle altre un'attrazione viva, potente, continua. E se, come 
pare, la Banca Nazionale ne assumerà l'esercizio (il che dovrebbe 
in ogni modo circondarsi di molte cautele) non è temerario il 
presagio che, almeno per una parte d'Italia, Milano divenga la 
Camera delle Camere di compe^is azione. Occorrerebbe un libro 
per svolgere questi pensieri sommari; ma i banchieri e i tecnici, 
che sono savi, m'intendono anche per brevi cenni. 

Così grande è l'avvenire serbato a quei due massimi istituti 
-di previdenza che sono la Cassa di risparmio e la Banca popo- 
lare (2). Anche qui procederemo per cenni, additando i sommi 
j)unti e più luminosi. 



(1) Per dare un'idea del movimento sulle sete presso la Cassa di Risparmio di Lom- 
liardia accenneremo soltanto che dal 1." Luglio 1S70 al 30 Settembre 1881 furono deposi- 
tati per sovvenzioni 2",';87 colli del peso complessivo di chil. 2,0f]2,oS4 e di un valore di 
h. 102,882,000, e che nel Magazzeno Generale Sete esercito dalla Gassa stessa vennero dal 
1.0 Luglio 1872 a tutto Settembre ultimo scorso depositali 65,174 colli del complessivo peso 
-di chil, 4,382,887 e di un valore totale di L. 181,341,000. 

(2) Ottennero amendue il diploma d'onore. 



306 PRESAGI 

La Cassa di Risparmio di Milano dovrebbe mettersi in rap- 
porto continuo colle Banche minori e invitarle a collaborare con 
essa per risolvere il problema arduo del credito agrario. Potrebbe- 
incominciare dalla Lombardia e dal Veneto; e l'esempio, se riu- 
scisse, sarebbe fecondo per quel contagio che hanno anche le- 
idee e le opere buone. Il credito agrario frammezza pel tempa> 
e per l'indole sua tra il commerciale e il fondiario; esso non^ 
aiuterà veramente l'industria agraria se non si conceda a dolci 
patti e a più lunga scadenza di sei mesi, oscillando fra due- 
e tre anni. Ora perchè la Cassa di risparmio non si offrirebbe-' 
ad acquistare a miti ragioni, i Boni dell' agricoltura fruttanti 
interessi e a scadenza fissa emessi dai Banchi popolari e agrari' 
per le operazioni da loro fatte cogli agricoltori? (1). 

Le prime esperienze iniziate colla Cassa di Risparmio di Mi- 
lano e di Bologna dalle Banche mutue della provincia di Tre- 
viso e da quella di S. Dona diedero buon frutto; ma bisogna 
contare le cifre per milioni e non per diecine di migliaia di- 
lire. Poiché le Casse di Risparmio non si propongono i lucrr 
smodati, ma la solidità degli impieghi e il bene pubblico, poichè- 
per r indole loro non possono mettersi in diretto rapporto coi 
piccoli agricoltori, affidino in modo solido (e quello proposto nell'e- 
sempio sovrallegato è solidissimo) una piccola parte del loro peculio 
agli istituti minori e così compiranno una buona azione e un 
buon affare. Un istituto poderoso qual'è la nostra Cassa di Ri- 
sparmio deve accrescere l'effetto utile degli istituti liberi e fio- 
renti, non sovrapporsi ad essi e schiacciarli; deve aiutare tutte- 
quelle imprese modeste e sicure, alle quali non pensano i capi- 
talisti e i banchieri, cercatori del massimo utile individuale. Si 
accenna questa sola novità, ma fondamentale, e per compierla ba- 
sta quella intuizione esatta della realtà che fa riconoscere- 
solide operazioni di credito, le quali solo perchè non sono di- 
vulgate, paiono rischiose. 

Prima della istituzione delle Banche popolari chi avrebbe mal- 
levato il mio presagio che la piccola industria perderebbe meno- 



(t) Ho pensato d'introdurre alcuni perfezionamenti in questi Boni, modellandoli con 
termini più bre7i, s'intende, alle obbligazioni del credito fondiario, e facendoli concor- 
dare coi rimborsi per annualità dei debitori. 



PRESAGI 367 

della grande, e le Banche minori perderebbero meno delle mag- 
giori? E oggi le cifre ne dimostrano la precisione. 

Nella monografia eccellente sulla Banca popolare di Milano, 
che l'avv. Mangili pubblicò in occasione dell' attuale Mostra e 
figura in parte in questo volume, si trova una interessante ta- 
bella sulle perdite nelle operazioni di sconto della Banca Popolare 
di Milano paragonate con quelle d'altri poderosi istituti. Nell'ul- 
timo novennio la somma delle sofferenze , detratti i ricuperi ^ 
rappresenta per ogni L. 1000 di credito elargito presso: 

la Banca Popolare di Milano ... L. 0. 14 

» Toscana di Credito. ... » 0. 70 

» Nazionale nel Regno . . » 1. 13 

» » Toscana ... » 1. 84 

» Romana » 4. 30 

il Banco di Napoli » 4. 60 

» di Sicilia » 7. 09 

I piccoli, i modesti perdono meno dei fastosi e dei potenti,, 
per virtù loro e della istituzione alla quale si associano. Talora 
la moralità sale e non scende anche nell' ordine economico. 

Così la Banca popolare di Milano stimolata dai sommi onori 
che meritamente ha ottenuto, deve esplicare sempre più le sue 
attitudini democratiche e ricordarsi di quel detto col quale io la 
fondava sedici anni or sono : scendere col credito è salire nella 
g loria. A tale scopo vorrei che assegnasse, a mò d' esempio , 
mezzo milione di lire al prestito sulV onore e mezzo milione ad 
ajutare la edificazione di case operaie sul sistema dell'operaio pro- 
prietario. Vorrei che in questi due affari non si proponesse alcun 
studio di lucro e li svolgesse nel seguente modo. 

II prestito suir onore dovrebbe da 200 lire al maocimum, qual 
è oggidì , salire anche a somma maggiore quando ciò possa 
conciliarsi con quella prudenza nella concessione del credito ,. 
che deve essere la norma suprema di ogni istituto di depositi. Un 
artiere, un piccolissimo fabbricante, i quali volessero perfezionare 
i loro metodi di lavoro, avviare qualche impresa nuova, e mancas- 
sero di capitale, dovrebbero aver la facoltà di presentare la loro 
domanda alla Banca mutua ; essa la passerebbe per esame 






368 PRESAGI 

a un Comitato tecnico composto di rappresentanti delle Società 
di mutuo soccorso e di propri consiglieri, incaricati di vagliare 
r onore, l' ingegno di chi chiede e la serietà dell' impresa. Se 
l'effetto dell'esame l'osse propìzio, si darebbe una sovvenzione al 
massimo sino a 2000 lire e l' obbligo dei rimborsi si graduerebb e 
in modo che nei primi mesi non si pagasse nulla e, più l'im- 
presa si svolge, più crescesse la somma che deve restituirsi. E 
la ragione dell'interesse dovrebb' essere mite, interdicendosi In 
Banca in cotali affari ogni lucro. 

Alcuni patroni benemeriti vigilerebbero gli accreditati sul- 
l'onore per somme rilevanti e avrebbero la facoltà di proporre 
che si rescindesse il prestito, se si dedicasse a uso diverso da 
<|uello indicato. 

Non m'inganno sicuramente presagendo che un'operazione 
condotta con siffatti criteri e con intelletto di amore non mette- 
rebbe a repentaglio il capitale della Banca. Solo per squisitezza 
di malleveria si potrebbe ogni anno sul fondo di beneficenza 
assegnare una somma a titolo di assicurazione del prestito 
sull'onore in cotal guisa ampliato, intesa a far fronte alle per- 
dite eventuali e maggiori del consueto. Così sarebbe curata ogni 
cautela a favore della Banca e dall'altro canto nessuna scintilla 
di operosità o d'ingegno si spegnerebbe, nessun disegno serio si 
frastornerebbe per difetto di mezzi; ogni animo capace di opere 
libere e nuove, anche in modeste proporzioni, più non accuserebbe 
la sua povertà e il duro destino. 

Ai buoni lavoratori il nuovo istituto prometterebbe pace e se- 
renità, e la speranza, che dà le ali all'anima, farebbe a loro 
intravedere il migliore avvenire che ricercano. Bisogna che la 
Banca popolare ogni anno additi parecchi proletari trasformati 
in proprietari grazie al credito distribuito con cauta generosità : 
questa dev'essere la sua ambizione eccelsa. E con eguale liberalità 
essa deve ajutare la costruzione delle case operaie a centinaja 
e non più a diecine, come ha fatto finora, assecondando i filan- 
tropi e il Governo che a sì alto scopo assegnassero in dono il 
terreno o lo cedessero a patti mitissimi (1). So che la Banca non ha 



(1) La benemerita Società Ediflcatrice delle case operaie ottenne la medaglia d'argento 
all'Esposizione , e promette assai, quantunque sia negli inizi. 



PRESAGI 369 

bisogno ne di consigli, né di sproni: quanto lia fatto pel prestito 
snll'onore e per le case operaie malleva quello che farà. Quando 
i suoi bilanci sono così floridi, essa può imprendere con tran- 
quillità ciò che in altre condizioni potrebbe parere temerario. 
Così vorremmo che alle Società di mutuo soccorso offrisse di tenere 
il loro peculio a una ragione d'interesse più alta del consueto, al 5 
}). 100, per esempio; vorremmo, insomma, che s'immergesse sempre 
più in quell'atmosfera operaia nella quale ebbe vita e alimento 
e che l'ha impregnata d'influenze sì salutari. 

Le istituzioni di previdenza devono lasciarsi signoreggiare 
da altissime idealità; è il solo modo di salvarle dalla putredine 
degli interessi materiali, che la crassa prosperità ingenera più 
che la mediocre fortuna. Così perchè le società operaie del Con- 
solato, lasciando da parte la politica che divide e inasprisce gli 
animi, non pensano, sull'esempio delle società operaie di Bologna 
premiate colla medaglia d'oro all'Esposizione, a costituire una 
Cassa di pensione per la vecchiaja , a cui si federino tutti i sodalizi 
della provincia di Milano e che abbia una esistenza giuridica ed 
economica distinta; mercè i grandi numeri degli operai assicurati, 
equamente proporzionando ed equilibrando il loro tornaconto colla 
fortuna del nuovo istituto? 

Così i sodalizi di mutuo soccorso non prò ved crebbero più di- 
rettamente né alla vecchiaja, né alla inabilità al lavoro; ma 
potrebbero essi assicurare i loro soci presso casse provinciali isti- 
tuite per quegli infortuni, ai quali con intento liheraìe possono 
provvedere anche i fabbricanti. 

Ma guai se ciò si voglia fare col fine di un accentramento mo- 
struoso, dominatore e socialistico, che aggioghi gli operai allo 
Stato! (1). 

L'industria moderna ha i suoi feriti, i suoi mutilati, i suoi 
morti, come la guerra; e bisogna che istituzioni salde e perenni 
proveggano a questi gloriosi militi del lavoro! Quale esempio 
stupendo si darebbe se gli operai e i fabbricanti principali di 
Milano si adunassero d'amore e d'accordo per studiare i modi 



(I) Nella Commissione governativa ho esposto d'accordo cogli onorevoli Berti Ferdi- 
nando, Fano e altri amici un disegno che tempera quello di una Cassa centrale unica dello 
Sta'o. 

Milano. — Voi. III. 25 



370 PRESAGI 

più efficaci di assicurare agli onesti lavoratori la pensione di 
vecchiaia e d'inabilità al lavoro! Un frammento di così grande 
studio lo troverebbero nelle assicurazioni ordinate a favore dei 
suoi operai dal Sutermeister di Intra premiato all'Esposizione 
per questa esperienza di carità sociale. Le due Associazioni ope- 
raie maggiori di Milano piglino l'iniziativa e i fabbricanti le as- 
seconderanno sicuramente! 

E grandi riforme si attendono nelle evoluzioni progressive 
degli istituti di beneficenza, quantunque si sieno già segnalati 
a Milano per notevoli progressi. 

Ma è grave, a mo' d'esempio, l'accusa di case coloniche tenute 
in pessimo modo, dove lacrima la neve sul letto della povera e 
smunta famiglia, e appartenenti a istituti pii. Il fìttajolo dice 
che spetta provvedere al proprietario, e il proprietario, che è 
un istituto di beneficenza, non provvede! 

Intanto è commovente questo alito di carità sociale che spira 
nelle piccole borgate agrarie del Milanese e pensa a prov- 
vedere di pane salubre i contadini. Ma, oltre che al pane, 
bisogna pensare al tetto domestico e ricordarsi che finisce la 
libertà economica ove cominciano le imperiose necessità del- 
rigiene (1). 

Però il modo più efficace e più utile di provvedere all'operajo 
è l'intensivo aumento dell' industre operosità della patria. Con- 
siderata da questo aspetto Milano fa il dover suo insieme con 
quell'altro fuoco dell' attività nazionale , che è Torino; e se 
tutti gli altri centri seguissero queste orme gloriose, l'Italia 
non sarebbe troppo lontana dagli Stati più provetti. Milano ha 
rivelate attitudini notevoli nelle grandi e nelle piccole industrie 
e, purché il lavoro si divida e si coordini più razionalmente, è 
destinata a certa altezza. 



(1) Quando si esaminano le condizioni delle case coloniche nell'agro milanese e pavese 
si avverte subito la necessità di forti istituzioni aiutate da leggi sagaci. E s'imagini 
come debbano essere infelici le condizioni della case coloniche in altri luoghi. 

11 Bandini, uno degli iniziatori della libertà economica nel secolo scorso, nel suo ragiona- 
mento sulla maremma toscana, voleva che una legge generale d'igiene obbligasse i padroni 
a dar vitto e tetto sani ai contadini. « Vorrei dunque esigere dai padroni della semente questo 
dazio indispensa^jìle di dover trattare questi miseri secondo quella discrezione e carità che 
venisse loro prescritta da una legge generale, obbligandoli ancora a condiscender che si 
prendano qualche ora di riposo nelle ore pih arrostite 



PRESAGI 371 

Non vi è grande industria chimica, tessile o meccanica, nella 
quale essa non abbia l'attitudine di primeggiare; e nelle piccole 
industrie ha quello spirito parigino, che dà risalto air artiere 
artista. Nei concorsi ministeriali per le nuove industrie e per 
le nuove esportazioni ha tenuto un posto cospicuo. 

Quante iniziative per grandeggiare veramente non si potreb- 
bero prendere a Milano ! Perchè non si promuove un convegno 
di costruttori meccanici a fine di fissare fra loro i principi ra- 
zionali di una miglior divisione di lavoro, la quale servirebbe 
di norma anche al governo nella distribuzione del materiale di 
ferrovie, di guerra e di marina? Un appello che movesse da Milano 
quando ancora sono vive e calde le inspirazioni della presente 
Mostra, sarebbe ascoltato. La interruzione dei lavori cagionata 
da commissioni date alla spezzata e scarse, e la varietà dei 
prodotti ai quali ogni officina è costretta a dedicarsi, sono la 
cagione principale del magro profìtto dei nostri opifìci mecca- 
nici e della relativa loro inferiorità. Questo convegno di costrut- 
tori meccanici, regolandosi col criterio delle commissioni del 
governo, dovrebbe determinare praticamente i tipi di ofìiìcine per- 
fette, aiutate dal metodo della divisione del lavoro, continua- 
mente operose e pregiate di prodotti eccellenti al miglior mercato; 
allora il problema dei dazi scemerebbe d' importanza nella misura 
in cui sarebbe cresciuta la superiorità tecnica della produzione 
nazionale. L'industria delle locomotive, a mo' d'esempio, è lan- 
guita sinora in Italia perchè di consueto si comperavano airestero. 
Persino le piattaforme, le gru e i segnali a disco si facevano 
venire dalla Francia! Così, mancando la certezza di poter ven- 
dere, il lavoro nazionale è proceduto tisico. E anche oggidì troppe 
ofìlcine fanno le locomotive e nessuna vi si dedica esclusivamente 
e con tutti i mezzi occorrenti all'uopo. 

Un'ofìicina montata in modo tecnicamente perfetto potrebbe 
produrre una locomotiva per settimana. E ora , su per giù, vi 
sarebbe posto per due opifìci importanti. Uno potrebbe essere 
quello dell'Ansaldo, l'altro di Pietrarsa. Ma all'Ansaldo occorre- 
rebbe la spesa approssimativa di mezzo milione per costituirsi in 
modo di dedicarsi esclusivamente alla costruzione delle locomotive 
e non potrebbe farlo senza questa previa mappa industriale 
della distribuzione dei lavori yneccanici. Un convegno di costrut- 



372 PRESAGI 

tori meccanici a cui intervenissero col proposito di conchiudere 
i Ministri dei Lavori Pubblici e del Commercio, senza teatralità 
esteriori, avvierebbe seriamente alla meta. Se l'Esposizione dì 
Milano non lasciasse in eredità disegni arditi e concreti di tal 
fatta, l'effetto non corrisponderebbe alle speranze. I fabbricanti vi- 
vono troppo isolati e sospettosi gli uni degli altri, al pari dei ban- 
chieri. Come la Camera delle compensazioni deve collegare questi 
ultimi, le grandi iniziative a profitto comune somiglianti a quelle 
che si sono additate, devono collegare i primi. È uopo che si re- 
spiri continuamente e liberamente in un'atmosfera salubre di studi 
e di applicazioni industriali, e non solo nel breve ed effimero 
periodo dell'Esposizione. Ogni industria ha i suoi problemi es- 
senziali che richiedono la collaborazione di tutti i competenti. 
E per chiarire questo pensiero con un fatto luminoso, vorrei che 
a Milano si riproducesse in forme italiane 1' esempio stupendo 
della Società Industriale di Mullhouse e gli uomini egregi che 
hanno preso l'iniziativa della nostra Esposizione non dovrebbero 
riposare insino a che non avessero concretato questa nuova im- 
presa. Le Esposizioni non valgono gli sforzi che hanno costato 
se non infervorano a fondar istituti di utilità permanente. Non de- 
vono lasciar soltanto libri e ricordi languidi. Mentre si scrivono 
queste pagine, a Mullhouse si studiano tutti i più difficili problemi 
della filatura, della tessitura, dell'arte tintoria, della meccanica, 
coir alto intento di consolidare la prosperità generale, e segna- 
tamente quella degli operai. Si chiede all'entusiasmo del lavoro, 
del quale gli alsaziani s'inebriano, l'oblio delle sventure politiche. 
Un ideale fine ed eletto, come un Nume ignoto, li affatica e fa- 
vorisce le aspirazioni comuni. 

La società industriale ricerca i problemi più delicati e nuovi 
della filatura del cotone e della lana, studia le macchine più 
acconcie a disporre ogni specie di cotone e di lana in modo 
più conveniente per la pettinatura. Il punto vitale della ricerca 
è nella loro idoneità ad aprire a sufficienza 11 cotone e la lana,, 
a togliere la polvere e le sostanze impure, a formarli in fiocchi 
pieghevoli all'azione àeWdi pettinatrice, senza romperne, indebo- 
lirne deteriorarne i filamenti, costando meno e producendo 
meno residui che non lascino le macchine sinora adoperate. X^a 
cura sottilissima è nel lasciar giù meno residui inoperosi e nel 



PRESAGI 373 

trarne il massimo profìtto. E si affinano le indagini per la sco- 
perta di un nuovo apparecchio destinato ad arieggiare le sale 
<li filatura e di tessitura in modo che il grado di umidità si 
fìssi al punto in cui il lavoro si faccia più facile senza ingenerare 
correnti nocevoli alla fabbricazione. Tutto si pesa, forza, aria, 
luce, in questi giganteschi elementi di precisione che sono le 
grandi officine moderne! Persino dove sono i primi, anzi perchè 
si sentono i primi, gli alsaziani hanno l'inquietudine dei mag- 
giori perfezionamenti. Da ciò traggono il desiderio di immaginare 
nuove varietà di tessuti di cotone da sostituirsi a tessuti composti 
di altre materie più pregiate; e perciò è massima la tensione 
degli studi intesi a migliorare la stampatura. 

Cercano ora quei pionieri delle industrie una nuova macchina a 
cilindri che consenta di stampare perfettamente almeno otto colori 
in una volta. Come si sa, l'impressione con un gran numero di cilin- 
dri piglia ogni dì più una maggiore estensione; ma le macchine a 
cilindri coi sommi vantaggi della nettezza nella stampa, dell'esat- 
tezza del contorno, hanno non lievi inconvenienti. I colori de- 
posti sulla stoffa dai primi cilindri, coi quali essa è in contatto, 
si estendono passando con una forte pressione sui cilindri suc- 
cessivi, e si reimprimono sulla parte non scolpita, il che al- 
tera la varietà dei colori e la loro intensità. Come si pos- 
sono togliere cotali difetti? E per asciugare i tessuti perfet- 
tamente quanti esperimenti, quanti studi, quanti concorsi non si 
avviano in questo momento col fine di ottenere che non si coaguli 
troppo presto l'apparecchiatura, o che la stoffa non ne contragga 
vizi di pieghe e di traccio indelebili. È con tutte queste squisitezze, 
con questo studio di tutti i particolari che si rimane l'Alsazia , 
cioè, un paese alla testa dei progressi industriali del mondo. Quanto 
minute, precise si continuano le indagini sulla composizione e sul- 
l'applicazione dei colori, qual mirabile accordo fra la scienza e l'arte! 
Si vorrebbe sostituire un altra sostanza nella industria delle tele 
dipinte all'albumina secca delle uova; si cerca di scolorire l'albumina 
del sangue, poiché la sua colorazione ne impedisce l'uso in tutte le 
diverse applicazioni e la rende atta soltanto alla fissazione di certi 
colori. L'imbianchimento della lana e della seta, argomento di ri- 
cerche solitarie e notevoli a Biella e a Como, occupa in Alsazia i 
migliori ingegni tecnici. È incompiuta ancora l'arte d'imbiancare 



374 PRESAGI 

queste due fibre preziose e le operazioni reiterate per le quali proce- 
dono le lane e le sete bastano a mala pena a digrassarle e a dimi- 
nuire la loro materia colorante, senza distruggerla interamente. 
Le lane e le sete di bianco aspetto traggono il loro candore 
più dalla qualità intrinseca della materia prima che dall'effetto 
dell'imbianchimento artificiale. Occorre un processo che provi 
bene su tutte le specie di lana e di seta, senza miscela di az- 
zurro col quale si simula il bianco, che regga alla vaporazione di 
un' ora e non neccia ai colori di stampa. Così non si è riuscito 
ancora a togliere ai tessuti di cotone greggio tutte le sostanze 
amilacee , senza alterarli o senza spesa soverchia. Si va dallo stu- 
dio profondo e sperimentale delle diverse qualità di cotone e del 
loro adattamento a lavori diversi sino alla ricerca di un modo 
speciale d'inchiostro che contrassegni i tessuti adatti per la 
esportazione; le cose maggiori e le minori si avvicendano, tutte 
paiono e sono invero importanti, quando riguardano la perfezione 
dei prodotti. 

E il discorso si farebbe troppo lungo se si volessero indicare tutte 
le altre indagini sui colori, sulla composizione dei cilindri per 
la stampa col doppio intento della bontà maggiore e del mag- 
giore buon mercato. Nella meccanica ci vorrebbe un libro per 
indicare i progressi e le aspirazioni di ogni specie. Basti un solo 
esempio. Noi abbiam salutato come un lietissimo avvenimento 
l'introduzione di un'industria nuova a Intra, delicata e feconda 
di applicazioni, il ricamo a macchina. Ma è una fabbrica sola! 
Un alsaziano, l'Heilmann, inventò la prima macchina pra- 
tica per ricamare , la quale ebbe tanta fortuna che si è in- 
trodotta in più luoghi della Francia e della Svizzera. E oggidì 
la macchina Heilmann perfezionata, meno costosa, più artistica si 
applica in Alsazia con nuovi progressi nella fabbrica di tendine 
meccaniche di Noack Dollfus. 

Il genio dell'umanità aleggia su tutti questi progressi e 
li benedice. Quei fabbricanti assidui, implacabili , che dirigono 
tutte le forze e ne traggono profitto, non hanno disseccato il 
loro cuore, gioiscono quando possono studiare un modello più 
eletto di case operaie, o trovare un mezzo più sicuro per preve- 
nire gli accidenti delle macchine nelle officine. È mirabilmente 
costituita e robusta la società per prevenire gli accidenti delle 



PRESAGI 375 

macchine, che Milano dovrebbe immediatamente imitare, voltando 
in italiano e divulgando a migliaia i manuali che si preparano in 
Alsazia e s' intitolano : Plus d' accidents par les trasmissions, 
Plus d' accidents aux Batteitrs, Plus d\iccidents aux cardes, Plus 
d'accidents par les étirages otc les bancs à hroches, Plus d'acci- 
dents par les matìères à fìler^ ecc. ecc. Così quei fabbricanti metà 
p ;r filantropia, metà per calcolo, o meglio mossi soltanto da filan- 
tropia ricompensata dal tornaconto, appagano le legittime aspira- 
zioni dei loro operai, sentono la responsabilità della ricchezza e 
della potenza , hanno cura d'anime. A tale scopo prediligono, 
onorano e additano alla pubblica ammirazione coloro che meglio 
dispongono le loro macchine e le assicurano. Imperocché più 
questi giganti inesorabili si moltiplicano , più veloci divengono i 
loro movimenti, più crescono i pericoli. Ogni industria ha i suoi 
guai speciali: la sega circolare dev'essere disposta in modo che, 
permettendo di adoperarvi legni di diversa dimensione, pur sia 
meno pericolosa; i pettini circolari nelle macchine di preparazione 
per la filatura della lana, moltiplicando i pericoli, assottigliano 
l'ingegno dei fabbricanti a vincerli. E nelle scuole, nel risparmio, 
in tutti i progressi morali , intellettuali e materiali possibili 
ferve lo spirito del bene. 

Così l'industria si spiritualizza, si tramuta in apostolato e in 
sacerdozio ! 

Non è vero , egregi promotori dell' Esposizione nazionale, 
non è vero, coraggiosi fabbricanti, ottimi giurati, che questo 
quadro di una città piccola a paragone di Milano, ha la 
virtù di tagliare le ali del nostro orgoglio, di moderare i nostri 
entusiasmi , di farci sentire ciò che non siamo, di farci vedere 
ciò che ci manca? Vi è qua e là qualche grande fabbricante, 
il quale conosce tutti i progressi della sua industria, ma man- 
cano ancora le condizioni organiche e comuni, che fanno la gran- 
dezza dell'insieme. In generale si pigliano le mosse per giungere 
a quel punto donde i grandi pionieri dell' industria moderna 
spiccano il volo a più eccelse mete. 

Quanti problemi di vitale importanza dovrebbero anche a 
Milano divenir lo studio di tutti e non rimanere la solitaria 
meditazione di pochi! Li accenniamo, a modo di esempio; in tanta 
copia si affollano alla mente. 






37G PRESAGI 

Milano deve con vigilante assiduità adoperarsi a conservare 
il suo posto eminente nel movimento commerciale e a tale scopo 
nella lotta che accanitamente e secretamente si combatte fra il 
Monte Bianco e il Sempione, deve adoperarsi a che prevalga il 
Sempione, la via secolare dei suoi traffici colla Francia. Al qual 
proposito abbiamo udito con vera compiacenza dal sindaco Bo- 
linzaghi come per iniziativa delle rappresentanze del Comune 
e della Provincia siasi costituito un Comitato che studierà 
un progetto di facile accesso alla galleria del Sempione. Ma 
occorre insistere ; e deputati e amministratori , non solo del 
Comune e della Provincia di Milano, ma di tutta la Lombardia 
debbono profittare di questo momento in cui nessuna quistione 
è vulnerata vegliando attentamente a che non si rinnovino 
pel nuovo valico le delusioni, le quali si sono sofferte per gli 
accessi al Gottardo e più ancora pel tracciato dello Spinga. 

Milano deve preparare magazzini generali per depositi a 
custodia delle merci, costrutti all'inglese senza lusso, ma con 
tutte quelle comodezze e quei perfezionamenti che agevolano il 
movimento dei prodotti e lo rendono meno costoso. 

Milano deve studiare con intensa cura la quistione del Na- 
viglio non solo dal lato igienico, ma anche dall'aspetto indu- 
striale. Così è troppo scemata omai la navigazione dei nostri 
canali; non- converrebbe esplicarla o sopprimerla traendo pro- 
fitto a scopi industriali delle forti cadute di acqua prodotte 
dalle conche ? 

Sede principale del commercio serico e centro d'importantis- 
simi interessi agrari, Milano non deve limitare la sua azione 
entro la cerchia delle sue mura, ma volgere lo sguardo eziandio 
al territorio che la circonda e riflettere alle concorrenze che 
l'Asia, da noi educata alla civiltà, può fare a quei due impor- 
tantissimi nostri prodotti che sono i bozzoli e il riso. Il Giap- 
pone e la China allestono filande, l'India e la Birmania pileranno 
il riso al pari degli Europei. A queste concorrenze, già forti o 
incipienti, ma che potrebbero diventare formidabili in appresso, 
conviene prepararsi , svolgendo sempre più la torcitura e la 
tessitura delle sete, conservando quelle maestranze che costi- 
tuiscono la nostra forza , perfezionando la brillatura dei risi , 
migliorando la fabbricazione dei formaggi, aumentando l'alleva- 



PRESAGI 377 

mento del bestiame ed estendendo la coltivazione del tabacco. 
Ci si dirà forse che i nostri allarmi pajono eccessivi; in parte po- 
tranno anche esserlo, ma guai a chi non sente inquietudini per 
l'avvenire della patria! 

Res est solUciU piena timoris amor. 

L'amore è composto di vigili affanni! 

E nelle industrie dovrebbe essere continua, sottile, amorosa 
la sollecitudine a favore delle piccole industrie, poiché nelle of- 
ficine modeste è maggiore l' accordo tra il padrone e l' operaio, 
e spesso l'artiere si tramuta in coadiutore, in consocio e in 
comproprietario. A tale scopo dovrebbesi rinforzare le scuole 
professionali a favore degli operai ora troppo disseminate nelle 
Società di mutuo soccorso, le quali scarseggiano di mezzi, per 
quanto la buona volontà le ajuti e le infiammi. Vorrei che 
a Milano sorgesse nella Società d'incoraggiamento un Museo 
tecnologico delle piccole industrie^ nel quale si esponessero e si 
illustrassero tutti i mezzi tecnici perfezionati e ingegnosi, dei 
quali la piccola industria potesse giovarsi per reggere a parità 
di condizioni nella fervida gara colle industrie maggiori. A que- 
sto fine eminente la Germania ha celebrato teste ad Altona 
una esposizione dei piccoli motori, strumenti, macchine-utensili 
{machine S'Oiitils) idonei a rinforzare la piccola industria. 

E non si finirebbe più se si volessero esprimere tutti i pen- 
sieri che balenano quando si contempla in ispirito la nostra 
Esposizione, tutte le speranze che si celano nella presaga 
fantasia. 

Milano ha l'obbligo di raccogliersi in meditazione modesta, 
di mutare la nota passando dall' inno all' austerità. Intuoni 
Vexcelsior, ma affermi chiaramente col suo contegno che l'Italia 
economica non è giunta ancora a mezza costa ed è lontana 
la cima irradiata dal sole del mattino. Non sciolga il fascio 
degli uomini egregi che si associarono per promuovere la Espo- 
sizione; la Camera di commercio, la Società d'incoraggiamento 
ne ereditino lo spirito vitale e progressivo , si pongano a cal- 
deggiare le istituzioni, a studiare i progressi , i quali saranno 
la fiamma della favilla che si è ora accesa. 






378 PRESAGI 

La mediocrità anche aurea non si addice a coloro, i quali nelle 
lodi schiettissime che hanno ottenuto, avvertono che vi si mesce 
alquanto di ammirazione derivata dalla incompetenza. Imperocché 
l'ammirazione alle esposizioni è composta in parte di saviezza 
e in parte d' ignoranza. Milano, sceverando 1' essere dall'appa- 
renza , il merito vero dai vanti eccessivi, saprà meritare con 
nuove opere e degne il posto di capitale dell'Italia economica, 
che in questa occasione le fu decretato dal verdetto della co- 
scienza nazionale. 



Alla vigilia della chiusura rìelV Esposizione, 
Il 30 Ottobre 1881. 



L. LUZZATTI. 



CONCLUSIONE 



Gli è tre mesi, a non contar gli anni, ch'io cerco una con- 
clusione. E la conclusione pel Mediolanum l'ho trovata ier sera 
a Venezia. La Piazza di S. Marco riscintillava come uno scrigno 
di pietre preziose, coronata da quel trionfo di cupole campate su 
un cielo di zaffiro orientale, popolata da palazzi storici su cui 
sventolavano le bandiere di tutte le nazioni , affollata d'uo- 
mini illustri convenutivi da ogni paese come ad un sogno di 
pace universale. Tra i mirallegro e le salutazioni alternate in 
vario favellìo, tra le descrizioni de' passaggi alpini e i ricordi 
delle fermate lungo quella splendida collana di città, che s'inna- 
nella da Torino a Venezia, cascano a parlare anche di Milano. 
Io chino la testa, ed ascolto. È una conversazione moltilingue, a 
razzi di parole interrotte e riafferrate tra l'incrociarsi di escla- 
mazioni ammirative e di festevoli strette di mano. Io sento, e 
traduco. 

Vi ci siete fermato? — Il tempo di dar un'occhiata al Duomo. 
— E che altro c'è a vedere ? — Case vecchie e case nuove. — 
E anche il Duomo mi si è ramminchionito. — Vero ! la facciata^ 
messa in piazza, par che voglia rimpiattarsi nell' interno del 
tempio. — Quel piazzalone sgheronato somiglia ad uno sban- 
damento di strade, che scappan via d'ogni parte per non vedere 
il Duomo in ginocchio. — E li addosso gli si spalanca la bocca della 
nuova galleria. — Un grand'ambulacro mozzo, una scenata coreo- 
grafica in rilievo di cartapietra. — Altra cosa l'Esposizione ! - 



380 CONCLUSIONE 

Ricca. — Volete dire, abbondosa. — Un ripieno di quadri e 
di cornici. — E il meglio è proprio l' incorniciatura de' giar- 
dini. — Que' rappezzi di gallerie sono incastonati benino tra i 
vecchi alberi, che ne morranno di gloria. — È una vigorosa 
ponzata, che fa onore all'Italia. — E ne ingrassano i Mila- 
nesi. — Popolo bonario, operoso, modesto. — Fra Modesto 
però in cuor suo vorrebbe, dicono, diventar priore. — Perderebbe 
il paradiso. — L'aurea mediocrità d'Orazio sta bene alle città, 
come a tutti quelli che vivono per viverci. — Narrano che vi 
sia infatti un rilevato e saporoso mangiare. — La vecchia mar- 
sigliese lombarda: unto il piattello, stracciato il mantello. — 
Cantavano così nel cinquecento; adesso non ne trovereste più 
uno di quei gloriosi straccioni del Calotta. — Attilatuzzi piut- 
tosto. — Caricature delle nostre caricature. — Fin le mandrie 
de' prati suburbani, lustre di pelo , ruminano erbe succulenti e 
stallano agiatamente. — Meglio assai de' vangatori del contado. — 

— Se questa è vita, vita sia! — Dite così anche voi altri Ma- 
giari: Extra Ilungariam, non est vita, et si vita non est ita. — 
Già! da per tutto altrove si muore, e laggiù chi respira si sente 
vivere. — Beata nostalgia. — Chi si contenta gode. — Libri 
però e librai ad ogni cantonata. — Sicuro: l'aria grassa mena 
zanzare e giornalisti. — V è anche, dicono, buoni studi. — 
Studi sodi. — Di trippe incoronata e cervellate cantava a suoi 
dì l'Aretino. — E, anche oggi, cervello ci vuole, sopratutto per 
digerire. — E non bere acqua. — E trovar vino che sia vino 

— E che non abbia parentela col Naviglio, il padre delle marcite. 

— Padre di Milano, dite piuttosto, che lui ha carreggiato i gra- 
niti e le selci, onde s'assodarono le vie pantanose, e si popolarono 
di colonne monolitiche i tanti cortili, che vorrebbero dar aria di pa- 
lazzi alle case di Milano. — Belli i cortili. — Ma senza Corte. 

— Non però senza granaio. — Una campagna di miracolosa 
ubertà. — Non trovereste altrove terreno più eguale, più supino, 
più sdraiato di questo. — Vittor Hugo, che ha il privilegio 
d' aggettivare i nomi , lo chiamerebbe paese ventre. — Fatto 
per ingrassare e partorire. — E pure v' ebbe chi vi trovò 
l'Atene moderna, la nuova Roma, perfino la Parigi d'Italia. 

— Ne riderebbe anche Menenio Agrippa , l' apologista della 
pancia. — 



CONCLUSIONE 381 

E via di questo trotto, travestendo in bugie a:iche le verità. 
Io non sapeva che ben fare. Non amo nessuna maniera di guerra, 
e meno d'ogni altra la guerra di ciancio. Ma siccome v'era più 
d'uno che mi spiava con aria interrogativa, io m'accontentai di 
rispondere, che in Francia un^ illustre buongustaio m'aveva in- 
segnato come le donne parigine non abbiano bisogno d' esser 
belle per piacere. Capirono subito il francese : e vennero i cor- 
tesi correttivi. 

— Sicuro: se non v'è troppo da vedere, v' è compensi assai. 
Visibilissima la pulitezza delle vie, la cortesia degli uomini, 
la grazia delle signore. — Peccato non aver tempo e occasioni 
di giugnere alle dolcezze della vita domestica e della intimità. — 
V'è città buone a viverci, e città belle a vederle di passata. — 
Naturale che ai cacciatori di ruderi e di meraviglie, Milano, 
anche a petto di città minori, di Bergamo, per esempio, fiera- 
mente trincerata nella sua moribonda acropoli etrusca , o di Vi- 
cenza ringrandita dal genio di Palladio, possa apparire nulla più 
che una città usuale, borghigiana, rimpanucci^ta alla moda. — 
E qui si ricascava a lodare il buon senso, l'avveduta probità, la 
posatezza pianigiana, la lautezza ospitale e, via via, i pregi 
della virtuosa pinguedine. A questo punto , io che non amo 
certe allusioni, me la scantonai tra la folla. 

A casa trovai sul mio capezzale — voi sapete eh' io ho la 
fortuna d'esser uno dei sette dormienti — i volumi del Medio- 
ìanum : quattro volumi pesi , e di riniìanco le novellizie del 
Civelli e dell'Ottino, e le due magistrali antologie del Cattaneo 
e del Cantù, che quarant' anni fa diedero la buona mossa alle 
monografie di Genova, di Napoli e di Venezia; profetico testa- 
mento della vecchia Italia. Quanto volentieri avrei buttato tutto 
quel rifascio di libri in mezzo ai nostri giudici poliglotti! Ma 
libri italiani sarebbero stati come sassi gettati nel pozzo. 

Ed io, che rimuginando tutto il ciarpame erudito, di cui il 
Predari in un volume di settecento pagine riusci appena a 
darci una mezza bibliografia, aveva sperato di farmi onore del 
sol di Luglio, e di tentare i paralipomeni della grande epopea 
milanese ! 

Capisco. Chi voglia lasciarsi andar a tutti gli sdruccioli della 
memoria, e indugiarsi a tutte le erudizieni del cuore, non può 






382 CONCLUSIONE 

mettere insieme che un libro casalingo e quasi mi scappava 
detto un zibaldone di cucina. E allora avrebbero ragione d' i- 
gnorarci. 

V'è tante cose da leggere, tante da imparare, tante da di- 
menticare, che è impossibile trovar tempo e voglia di fermarsi 
al nostro Malcantone. 

Pure una volta vi ci fermammo tutti. L' andito più tappato, 
più scuro, più ignorato della storia milanese a un tratto ci si 
aprì, ci si allargò, ci si sfondò innanzi a contorni luminosi, a 
rilievi spiccati, a lontananze trasparenti. Tutto il mondo ha 
potuto vedere, tutto il mondo vedrà per chi sa ancora quanto 
tempo, presenti, parlanti, palpitanti i meneghini, che da du- 
cent' anni si erano dimenticati d' aver vissuto. Non è tessitura 
di colori e di parole, è una resurrezione 

Della nebbiosa verità più vera. 

Proprio così. E in questo momento non posso non pensare 
al Fiammarion, il teologo dell'Astronomia, il quale prese a di- 
mostrare l'onnipresenza della vita colla immensità dello spazio. 
Non vediamo noi il vivo scintillare di astri che potrebbero es- 
ser morti da migliaia d' anni? Non è questo un aver presente 
il passato? E chi guardasse la nostra terra alla distanza che 
la luce misura in sette secoli , non potrebbe incontrare vivi , 
viventi nello stereoscopio de'cieli, i nostri padri, che rifondarono 
Milano e combatterono a Legnano? 

Ebbene! codesta onniveggenza del cosmo divino è talora co- 
municata all'ingegno umano. 

Noi l'abbiamo avuto il miracolo. Alessandro Manzoni. Ma il 
profeta dopo la prima visione dubitò del suo cielo e respinse 
quasi tentazioni del maligno le anime che s'affollavano a rido- 
mandargli il battesimo. Ah! s'egli avesse osato, quante ispira- 
zioni che ora fuggono confusamente attraverso la nostra fantasia, 
come novulaglie stracciate dai venti, quanti affetti che ora danno 
inconsciamente la mossa ad oscuri istinti, avrebbero potuto pi- 
gliar luce di pensiero e forza vitale! Perchè tutti, cred'io, a 
volte sentiamo come un'eco lontano d'inesplorate profondità: 
reminiscenze trasformate in presentimenti; passioni delle quali 



CONCLUSIONE 383 

proviamo il calore, senza che ce ne sia nota l'origine, senza 
che ne possiamo indovinar l'oggetto; idee che, venute non sap- 
piamo d' onde , si agitano , si attraggono , vibrano in noi , 
come i vivi mozziconi d'un polipo tagliuzzato. In que' crepuscoli 
inesplorati e troppo spesso inavvertiti della coscienza, chi sappia 
leggervi con ostinazione d'amore potrebbe riafferrare il tenue ma 
infrangibile filo dell'atavismo spirituale, e attingere la vena re- 
condita della trasfusione dei sangui e della cognazione delle 
anime. 

E allora la storia si riviverebbe, dove ora appena si può sil- 
labare a spizzico. Ma noi temiamo i rapimenti dell'ascetismo 
creativo, e diffidiamo, come Malebranche, della fantasia, la matta 
di casa. Quante volte lungo le specchianti riviere de' nostri laghi, 
nel silenzio pensoso delle foreste orobiche non provammo anche 
noi quell'estasi vegetativa, che per molti secoli fu la vita ger- 
minale delle prime famiglie umane vissute nella solitudine delle 
palafitte lacustri, o all'ombra delle caverne trogloditiche. Quante 
volte camminando nelle alte erbe delle nostre praterie, in mezzo 
al riposato rigoglio d'una natura tranquillamente feconda, non 
ci sentimmo coevi di quegli Insubri, di cui Polibio celebrò le 
opulenti pascione e la rusticana ospitalità, e che onoravano come 
simbolo paesano la prolifica scrofa semilanuta. Direbbesi che nel 
pauroso naufragio dei tempi, di cui appena raccogliamo qualche 
frusto, la storia abbia talora una predilezione simbolica. I ves- 
silli radicati nel sacro suolo dei templi , gli Immobili, che non 
si traevano fuori se non a guerra di morte, e intorno ai quali 
le tribù abduane serrate come torme di cinghiali, sgominarono le 
legioni romane, non pajono un lontano preludio del carroccio ri- 
tuale, e delle barricate d'jer l'altro? Il primo cittadino milanese 
di cui. ci sia pervenuto il nome eufonicamente romanizzato, Va- 
lerio Leone, che ospitò Giulio Cesare, ci ricorda una disputa 
culinaria, da cui principiò il conflitto non ancora risoluto tra il 
burro alpino e l'olio appenninico. Capricci d'erudizione a cui 
succede un ricordo d' alta significanza, la coraggiosa fedeltà dei 
Milanesi alla proscritta memoria d'un loro benefattore, di Marco 
Bruto. Augusto rispettò quella nobile superstizione di riconoscenza 
e di pietà, che anche oggidì non si è smentita. Ma ogni medaglia 
ha il suo rovescio; e il rovescio della nostra medaglia romana 



384 CONCLUSIONE 

serba l'effigie del vitello d'oro nel nome inglorioso di quel riccone 
di Didio Giuliano, il solo milanese che sia riuscito ad arram- 
picarsi sul trono, comprando all'asta il diritto di morire impe- 
ratore. 

Par fatto a posta: proprio i quattro elementi; cocciutaggine 
d'amor patrio, emulazione di gola, altezza di cuore, e super- 
Ijia d'oro. 

Quasi quasi potremmo già concludere. 

Ma interroghiamo prima i più sicuri e più vicini auspici. 

Perchè mai Massimiano, l'Ercole pannonico, venne a trince- 
rare la sua corte soldatesca tra i pantani del Lambro e dell'Olona, 
mentre che aveva a poche miglia tre fiorenti colonie romane, Laudi 
Pompeja rallegrata dalle vivide correnti dell'Adda, i clienti della 
tribù Papia accasati quasi sul taglio della pianura dove si maritano 
i due grandi fiumi della Gallia Cisalpina, il Ticino e l'Eridano, e 
Novocomo, la città greco-romana, che prospettava le acque e vigi- 
lava le valli del massimo Lario? Perchè Costantino piantò in 
questo lento declivio di campagna, non indicato da nessun risalto 
di terreno, non visitato da nessun corso d'acqua someggiabile, 
la nuova Roma, la sede del Vicariato imperiale, al quale per sin- 
golare e provvida inversione fu imposto il sacro nome d'Italia 
nato sulle remote spiagge della Messapia, e riservato per tanti 
secoli alla penisola degli Appenni? Gli è che Mediolanum, quale 
pur sia la genesi della parola, è un'espressione geografica, anzi 
una forza geografica , che è quanto dire una potenza della 
natura. Le Alpi non si costudiscono sulle vette inacesse, né si 
ponno chiudere alle mille e girevoli termopili: bisogna o sca- 
valcarle per appostarsi sull'entrata, o aspettare agli sbocchi. 
Mediolano, il multivalvo, cresciuto sul crocicchio di tutte le vie 
Alpine, è come la tenda pretoria collocata al centro del gran 
campo transpadano, sul piano quadrivio delle strade militari 
interne. 

Massimiano aveva sciolto un problema strategico. Il ventaglio 
delle quaranta fiumane, che per vie controvallate e coperte scendono 
dai gioghi della cerchia montana, gli avevano insegnato quello 
che mostrarono poi d'ignorare Desiderio, Fabrizio Colonna e tanti 
altri, che piantatisi a sbarrare la soglia d'una porta, ne dimen- 
ticarono dieci aperte, e si lasciarono schiacciare tra l'uscio e il 



CONCLUSIONE ' '- 385 

muro. In faccia a tutti i valichi dell'Alpi, e non ficcato in una 
cruna, Massimiano consacrò a Milano, come ne è durata lunga 
tradizione nel popolo , l'Ercole terminale, palladio dell'impero. 
E siccome ciò che vale per la geografìa militare, vale anche per 
quell'altra scienza di guerra, che è la geografia commerciale, 
così la specola delle Alpi e l'ombilico della pianura doveva di- 
ventare e diventò il mercato e l'emporio della regione alpieridania. 
Onde, finché non ci manchi la terra sotto i piedi, possiam dire 
anche noi: vi siamo e vi resteremo. Perchè anche oggi, sebbene 
l'orizzonte siasi tanto allargato, e il mondo tanto impicciolito, 
chi abbia a tracciare la Rosa dei Venti economici, volere o non 
volere, bisogna passarci sull'uscio. Da Londra e da Parigi all'eu- 
ripo di Suez, da Lamagna e Svizzera, le prigioniere del conti- 
nente, al libero mare dei tre mondi, dalle lagune adriatiche ai 
valichi del Cenisio, o vogliasi anche del Monbianco, sempre le 
linee maestre tirano e s'incontrano lì, presso l'umile spiazzo, 
dove per generazione spontanea, o, come avrebbero detto gli an- 
tichi, per elezione di Mercurio viale, è nata una grande città, 
che vorrebbe bene poter scappare ai monti , ai laghi , al mare , 
ma che si sente inchiodata con borchie d'oro alle sue paludi 
ospitali. 

Diranno, m' immagino, che a tracciar in aria una sfera scon- 
finata, ogni punto può credersi centro. È la storia di tutti i 
giorni e di tutti gli uomini. Ma i punti cardinali dell'orizzonte 
commerciale non si piantano a capriccio, né a capriccio s' av- 
vallano i gioghi dell'Alpe: e chi ne studi a ragione di compasso 
e di lavoro dinamico le linee coincidenti non ha libertà di con- 
clusioni. Potete indovinarlo anche in quel geroglifico delle reti 
stradali, che vengono aggrovigliandosi intorno Milano, e dove 
si potrebbe leggere la storia delle nostre disattenzioni superbe 
e della quotidiana vigilanza degli emuli. S'è fatto a tira tira per 
molt'anni e se ne fa, credo, un micolino ancora, tanto che a 
volte mi pare sentir l'aria di quell'antico ritornello venutoci dal 
fondo del medio evo : a voler rifare V Italia hisognerehhe disfar 
Milano. S'è perduta testé la battaglia tra Castel Sèprio e la Bur- 
garia, e presto se ne potrà, m'indovino, perdere un altra tra Val di 
Scrivia e Val d'Orba, e forse una terza in Val d'Ossola agli sbocchi 
dell'antica strada del Sempione, di cui potremo mostrare come 

Milano. — Voi. 111. 2ìi 



386 CONCLUSIONE 

una mincliionatura l'Arco trionfale d'arrivo. Da contadi e da vii- 
late insorgeranno castellani e valvassori contro la prepotenza 
delle leggi d' attrazione e contro la tirannia delle linee rette. — 
Fatica gettata. Milano dorme; e il diritto divino della terra 
veglia per lui. Volete vedere ? Per incontrar Venezia che 
ci sta innanzi piana e a sol nascente, ci trascinarono per 
vent' anni su pei colli di tramontana , e per avviarci a Ge- 
nova , che è il nostro dritto mezzodì , vorrebbero girarci a 
ponente. Pure a dispetto di Sisifo e de'suoi puntelli, siccome 
il peso continua a pesare e la forza a costare denaro, si finisce 
oggi, si finirà domani a far pace colla meccanica e colla geo- 
grafia. Codesta è forse la ragione della paziente alterigia che 
ci fa tanto restii a guaire ed a pregare. E qui, non so perchè, 
mi ricorre alla mente una bizzarria del vecchio Tosti che era 
stato al Trocadero soldato della libertà prima di giugnere tribuna 
e profeta nel Parlamento Piemontese. Gli Spagnuoli, mi diceva 
egli un giorno, vinsero la gran guerra dell' indipendenza solo 
per virtù del generale Noimporta. Noi conosci tu ? Bisognerebbe 
chiamarlo in Italia invece di quest'equivoco Czarnowski (eravamo, 
perdonate! nel Marzo del 1849). Io rhe allora credeva di saperla 
storia, ne smemorava. Ed egli a dimostrarmelo. Quando si gridava: 
I Francesi hanno forzato i Pirenei, gli Spagnuoli rispondevano : No 
importa/ R-ànno occupato Ba.rceììon3.: No importa! Ci hanno battuti 
a Sommo-Sierra : iVo importo.^ Espugnarono Saragozza. No im- 
porta/ Entrarono in Madrid: No importa/ Hanno vinto, ma non 
ci hanno vinto / — V'è rimasta un po' di questa spagnoleria anche 
a Milano: un non curarsene, un' infischiarsene, o se altra v'è 
interiezione più sbracata, è spesso tutta la correzione dei nostri 
errori e la consolazione delle nostre disdette. Avevamo calzata 
l'augurosa corona del primo regno d'Italia: l'abbiamo lasciata 
cadere nel fango, scusandoci ch'era troppo pesante. Ci levarono 
di capo anche la corona di Lombardia : noi ce ne passammo 
dicendo che era troppo stretta. Il supremo tribunale di giustizia, 
che pareva volerci restituire l'antico vanto di capitale giuridica, 
ci fa un inchino e tira via: manco strascico di toghe/ Tutti 
i dicasteri centrali se ne vanno, e i congegni amministrativi, a 
cui dovevamo il miracolo d'esser caduti in piedi, vengono scom- 
pigliati e cancellati con fretta paurosa: non ne rincareranno i 



CONCLUSIONE • 387 

ti. Il sogno del gran politecnico milanese si* raffredda : ri- 
sparmio di dottoraggini. — K mano a mano si diventa provin- 
cia, nome insolente con cui non dovrebbe umiliarsi nessuna parte 
dell'Italia sovrana, e il Milanese risponde oggi, come al tempo 
di Franco Sacchetti rispondevano i nostri vecchi a quei bagat- 
telieri fiorentini che ci erano venuti a fidanza di ciurmare la gente 
^•rossa : A mi che fa? e che fa a mi? Comoda indifferenza, 
ironica longanimità, supina fiducia nel buon genio del luogo, 
gloriosa rassegnazione, che ci fa dimenticare la patria animale, 
come Cicerone chiamava il suo Arpino, per innalzarci alla patria 
del pensiero : c'è proprio un poco di tutto questo bene e di tutto 
questo male nella nostra signorile negligenza. 

Ed ecco che per la seconda volta mi par trovata la conclu- 
sione. Ma non ho proprio coraggio di chiuder l'oroscopo di Mi- 
lano solo con auspici geografici. È tempo di pensare all'anima, 
che del corpo n'abbiam parlato più che troppo. Vero che a dire 
armi e commerci si dice già pensieri ed idee : ma pensieri fati- 
cosi, idee ingorde, che per quella legge d'antitesi, la quale è 
una necessità della nostra mente, dovevano far nascere desideri 
di pietà e di pace. Omero celebra il Divino Achille, irresistibile 
e invulnerabile; il cavalleresco Medio Evo, prendendo l'Iliade 
a. rovescio, glorifica invece la vittima, e fa di Ettore il modello 
degli eroi cristiani. Milano, la piazza d'armi dell'imperatore Er- 
culeo, l'arsenale della Liguria e della Venezia, deve aver subito 
questa legge de' contrapposti, che poi ci si rivela continua anche 
nell'alterna fatica del suo equilibrio storico. Perchè mai Co- 
stantino, movendo contro Roma, ospite e tutrice di tutte le di- 
vinità, prima di lasciarsi alle spalle la Gallia Cisalpina, cerca 
propiziarsi i nichilisti del Mondo antico, e promette libertà ai 
confessori del Galileo iconoclasta? Un sagace mio predecessore 
nel secondo volume del Mediolanum ha già sospettato il pro- 
blema. Non v'ha dubbio. L'editto del 313 era, per dirla alla 
francese, una rivoluzione. Gravissimi devono essere stati i mo- 
tivi d'una sì momentosa novità. E perchè l'indulto provocatore 
fu bandito proprio a Milano? C'è da scommettere che nella città 
della vergine sacra, come secondo l'Alciato significava ai Celti 
il nome di Milano, trapelasse ancora qualche barlume dello 
spiritualismo druidico , e non vi avessero trovato facile ospita- 
lità di fede le frolle e carnose divinità greco-romane. 



388 CONCLUSIONE 

E siamo alla 'prima alba del cristianesimo sì propizia a'poeti^ 
sì difficile agli storici. Volete sentire come uno storico visionario 
descrive i crepuscoli della nuova fede nelle campagne insubriche? 
Ricopio le parole tali e quali senza scrupolo di plagio e solo 
colla vergogna di darvi ciarpe vecchie e dimenticate per roba 
nuova e da dimenticare. 

« Noi eravamo allora, non vi ricorda? compagni di schiavitù: 
e all'alba, coU'aguzzino alle spalle, s'usciva dagli ergastoli delle 
ville patrizie a mietere pel lontano cittadino i campi, ch'erano 
stati dei nostri padri e dove spesso, fra le alte messi, i vecchi 
mostravano, coperte d'edera e gommose di sangue, le magiche 
pietre su cui i nostri sacerdoti avevano sugellato invano la loro 
alleanza coi genii della terra. 

» Ancora mi par vedere, in fondo alle tenebre di diciotto 
secoli, fiammeggiar di luce infesta il sole romano sui radi e calvi 
alberi che negavano ai servi bifolchi fino il conforto del rezzo 
meridiano. Ancora mi par vedere , traverso le interminabili 
praterie errare malinconicamente le mandre retiche, che calavano 
ai guadi della scarsa Olona, o cercavano l'ombra delle siepi 
lontane. 

» Ancora mi par di trovarvi a sera, raccolti a rassegna del 
nomenclatore, sotto l'olmo capitozzato della villa, o schierati 
senza gioia e senza speranza intorno al povero altare di creta 
su cui fumicava il covone di paglia, avara offerta d'un padrone 
straniero a Numi stranieri. 

» Senza patria, senza lingua, senza famiglia, senza Dio : ecco 
quello che eravamo noi allora: e nessuno numerava i nostri 
giorni, ne sapeva i nostri nomi, e i nomi dei nostri figliuoli. 

» E così volgevano gli anni e i secoli; e col senso della me- 
moria si smorzava anche il senso del dolore; e noi passavamo 
su una terra che ci era divenuta straniera , curvi , pazienti ^ 
immemori, come il bue compagno delle nostre fatiche, e caro più 
di noi ai padroni ed agli Dei. 

» E un giorno, né dimentichino mai quel giorno i figli dei 
nostri figli! scese una voce nelle catacombe rusticane; gli 
schiavi dei triclini sussurrarono agli schiavi delle stalle, ì 
mandriani del Po ripeterono ai mandriani delle Alpi, che lon- 
tano , dalla parte onde viene il sole, era nato il Dio dei pa- 
stori, s' era rivelato il Dio dei poveri e degli schiavi. 



CONCLUSIONE 389 

» Un Dio paziente e forte, che si toglieva in collo la pecora 
malata e il fanciullo abbandonato ; un Dio che sedeva sulle 
piazze a ragionare colla povera gente, e sconfondeva nel tempio 
1 dottori e i sacerdoti , che predicava misericordia e prometteva 
giustizia, che onorava la povertà e comandava l'amore, che 
portava la consolazione agli afflitti e la pace a tutti ». 

E poiché mi rassegno all'umiliazione del ricopiare comporta- 
temi anche quest' altro furto. Gli è per dirvi che nella cronaca 
milanese, la quale a molti pare sbiadita e poco men che tri- 
viale , v' ha momenti che non importano solo all' orgoglio pae- 
sano alla coscienza nazionale, ma che hanno un'eco nella storia 
dell' umanità. 

« Quanti onesti sogni si sono sognati su questo palmo di 
terra, quanti pensieri fecondi si sono seminati in questo campo 
santo , dove , in duemila anni , vennero a riposare forse dieci 
milioni di cadaveri ! Qui per la prima volta la croce fu piantata 
davanti il pretorio; qui per la prima volta sventolò fra le aquile 
romane il sacro Labaro, che divenne l'insegna della nuova ci- 
viltà; sotto questo colonnato sublime, che ancora si ostina in 
piedi a testimonianza di miracolo, fu letto, or fanno presso 
a quindici secoli, il Decreto con cui Cesare domandava pace a 
Cristo; sulla soglia di questa basilica un magistrato del vec- 
chio diritto assunto al nuovo sacerdozio d'amore, osava per la 
prima volta insegnare ai padroni della legge e della forza la giu- 
stizia della misericordia e la sovranità della coscienza : presso 
questo presbitero s' apri il primo asilo pei fanciulli abbandonati, 
la casa degli innocenti ; da queste mura per la prima volta usciva 
la legione plebea , il pedonaggio degli artigiani , che rac- 
colto intorno alla nuova arca d' alleanza affrontò 1' urto dei 
cavalli feudali, e movendo, come una processione lustrale, 
lento e invincibile per le campagne, intimò guerra ai castelli 
e pace alle capanne : di qui levossi primamente il grido che 
convocava a comunanza civile i servi rustici : qui fu pensata la 
legge, che correggendo il rigore ciclopico dei domini isolati , 
accumunò a tutti i campi il benefìcio delle acque irrigue : qui, 
in tempi usi a volgere il vangelo in tormento bellico , fu ten- 
tata r umile cavalleria dell' industria e la frateria del lavoro ; 
qui fu gloriosamente sperimentata la federazione dei liberi mu- 



390 CONCLUSIONE 

nicipi: qui i poveri e gl'infermi ebbero un'ospizio, che fu il 
libro d'oro del nostro patriziato e la reggia dei nostri principi ; 
qui fu umanizzata la terra e incivilita la natura per forma che 
le ghiaie e i canneti della lacunosa Insubria diventassero la 
più popolata e ubertosa regione d'Italia; qui, a dir tutto, gli 
atti di fede furono atti di carità ; e le arti del disegno e della 
parola non trovarono, e quel che è più, non cercarono mai la 
bellezza scompagnata dalla bontà. 

» soavi teste virginali dei Luini e del Gaudenzio ! bionda 
generazione li'angioletti sorridenti di pietà! care e pensose im- 
magini che attraversaste le nostre anime giovanili , e profumaste 
le nostre primavere ! Creature concetto senza peccato nelle 
virtuose fantasie di Alessandro Manzoni e di Tommaso Grossi ! 
angeli custodi delle nostre fanciulle, che ricoverate sotto i vostri 
veli immacolati i cuori inesperti ; germi di vita, che discendete 
su un raggio di poesia ad incarnarvi nelle generazioni venture, 
pregate per questa patria che messa a si lunga e si dura prova, 
non perda la virtù delia speranza, né si vergogni de' suoi 
primi amori. 

» A noi, cred'io, non dovrebbe neppur venire la tentazione di 
rifarci a capo. Tiriamo innanzi: insistiamo: quel po' di caparra 
che già ne avemmo basta ad assicurarci che siamo sul filo d'una 
buona miniera. E s'io chino l'orecchio a terra, parmi sentir qui 
sotto brulicare insoliti pensieri e maturare anime grandi. 

» Non v'è nulla di finito, è vero : ma tutto è cominciato : visioni 
appena lineate, ma che già innamorano la mente, come quei de- 
liziosi paesaggi velati d'una luce azzurrognola, che i nostri leo- 
nardeschi lasciano indovinare nel fondo dei loro quadri. Là ci 
conviene andare, amici! là, dove è abbozzata la patria del no- 
stro cuore! là, dove le vigorose punteggiature del Verri e del 
Beccaria aspettano chi metta mano a contornarle e colorirle f 
là dove troveremo tante vite modeste e feconde, che meritereb- 
bero d'esser continuate, tante anime eroiche che dovrebbero es- 
sere trasfuse in istituzioni perpetue. 

» Ond'è mai che in quest'angolo di terra, dove vennero a sca- 
ricarsi tutti i tempi maligni, i migliori ingegni hanno sempre 
trovato parole di vita, e oneste ispirazioni di cuore? Gonfron- 



CONCLUSIONE 301 

tate la santa arguzia del nostro Parini , con quei tre tempo- 
rali poetici dell' Alfieri , del Monti e del Foscolo ; confrontate 
lo scherno del Porta, profondo anche in mezzo alle più bisbe- 
tiche giullerie, purificatore anche dove sdrucciola nel fango, pie- 
toso anche dove non par ricercare che il riso ; confrontatelo colle 
baje spensierate, col morso villano, colle distillature degli altri 
poeti vernacoli; confrontate il nostro Manzoni cogli arcangeli 
della poesia moderna, col Goethe, col Byron, col Leopardi, con 
Mickiewicz, con Hugo. Non è ora il caso di paragonar la gran- 
dezza degli ingegni. Non vogliamo parlare che del metallo di voce, 
della vena onde spicciano i pensieri. Non sentite che tuono 
giusto, che nota schietta, che vibrazione intima e penetrante? 

» Scaviamo qui! scandagliamo queste profondità, di cui noi soli 
potremo trovare il filo nelle tradizioni domestiche, negli istinti 
ereditari del cuore: facciamo rivivere que' cespi, che appena 
diedero qualche fiore, ma fiori peregrini, che invano si cerche- 
rebbero nelle più sfoggiate ajuole; coltiviamo il pensiero colla 
paziente fiducia con cui i nostri agricoltori rinvangano ogni anno 
la terra ; ed io ho fede, che qui forse, qui più presto che altrove, 
si potrà trovare la parola e l'opera ispirata, che valgano a scio- 
gliere l'enigma crudele dei nostri tempi ». 

Un po' iperbolico, ma vero. Un nostro vecchio lo ha detto, e 
ripetuto: l'iperhole è l'essenza delV amore ; o per dirla tal quale 
coi bei versi del Maoror-i: 



'OD' 



L' amor, el ver amor, noi mett cuntée ; 

Chi veur ben noi cred mai d'ave faa assée. 

Ed io, per mio conto, sento d'aver fatto men che nulla. Ep- 
pure v' è tanto " da fare , tanto da rifare , tanto da rigustare I 
S'io non fossi lontano e impigliato in un mezzo esilio, vorrei 
rifustare le nostre biblioteche e cavarne un'antologia milanese. 
Perchè la nostra storia pare opaca solo a chi non la indovini 
attraverso la luce del cuore, attraverso il nostro cielo , così ma- 
linconico e pensati vo quando è brutto, così bello, come dice con 
pietosa ironia il Manzoni, quando è bello; bellezza che veduta 
una volta crea l'atmosfera dell'anima. Ma se, colpa la lingua rin- 
toppata, ci mancò, a' tempi rettorici, il sipario d'una storia clas- 
sica, e se anche ora non possiamo avere una storia viva, dia- 



392 CONCLUSIONE 

fana, popolare, come ce la potranno forse dare coll'andar degli anni 
i dizionari dell'uso, il rimpasto degli idiotismi, il quotidiano 
ponzar de' giornali, e sopratutto i materiali che verrà pubbli- 
cando la Società storica lombarda, convien riconoscere che 
abbondano i commentari poetici : anzi bisogna confessare che a 
poetizzare la storia si sono travagliati proprio i nostri migliori. 

Non vorrei entrar nei nomi ; ma la penna va da sé a cercare 
i morti nelle battaglie del pensiero e nelle torture della parola : 
Tedaldi Fores {Beatrice Tenda) , Vincenzo Lancetti {Gabrino 
Fondulo), Marocco [Clarice Visconti), Silvio Pellico {Gismonda di 
Mendrisio), Bertolotti {L'isola dei Cipressi — Gli Ungari in Ita- 
lia), Defendente Sacchi ( Teodota — La pianta dei sospiri — Ara 
helVAra — Corracorra Legorina\ Tullio Dandolo {La Signora di 
Monza — Gerolamo Morone), Ticozzi {Matteo Visconti in esilio), 
Bazzoni {Il castello di Trezzo — Zagranella — La bella Celeste 
degli Spadari — Falco della rupe) , Varese ( Torriani e Vis- 
conti — / prigionieri di Pizzighettone), Nicolini {Lodovico il 
Moro]. Biava {La Patria — Melodie), Ravizza {Un curato di 
campagna), Riccardo Ceroni {La repuhlica Ambrosiana — Gian 
Giacomo Mora), Gottardo Calvi {La Guglielmina — L" Abbazia 
di Chiaravalle) , i due Battaglia {La lego, lombarda romanzo 
del padre, Gerolamo Olgiato, tragedia del figlio), Predari {Cicca 
Berlicca — Guarda la veggio), Sonzogno (/ nomi delle con- 
trade di Milano. — Il Castello), Ignazio Cantù {Il Marchese 
Annibale Porrone), Carlo Belgiojoso {Il Conte di Virtù — Ee- 
pubblicani e Sforzeschi — Cicco Simonetta), Rovani {Manfredo 
Pallavicino, e gli ariosteschi Cent'anni), a non toccare, per ri- 
verenza, quei morti che non possono morire, e che intorno al 
Manzoni fanno come una corte di Dei consenti: Parini, Porta, 
Berchet, Grossi, e Carlo Cattaneo, il quale sta bene co' poeti, 
poiché di lui può dirsi che intromettesse la poesia nella storia e 
nella scienza, come i Greci dicevano che Socrate aveva chia- 
mata di cielo in terra la filosofia. 

In questa ricca galleria letteraria eh' io rincorsi a salti di me- 
moria, anche per non toccare i vivi, che non sono ancora ve- 
nuti all'ultima conclusione , benché abbiano già preso i primi 
posti {Ariberto e Lanzone — Algiso — Ida della Torre — 
Margherita Piisterla — La Cà dei Cani — La Contessa di 



I 



CONCLUSIONE 393 

iJeUant — Caterina Medici di Brono — La Madonna a" Ini- 
beveva — Parini e la Satira — le Leggende Lombarde) se non 
vi si trova sempre quel rilievo scultorio, che permette di viverci 
dentro, se non vi risplende il perpetuo sole manzoniano , v' è 
xilmeno una notte serena, e spesso un bel chiaro di luna. 
Quanto ai quadri di storia moderna e di costumi attuali, e alla 
letteratura milanese di quest'ultimi anni di grazia e d'avvenire, 
io non mi licenzio a parlarne, perchè essa ha già parlato di 
sé a tutt' agio in questi e negli altri volumi , figliuoli gemelli 
dell'esposizione industriale. Vi si vive, a dir vero, e vi si parla 
più di libertà e d'indipendenza d'arte e di costume che d'altro : 
e noi, vecchi ipocriti, per cui l'arte era una pistola corta, noi, 
avezzi da tant'anni a cercare e a rimpiattare dietro ogni parola 
una intenzione proibita, ora sentiamo con lieta invidia squittire 
sfogatamente tutti questi uccelli usciti teste di nido, a cui s'apre 
innanzi, senza ombra di clausura, quant'è vasta la terra e quanto 
è profondo l'inferno. Ma fino a qui, tra tante cose belle e nuove, 
Milano una storia, che meriti nome di storia non sente d'averla; 
e per ispiarne qualcosa è naturale che s'aiuti col traguardo della 
fantasia. Parrà uno scandalo chi non creda che la fantasia, a 
saperla reggere,è la forza precorritrice deirintelletto,chi non ricordi 
che Goethe invidiava all' Inghilterra Valter Scott, e avrebbe dato 
pel granromanziere tutti gli storiografi in cappamagna della farragi- 
nosa Germania. Gli antichi a significare la fantasia creativa ave- 
vano il mito di Pegaso: cavallo alato, ma cavalcabile e caval- 
cato : tanto è vero che ai dì nostri borsieri e pubblicani appresero 
quell'arte più vantaggi atamente de' poeti : e Pegaso è diventato 
•cavallo di carrozza. Fin nella scienza, che adesso non vuol ca- 
pire se non a tasto, è facile dimostrare che il passo in là, 
l'ipotesi, è uno scatto d'immaginazione, la quale così viene 
ad essere la profezia della ragione. Ma ridiscendiamo all'umile 
storia milanese. Eredi di due fra le più grandi istituzioni let- 
terarie, la Biblioteca Ambrosiana e la Società Palatina, che ci 
ricordano i nomi di Ripamonti, di Muratori, di Tiraboschi, di 
Argelati, di Giulini, di Fumagalli, di Sassi, di Otrocchi e dei 
loro legittimi successori Luigi Bossi, e Pompeo Litta, noi libri 
storici ne abbiamo in buon dato e buoni: tutti però, su per 
giù, sono, a dirlo come in un' ode barbara , documenti e atti 



394 CONCLUSIONE 

processuali, e non sentenze; e se v'è qualche sentenza essa fu 
già da un pezzo rimandata all'appello. 

Ma dunque, sento dirmi, del nostro Pietro Verri non ri- 
marrà più che il nome d' una contrada di Milano, e un ca- 
davere abbandonato all'inquisizione de-i critici necrofori ! Pietro 
Verri era un vivido ingegno , e , quel che più , un gran 
cittadino: ma egli s'era troppo bene affardellato nel suo secolo 
— il secolo, ricordatevi, degli Enciclopedisti — per poter vol- 
tarsi indietro e capire tempi tanto diversi da quelli in cui viveva 
e da quelli in cui avrebbe voluto vivere. Il passato ei lo vedeva 
attraverso al signor Conte padre, l'arcigno Don Gabriele, at- 
traverso alle altre Eccellenze dell'infallibile senato, ch'egli chia- 
mava con tremebondo scherno rerum dominos, gentemque ioga- 
tam. Quanto a' suoi contradittori, glossatori, compendiatori non 
v'è d3 cavarne gran costrutto. Al Rosmini, peccato! — piacque 
esser causidico, piuttosto che storico. Soltanto Pietro Custodi 
ed Egidio Demagri invitati dalla materia, che loro cresceva tra 
mano, e scaltriti dalla fresca esperienza delle sbolliture demo- 
cratiche e delle batoste straniere avrebbero potuto far meglio 
che postillare e ricucire il Verri. Ma il Custodi, diventato prima 
barone, poi poco men che eremita, aveva più paura della storia 
presente, che amore alla storia passata; e il buon Demagri se non 
il coraggio e l'ingegno, sentì mancarsi il tempo e il fiato sotto 
la soffocazione austriaca. Venne ultimo il buonavoglia degli sto- 
rici milanesi, il Cusani, che interrogò, annusò, frugò, trovò; 
e se avesse avuto ancora spalle giovanili non solo avrebbe fatto 
un libro leggibile, come s'accontentava d'esser riuscito a farlo il 
Verri, ma anche un libro durevole. Così, come sono, i suoi sette 
volumi sono sette scalini che aiuteranno altri a salire. 

E a rifar la scala non dovrebb'essere ora troppa fatica; perchè 
v'è un cimitero di libri, che a saperli rileggere, noi che siamo 
da oltre trent'anni a scuola di storia viva e bollente, ci direb- 
bero forse quello che non hanno pensato i loro autori. Poi altri 
ajuti sovrabbondano e crescono ogni dì. Chi ad esempio predi- 
ligesse le divinazioni antistoriche, che ebbero già una letteratura 
precorritrice ne' romanzi scientifici del Bayard, del Poe, della 
Sand, del Flammarion, del Gradi, invece d'esser ancora con- 
dannato a ormeggiare incerte tradizioni popolari, e futili as- 



CONCLUSIONE 395 

sonanze di nomi, o a dar corpo ad allucinazioni topografiche 
che in ogni grembo di valle credevano vedere un golfo di mare 
antidihiviano, in ogni anfiteatro di colli un porto preadamitico, 
può ora, sui geroglifici della paleontologia geologica leggere 
davvero i palinsesti della terra, e descrivere, quasi a certezza 
di visione, l'aspetto delle regioni padane nell'età glaciale, le 
immense pareti cristalline scivolanti dalle somme alpi alle ime 
valli, gli sgorghi delle fiumane lanciate dagli alti laghi contro 
i claustri delle rupinose morene, e solcanti di vaste squarcìature 
i sottoposti pianori: ciò che potrebbe per avventura spiegarci 
come nell'età della pietra le pavide famiglie dei castori umani 
si ritraessero volentieri lontano dalle vorticose rapine delle ri- 
viere, e cercassero tra gli acquitrini meno sfossati e scorrevoli un 
fondo sicuro ai fittoni e alle dighe delle loro prime abitazioni, 
fra le quali primissime forse le capanne del miluogo piantate 
sulla china lene ed eguale, dove poi crebbe Milano. 

Anche il caleidoscopio delle origini italiche, nel quale ad ogni 
spostar di testi, ad ogni spicchio di etimologie variavano le 
girevolti parvenze, saltando dalle teogonie noetiche alle odissee 
pelasgiche e alle necrologie atalantiche, appar meno capriccioso 
dacché non siamo più costretti a ricomporre il musaico solo coi 
disformi minuzzoli delle citazioni antiche, che già avevano fatto 
uscir quasi di senno Virgilio , quando venti secoli fa studiava 
le tradizioni della vetusta Italia. Anche qui la terra ha parlato. 
La resurrezione delle necropoli felsinee ci rimette ora sott'occhi 
vivo, quanto può esser vivo un morto, quel popolo umbro, di 
cui il Mommsen, non ha molt'anni, disperava di pur ripescar 
la memoria, che appena ci giunge, diceva egli allora alla francese^ 
come il suono delle campane d'una città sprofondata nel mare. 
Ora codeste campane suonano a stormo. E forse anche noi, fru- 
gando colla testa ove mettiamo i piedi, troveremmo quello che non 
si ha a cercar sui libri, ma sotto la terra custode : Barra, Melpo,. 
Subrio, che potrebbero restituire al ceppo umbro-italico gli Orobii 
e gli Insubri nostri, o almeno riannodarli a quella vasta fami- 
glia di genti, che, se non ce ne ingannano gli indizi fonologici, 
e i riscontri delle forme craniche , delle fisonomie e fino delle 
attitudini ereditarie , stendevasi per le valli della Garonna , 
del Rodano, del Po' e del basso Danubio, occupando tutta la re- 



393 CONCLUSIONE 

gione intramontana che in Europa divide quasi diafragma le 
zone estive dalle invernali, intramezzandosi fra V Arvernia, le 
Alpi e i Carpazj, barriere del settentrione, e i Pirenei, gli 
Appennini e i Balcani, oltre i quali le terre s'aprono al sole 
tropicale. 

Ma certo le fondamenta dell'etnografìa sono state smosse e 
trarrotte da quei terremoti vulcanici, che furono le eruzioni dei 
Celti, i veri e primi barbari dell'antichità. Periodici, come sono 
nel nostro secolo le crisi bancarie e le febbri belligere, furono gli 
straripamenti di questa razza, a dirla col Michelet, fluttuosa e 
trascorrevole; della quale non v'è paese che non abbia assag- 
giata l'eroica spavalderia, la feroce gaiezza e la chiassosa vanità. 
Nessun dubbio che i Galli, capitati anche quaggiù, non vi ab- 
biano lasciata la posatura ; e noi qualche cosa ce ne par sentire 
ancora nel sangue, come ci è rimasto in bocca Vu strozzato, Vceu 
raggomitolato , e il beffardo strascico nasale. Ma d' onde ci ven- 
nero i Galli, e in che forma rimasero ? Sterminarono di pianta le 
genti Isumbriche ed Orobiche, oppure vi si adagiarono sopra, 
appropriandosene fino il nome, e vivendovi, come mille anni 
dopo i Goti e i Longobardi, in assetto di casta militare, pa- 
rassiti delle campagne e padroni delle armi? 

È un problema da ristudiare; come da ristudiare, pur troppo an- 
che oggidì, è l'altro problema, se gli andazzi rapinosi delle opinioni, 
se il subito trabalzare dai furori della discordia ai furori dell'u- 
nanimità rivelino un rimessiticcio di barbarie cavalleresca, o 
provino una sicurezza di ispirazioni civili. Quanto ai Galli di 
Belloveso, padri o padrigni che ci sieno stati, dobbiamo noi ve- 
dere in essi i truci selvaggi, che dipinge con si spiccie pennel- 
late Carlo Cattaneo, o gli epici avventurieri storiati e impen- 
nacchiati da Amedeo Thierry e da Enrico Martin? 

Qui è proprio il caso di ricordare una celebre frase dell'Ali- 
ghieri, che pochi intendono a modo: uomini diversi] E, a com- 
mentarla, citiamo il più schietto e nativo de' classici francesi, 
che dopo aver confessato: diversitè e est ma devise, e dopo aver 
insegnato che, diversitè e est la lai de V amour, ricanta : 

.... 710 s gens 
Soni grands Iroquaurs: Dieu nous crea changeants. 



CONCLUSIONE 397 

Natura ricca, esub^ante, esplosiva, spettacolosa a cui sta- 
rebbe bene l'epigrafe: 

Omnia tras format sese in miracula rerum,: 

Ma non è su questo terreno mareggiante che avrebbe potuto 
assodarsi la disciplina rituale del mondo romano. Rimarrebbe a 
vedere se a' dì nostri vi si potrà almeno raccogliere l'Areopago 
pacificatore de' popoli neolatini. Anche senza esser malato di bile 
patrizia come l'Alfieri, che si sdegnò fino perchè il Parini in 
grazia d'uno sdrucciolo l'aveva chiamato Allohrogo, si può ben 
rimettere a studio la tesi brittanica del Lord Beaconfield, che 
guardando le stirpi e i tempi europei dall' alto de' suoi quattro 
millenj semitici , compianse i due Napoleoni d'aver scambiato 
l'episodio del Cesarismo Romano per una legge storica, e d'aver 
creduto alla latinità della Francia. Le somiglianze de'popoli, che 
convissero per qualche secolo nel grande impero italico, sono 
come le analogie delle loro lingue, in cui le difierenze di porta- 
mento e di carattere riescono assai più sostanziali, che non le 
conformità foniche ; cotalchè l'una all'altra lingua romanza come 
l'una all'altra nazione sembrino spesso contraporsi, quasi rimbalzi 
d'un eco schernevole, piuttosto per fraintendersi che per intendersi. 

A questa conclusione sconsolata, se pur è una conclusione, sarebbe 
peccato fermarsi. Nondimeno abbiamo voluto ricordarla a noi^ 
che siamo creduti , e a volte ci crediamo cresciuti a latte di 
gallina, tanto che abbiamo pensato tutti, anche senza averlo 
mai letto, quel libro che s'intitola; Fraternitè de la ìiatioyi 
lyonaise et de la nation milanaise. Non si nega; benché le 
le due nazioncine sorelle si sieno da un'eternità accasate, trava- 
sate, affogate in due popoli diversi. Del resto ora i genealogisti 
fanno gli Itali fratelli de' Greci, e cugini dei Celti, dei Germani, 
degli Slavi. Parenti dunque n'abbiamo d'avanzo : ma queste nostre 
uova, qual pur ne sia stata chioccia, le ha covate l'aquila; e 
a nessuno può venir in mente di lasciar il libero nido dell'Alpi 
per chiudersi in un pollaio. 

E sia detto senza superbia : perchè se le Alpi hanno tesori d'aria 
luminosa e d' acque purificatrici, laggiù nel gallinaio v'è il buono 
e lauto becchime. Po' poi, diciamo il vero: se della vena gallica. 



398 CONCLUSIONE 

o vogliasi anche della longobarda, ci rim^iesse ancora qualche 
sprizzo non ce ne vorremo disperare. Metallo di lega spesso ha 
tempera più salda e compesata che un metallo scempio. La nostra 
pasta umbro-latina, cotta e ricotta a tanti fuochi col suo bravo 
rintonaco celto-tedesco, se non riesce lucente e sonora come il 
bronzo romano, non è però meno tegnente e serbatola. E lo 
vediamo fin nella perduranza di certe consuetudini paesane. Io 
ricordo che vent' anni fa, quando ancora ci bollicava la terra 
sotto i piedi , un gentiluomo austriaco venuto a Milano per 
negoziare la spartizione del debito pubblico , e che sulle 
prime muoveva riguardoso per le nostre contrade sguara- 
guatando ad ogni svolta come temesse d'intoppar in qualche 
barricata, fini un giorno col dirmi : — ma codesta capitale della ri- 
voluzione m'ha l'aria della città più conservativa ch'io sappia. 
Da per tutto, financo a Vienna, si suol vantare la roba nuova, re- 
cente, ultima; qui non posso girar gli occhi senza leggere: zecca 
vecchia, pescheria vecchia, antica;osteria, fondaco antico. — Io gli 
notai che le cose s'accorgono d'esser vecchie quando si trovano 
vicine alle nuove; e però, aggiunsi a mezza voce, guai dove i 
vecchi non sanno invecchiare! Capisco, ribattè il diplomatico ; 
<3 dove non voglion morire. Si rise. Eppure in questo v' è più 
che parte di vero. Le novità ci tentano e ci attirano: ma i 
primi amori non ci si sbarbano mai affatto dal cuore. Lo disse 
il nostro Porta in quattro versi che sarebbero divini se non 
fossero meneghini. 

Religion santa di nost vece de cà, 

Che, in niezz al Iribuleri di passion, 

No te let alter che tirat in là, 

In fond del cceur, scruseiada in d'un canton. 

E dacché siamo ricascati ai poeti, lasciatemi dire che il buon 
Torti nei primi anni in cui cominciavasi a smussar le can- 
tonate e ripiallar le vie di Milano, errava malinconico lungo i 
nuovi casamenti suburbani rimpiangendo le odorose siepi di sam- 
buco e i muricciuoli degli orti da cui a^^eva veduto, diceva lui, 
affacciarsi il succolento fogliame delle annose ficaie, e occhieg- 
giare i tralci curiosi della vite. Codeste ostinazioni d'anima 
diventano quasi una legge storica, ed entrano a formare i ca- 



CONCLUSIONE 399 

ratteri, come a buon diritto si chiamano quelle iscrizioni incancel- 
labili, che porta scolpite nell'intimo ogni vivente, il quale abbia in 
se una forza vitale. E s'io non dovessi spicciarmi a concludere que- 
sta eterna sconclusione, potrei provarvelo rispigolando la storia di 
casa. Il suggello di metropoli imperiale Milano non l'ha voluto 
cancellar mai. Regni decus imperiale, come dice l'inscrizione 
pseudopavese. Repubblica o principato, guelfa o ghibellina, Milano 
per un pezzo non volle capire che Cesare : amico o nemico, francese 
o tedesco, Carlo Magno o Barbarossa, l'imperatore era sempre 
l'imperatore, il capo della società umana, il custode del diritto 
delle genti. Combatterlo al bisognosi; negarlo mai. Orli è ciò che 
spiega l'assurdo del trattato di Costanza, dove i Milanesi e i loro 
confederati, domandando quel che già avevano, non pensarono 
nemmeno per sogno a chiamarsi indipendenti, che loro sarebbe 
sembrato come uno scomunicarsi dagli Stati Uniti del mondo civile. 
Liberi nell'impero, e con tutto ciò antibarbari sempre mai. 
Pfelfer nel suo Mercurio Italico dice che Milano per quel 
suo vanto d'essere una Roma innovata fu sempre odiosissima 
agli oltramontani, che da lontano veneravano la Roma dei Papi, 
ma quante volte n' ebbero il destro cercarono spiantare co- 
desta Roma laica in cui intoppavano appena varcate le Alpi. 
E invero anche Teodorico, il barbaro togato, porporato, levi- 
gato, non potè mai patire l'aria di Milano; e romaneggiava a 
Ravenna, e a Pavia, dove tini col tempo a mostrare il grifo 
niebelungico di Dietrich. Tutti sanno come Uraja compisse l'opera 
della fusione italo-gotica ; e come l' ultimo atto della nostra 
storia antica sia stato un grido di sfida mortale, di fede dispe- 
rata, e di glorioso martirio. E, lasciate pur dire a chi va preso 
alla parentela dei nomi, nemmeno i Longobardi, pompeggianti 
a Pavia, chiesastri a Monza, incastellati in Brianza, non si sen- 
tirono mai né in casa loro, né in chiesa dentro Milano, dove 
trovavano troppo rovine e troppi rovinati, e dove forse anch'essi 
fiutavano quel volgo ostinato in memorie e speranze ribelli, susso- 
roso e spiatore d'ogni diffalta de' padroni, che Manzoni dipinse 
pretto maniato nel coro 

Dagli airi muscosi , dai fori cadenti, 

visione, che non poteva esser veduta e scritta che a Milano, 
e co' nuovi longobardi adosso. 



400 CONCLUSIONE 

E rieccoci a Manzoni. Un uccellino mi canta che non son 
più que' tempi; e che ornai s'è chiarito che i manzoniani sonO' 
la peste di Milano, e Bononia docet di mandarli al lazzaretto. Non 
so che ci fare : mi rassegnerò ai monatti ; perchè io ho il torto- 
di creder ancora Alessandro Manzoni \\ genius loci, come lo ha. 
chiamato il Bulwer dedicandogli il suo Cola di Rienzo, come lo 
annunziò a tutt'Europa il Goethe appena n'ebbe gustata l'arguta e 
melanconica naturalezza, che fa pensare all' Andromaca d'Omero- 
quando si raccoglie al seno odoroso il suo bambino 

Con un misto di pianto almo sorriso. 

Ma io, com'io , andrò più in là. Questo genio del luogo per 
me non è il poeta, che sei anni fa le armonie del Verdi ac- 
compagnavano in paradiso; ma è la tradizione nativa, l'evolu- 
zione germinale, l'ostinazione immortale delle anime nostre. 
Volete che ve la dica, se anche me ne vada la lingua, e , quel 
po' di testa che mi rimane? — il genio di Milano è il Cri- 
stianesimo civile. 

Apriti cielo, or che l'ho data fuori! È un pezzo che l'andava 
biascicando, perchè sapeva bene che mi sarei trovato fra due 
fuochi; da un lato i roghi del Santo Ufficio, che per adesso 
sono, grazia Dio, soltanto una frase ; dall' altro il crematorio 
pagano, che, bontà del diavolo, non brucia ancora l'anima. 

Cristianesimo civile: concordia discorde, che fa da tanti secoli 
la grandezza e l'umiliazione dell'umanità; antitesi irreducibile^ 
per cui fin qui non si è trovato alcun termine superiore e ri- 
solutivo, a non voler tentare — e ne avete i professori in casa — 
di separare le due estremità della pila intelettiva e romperne 
il circolo tormentoso e vitale, rinviando in piazza le fantasma- 
gorie bibliche a prorogar le fami e spaventar le impazienze della 
vile moltitudine, e riducendo la civiltà al gaudeant bene nati 
del cardinal Dubois; un porcile elegante dove i condannati a 
morte eterna passano la notte degli ultimi amori. Il nuovo ma- 
nicheismo non può metter radice nella capitale morale, come fu 
chiamata, con ironia, spero, profetica, la nostra Milano, dove il 
proverbio canta: la verità è U7ia sola. ^w^Temo principio, condi- 
zione essenziale della vita spirituale è la sincerità: supremo prin- 



CONCLUSIONE 401 

cipio, condizione essenziale della vita civile, è la comunione 
fraterna. E però se non ci è dato sempre d'aver le consolazioni 
della fede, almeno non ripudiamo la divina speranza, e rima- 
niamo, come Socrate, catecumeni dell'Iddio ignoto, fedeli alle 
rivelazioni della coscienza sincera, attenti alle ispirazioni del- 
Tistinto popolare, che crede alla logica dell'amore immortale. 

Amori senili, direte voi. Dite pure. Quando si è presso a con- 
cluder la vita, una conclusione si trova sempre; non foss'altro 
quella del Rabelais, che col rantolo dell'ultimo riso singhiozzava: 
je vais querir un grand peut-étre. 

Forse! — Anche lui, anche il maestro di Voltaire, di Parny e di 
Prudhon, ha finito con questa conclusione di tutte le conclusioni 

— Forse. — Anche a lui l'oltrefisica, la grande proscritta d'og- 
gidì, si riaffacciò coli' autorità dell'ignoranza, coli' onnipotenza 
del dubbio, colla profondità delle tenebre; appunto come la veg- 
giamo adesso, buttata dalla finestra, rientrar sulla punta de' piedi 
per la porta della meccanica razionale e dell'ontologia monistica. 
Ma non è qui luogo , né tempo di misurar questi salti. Vo- 
leva dirvi soltanto che a capire la vecchia Milano bisogne- 
rebbe leggere un libro , che non è stato scritto , né si potrebbe 
scrivere che r in vergandone pei fondacci delle sacri stie i fogli 
intanfiti e spiegacciati dalle mani degli scaccini, ma che me- 
riterebbero d'esser ricuciti dall' Ozanam e alluminati col tau- 
maturgico pennello di Renan. La Storia della Chiesa Am- 
brosiana. Mi pare impossibile che un dì o V altro non debba 
imbattermi a leggerla, tanto me n'è piaciuto l'indice. Eccolo qui. 
L'ultimo secolo dell'imiterò italico. — Equità logica del diritto 
privato, assurdità del diritto pubblico. — V autocrazia demente. — 
/ municipj coatti. — La decadenza economica. — Le donne e gli 
schiavi. — Putrefazione del politeismo. — La metempsicosi 
religiosa. — Arianesimo alessandrino e arianesimo barbarico. 

— Platone, Cristo, Odino. — La scienza esausta, la carità 
insaziabile, V eroismo brutale. — Il mondo anatema. — Am- 
brogio giurista e amministratore. — Salus animw o salus po- 
puli. — Il De Officiis di Cicerone e quello d' Ambrogio. — Ca- 
tacumenato. — Allucinazioni crepuscolari. — Leggende. — La 
ragion pratica di Kant nel quarto secolo della chiesa. — Credo 
quia absurdum. — L' atmosfera delV anima. — L'iynmagina- 

MlLANO. — Voi. UL 26 



402 CONCLUSIONE 

'zione profetica crea Vimiverso a dettato della logica vitale. — 
La sovraposizione del dogma prepara la possibilità d'una co- 
munione razionale. — Cattolici e dissidenti. — Unità e mol- 
tiplicità. — Gli uffici elettivi nelle prime associazioni cristiane. 
— Autorità, tradizione, ispirazione. — Studi letterari e filo- 
sofici d' Ambrogio. — Virgilio, Cicerone, i giurisperiti romani. — 
Inni ambrosiani. — Magia poetica. — Il canto corale disciplina 
V entusiasmo, nobilita la rassegnazione, spiega la resistenza le- 
gale e diviene la voce del popolo muto. — La legge della coscienza 
contrapposta alla legge politica. — Il culto della verginità e 
V emancipazioìie della domia. — Condanna della violenza. — 
Tessalonica. — Il sacro imperatore fallibile e giudicabile. — 
La confe ssione e la penitenza pubblica, nuovo diritto penale. — 
Condanna delle superstizioni rituali. — Disputa tra Simmaco 
e Ambrogio — Ipocrisia tollerante, o verità confessata e di- 
vulgata — Democrazia spirituale. 

Di questo primo capitolo , piace ricordarlo , ci diede un dili- 
gente bozzetto il nostro valoroso commilitone, Pietro Rotondi 
[S. Ambrogio nella storia di Milano. Narrazione. 1874); ma vi 
manca quello che non poteva trovarsi in un libro d' occasione, 
l'aria, lo sfondo, il rilievo, che può far d'un profilo un quadro, e 
d'un quadro una verità. Il secolo d'Ambrogio fu l'età trionfale della 
nuova Chiesa, che, uscita dalle catacombe e dai deserti, scendeva 
al contagio della carne e del mondo : Lattanzio , Prudenzio, 
Eusebio, S. Atanasio, S. Ilario, S. Basilio, S.Giovanni Nazian- 
zieno, S. Giovanni Grisostomo, S. Gerolamo, S. Agostino. In Am- 
brogio non avete a cercare ne l'erudizione bellicosa di Gerolamo, 
né la purezza attica di Basilio, né la magniloquenza asiatica del 
Grisostomo, né l'africana sottilità e l'ardore tropicale d'Agostino : 
eppure 1' ultimo de' grandi imperak)ri romani , Teodosio, diceva 
di non aver conosciuto a' suoi dì che un solo vescovo, Ambrogio. 
La carità coraggiosa, la soave gravità, il sobrio e virile entu- 
siasmo diedero a quest'uomo, che i suoi coetanei chiamavano il 
dottore mellifluo, e che una metafora popolare armò poi d' una 
sferza pedagogica, il raro pregio della santità civile, che gli è 
confermata anche dalla severa efficacia de' suoi canti liturgici, i 
quali spesso ricordano il nerbo ritmico delle vetuste leggi romane. 
Ed ecco una conclusioni?, che mi capita alle mani proprio senza 



CONCLUSIONE 403 

averla né cercata, né preveduta. Milano ebbe da Ambrogio il 
genio della innodia cristiana. In un tempo che celebra come 
canti genitliaci gli inni vedici e i ditirambi erotici di Chrisna, 
non ci vorranno lapidare se ci fermiamo a questo zampillo di 
vena casalinga: 

Leti libamus sobriam 
Ebrielatem spiritus 

<3ome dice il canto d' Ambrogio in Aurora. Si disputò se il 
peana cristiano, il Te Deum, che conserva ancora in tutto il mondo 
il nome d'ambrosiano, sia veramente del gran vescovo Milanese. 
Ma altre e più autentiche e più elette poesie abbiamo di lui, come 
ce lo prova il dotto libro del Biraghi {Inni sinceri e carmi di 
Sanf Ambrogio , Milano 1862), e quel che è più la tradizione 
melodica, che arricchita da Paolino, da Ennodio, da Aratore e 
da molti altri oscuri e innominati imitatori, fra i quali, come 
avviene sempremai, non mancarono i falsarli e gli inetti, si per- 
petuò per secoli nella nostra liturgia ; cosicché appena le let- 
tere italiane, un ducent'anni fa, cominciarono a portare in Mi- 
lano qualche spontaneo germe di poesia, vedemmo ripullulare, 
in mezzo alle sformate iperboli del seicento , una schietta ispi- 
razione cristiana , e man mano innalzarsi fino a quelle armonie 
meravigliose, che riposero la preghiera anche sulle labbra più 
schifo d'ogni mistagogia, e che anche adesso, allontanandosi 

Fra le varcate nuvole, 

lasciano caderci in cuore come una rispondenza d'eco. 

Proprio così. Rileggendo la salmodia ambrosiana, che celebra 
l'infantile alterezza e la morte graziosa della verginella Agnese, 
ia quale 

. . . Matura martyrio 
Nondum matura nuptiis •, 
Dotata censu sanguinis, 



Percussa, quam pompam tulit! 
Vultumque texerat manu; 
Terram, genu flexo, petit, 
Lapsu verecundo cadens; 



404 CONCLUSIONE 

ci par respirare il primo olezzo di quell'ambrosia spirituale, che 
è il coro d' Ermengarda agonizzante. Ma io non mi ci voglio 
rituffare. Contr'acqua si nuo'.a a disagio. Se non fosse questa, 
tristizia di giorni, in cui i rabbini del Vaticano giuocano a dadi 
la veste inconsutile d'Italia, e sfatano l'ispirazione salutifera ve- 
nutaci dai due grandi martiri del Cristianesimo civile, Arnaldo 
e Savonarola ; — quell'ispirazione per cui prima osammo ritentare' 
nel 1848 il connubio della libertà col Cattolicesimo, poi nel 1870, 
temperando le armi a riverenza e gli sdegni a pietà, ci ostinammo 
a ricollocare il vinto Pontefice libero in patria, e sovrano in 
Chiesa ; — se non fosse quest'ora di tenebre e di ire invocate, io avrei 
potuto continuare a preleggere l'indice della Storia Ambrosiana, 
Quanti nobili argomenti sciupati! Agostino l'ispirato di Ciassago;. 
i suoi Soliloqui che preparano l'amorosa solipsia del Kempis; la 
sua Città di Dio, che intimando la fine dell'eternità romana, e 
dischiudendo ai barbari il mondo divino, ci avvia a quelle ombre 
prestigiose del Medio Evo, che Ambrogio già aveva presentite 
imminenti allorché nel suo canto del tramonto (Hymnus vesper- 
tìmy) pregava 

.... cum profonda clauserit 

Diem caligo noctium, 

Fides teneliras nesciens 

Somni vaporem temperet ; 

il fonte battesimale e la tomba d' Agostino, che fu salutata, 
chi più se ne ricorda ora ? con nobilissimi versi dal casto 
genio di Carlo Ravizza, quando il parlar dei nostri santi e delle 
nostre reliquie, non era come parlar di mine e di contromine;, 
le Esortatorie di S. Massimo di Torino per la restaurazione 
della Chiesa ambrosiana, madre e modello, com'ei diceva, delle 
chiese italiche; le consolazioni rituali, che, durante i secoli ca- 
liginosi de' Longobardi e de' Franchi, conservarono a Milano 
dispetta e rejetta le memorie e le prove dell'antico primato; 
gli Arcivescovi metropoliti, che sdegnosi della femminilità roma- 
nesca, volgevansi per ispirazioni d'arte e di riti al Patriarcato 
orientale; gli Arcivescovi politici, che con Ariberto, fondarono 
il comune obbligando a convivenza religiosa e civile le stirpi e le 
classi discordi, e con S. Galdino consacrarono l'epopea del popolo 
grande e delle leghe lombarde; gli Arcivescovi dinastici, fon- 



CONCLUSIONE 405 

datori di quella Signoria, che per poco non riuscì a mutare in 
regno l'antica diocesi d'Italia; e giù giù fino agli Arcivescovi 
canonisti, e a quel proconsole del Concilio tridentino, a quell'u- 
miltà coronata, a quell'imperioso apostolo di carità, che fu Carlo 
Borromeo, il quale commentava rigidamente il Vangelo col Ma- 
nuale d'Epitteto, e come disse per caso assai bene un secentista, per 
-chiudere la porta agli errori metteva sotto chiave anche la verità. 
Dopo lui, coll'aiuto di due pestilenze e di trenta governatori spa- 
gnoli, s' ebbe una lunga fermata. Ma la chiesa milanese , che 
aveva sempre invocato il Cristianesimo sociale, fino a dare in un 
-certo momento il suo nome e il suo Arcivescovo alla repub- 
Mica ambrosiana, dopo la riforma di S. Carlo, il quale temeva 
3a contagione delle idee più de' gavoccioli pestilenziali, divenne 
sinodale, sospettosa, inquisitiva: un lazzaretto ben governato: 
•disciplina militare pel clero, disciplina scolastica pel popolo. E 
ci volle anni e secoli per divezzarcene : tanto vero, che quando, 
nel 1796, la nobilea tentò rimetter le armi in mano ai buoni 
popolani, sommovendoli a difender le borse contro gli sbracati 
e scalzi battaglioni del Buonaparte, Meneghino rispondeva: 

Ah! de San Carlo in scià no gli'è pu el pati: 

No semm pu quii mostacc nun Milanes 

De mostra i dent, e de fa corr i ratt. 
Dopo ch'el n'à inviàa a là i sett ges. 

E a di su l'orezion a luce i eros. 

No semin pu bon de dilla coi franzes. 
Ma de già che n'avii, sani glorios, 

Faa fa a vosi moeud, tegnij almanc indree; 

E fé prest, perchè disen ch'hln chi a pos. 

Dopo lo svegliatojo del novantasei, Milano, spigrito a forza di 
frasi e di scapaccioni, si rimise a vivere del suo, e riattaccò il filo 
della storia. Ma per la Chiesa tanto, fu un filo stracco. E noi 
stessi l'abbiamo potuto toccar con mano. I due più gloriosi anni- 
versari della nostra storia, i due fatti per cui possiamo scriver 
una pagina nostra negli annali del mondo, S. Ambrogio e Le- 
.gnano, furono presi poco men che in dispetto, perchè ci si mesco- 
lava, quello che non si poteva escludere, la mitria e la croce. 
Come ebbero a meravigliarsene i tedeschi, che poco prima. 



406 CONCLUSIONE 

— cattolici e protestanti — avevano celebrata la festa dell'unità 
pangermanica col compimento della Cattedrale di Colonia piantata 
sulle ossa dei santi rubati a Milano! Come avrebbero a riderne 
quegli altri popoli, che ci guardano attraverso le Alpi e vorreb- 
bero poter credere che noi quaggiù usurpiamo il loro posto al soleT 

Ma codesti postumi dissidi, come le disputazioni poco meno 
che settarie per sapere se Milano sia stata più guelfa che ghibel- 
lina, più popolesca che signorile, per indovinare se i reggimenti 
dinastici dei Visconti e degli Sforza siensi fondati piuttosto] su 
compensi di pareggiamenti federativi, che sul concetto d' un' unità 
statuale, se le guerre de' municipi, ch'ora ci appaiono contagi di 
frenesie fratricide, sieno state mosse da necessità economiche o da 
intime repulsioni sociali, tramonteranno nella calma di spassio- 
nate indagini. La vertiginosa erudizione di Giuseppe Ferrari, 
come la paziente diligenza del Vignati finiranno coli' adagiarsi 
nell'interpretazione d'una sintesi definitiva. La storia di Milano^ 
grazia a Dio, è finita e conclusa: — finita e conclusa bene coi 
cinque giorni trionfali, — finita e suggellata meglio coi dieci anni 
d' intemerata passione. Milano ha spirato la sua grand' anima 
nel bacio d'Italia. Il mistero del Nirvana politico è compiuto. 
La morte liberatrice ci ha sottratti all'ingrato peso d'un'esistenza 
angustiosa, astiosa, impotente, e ci ha assunti ad una vita superiore. 
Quella patria grande, che ci era indicata dalla vasta stesa del 
nostro orizzonte circoscritto solo dalle Alpi lontane, quella patria 
grande, che i nostri bisavi cercavano nell'ostinazione delle con- 
quiste vicinali, nelle dolorose iliadi delle guerre di Como, di 
Lodi, di Pavia, nella violenza delle aggregazioni dinastiche, 
ora ci è aperta. 

Entriamo a cercarvi la vita nuova. Milano non può dimenti- 
carsi se non nel grembo glorioso dell'Italia materna. 

Dimenticarsi ! anche per chi crede d'andare in paradiso, il mo- 
mento in cui s' esce per sempre di casa, è uno schianto : ed io con- 
fesso, senza vergognarmene, che perfino scrivendo la lieta necrologia 
del nostro sopranome barbarico {Finis Langohardice. Perseveranza 
Gennaio 1860), ho cancellate le parole colle lagrime. La nostra 
storia fu una lunga tragedia, inacerbita, come nei drammi di Shake- 
speare, da inframmezzi di ghignate ironiche e di scenate plebee : 
ma nondimeno, bisogna dirlo., anche il carcere ebbe le sue 



CONCLUSIONE 407 

consolazioni, anche la servitù ebbe le sue grandezze. Il vecchio 
Milano potrebbe scrivere nel suo testamento , come Cristoforo 
Colombo, che gli si depongano sul feretro le catene coli' epigrafe : 
Le ho portate non ignohilmeìite e le ho spezzate gloriosamente. 
Ma di qui innanzi, libro nuovo. Non si ha più a ripetere quella 
superba piccineria di Cesare: meglio primo in un villaggio , 
che secondo in Roma. Bel vedere Giulio Cesare sindaco di 
Gorgonzola ! Quanto più civile la giaculatoria dell'eroe Spartano , 
il quale ringraziava gli Dei perchè gli Efori avevano trovati 
cento cittadini migliori di lui ! E perciò il nostro Sant'Ambrogio, 
che pizzicava anche di filologo, ha ripescato una parola a posta 
per evitare le invidiose gradazioni di secondo, di minore, d'in- 
feriore, d'impari. Quanta vis verbi, dice egli, in unius sillabce 
aójectione ! proprior est enim qui subsequitur quam ille qui 
sequitur, et suppar quam impar. Non dispari, e basta. Non si 
ha a pensar più ne alle città organiche del Montanelli , ne alle 
subcapitali romaniche del Ferrari, né alle capitanerie regionali 
del Minghetti. Ornai nessuno può valere se non per quel tanto 
che vale e giova agli altri. Fuor di lì, numerus sumus. E anche 
Milano, bisogna farcisi, non è un popolo, ma un numero, una 
frazione, un centesimino di popolo. E se Milano, a cui un prover- 
bio secolare insegnava, cJi'ei può fare e può dire a sua posta ; 
se, per non lasciarlo solo, Firenze, che pur ci ha messo in 
bocca la lingua e Dante nell'anima, se, poniam caso, anche Roma, 
che è Roma, volessero suonar tropp'alto i loro superlativi, mille 
campanili risponderebbero a stormo : silenzio alla torre di Giotto , 
silenzio alla guglia del Duomo, silenzio al Campidoglio! 

E qui lasciatemi ricordare che Cesare Balbo, un bel profilo 
di liberale aristocratico da mandar a braccetto con Vittorio Al- 
fieri, un dì mi faceva l'apologia delle patrie piccole, dove non 
s'intoppa ad ogni passo in visaggi ignoti, delle patrie casereccie, 
che ponno abbracciarsi intere coli' occhio e col cuore e dove si 
può a ragione veduta odiare e amare in famiglia. Il Balbo citava 
l'Acropoli e Atene, la culla della civiltà, ma pensava, scommetto, a 
Torino, la culla della nuova Italia, e a Superga, la tomba dei 
Re precursori. E si capisce. Chi guardi di lassù la conca su- 
balpina, la quale ora può ben far vantaggiato riscontro alla conca 
d'oro di Palermo, chi può misurare ogni dì con un'occhiata 



408 CONCLUSIONE 

il sublime anfiteatro de' monti, e numerarne ad una ad una le 
rughe, le scalee, le porte e salutar d'un nome noto tutte le valli 
che scendono a fratellevole convegno sulla bella spianata, dove 
per necessità prospettica convivono centinaia di borgate, non 
può non provar un antigusto di nostalgia. Per noi invece non 
v'ò di libero e di vasto che il cielo e il pensiero : fin le Alpi non ci 
si mostrano che velate dall'azzurro della distanza, come un'aureola 
vaporata dall'incerto orizzonte. La nostra patria non la potendo 
cogli occhi, dobbiamo cercarcela in cuore. Torino, l'Alpinista, 
a pie de'monti che pajono dar la scalata al cielo, ha intuonato Vex- 
celsior. Noi, dobbiamo accontentarci di dire, come l'antica Roma, 
ìatius! E come Roma non doveva fermarsi davanti ai terrori 
puerili della selva Ciminia, cosi noi non possiamo rattrappirci entro 
le frontiere del Ticino e dell'Adda, dove i nostri vecchi avevano 
l'umiliante privilegio di portare le chiavi della città al vincitore 
della campagna — Latius. Più in là! guardate oltre la siepaglia 
de' nostri albereti, trivellate i monti, valicate i mari, risalite i 
tempi, cercate una terra, che s'annesti alla nostra terra, un 
cielo che ci dia perpetua la bellezza intermittente del nostro 
cielo, una storia che nobiliti e spieghi la nostra storia, una natura 
che allarghi e rafforzi la nostra natura, una patria che sia 
degna de' nostri pensieri. 

Buon viaggio, direte: ma intanto noi si ha a rimaner qui le- 
gati alle nostre vecchie radici: e forse mi ricorderete quel ri- 
tornello d'una mattacinata bacchica, che abbiamo sentito tante 
volte stuonare per le vie notturne da' nostri beoni: 

E nun semm semper nuii; 
E s'emm ciapaa la ciocca, 
L'emm poeu pagada nun. 

L'abbiamo pagata pur troppo noi, i giorni delle feste come i giorni 
delle busse. Questa è la filosofìa di tutta la storia passata, e ce ne dol- 
gono ancora le ossa. Quanto a quello che deve venire, badate! Omai 
siete fuor de' pupilli. Sono ventun' anni suonati, che Milano è 
padrone in casa sua. I giovani chiamati quest'anno a custodirci 
la vita e l'onore, non hanno sentito mai, nemanco a balia, puzzo 
di stranieri. Avete avuto il preziosissimo dei doni , il tempo. 



CONCLUSIONE 409 

IN'oi fuggitivi dell'altro mezzo secolo, per far che siasi fatto, 
•siamo rimasti e rimarremo pur troppo nulla più che liberti ; che 
•è come dire arrivati a respirar l'aria sana col sangue guasto ; e 
voi sapete che purgazione di sangue non ne abbiamo fatta, ne 
vohita fare. Nondimeno così come siamo — cuore o cervello, 
merito o fortuna — noi si è riuscito di farvi liberi. A farvi grandi 
pensateci voi. 



C. Correnti. 



AGGIUNTE ALLA PAGINA 166 



In questi ultimi mesi e mentre si stava stampando il presente 
volume, il movimento bancario milanese ebbe una nuova e potente 
esplicazione. Sebbene essa muova dall'estero non può negarsi che vi 
abbia in parte influito anche quel grande avvenimento econo- 
mico che fu la nostra Esposizione Nazionale. 

La Banca di Milano portò il proprio capitale da 15 a 50 mi- 
lioni e r aumento fu per oltre due terzi sottoscritto all' estero 
per contratto stipulato colla società dell' Union Generale di 
Parigi assuntrice di più che 46,000 azioni. « Scopo di tale au- 
mento » cosi si esprime la relazione del Consiglio all' As- 
semblea del 15 corrente « fu quello di metter la Banca in grado 
di partecipare efficacemente alle nuove operazioni che i grandi 
istituti, coi quali è legata di sicura alleanza, intraprenderanno 
insieme ad essa ed a quelle altre che essa, forte dei propri 
mezzi e del loro appoggio, saprà intraprendere direttamente » 

Il rapporto accenna alla parte presa dalla Banca di Milano 
nella costituzione di grandi società industriali ed alle pratiche 
che sta facendo per la fondazione di nuove associazioni a van- 
taggio delle industrie e del commercio, ed indica infine alcune 
combinazioni finanziarie compiute o che si propone di compiere 
all'interno ed all'estero. 

Dalla relazione si rileva inoltre come l'utile, che l'Ammistrazione 
spera di poter realizzare al chiudasi del 1881, ascenda a 



412 AGGIUNTE ALLA PAGINA 166 

L. 1,300,000, comprese però in questa somma le L. 600,000, 
versate dai fondatori come prima riserva. 

Le speranze destate da una massa d'affari ideata o compiuta 
in pochi mesi fecero ascendere rapidamente il corso delle azioni 
della Banca di Milano. Il tempo dirà se l'aumento sia giustifi- 
cato : a noi mancano gli elementi indispensabili per poter esporre 
fondati presagi; osserveremo soltanto che la vita della nuova 
associazione ci sembra troppo legata a quella di altri istituti i 
cui titoli sono in oggi oggetto della più sfrenata speculazione, 
circostanza che rende problematici gli sperati appoggi e che 
può anche essere fonte di serie preoccupazioni. Pel bene dei 
possessori dei titoli della Banca di Milano auguriamo vivamente 
che si abbiano a consolidare i conseguiti vantaggi ed esprimiamo 
il desiderio che la nuova istituzione, tenendo come regola di 
condotta quello che essa medesima si è tracciata, di eccedere 
cioè nella prudenza anziché negli ardimenti, possa realizzare le 
concepite speranze ad attuare il più vasto programma col quale 
si presenta. 

Un altro istituto di recentissima creazione è il Credito Lom- 
bardo costituitosi con un capitale di 12 milioni allo scopo di 
coadiuvare coli' aiuto del credito, le industrie ed i commerci e 
di prendere parte o di compiere tutte quelle operazioni d'indole 
bancaria, che possono contribuire allo sviluppo della vita eco- 
nomica del nostro Paese. GÌ' intenti che il nuovo istituto si 
propone sono nobilissimi , ma le difficoltà stanno tutte nel sa- 
perli realizzare in modo veramente efficace. 

Accenneremo per un ultimo come la Banca Generale, la cui 
sede in Milano gareggia per importanza con quella dì Roma, 
abbia recentemente elevato il proprio capitale a 50 milioni. 

Constatiamo il fatto di questa nuova esplicazione del movi- 
mento bancario milanese astenendoci da ogni commento sulla 
serietà e sulle conseguenze del medesimo. 

M-. 

31 Dicembre 1881. 



INDICE DEL TERZO VOLUME 



Introduzione. — Luzzatti Pag. vir 

iMilano commerciale. — Villa Pernice » 1 

Milano industriale. — Colombo « 37 

La Cassa di Risparmio. — Scotti n 6^ 

Istituti di credito. — Mangili « 07 

Società di assicurazione. — C. L. - M « 167 

Le vie di comunicazione. — Cantalupi . « 178 

Milano agricola e sua Provincia. — Galanti « 204- 

La Società d'esplorazione commerciale in Africa. — San- 

giorgio » 333 

Movimento librario. — Torelli » 341 

Presagi sulla futura grandezza economica di Milano. — Luzzatti « 362 

Conclusione. — Correnti » 370 

Aggiunte alla pag. 166. — Mangili » 411 



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Cornalia "iUajJernic^li^ 

Uttali ; 

Sebrcgonbi I 

(g^toact : 



Ipapa 

JKanfrrti 

|)ctroccl)t 

SoltJ^raglio 

prìna 

Kat)a0fo 

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